venerdì, 09 maggio 2008

Per non dimenticare Peppino Impastato

 

Oggi ricorre il 30esimo anniversario dell'omicidio politico di peppino_impastatoPeppino Impastato, assassinato brutalmente da sicari mafiosi. La mafia ha ridotto a brandelli il suo corpo ma non ha fermato le sue idee, né piegato il suo coraggio interiore e la sua onestà intellettuale, non ha spezzato la sua dignità, né dissolto la sua energia spirituale. La mafia ha ucciso Peppino ma non ha soppresso la libertà e i diritti che egli ha sempre propugnato e difeso con tutte le sue forze, battendosi contro l'ingerenza e il controllo oppressivo esercitato dalla criminalità organizzata sulla vita dei cittadini, contro l'occupazione militare mafiosa del territorio e della società, contro la speculazione edilizia, il malaffare e la corruzione politica.
La mafia non è riuscita ad annientare  il simbolo ideale e politico che ancora oggi, a distanza di trent'anni, Peppinocentopassi rappresenta per le nuove generazioni. Le giordanaquali lo hanno riscoperto grazie al celebre film diretto da Marco Tullio Giordana, "I cento passi", nel quale il ruolo  di Peppino è magistralmente interpretato dal brillante attore Luigi Lo Cascio. Per chiunque voglia saperne di più su Peppino, in omaggio alla sua memoria e alle sue idee intramontabili, vi propongo una raccolta di link.

PEPPINO IMPASTATOimpastato_peppino

UCCISO IL 9 MAGGIO 1978

LE SUE IDEE NON MORIRANNO MAI

"LA MAFIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA" 

"I CENTO PASSI"   

Infine, suggerisco di consultare i seguenti siti:impastato

www.peppinoimpastato.com

www.centroimpastato.it

www.retedigreen.com/index-8.html

HASTA SIEMPRE PEPPINO!

sabato, 26 aprile 2008
RESISTENZA E LIBERAZIONE, COSTITUZIONE E DEMOCRAZIA DIRETTA
Quest'anno ricorre il 60° anniversario della Costituzione italiana del 1948: 60 anni ben portati, si potrebbe dire...
Personalmente, sono convinto che la nostra Costituzione non abbia bisogno di lifting o rifacimenti, non debba essere aggiornata o revisionata, tanto meno abolita (come insinuano i suoi detrattori), ma deve essere semplicemente e finalmente attuata.
Solo applicando nella realtà concreta i dettami costituzionali sarà possibile far rinascere il nostro paese, sarà possibile un’effettiva emancipazione in senso progressista della società in cui viviamo, liberando le straordinarie potenzialità civili, culturali, artistiche e spirituali presenti in essa, ma anche le forze materiali e produttive che sono imprigionate ed umiliate nell’attuale fase storica di conservazione politica, se non di reazione e di imbarbarimento vigente su scala non solo nazionale, ma internazionale.
Tuttavia, se devo essere sincero, sono piuttosto perplesso e pessimista a riguardo.
 Anzitutto, perché ho sempre pensato che la nostra bella Carta Costituzionale sia in qualche misura eversiva ed inapplicabile nell’attuale ordinamento economico-capitalistico, segnato da profonde ed insanabili contraddizioni, disuguaglianze ed ingiustizie sociali e materiali, che si possono eliminare solo abbattendo e rovesciando l’intero sistema economico-politico e sociale che le ha generate e contribuisce a riprodurle e perpetuarle nel tempo.
In secondo luogo, con il quadro parlamentare appena uscito dalle recenti elezioni politiche, francamente non riesco a far finta di nulla e non posso non nutrire seri dubbi sulla possibilità di attuare finalmente il dettato costituzionale.
Invece, mi pare più facile immaginare e prefigurare un’iniziativa per stravolgere il testo della Costituzione attraverso una sorta di “grande inciucio”, cioè un’ampia intesa parlamentare di stampo “veltrusconiano” sul versante delle cosiddette “riforme costituzionali” (ma sarebbe più corretto definirle “controriforme costituzionali”), tanto attese ed invocate (non solo) dalla coalizione di centro-destra guidata da Berlusconi, Bossi e Fini.
Tuttavia, a parte queste riflessioni politiche pessimistiche, faccio prevalere ciò che gramsciGramsci designava come “l’ottimismo della volontà”. Per cui, non solo in qualità di semplice cittadino, ma anche in veste di insegnante, sono interessato a trasmettere alle nuove generazioni i valori ideali insiti nella Costituzione. Di cui occorre far conoscere ed apprezzare, in chiave anche formativa, anche la bellezza estetica e poetica della sua scrittura. Non a caso, alla stesura del testo costituzionale contribuirono alcune tra le migliori menti politiche e letterarie dell’epoca (tra i vari nomi, voglio rievocare la figura emblematica di Piero Calamandrei).
La Costituzione è senza dubbio la madre della democrazia italiana, una democrazia scalcagnata, monca e malandata per vari motivi. La Costituzione ne incarna idealmente il ricco patrimonio etico-valoriale, e leggerla e rileggerla (magari fino alla nausea) è il miglior modo per festeggiarla e proporla ai giovani, ed è forse il miglior modo per educare ed ispirare le nuove generazioni.
Pertanto, approfitto della ricorrenza per denunciare una grave mistificazione ideologico-strumentale che si perpetua da anni nel nostro sciagurato paese. Quella di occultare le origini della democrazia in Italia, benché istituita solo sulla carta.
E' dunque opportuno ricordare che la Costituzione del 1948 (e, con essa, la democrazia italica, sebbene solo formale) affonda le sue radici storiche e ideali nella PartigianiResistenza partigiana contro l’occupazione e l’oppressione nazi-fascista imposta durante la seconda guerra mondiale. Dalle ceneri della monarchia sabauda e della dittatura fascista di Benito MussoliniBenito Mussolini, è nata la Carta Costituzionale ed è in qualche modo risorta la civiltà democratica del popolo italiano. Il 25 aprile è senza dubbio una festa partigiana, ossia di parte, e non può essere diversamente. Pretendere che il 25 aprile diventi una "festa di tutti", una sorta di ricorrenza "neutrale ed imparziale", equivale a snaturare e cancellare il valore simbolico e politico di quella che rappresenta la Festa per antonomasia della Resistenza partigiana, la Festa antifascista per eccellenza.
Infatti, il 25 aprile si festeggia, vale a dire si dovrebbe rievocare (e, in qualche misura, si dovrebbe rinnovare) la vittoria della resistenza-genovaResistenza popolare partigiana contro l'invasione nazista e contro i fascisti che flagellarono e tormentarono l’Italia per un lungo, tragico ventennio, conducendo il nostro paese alla rovina materiale e spirituale, costringendo il nostro popolo alla sventura e alla catastrofe della seconda guerra mondiale, laddove intere generazioni di giovani proletari furono usati come carne da macello per arricchire ed ingrassare una ristretta minoranza di affaristi, speculatori e guerrafondai senza scrupoli.
Da quella Liberazione nacque la Costituzione del nostro paese, scritta non tanto con la penna quanto con il sangue di numerose donne e uomini che sacrificarono coraggiosamente la propria vita per la libertà delle generazioni successive: donne e uomini chiamati "partigiani" proprio in quanto schierati e militanti da una parte ben precisa, ossia contro il fascismo, l'imperialismo e la guerra.
Il carattere profondamente antifascista e partigiano, democratico e pluralista, egualitario e progressista, ma anche pacifista e internazionalista della Costituzione, la rende un testo all’avanguardia, se non addirittura eversivo e rivoluzionario sul piano politico internazionale, ma è anche il motivo principale per cui essa è assai temuta e osteggiata nei settori politicamente più oltranzisti e reazionari della società italiana, ed è la medesima ragione per cui essa è tradita e disattesa nella realtà concreta.
Non intendo elencare i vari articoli della Costituzione che sono ripetutamente negati e violati, a cominciare dall’art. 11, in cui emerge lo spirito nettamente pacifista e internazionalista della nostra Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra (…)”, è l’incipit dell'articolo.
Questa è una lezione assai preziosa della nostra storia che oggi, in tempi alquanto bui, segnati dall'indifferenza e dal fatalismo, dall'apatia e dall'antipatia politica, da più fronti e posizioni di stampo revisionistaForza_Nuova e, dunque, cripto-fascista, si tenta di mettere in discussione, se non addirittura cancellare e negare alle giovani generazioni. Questo "fatalismo", tanto diffuso oggi tra la gente, è il peggior nemico della gente stessa, nella misura in cui induce a pensare che nulla possa cambiare e che tutto sia già deciso da una sorta di destino superiore, da una forza trascendente, contro cui i miserabili e gli umili sarebbero assolutamente impotenti, ma così non è. In tema di fatalismo, indifferenza e apatia politica, non si può non citare un famoso pezzo giovanile di Antonio gramsciGramsci, intitolato "Odio gli indifferenti", in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire  "Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia (...) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti". Questo è senza dubbio il miglior messaggio che si possa offrire e trasmettere alle giovani generazioni, una sorta di inno che attesta in forma lirica e poetica, ma nel contempo, in modo fermo e inequivocabile, l'amore per la vita e la libertà, intese e tradotte in termini di partecipazione attiva, concreta e diretta alle decisioni che riguardano il destino dell'intera collettività umana.
Sempre in materia di assenteismo e di non partecipazione alla vita politica, rammento un bellissimo pezzo di Bertold Brecht, che scriveva: "Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico". Non c'è nulla di più vero e di più saggio.
Brecht sostiene che l'analfabeta politico "non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell'affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche.
L'analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa,berlusconi_tricolore l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e Bush e Berlusconimultinazionali.". Ed io aggiungo: "delle imprese locali". Nella circostanza odierna mi preme rilanciare ed esaltare la Politica (con la P maiuscola) in quanto espressione della volontà popolare e della libera creatività dell’animo umano, che si realizza nel confronto interpersonale, nella pacifica convivenza sociale e nella dialettica democratica e pluralista tra persone libere ed uguali sul versante economico-materiale, ma ovviamente diverse sotto il profilo etico-spirituale e culturale.
Inoltre, la Politica dovrebbe essere soprattutto un mezzo di aggregazione e di partecipazione sociale, uno strumento concreto, diretto e corale per intervenire sui processi decisionali che interessano l’intera comunità; è una modalità di socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di socialità umana.
Del resto, l’antica etimologia del termine, dal greco socrate_grandePolis” (ossia: città), indica il senso della più nobile e sublime tra le attività proprie dell’uomo, denota la suprema manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell’essere umano in quanto essere sociale. Tale somma ed eccelsa capacità dell’uomo si estrinseca nella Politica in quanto organizzazione dell'autogoverno della Città. Il senso originario della Politica si è ormai deteriorato, tralignando nella più ignobile e squallida “professione”, ovvero nell’esercizio del potere fine a se stesso, un potere riservato a pochi “addetti ai lavori”, ai carrieristi e agli affaristi della politica (con la p minuscola).
Quella che un tempo era considerata una nobile arte ed un’occupazione elevata dell’uomo, la Politica con la “P” maiuscola, si è totalmente svuotata di senso ed oggi è percepita e praticata quale mezzo per impadronirsi della città e delle sue risorse, umane, materiali e territoriali, ossia una carriera da intraprendere se si vuole mettere le proprie luride mani sulle ricchezze del bilancio economico del Comune che, come tale, dovrebbe appartenere a tutti, un bene gestito direttamente dalla comunità dei cittadini.
La Nuova resistereResistenza da realizzare oggi è esattamente l'opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere in quanto appannaggio di una ristretta cerchia di potenti e di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. Tale situazione va respinta e contrastata con forza, perché quel soggetto organizzato in gruppo, comitato o partito politico, convenzionalmente definito “ceto politico dirigente” (ma sarebbe più giusto chiamarlo "digerente"), non appena ha conquistato il privilegio derivante dal potere esclusivo sulla Città, si disinteressa altamente del bene comune per occuparsi semplicemente dei propri loschi affari di casta, di corporazione o di élite, oppure di singoli individui.
Questo stato di corruzione della politica, che non è più un’esperienza di autogoverno della comunità dei cittadini, ma un interesse privato ed egoistico di una vertice2007minoranza sempre più circoscritta, è la causa principale che ha generato un sentimento di crescente indifferenza e disaffezione dei cittadini verso le vicende della politica, ovvero del governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi di pochi affaristi e trafficoni, nella misura in cui tale vicende e tali attività sono recepite come estranee e distanti dagli interessi collettivi della gente.
Pertanto, occorre rilanciare l’idea dell’autogestione popolare e dell’autogoverno della comunità dei cittadini, guardando alla viva esperienza dei Municipi autonomi zapatisti e sperimentando nella realtà delle piccole comunità locali l’idea della politica come rifiuto e critica radicali del potere scisso dalla collettività, ossia come partecipazione diretta di aree sempre più vaste della popolazione ai processi decisionali, a cominciare dai canali di controllo e gestione delle spese economiche del bilancio comunale.
La grandiosa utopiautopia della democrazia diretta a livello locale, oggi non solo è possibile ma necessaria, di fronte al nuovo, prepotente fenomeno di natura autoritaria ed antidemocratica, determinato dall’avvento di un nuovo colonialismo che ha generato la crisi e il declino della sovranità democratica, seppure solo formale, degli Stati nazionali. I quali sono di fatto soppiantati dal potere smisurato di organismi economici sovranazionali che dirigono e controllano le dinamiche dell’economia di mercato e dei suoi assetti più propriamente bancari e finanziari, ormai affermati e dominanti su scala mondiale.
Questo fenomeno di globocolonizzazione neocapitalista ha determinato un pauroso incremento e un’ascesa inarrestabile del potere dei gruppi capitalistico-finanziari più forti, in modo particolare delle corporation multinazionali, con danni e costi inimmaginabili e irreparabili per i diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei lavoratori del sistema economico-produttivo, di quello industriale prima di tutto, la cui condizione si fa sempre più precaria, vulnerabile e facilmente ricattabile.
venerdì, 25 aprile 2008
25 Aprile: Ora e sempre Resistenza!
Il tracollo della Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil"sinistra parlamentare" alle elezioni politiche del 2008 segna la scomparsa, ad oggi definitiva, della rappresentanza delle lotte e degli antagonismi sociali in Parlamento. Questo è ora in mano alla destra più feroce, clientelare, populista, razzista e xenofoba che si sia mai vista in questo paese, favorita da una finta opposizione che, nonostante gli appelli strumentali al "voto utile", ha ricevuto l’ennesimo schiaffo dal popolo italiano e dai suoi settori più disagiati e sfruttati: il suo gioco al Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutista"poliziotto buono" non ha pagato. In questo contesto l’attacco a quei pochi diritti sociali (istruzione, sanità, diritto a manifestare il proprio pensiero e dissenso, etc.) e alla gestione pubblica delle risorse del nostro paese si farà feroce e passerà attraverso leggi antisociali (esternalizzazioni, precarizzazione, privatizzazioni, speculazioni edilizie, elemosine per donne e bambini, etc) e inevitabilmente arriverà ad attaccare e smantellare la nostra Costituzione e la memoria storica di chi, con il proprio sangue, ha combattuto ed è morto per far risollevare l’Italia dalla dittatura fascista: i partigiani, la resistenza-genovaResistenza. Questo 25 aprile diviene allora per noi giovani, studenti e antifascisti, non l’ennesima commemorazione, ma un nuovo inizio di lotta politica e battaglia culturale attiva per diffondere e far vivere ancora quel modo di pensare e fare la politica: ribadirne i fondamenti di partecipazione solidale e democratica nell’antifascismo, l’esperienza della partigianilotta armata e la riconquista (spesso passata per esperienze drammatiche come il confino, la tortura, il carcere, gli stupri) delle libertà formali (parola, stampa, opinione, manifestazione del dissenso, etc) e delle libertà sostanziali (diritto ai beni primari come la casa, la salute, l’istruzione, etc). Vorremmo così ribadire che non si comprende il passato se non si guarda al presente e viceversa: e il nostro presente è fatto di innumerevoli esperienze popolari di Resistenza (dai teatri di guerra del Medio Oriente di Iraq, Afghanistan, PalestinaPalestina, etc ai fronti di lotta e resistenza antimperialista in America Latina) che possono essere per noi esempio vivo di lotta: dobbiamo uscire dal provincialismo del “magari lì è anche possibile, ma qui...” perché la storia ha dimostrato che è possibile anche qui! Ed è allora proprio l’Università il luogo di produzione e condivisione della cultura: lasciamo le aule senza dialogo e i tempi folli dell’esamificio e riprendiamoci la parola, la coscienza, la storia!Laurea
Ricordiamo e attiviamo il nostro passato, costruiamo il nostro futuro di uomini di coscienza, di lotta e di lavoro! La Resistenza ci lascia un’eredità di inestimabile valore: la libertà come partecipazione.
E’ una libertà di cultura, di gramsciazione, di rivolta e sovversione contro uno stato di cose profondamente ingiusto e drammaticamente violento. È condivisione, solidarietà, lotta per la costruzione di un "nuovo umanesimo", per dirla con Gramsci. Per questo abbiamo voluto dar vita ad un momento di dibattito pubblico ricordando un grande uomo e partigiano come giovanni pesceGiovanni Pesce e con lui sua moglie Nori Brambilla, che misero il loro pensiero e la loro azione al servizio della libertà e della giustizia sociale, combattendo l’oppressione razziale, politica, economica, le barbariche ideologie di sterminio e di morte del nazifascismo e ridando all’Italia una nuova vita. Di questa lunga storia, starà a noi raccogliere e continuare la sfida, la lotta.
Resistenza Universitaria, Collettivo A Pugno Chiuso, Collettivo R-Evoluzione, Collettivo di Ingegneria, Collettivo Villa Mirafiori in Mobilitazione
martedì, 08 aprile 2008

(In)utilmente al voto?

Il 13 e 14 aprile è prevista la spartizione delle spoglie di ciò che resta di un paese straziato, mutilato ed incarognito da 15 anni di governi che hanno applicato con cipiglio selvaggio le ricette avvelenate dello sfruttamento  neoliberista. Tutti gli schieramenti sono in cerca di legittimazione e di voti.

Ne ha bisogno la destra del PdL, che è consapevole della grande opportunità di poter tornare a governare per continuare gli scempiMi alzo e me ne vado! Si vergogni! che fino al 2006 aveva deliberatamente compiuto in tutti i campi, sociale, economico, politico ed istituzionale; ne ha bisogno il PD, nuovo soggetto interclassista del centro, che è consapevole della sua capacità di offrire nient’altro che un’immagine nuova rispetto al PdL, senza sottrarsi alle pressioni del capitalismo nostrano. Ne va in cerca l’UDCcasini papalina per riprendersi un posto centrale e al sole, e come lei la Sinistra Arcobaleno, priva di un progetto politico che non sia quello di non sparire dal parlamento. L’appello al voto di coalizione delle ultime elezioni cede oggi il passo alla ruffianeria del voto utile (votare PD per sconfiggere BerlusconiAnche i ricchi e i potenti soffrono e viceversa) o alla disperazione del richiamo del voto necessario ed identitario per una lista od partito che riflettano il più possibile inclinazioni e frammenti di opzioni etiche, ideologiche, religiose, localiste,  che catturino le allodole. Intanto stanno come gli avvoltoi le confederazioni padronali, inserendo loro rappresentanti in tutti e due i maggiori schieramenti, mentre le burocrazie di comitati_d_affariCgil-Cisl-Uil balbettano “PD, amico mio”, delegando ormai solo alla politica la ricerca di soluzioni compatibili  e espropriando i lavoratori di ogni voce in capitolo.  Ma questa volta non è più in gioco l’argine a Berlusconiberlusconi-12 e nemmeno lo scongiurare l’instaurarsi di un regime clerical-fascista, bensì l’affermarsi “bipartisan” di un blocco di potere di affaristi, caimani, tecnocrati di Stato e sfruttatori che hanno il solo scopo di vampirizzare l’intero tessuto sociale italiano. Tutte le leggi finanziarieVauro su evasione fiscale dal 1994 in poi sono lì a dimostrarlo, la stragrande maggioranza dei contratti di lavoro e gli accordi di partneriato in nulla hanno contrastato l’inarrestabile impoverimento della classe lavoratrice e la depredazione di servizi sociali e dell’ambiente. Non ci interessa dare patenti di  qualunquismo o considerare rivoluzionari coloro che decideranno di non votare per una critica radicale al sistema parlamentare o per la somiglianza tra i 2 maggiori schieramenti, né dare degli illusi a quelli che decideranno nonostante tutto  di esercitare il diritto di voto.

Quello che ci interessa è che il 13 e 14 aprile non siano la consacrazione finale di un modo di intendere la politica che affermi la supremazia del “palazzo”Io sono il signore dio tuo sulla società, la decisività dei giochi parlamentari sui conflitti sociali, le ragioni della mediazione inter-partitica sulle pressioni e sui movimenti dal basso della società. Il combinarsi di una legge elettorale garantista per vinti e vincitori e la tattica ricombinatoria del PD costringono ad una corsa centripeta verso il parlamento e verso il rafforzamento del potere esecutivo che ha il solo scopo di ridurre spazi ed inibire quei movimenti che possono ancora esprimere conflittualità sociale dal basso.

E che - per capacità di auto-organizzazione ed autogestione - possono rendersi protagonisti di incisive lotte_sindacalilotte anticapitaliste, operaie e sindacali, ecologiste ed ambientali, pacifiste ed antimilitariste, dei migranti e contro la repressione dello Stato, femministe e laiche ed anticlericali. Se da un lato oggi il compito urgente è quello di smascherare i disvalori del neoliberismo (l’individualismo, la competizione, l’arroganza, la corruzione, l’ignoranza, l’ingiustizia, la deregolamentazione della vita civile, la precarizzazione delle vite individuali...) che albergano nel PD come nel PdL, dall’altro è tutto da  rinnovare e praticare il valore della libertà nella solidarietà, nella difesa e nella pratica degli spazi di organizzazione, nella rivendicazione e tutela dei diritti individuali e collettivi delle persone, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei e delle migrantimigranti. Questi movimenti e queste lotte continuano ad avere  davanti a sé un futuro? Siamo certi di sì, se non si cadrà nell’illusione che le elezioni sono l’unica occasione di mutamento strutturale; siamo certi di sì, se avremo sedimentato la consapevolezza che il neoliberismo capitalista dei nostri tempi ha sempre uno Stato ed un governo su cui scommettere. Questa è la nostra opzione: lavorare per la capacità politica di esprimere auto-organizzazione e conflitto da parte di tutti i soggetti interessati ad un mutamento radicale della società in senso autogestionario ed egualitario.

 Noi, con il nostro modo caratteristico di far politica, dal basso e collettivo, assembleare ed autogestito, comunista ed anarchico, porteremo avanti il nostro impegno prima e dopo il 13-14 aprile, affinché viva, si organizzi e lotti la più vasta opposizione sociale ed in movimento per l’alternativa comunista e libertaria.

IL VERO VOTO UTILE E’ QUELLO CHE FAI QUANDO ORGANIZZI ED AUTOGESTISCI LE LOTTE PER I TUOI resistereDIRITTI INSIEME AGLI ALTRI

IL VERO VOTO NECESSARIO E’ QUELLO CHE FAI QUANDO COMBATTI COLLETTIVAMENTE PER FERMARE LA DESTRA ED IL NEOLIBERISMO, IL CLERICALISMO E LO SFRUTTAMENTO

IL VERO VOTO INUTILE E’ QUELLO CHE DAI ALLE BUROCRAZIE PARLAMENTARI DELLO STATO  E DELLA FINANZA

NON RINUNCIARE AI TUOI DIRITTI, NON DELEGARE IL TUO FUTURO LOTTA PER L’AUTOGESTIONE E LA REDISTRIBUZIONE DELLE RICCHEZZE OGGI

Federazione dei Comunisti Anarchici

www.fdca.it

sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
venerdì, 28 marzo 2008

Prosegue il mio curioso e instancabile viaggio nel "fatidico" 1968.

Un'escursione virtuale già intrapresa in un precedente post, provando ad esplorare e far conoscere un anno formidabile che è durato all'incirca un decennio ed ha cambiato in modo radicale la vita e il costume (ma non l'organizzazione politico-economica) della nostra società negli ultimi 40 anni. Mi sono messo alla ricerca dei protagonisti e delle gesta che hanno segnato la poderosa rivolta di un'intera generazione. Per caso mi sono imbattuto in una simpatica e singolare testimonianza, offerta da un noto attore "comico".

Si chiama Claudio Bisio. Pubblico qui un suo interessante contributo che si inserisce nell'assurda disputa mediaticabrunovespa che si sta consumando in questo periodo. Un falso dibattito intriso di rievocazioni mistiche e celebrazioni retoriche, menzogne e mistificazioni, criminalizzazioni e distorsioni, banalità e idiozie, ripensamenti e pentimenti, ipocrisie e perversioni... Claudio Bisio ci consegna un punto di vista senza dubbio originale che suggerisce una visione ironica e inconsueta del '68, di un movimento vissuto ed osservato attraverso un'angolatura che si potrebbe definire "minimalista", ma non lo è. Almeno non in senso letterale. Buona lettura.

Quando Avevo I Capelli Lunghi

di Claudio Bisio

Iniziamo col dire che avevo undici anni. Nel ’68, intendo.

Sono del ’57: 68 meno 57 fa 11. Tanto per far vedere che la matematica la so, anche se ho fatto il liceo (scientifico per altro) nei fatidici anni ‘70 e le scuole più che frequentarle le ho occupate, come scrisse un noto critico. Undici anni quindi, l’età attuale di mia figlia anche se, sto facendo ora i conti, lei frequenta la prima media, mentre io alla sua età ero già ben inserito in seconda, essendo andato a scuola a cinque anni. Mia madre, maestra elementare, sosteneva che a quattro anni sapevo già leggere e scrivere e all’asilo mi annoiavo. Come dubitare del giudizio di una mamma? Maestra elementare, per giunta.

Quindi elementari, private ovviamente, per via di quei cinque anni non omologabili in una scuola pubblica (solo la Moratti da ministra dell’istruzione sancirà il contrario). E per di più dalle suore, per motivi più topografici che fideistici essendo l’Istituto delle Madri Pie nello stesso isolato di casa mia. Tutto casa-scuola e catechismo, allora? Non esattamente.

Ho imparato “Bandiera rossa dalle suore. Cantare “Avanti popolo alla riscossa” dalle ultime file del pullman che ci stava portando a visitare l’Abbazia di Chiaravalle in presenza della Madre Superiora è stato per me il primo chiaro segno di ribellione. E siamo ancora nel 1965.

 Ma ecco esplodere la primavera del 1968, che mi vede in seconda media, ma con “Bandiera rossa” già ben salda nella mia playlist personale che conteneva anche Battisti e i Corvi, Drupi e i Giganti che ben presto sarebbero però stati sostituiti da Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini e alcuni Canti delle Mondine.

Per me furono galeotti gli echi del Maggio francese e una professoressa di italiano col figlio al liceo Parini che ci aggiornava quotidianamente sullo “scandalo” della “Zanzara”, un giornalino scolastico che si era permesso di pubblicare un’inchiesta sul sesso tra i giovani.

E un compagno di classe ripetente, quindi notevolmente più grande di me, che mi regalò il libretto rosso di Mao tse tung (che con gli anni non perderà solo carisma e smalto, ma pure il nome… tuttora non posso leggere “Maozedong” senza avere un brivido che mi corre lungo la schiena) e mi invitò un sabato pomeriggio all’Università Statale di via Festa del Perdono ad ascoltare il comizio di un certo Mario Capanna che arringava le masse (così si diceva allora, masse popolari) sulla guerra in Vietnam.

Ebbene sì, la prima volta che ho messo piede in una università è stato per ascoltare Capanna, lo ammetto. Ma il punto di non ritorno del mio definirmi “impegnato” e “alternativo” è stato quando fui espulso per avere i capelli troppo lunghi.

Lo so, oggi pensando al mio cranio implume fa ridere, ma è andata veramente così. Un regolamento di istituto redatto da un preside fascistoide prevedeva che i ragazzi dovessero portare la sfumatura alta (il ciuffo lungo sulla fronte era permesso, ma dietro la nuca no, si doveva essere ben rasati), le ragazze dovessero avere le gonne sempre sotto il ginocchio e nessuna coppia di studenti doveva farsi vedere dentro le mura scolastiche mano nella mano.

Quest’ultimo non era un divieto legato a motivi di decoro sessuale. Era piuttosto indirizzato alle ragazzine che erano solite viaggiare con i libri sottobraccio (di zainetti neanche l’ombra) e la mano ben stretta in quella dell’amichetta del cuore. Strano divieto comunque. Non potersi dare la mano nel corridoio durante l’intervallo. Noi la interpretammo subito come una paura da parte del “potere” di vedere i giovani fraternizzare troppo.

Divide et impera, insomma. Più avrebbe vinto l’individualismo tra i ragazzi e più sarebbe stato sconfitto il collettivismo tra i futuri adulti. Analisi molto spicciola, quasi banale. Ma a ripensarci forse conteneva qualche verità.

Anni dopo scrissi un libro il cui titolo fu poco capito da chiunque, editore compreso, ed era: “Prima comunella, poi comunismo”. Ecco, forse era davvero così, non ci permettevano di fare comunella per paura del comunismoComunque io mi beccai i miei bei tre giorni di sospensione con conseguente sette in condotta nella pagella successiva per aver trascurato il barbiere.

Questo è il mio ricordo sul 1968 propriamente detto, ma quando si parla dipiazza_fontana Movimento del ‘68, spesso si parla del ‘69, dell’autunno caldo, di Piazza Fontana e degli anni seguenti e allora lì i ricordi si fanno più vivi, partecipati. Non più medie inferiori, ma liceo. Il mitico (almeno per me) liceo scientifico “Luigi Cremona”, di Milano ovviamente, zona Affori-Bovisa-Comasina, pochi fighetti tanto per capirci. Il mio primo approccio alla vita pubblica, la mia prima identificazione politica, è stata l’anarchia. “Ma è un’utopia!” ci obbiettavano quasi tutti... “Ma è proprio quello il suo bello” pensavo io.

Mi ricordavo le parole di Jim Morrison: “Non accontentarti dell’orizzonte, cerca l’infinito”. Chi non ha utopie non ha sogni, chi non ha sogni non vive, sopravvive, pensavo. Di realpolitik si può anche morire, lentamente per giunta. E per un giovane, ultima citazione lo giuro, è meglio bruciare subito che spegnersi lentamente.

Detto, fatto. Contatto uno dei pochi anarchici della scuola che vestiva anche da anarchico... in mezzo a tanti eskimo e anfibi, lui girava con un mantello nero, la barba lunga e un cappello a larga tesa. Nero, ovviamente. Pareva di essere nell’Ottocento (quel ragazzo, tra l’altro, diventerà un ottimo insegnante steineriano e alcuni decenni dopo avrà tra i suoi alunni un certo Luigi Berlusconi. Casualità? Sfortuna? Nemesi storica?).

Ci vedete una mattina poco dopo l’alba, io e lui volantinare davanti alla Face Standard ad operaimetalmeccanici che nel freddo del mattino invernale ci guardano a dir poco perplessi? Questa scena, occorre ammetterlo, ha qualcosa che sta tra il romantico e il ridicolo. Io allora vidi più il ridicolo del romantico e mi concentrai quindi sulla scuola, la mia scuola, con i “piccoli” problemi del caro libri, dei contenuti nozionistici, dei programmi scollati dalla bruciante attualità.

Beh, non ho mai studiato tanto in vita mia come in quegli anni di liceo dove, durante le occupazioni, si organizzavano gruppi di studio, lavori interdisciplinari... Eravamo persino riusciti a don milanirivoluzionare prossemicamente la classe: non più file di banchi per due che guardavano il prof ma banchi disposti a ferro di cavallo, per vederci tutti in faccia e, se si lavorava in gruppo, uniti a gruppi di quattro. Eravamo anche così poco formali o schematici che quando intuimmo che un certo insegnante di religione, il plurilaureato Don Gualberto Gualerni tanto per non fare nomi, teneva dei corsi monografici di economia tra le due guerre in un’altra sezione ottimizzando al massimo la sua miserella ora settimanale, non esitammo a bigiare alcune noiose e inutili lezioni della nostra classe per seguire a bocca aperta le sue indimenticabili lezioni.

E pensare che tutto questo è accaduto negli anni Settanta, che saranno poi chiamati anni di piombo (purtroppo giustamente a causa di ultraminoranze assurdamente e inutilmente violente ed eversive). Per me invece, sono stati gli anni della cultura, dello studio, del confronto, dell’impegno senza maiuscole o virgolette. Durante un’occupazione riuscii a portare Dario Fo in aula magna a tenerci una lezione su Cielo d’Alcamo e la sua Rosa fresca aulentissima che praticamente fu un’anteprima di Mistero Buffo (gratis per giunta).

Ecco, per me il Nobel se l’è meritato fin da quella mattina, davanti a seicento studenti prima rumorosi e scettici, poi sempre più attenti, divertiti e interessati. Anni dopo (pochi per altro) ebbi l’occasione, e la fortuna, di assistere a prove aperte di suoi spettacoli invitato assieme ai Comitati Unitari di Base di cui facevo parte: Morte accidentale di un anarchico, Storia di una tigre e altre storie, Morte e resurrezione di un pupazzo... ed è stato lì che ho deciso che avrei provato a cimentarmi con quell’arte.

Quarant’anni dopo sono ancora qui, a lottare per un senso, un senso delle cose che si fanno del perché le si fa, del come le si fa. E quel senso altro non può essere se non, di volta in volta: la bellezza, l’amore, la poesia, l’armonia.utopia Tutte utopie, non meno irraggiungibili dell’anarchia. “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela”. Tanto per citare anche Oscar Wilde e smentirmi ancora una volta...

Fonte: www.claudiobisio.it

sabato, 09 febbraio 2008

40 anni fa il Sessantotto: celebrazione o censura?

Fu in un'università degli Stati Uniti, a Berkeley in California, che ebbe inizio la contestazione giovanile, una sorta di virus destinato presto a diffondersi in tutto il mondo. La protesta investì i valori di una società individualista e conformista, negando la presunta neutralità della scienza e delle istituzioni sociali; si rifiutò la repressione e l'autoritarismo delle vecchie generazioni in nome di un mondo più libero. In diversi fenomeni si manifestò la dimensione più politica della rivolta: nell'impegno contro la guerra e l'imperialismo americano nel Vietnam_napalm_19721Vietnam e nel formarsi di un movimento pacifista internazionale; nel sorgere del movimento femminista che mise in discussione valori millenari; nella contestazione al totalitarismo sovietico con l'esperienza della primavera di Praga di Alexander Dubcek e la definizione di un "socialismo dal volto umano", appoggiato ed esaltato per altro anche dai comunisti italiani che solidarizzarono con la ribellione del popolo cecoslovacco soffocata dai carri armati inviati da Mosca; infine, nel Maggio francese e nel sogno di un'unione ideale con il movimento operaio di quel mezzo milione di studenti che sfilarono per le strade di Parigi.

Gli studenti non si scagliavano solo contro l'industria del sapere, la loro era una contestazione globale che mise insieme classi, ceti, investì la morale e i rapporti umani, sovvertì un modello culturale, sconvolse un costume, rifiutando in toto uno stile di vita; nella loro lotta i giovani arrivano subito a comprendere il nesso tra l'alienazione della propria condizione e un assetto di potere che sempre più restringeva lo spazio di realizzazione dell'uomo.

Questo bisogno di cambiamento, che investì sia l'immagine che la sostanza, prenderà piede in tutti i paesi industrializzati dell'Occidente; i giovani e le loro avanguardie (cioè gli studenti), figli di una società che stentava a mutare, pecorellarinnegavano le stesse cose, il loro era un "No" senza compromessi ad una vita vista come ingessata e bigotta, ad un futuro disegnato su valori ben lontani dall'appagare le aspirazioni di un ventenne, un mondo, insomma, nel quale non si riconoscevano affatto. L'Italia viveva in una democrazia che aveva messo forti radici nella coscienza popolare, il paese però non riusciva, nei suoi ambiti più conservatori, a capire la complessità della società in cui viveva, le pulsioni che essa creava, il nuovo che stava avanzando, e sperimenterà sulla propria pelle un lungo decennio di violenze, drammatico risultato - appunto - dello scontro frontale di due mondi troppo diversi tra di loro. In molti cercando di trovare un'origine, magari imprecisata e lontana, alla violenza che caratterizzerà gli anni '70, guarderanno a quel grande magma che fu il 1968. A far esplodere quel magma, tra le altre cose, contribuì un libro, L'Uomo ha una dimensione scritto da Herbert Marcuse, al tempo professore di filosofia all'Università di San Diego (California), un insieme di pensieri, bisogni, rivalse già latenti nei giovani di quegli anni.

Herbert Marcuse (1898 - 1979)

In un'intervista televisiva Marcuse, divenuto ideologo del primo Sessantotto (di quello cioè non ancora egemonizzato dall'ideologia) affermava tra le altre cose: Tempi moderni«...esistono in questa società molte cose che io non vorrei respingere del tutto [...] quello che però rifiuto nel modo più completo è il modo in cui questa società è organizzata, il modo in cui essa sperperaBambino africano ed abusa delle proprie risorse, il modo in cui accresce la ricchezza di una parte della popolazione e allo stesso tempo non si preoccupa di fare praticamente niente contro la cruda povertà esistente in vaste aree del pianeta...». In breve nacque il ma-ma-maismo, un'ideologia composita derivata dalla triade Marx-Mao-Marcuse ed eletta dai sessantottini a nuovo vangelo, anche se in realtà - ma il discorso ci porterebbe assai lontano - il pensiero del professore di origine tedesca ben poco aveva a che spartire con i profeti del Comunismo; rimane comunque il fatto che, inconsapevoli di questo pasticcio, i giovani accettarono il tutto senza approfondire troppo. Anche il Libretto Rosso di Mao-Tze-Tung del 1964 ebbe grande successo: diffuso in milioni di copie il testo di Mao fece il giro delle università occidentali; il Maoismo è per molti una provocazione radicale, il leader della Grande Marcia invitava infatti a far fuoco sul quartier generale, cioè sul potere, ribadendo un concetto di fondo: ribellarsi è giusto. È facile comprendere come in quel terreno fecondo del bisogno di menare le mani e su quel istintivo rifiuto di una società fondata principalmente sul denaro, i giovani del '68 furono fortemente attratti dalla prospettiva della lotta di classe. quarto statoPer abbattere il vecchio mondo e costruire un futuro migliore, specialmente in Italia, si fece ricorso ad uno strumento ottocentesco - che secondo la logica imperante era quantomeno arcaico - come il Marxismo-Leninismo, seppure in versione aggiornata, corretta e aggiustata.

Martin Luther King

A livello internazionale in questo periodo è un susseguirsi di notizie clamorose: vennero assassinati Bob Kennedy e Martin Luther King, proseguiva la rivoluzione culturale in Cina, la guerriglia in America Latina, poi c'era quella guerra nel Vietnam che a molti appariva smaccatamente imperialistica.

Nacquero dunque nuovi miti: quello della resistenza vietnamita, del popolo palestinese e del suo leader Arafat e soprattutto della figura di Ernesto "Che" Guevara, che prima di morire lanciò lo slogan "Crea 2, 3, 1000 Vietnam". Il grido risuonerà a lungo nelle piazze di tutto l'Occidente, e specialmente in Europa, avamposto ideologico della protesta. Gli studenti della Sorbona di Parigi innescarono una rivolta che coinvolse le grandi fabbriche della Renault e della Citroen, nacquero slogan che segneranno un'epoca: «Non è che l'inizio, la lotta continua», «Siate ragionevoli, chiedete l'impossibile», tutti volevano la fantasia al potere. Per capire fino in fondo quale e quanto fosse il coinvolgimento dei giovani del '68 nelle loro lotte, riporto una frase estrapolata da un intervento tenuto in una delle mille assemblee alla "Statale" di Milano, è un intervento di un ragazzo qualunque, uno dei tanti che si alternavano al microfono: «...stiamo combinando qualcosa di grosso [...] le nostre lotte sono il segmento di un risveglio che è mondiale, che unisce noi alla Francia, alla Germania, al Giappone, all'Indocina, all'America Latina [...] forse qui comincia la svolta di un'epoca...».

Nel nostro paese la protesta studentesca trovò terreno fertile in un reale disagio, le università non erano attrezzate per far fronte alle nuove necessità: in primo luogo c'era un fortissimo aumento delle iscrizioni, per giunta non erano cambiati gli indirizzi di studio, i metodi di insegnamento, le normative che regolano la partecipazione degli studenti alla vita universitaria.

I disordini non scoppiarono all'improvviso, cominciarono già nel 1963, quando quasi tutte le facoltà di architettura vennero occupate dagli studenti ed ebbero poi un primo seguito nel '66 a Trento. Quella dell'ateneo trentino è una storia del tutto particolare, vuoi perché era stato fondato nel '62 per volontà esplicita della Democrazia Cristiana con il fine di creare una fucina di quadri dirigenziali sul modello USA, vuoi perché da lì emergeranno figure importanti come Renato Curcio, Margherita Cagol, Mauro Rostagno, Marco Boato.

I motivi delle occupazioni di università ed istituti durante il '67 ed il '68 erano sempre di natura interna all'università stessa: la delusione per il disegno di legge n° 2314, che prevedeva una riforma del sistema universitario assai blanda ed opinabile, un aumento delle tasse all'Università cattolica di Milano e a quella di Scienze sociali a Trento.

Dello stesso tipo erano le rivendicazioni fatte più in generale dagli studenti: riforma della didattica, riduzione del numero degli esami, più discussione e dialogo al posto di un mero indottrinamento, ecc.

Sempre a Trento all'inizio dell'anno accademico '67-'68 l'università venne trasformata dagli studenti in "Università Negativa", dove in un clima di incredibile entusiasmo gli studenti, in piena autogestione, stabilirono nuovi metodi di studio e contenuti.don-milani «...l'Università trasmette soltanto quella particolare ideologia della classe dominante, formando ingegneri sociali privi di capacità critica e passivi a qualsiasi lotta per la radicale trasformazione dell'attuale struttura sociale [...] dopo la ricostruzione del dopoguerra ed il boom economico, che non ha fatto altro che arricchire i gruppi capitalistici italiani, si sta aprendo un'altra fase di capitalismo bieco e reazionario ove il potere industriale tende ad estendere il proprio controllo rigido ed autoritario dalla fabbrica a tutti i meccanismi di sviluppo e sugli strati sociali subalterni e sfruttati [...] formuliamo come ipotesi generale che vi sia la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema attraverso nuove forme di lotta di classe [...] questo è un movimento pre-rivoluzionario».

Ciò è quanto si legge in un documento dei giovani studenti trentini, gruppo che per i suoi aspetti più radicali ed anticipatori rimane esemplare per tutto il movimento studentesco italiano. In pochi mesi la contestazione uscì dalle aule universitarie e dilagò; nelle fabbriche crebbe la voglia di contestare una crescita che aveva si trasformato il paese migliorandone sensibilmente le generali condizioni di vita ma che non era riuscita a coinvolgere tutta la società della quale aveva semmai contribuito ad emarginare gli strati più deboli. Il 1° Marzo 1968 a Roma nei giardini di Valle Giulia accadde poi qualcosa di inaspettato e durissimo: studenti e forze dell'ordine dettero vita ad uno scontro senza precedenti; per la prima volta, in quel periodo costellato di occupazioni e sgomberi, i primi risposero facendo uso di violenza organizzata. Per molti era la dimostrazione delle reali possibilità rivoluzionarie del movimento.

Da quel momento i moti di piazza non furono più gli stessi, l'atteggiamento di chi andava in corteo cambiò, cambiarono i cori, gli striscioni, fecero la loro apparizione i servizi d'ordine armati e ben addestrati.

Da allora la violenza divenne una compagna di viaggio sempre più fedele della protesta; «Il sistema non si cambia, si abbatte!!», «Fascisti e Borghesi, ancora pochi mesi» questi alcuni dei nuovi motivi cantati dai cortei, scritti sui muri delle città, e di pari passo aumentò la gravità degli scontri di piazza, scontri che giunsero al culmine qualche anno dopo, «...quel 12 Marzo del '77, quando a Roma dalle 18 alle 22 si sparò, come nel Far West».

Non può sfuggire ad un osservatore attento quella che è stata la particolarità del '68 nel nostro paese. In Italia, al contrario di tutti gli altri paesi dove si sviluppò, questo periodo di fervore rivoluzionario non durò 1 o 2 anni ma almeno 10; molti sono infatti gli autori che lo fanno terminare nel 1978, e più precisamente con il ritrovamento del cadavere dell'On. aldo moroAldo Moro, assassinato dalle Brigate_RosseBrigate Rosse. Ad incoraggiare il prolungamento di questa stagione di rivolte provvidero anche il Governo e la polizia italiana, la cui reazione fu di gran lunga meno dura di quanto fecero i parigrado in tutti gli altri paesi del mondo occidentale. Ad esempio in Francia, durante il "mitico Maggio" gli studenti occuparono strade e piazze, innalzarono barricate, incendiarono macchine, negli scontri vi furono 123 feriti tra i poliziotti e 1500 tra i civili.

Ma quando De Gaulle decise che era venuto il momento di ripristinare l'ordine («La carnevalata è finita», disse) a Parigi arrivarono i carri armati, il Parlamento venne sciolto ed indette nuove elezioni, 11 organizzazioni politiche vennero poste fuori legge, il tutto senza che i partiti di sinistra reagissero in modo significativo. Per i Francesi il '68 durò in pratica poco più di 30 giorni.

Non durò molto di più in Germania o in Spagna, dove venne dichiarato lo stato di emergenza, o in Messico, dove la polizia aprì il fuoco con le mitragliatrici su 10.000 studenti che manifestavano, o ancora in Giappone, dove la polizia fece 700 arresti solo sgomberando l'università di Tokyo occupata. In Italia invece la protesta durò più di 10 anni. Quello che intendo dire, all'interno di un quadro assai più ampio che non mancherò di sviluppare, è che non mi risulta difficile ipotizzare che la scelta di far lasciar fare il Movimento più di quanto fosse lecito aspettarsi (vedi l'esempio degli altri paesi), sia da inserirsi - magari solo marginalmente - all'interno della c.d. Strategia della tensione, sebbene condivida anche le tesi sostenute da Tony Negritonynegri quando afferma che, a differenza di altri stati, nel nostro paese la spinta alla ribellione nacque in una società che era in condizioni oggettivamente più arretrate, e per questa ragione essa ebbe una vita assai più duratura. Sta di fatto che una volta incanalata sui binari del Marxismo-Leninismo o del Maoismo, la protesta non poteva che diventare aggressiva e violenta, ed è verso quei lidi che la nave del '68 fu spinta. Riferimento è da farsi obbligatoriamente anche a due avvenimenti cruciali di quel periodo: la strage di piazza_fontanaPiazza Fontana e la strana morte dell'anarchico Pinelli. Al fine di far "quadrare il cerchio", sono poi di fondamentale importanza alcune nozioni chiave: la prima riguarda il fatto che, come affermato dal generale Niccolò Bozzo (già stretto collaboratore del generale Dalla Chiesa) «Ufficiali e sottufficiali dei carabinieri si erano iscritti in tutte le università considerate a rischio: a Roma, Torino, Milano, Padova, Trento, Pisa, Genova [...] i carabinieri si comportavano come normali studenti [...] alcuni di loro sono arrivati perfino a laurearsi [...] un lavoro di infiltrazione più congeniale ai servizi segreti, ma che Dalla Chiesa conduceva anche in proprio».

Seconda questione da considerare è che già nell'estate 1967 la CIA aveva promosso la "Operazione Chaos" per contrastare il movimento non violento e pacifista americano che si batteva per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam.

Quindi aveva deciso di estenderla su scala internazionale, in particolare in Europa, per contrastare anche il movimento studentesco-giovanile del vecchio continente, inquinandone gli assunti antiautoritari e non violenti.

L'operazione consisteva anche nell'infiltrazione, a scopo di provocazione, nei gruppi di estrema sinistra extraparlamentare (anarchici, trotzkisti, marxisti-leninisti, operaisti, maoisti, castristi) in Italia, Francia, Germania Occidentale con l'obiettivo di accrescerne la pericolosità inducendo ad esasperare le tensioni politico-sociali con azioni aggressive, così da determinare un rifiuto dell'ideologia comunista e favorire spostamenti "a destra" (secondo la logica di "destabilizzare per stabilizzare" ).

In tale direzione - dunque una conferma di quanto detto - va anche un rapporto dedicato alla contestazione studentesca datato Febbraio 1971 e redatto in forma riservata proprio nell'ambito della "Operazione Chaos" dall'Ufficio Affari riservati del Viminale: «almeno all'origine si deve rilevare la spinta di qualche servizio segreto americano [alludendo alla CIA] che ha finanziato elementi estremisti in campo studentesco».

A questo punto ci domandiamo se il ’68 è un qualcosa da celebrare o da censurare. Stando all’attuale visione politica italiana, dovrebbe essere uno scheletro nell’armadio della cosiddetta cosa_rossasinistra che, tranne rare eccezioni, farebbe volentieri a meno di avere una così pesante eredità (ma anche Cuba lo è!). Però, c’è una base di compagni coerenti che, proprio grazie all’effervescenza di quel periodo, prese coscienza di cosa significasse lottare e ribellarsi con la consapevolezza di instradare i singoli sforzi in un movimento comune fatto di alleanze pur nella diversità di idee. peppino impastatoNon pensiamo che ci si debba vergognare di esserci ad un certo punto svegliati dal torpore borghese e, anche se non sempre in modo idoneo, si è lottato per un ideale di giustizia sociale e solidale che ha intessuto, con il trascorrere del tempo, nuovi criteri di lotta politica. Se un bel giorno abbiamo visto la luce e se ancora coltiviamo speranze per una esistenza migliore, lo dobbiamo a quelle centinaia di migliaia di giovani che hanno dismesso i panni dei bamboccioni per vestire quelli della lotta popolare scendendo nelle piazze ed urlandolo forte.

CE N'EST QU'UN DÉBUT, CONTINUON LE COMBAT!

Fonte: www.siporcuba.it

***

UNA BREVE POSTILLA

Con questo articolo, tratto dal sito web SiporCuba, vorrei avviare una serie di post dedicati alla memoria e (soprattutto) alla riflessione sul Sessantotto in Italia e nel mondo.

Intendo proporre vari interventi (anche d'autore) per approfondire e sviscerare in maniera appropriata l'argomento, che è assai vasto e complesso, per cui merita un'adeguata opera di indagine e di ricostruzione storica.

Personalmente non condivido in pieno il contenuto dell'articolo appena postato, così come potrà accadere in seguito nel caso di altri pezzi che proporrò nei prossimi mesi dell'anno in corso, un anno di carattere "celebrativo", a dimostrazione della non-faziosità e della buona fede delle mie intenzioni e delle mie posizioni.

L'approccio sarà dunque di tipo storico-analitico, senza limitarmi a commemorare o rievocare superficialmente gli eventi e i protagonisti,don milani per poi mitizzarli o esaltarli acriticamente, bensì cercando di scandagliare, investigare e (ri)scoprire la verità storica. Epurandola dalle incrostazioni e dalle mistificazioni strumentali che si sono sedimentate nel tempo, in quanto frutto di ripetuti inganni e menzogne di origine ideologico-borghese. Provando a riesumare la verità dei fatti, sepolta sotto  cumuli di falsità ed imposture, per rinnovare le speranze e le attese di riscatto e di cambiamento sociale per l'avvenire delle giovani generazioni.  

domenica, 06 gennaio 2008
Leggendo le parole di profonda e (visto il suo nome battesimale) sincera amarezza pronunciate dalla senatrice Franca Rame, la quale minaccia di dimettersi dal suo incarico istituzionale per ri-affermare (un pò in ritardo, forse) la propria coerenza ed onestà morale, intellettuale e politica, sorge spontaneo un interrogativo: ma davvero queste anime candide e pie pensavano di cambiare l'apparato del potere vigente, operando al suo interno, come si suol dire?
Ma bisogna coltivare un'ingenuità sconfinata per illudersi fino a tal punto! Infatti, oltre a Franca Rame altri parlamentari (ossia Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto, Fernando Rossi, l'ex disobbediente Francesco Caruso,caruso Willer Bordon, Mauro Bulgarelli) hanno ammesso di essere delusi dal governo e perciò negheranno il loro voto favorevole al premier. Comunque, ne è occorso di tempo per prendere finalmente atto di una verità talmente evidente da far impallidire lo stesso Monsieur De Lapalisse, almeno per chi già molto prima della vittoria elettorale dell’Unione aveva previsto quanto sarebbe accaduto. Non grazie a straordinarie virtù profetiche, ma semplicemente perchè tutti i segnali e le vicende antecedenti lasciavano presagire il delinearsi di una condizione di inevitabile debolezza e subalternità della "sinistra" rispetto ai settori più retrivi e moderati della compagine governativa, ossia agli interessi predominanti di un coacervo di poteri parassitari formati da settori industrialdecotti, bancarottieri e speculatori finanziari, coalizzati con le forze più avide, egoiste e pericolose del sistema politico-economico italiano.
Tuttavia, ancorché rinsavite, tali anime "resipiscenti" (di "sinistri" piuttosto "tardoni") dovrebbero pur decidersi: o fanno i poeti o fanno i politici. Le due cose sono purtroppo incompatibili, almeno nell'attuale sistema politico in cui la passione e gli ideali (a maggior ragione la sensibilità poetica, se c'è) sono divorati dal cinismo più sfrenato, dall'opportunismo e dal carrierismo più spregiudicato.

Persino dal punto di vista democratico-borghese, tale realtà è assunta come un assioma di un'evidenza inoppugnabile. E' ormai sempre più tangibile il processo di corruzione e degenerazione del concetto e dell'assetto della democrazia liberal-borghese nel nostro paese.

La democrazia dovrebbe essere soprattutto partecipazione popolare ai processi decisionali, mediante l'esercizio del voto e il ricorso ad altri canali di controllo, di espressione e di opposizione (se ci sono e se funzionano!), ma è anche possibilità di un'alternativa e di una trasformazione concreta del potere e della società, che è il presupposto essenziale e indispensabile per costruire una società effettivamente libera e democratica, equa e progredita, cioé per superare i limiti e le contraddizioni reali, le iniquità e le sperequazioni materiali, che caratterizzano l'odierno assetto economico-politico e sociale borghese.

Questo è sempre stato uno dei traguardi più ambiziosi della sinistra democratica e progressista, quindi anche delle forze comuniste e antagoniste inclini alla lotta di classe per la fuoriuscita dall'attuale quadro storico dominato dal peggiore capitalismo bancario e finanziario.

Purtroppo, il principale problema della sinistra, intesa come sinistra di classe ed anticapitalista, è sempre stato costituito più dal nemico interno che da quello esterno, più dagli opportunisti e dai rinnegati che si annidano tra le sue fila, dai sedicenti "Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dilcompagni" infiltrati tra i suoi quadri dirigenti, che si impongono e si riproducono in modo stalinista e verticista, diciamo pure fascista, censurando, reprimendo e perseguitando chi tenta di esporsi e di lottare per l'affermazione delle giuste cause dei proletari e delle masse popolari oppresse e sfruttate nel mondo. Il vero nemico sono i falsi compagni, coloro che si appigliano ad un cavillo burocratico per impedire e soffocare la crescita e l'avanzamento di un movimento schierato dalla parte degli operai e dei lavoratori. Il vero nemico è chi parla di regole ma le applica rigorosamente solo agli altri, che in nome di un presunto diritto, lo esercita e lo avoca solo per sé, negandolo agli altri.Il camerata Fausto Bertinotti

Inoltre, la sinistra odierna non deve adoperarsi esclusivamente per i privilegi riservati agli abitanti della sua nazione, ma deve adottare altre priorità, ossia le esigenze prioritarie legate alla sopravvivenzacongo-2 quotidiana degli esseri umani che popolano l'intero pianeta e alla sopravvivenza del pianeta stesso e delle principali specie viventi che lo abitano. La sinistra, e chi professa di appartenervi, non è onesta fino in fondo se si preoccupa e s'ingegna solo al servizio degli interessi dei lavoratori italiani o europei (benché attualmente non assolva nemmeno tale ruolo), ad esempio  a vantaggio degli incrementi salariali destinati agli operai del nostro paese, dei diritti o delle franchigie degli impiegati statali, sul fronte delle liquidazioni, della previdenza sociale e della sanità pubblica, e via discorrendo, mentre nel mondo oltre 35.000 persone muoiono di Famefame ogni giorno, mentre oltre un miliardo di individui versa nello stato di povertà più estrema, mentre in vaste regioni dell'Africa si muore di malaria, di morbillo o altre malattie infettive (da noi totalmente debellate) che con pochi euro si possono guarire! Una vera forza di sinistra deve battersi per tali doveri prioritari e abbandonare gli interessi meschini ed egoistici di una società occidentale che in effetti è la causa principale dell'estrema povertà diffusa in tante parti Bambino africanodel mondo. Il compito storico dei proletari e dei rivoluzionari che vivono nelle società occidentali, che ogni giorno hanno colazione pranzo e cena assicurati, è quello di schierarsi dalla parte dei veri poveri e costringere le società più opulente e consumiste a condividere e redistribuire equamente le risorse planetarie, a non depredare le ricchezze altrui, per impostare una giustizia sociale globale.

Le sinistre del terzo millennio devono prodigarsi e lottare per un mondo più equo e "pulito", in senso sia ecologico che morale, per attuare progetti di solidarietà e di giustizia sociale su scala mondiale.

Se non si risolve a realizzare tali obiettivi indubbiamente rivoluzionari e destabilizzanti dal punto di vista delle ricche società occidentali, se non dimostra simili intenti e requisiti, la sinistra vale nulla, rinnega semplicemente se stessa, limitandosi a difendere e conservare solo le meschinità e le vanità personali inseguite da BassolinoMunnezzapoliticanti arrivisti e traffichini, da falsi proletari che in effetti invidiano i ricchi e si disinteressano altamente di coloro che, a poche ore di distanza con un semplice viaggio aereo, non sanno se giungeranno vivi al tramonto. Pertanto, l'ispirazione della sinistra deve aggiornarsi e rinnovarsi esattamente nella direzione finora auspicata. Ma anche su tale versante, purtroppo, l'attuale "sinistra", quella con ambizioni (anzi, sarebbe più appropriato dire "velleità") Bertinotti contestatodi governo, ha fallito rovinosamente, avendo tradito le speranze  e le aspettative di migliaia di veri ed onesti pacifisti, di attivisti impegnati in numerose vertenze in funzione antimperialista. Inoltre, rammento che la sinistra, quella autentica, la sinistra realmente rivoluzionaria, nacque con una vocazione storica profondamente internazionalista. Il celebre slogan formulato da Marx ed Engelsmarx_engels "Proletari di tutto il mondo, unitevi" presuppone e reclama esattamente il principio prima enunciato. Una vocazione terzomondista che occorre riscoprire e rilanciare se non si vuole affossare l'idea stessa, i valori peculiari e le prerogative storiche della Sinistra militante con la S maiuscola. Infine, la sinistra dovrebbe riscoprire e riaffermare con forza un altro argomento di grande attualità in tempi bui e tristi come quelli che viviamo, in cui si continua a morire tragicamente in fabbrica.infortuni_lavoro Mi riferisco all'analisi marxiana che rivela come il filo conduttore, l'elemento costante e ricorrente nella storia, dall'antichità sino ad oggi, debba essere rinvenuto nell'asservimento e nello sfruttamento del lavoratore sociale: lo schiavo nel mondo antico, il servo della gleba nella società medievale e l'operaio salariato dell'età moderna risultano tre differenti versioni della medesima figura del lavoratore discorso_tipico_dello_schiavoasservito, ugualmente costretto - benché in forme diverse - a travagliare a beneficio di una ristretta minoranza composta da avidi e voraci sfruttatori del genere umano. Rileggendo e riscoprendo l'opera di Marx, sgombra da ogni incrostazione dogmatica, è possibile appurare come anche nella società moderna sopravviva una determinata forma di schiavitù, dai contorni quasi impercettibili: la "schiavitù salariata" degli operai che, essendo privi di ogni mezzo di produzione, sono costretti ad alienare la propria forza-lavoro e a (s)vendersi quotidianamente. Solo con l'abolizione dell'asservimento salariale e il collettivo_comunista_antonio_gramscisuperamento del modo di produzione capitalistico, sospeso in una sorta di "limbo" storico soggiogato dallo sfruttamento, l'intera umanità sarà in grado di proiettarsi verso un orizzonte di autentica libertà, riscatto e progresso generale.

Se durassimo in eterno
Tutto cambierebbe
Dato che siamo mortali
Molto rimane come prima.

(Bertold Brecht)

mercoledì, 02 gennaio 2008

1° gennaio 1916, di Antonio Gramsci, da Avanti! ed. torinese, rubrica "Sotto la mole"

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione.

Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc.

Anno nuovo, vita nuova?

È un torto in genere delle date. Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia.

Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita.

Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. Perciò odio il capodanno.gramsci Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio.

 Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell'immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d'inventario dai nostri sciocchissimi antenati.gramsci

"Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti"

Antonio Gramsci

domenica, 02 dicembre 2007
 
  n+1 
 
Rivista sul "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente"
 
SULLA MISERIA POLITICA DEI NEO-PROGRESSISTI
Con la parola Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutista"opportunismo" il movimento rivoluzionario non volle esprimere un semplice giudizio morale sul tradimento dei suoi capi che, nei momenti decisivi, si rivelavano agenti, coscienti o incoscienti, della borghesia. Spesso diffondendo parole d'ordine diametralmente opposte a quelle che avevano gridato per anni. L'opportunismo, si disse, è un fatto storico e sociale, è un infiltrarsi naturale del nemico nelle file del proletariato per sconfiggerlo dall'interno. Questa tesi è sempre valida, ma oggi risulta difficile tacciare di opportunismo i quaquaraqua della sinistra. Non c'è nemmeno l'ombra di un movimento operaio da infiltrare e comunque i molto onorevoli parlamentariGruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil se ne stanno bene alla larga dalle fabbriche. Questi surrogati dell'opportunismo schiferebbero persino l'ultra-opportunista Togliatti, quello che raccolse "il tricolore lasciato cadere nel fango dalla borghesia". E questi sarebbero i progressisti? Il fascismo era più progressita di costoro: nella sequenza temporale esso viene dopo la democrazia illuministica, quindi è più moderno e "aggiornato" (infatti, come dice anche il matematico Odifreddi, ha perso la guerra, ma ha vinto nella storia).
1946: Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe
1947: Il corso storico del movimento di classe del proletariato
2000: Necrologi affrettati
 
LA POLITIGUERRA E' OVUNQUE
La guerrabombardamento non è più un evento a sé fra periodi di pace, ma diventa sempre più uno stato permanente della società. Si manifesta sia nella repressione armata di ogni movimento controcorrente, sia nel controllo capillare della popolazione. In Francia si prevede che piccoli aerei spia telecomandati (droni), come quelli usati sui campi di battaglia in Afghanistan, in Iraq e in Libano, sorveglino dall'alto le Rivolta nella Banlieuebanlieues zoomando con le loro telecamere  su assembramenti sospetti, manifestazioni e movimenti di rivoltosi come quelli del 2005. La proposta è stata ufficializzata dal ministro dell'Interno del governo Sarkozy. Il cretinismo parlamentare non si è fatto attendere: "L'uso da parte di forze civili di apparecchi di concezione CARRO_ARMATOmilitare non è neutro" ha tuonato Daniel Goldberg, deputato socialista del dipartimento di Seine-Saint-Denis. Il capo dei servizi tecnologici per la sicurezza interna risponde: "Certamente non vogliamo seguire la linea di una sorveglianza militare di lunga durata, di tipo militare... si tratta di uno strumento supplementare per gli interventi della polizia".
Excusatio non petita, accusatio manifesta: una scusa non richiesta è come un'auto-accusa.
2006: La banlieue è il mondo
2007:
Dall'equilibrio del terrore al terrore dell'equilibrio
IL SOLITO CALCIO?
Una domenica calcistica come tante altre. Un tifoso muore assassinato da un poliziotto a un distributore di benzina.
Funerale di Gabriele Sandri
La notizia si propaga velocemente sui cellulari: in tutti gli stadi esplode la rabbia, si alzano cori e sventolano striscioni contro le policiaforze dell'ordine. Su Internet il blog del ragazzo morto si riempie di messaggi anche da parte di chi non lo conosceva. Si stabilisce una rete spontanea: tante monadi separate, all'improvviso si uniscono in una specie di organismo unico anche se per un obbiettivo momentaneo. Il solito calcio? Teppisti violenti? catene_spezzateTerroristi della domenica? Certo, il calcio è il solito, gli inguaribili violenti si moltiplicano e non è del tutto illogico definire terrorista chi tenta di far saltare un avamposto dello Stato. Ma, come dice persino il SISDE, non è che in questa società manchi di logica proprio il senso della vita?
2005: Una vita senza senso

DRAGHI, IL KEYNESISMO E GLI AUMENTI ANTICIPATI
Aveva incominciato un anonimo pastaio, mettendosi nei panni dei propri dipendenti e constatando di persona che con il loro salario non si arrivava alla fine del mese. Poi sono arrivati la Fiatgruppo_mafiat e altri grandi industriali proponendo di anticipare una trentina di euro sui contratti in scadenza. Infine il governatore della Banca d'Italia ha sancito: i salari in questo paese sono i più bassi fra quelli dell'Europa che conta. Il grido d'allarme è significativo: non si tratta soltanto di sostenere la capacità di consumo ma di reimpostare il sistema produttivo su un controllo statale del capitalismo selvaggio. Il quale, lasciato a sé stesso, non può che tendere alla trintià caos-monopolio-fame. Il guaio per la borghesia è che il fascismo come rimedio è già stato provato e non è servito a salvarla che momentaneamente.
1950: Imprese economiche di Pantalone
 
RIFORME AL TEMPO DEL PD
Destino dei partito_(anti)democraticoneo-riformisti è sfornare una serie infinita di contro-riforme. Ai tempi del riformismo classico, che si esprimeva in una corrente del Partito Socialista dalla fine dell'800 alla Prima Guerra Mondiale, "fare le riforme" significava modificare la struttura del capitalismo, istanza poi realizzata dialetticamente dal fascicsmo. Questo "avvicinamento al socialismo" ha ricevuto consenso anche da parte di vasti strati proletari, nonostante non avessero nulla da guadagnare. Il neo-riformista d'oggi fa a meno delle riforme. Dato che ha rinunciato per sempre all'idea di cambiare la società, ogni volta che sale al governo cancella leggi varate dal riformista prededente e ne vara alcune che il riformista successivo cancellerà senza che nessuno si accorga di qualche cambiamento. E finalmente, proclama veltroni2Veltroni nel suo discorso d'insediamento, "i riformisti italiani hanno un partito". Mentre il povero Turati si rivolta nella tomba.
1950: Capitalismo e riforme
 
VORAGINE IMMOBILIARE
Gli Stati Uniti faticano a rimanere un paese rentier, con un cumulo di debiti privati e pubblici salito ad oltre il quadruplo del PIL. Le ripercussioni sono molteplici. Ad esempio: dato che il mercato finanziario ha inglobato titoli internazionali che contengono interessi su Il_peso_dei_debitimutui, il mercato immobiliare si sta sincronizzando con esso. E gli effetti si fanno sentire ovunque. Tra marzo e settembre del 2007 il prezzo medio delle case negli USA è sceso del 18%, con punte di oltre il 30% in California e non garantisce più le ipoteche. Anche in Italia la percentuale di pignoramenti in seguito a mutui inevasi sale: a Napoli, Milano e Roma è arrivata rispettivamente al 29, 22 e 21%. Il Giappone rischia di tornare in recessione e anche là ne soffre l'edilizia (un calo su base annua del 23,4% in luglio, e del 43,4 per cento in agosto). La Spagna ha il 98% dei mutui a tasso variabile ed ora che in tutta Europa aumentano i tassi ufficiali d'interesse le ripercussioni sui mutui sono automatiche. Una reazione a catena mondiale.
 
TERZA PERSONA
La borghesia santifica ogni giorno l'economia e la scienza, che renderebbero possibile il tanto sbandierato benessere capitalistico.esso Su di esse costruisce il proprio trionfo poggiante su due pilastri: Persona e Proprietà. Mai come oggi la nozione di "persona" costituisce il riferimento imprescindibile di tutti i discorsi - filosofici, etici, politici - volti a rivendicare il valore della vita umana in quanto tale, mentre invece folle immense vengono gettate nel più anonimo, massificato e coatto consumo di merci. Roberto Esposito nel libro Terza persona (ed. Einaudi, 2007) dimostra che il concetto di persona non è altro che un artificio storico e come tale destinato ad essere superato. Esso infatti si è imposto in un lungo periodo ottenendo l'effetto di separare, all'interno della specie umana e anche del singolo uomo, diritto da vita, anima da corpo, mente da natura, ecc. C'è da chiedersi, giunti alla fine del libro, come mai l'autore, che pur conosce bene certi temi, non nomini neppure una volta l'origine economica e sociale di tali separazioni.
 
STATO (DI SINISTRA) DI POLIZIA
Il nuovo "Pacchetto sicurezza" Giuliano Amatoè pronto, ed ecco che il mostro da sbattere in prima pagina facilita l’immediata approvazione dei poteri di espulsione ai prefetti. Sull'onda dell'ultimo fatto di cronaca (rumeno ammazza donna italiana) le fazioni della borghesia si contendono il merito del decreto nella corsa all’autoritarismo più sfrenato. D'altronde il capitalismo non ha alternative se non un inasprimento rispetto al controllo  sulle schegge sociali che le sue stesse contraddizioni fanno impazzire.guerra_tra_poveri L'Unione delle Camere Penali denuncia una "così pesante spirale autoritaria, che per di più non serve a procurare sicurezza ai cittadini, ma serve solo a creare una cortina fumogena che mascheri le incapacità di gestione del territorio e degli agglomerati sociali". Una società che genera mostri ha mostri da gestire, non angioletti.
 
DEATH BONDS: OBBLIGAZIONI SULLA MORTE
Con la crisi dei mutui subprime, molti pensavano che si stesse raschiando il fondo del barile, ecco invece una novità che sta rianimando l'ansia di speculazione del turbo-capitalismo finanziarizzato.banchieri Novanta milioni di americani, in mancanza di una previdenza sociale pubblica, hanno sottoscritto polizze di assicurazioni sulla vita. Arrivati a una certa età, e con la pensione che si dissolve in medicinali, diventa difficile continuare a pagare, e il rischio è perdere tutto il premio dell'assicurazione. Ecco allora che molti assicurati decidono di rivendere la polizza per una somma inferiore con la quale possono almeno tirare a campare. maialinoA questo punto entrano in campo i grandi fondi d'investimento che acquistano le assicurazioni, continuano a pagare il premio e aspettano che gli assicurati muoiano per poter incassare, esentasse, la somma totale. L'unico rischio è che l'anziano viva più a lungo del previsto... ma a questo si è già ovviato: basta, coinvolgendo magari qualche fondo pensione. La giusta chiusura del cerchio!
2005: L'autonomizzarsi del Capitale e le sue conseguenze pratiche