In tempi di svolte e controsvolte in senso eversivo, autoritario e conservatore, di restaurazioni e nostalgie reazionarie, di stampo clerico-fascista,
criptofascista o postfascista, di ritorni e resurrezioni (cito un solo esempio su/per tutti: la controriforma Gelmini nel mondo della
scuola pubblica, che ormai si avvia verso lo smantellamento totale o, nella "migliore" delle ipotesi, verso un processo di neofascistizzazione), di revisionismi storici e sdoganamenti politici, parlare di "antifascismo" ha ancora un senso pratico-politico, a parte la mera difesa verbale e la proclamazione puramente retorica dei valori democratici e dei principi formalmente sanciti dalla (tuttora) vigente Carta costituzionale? Ha ancora un senso concreto appellarsi alla retorica antifascista, richiamando e sostenendo con enfasi solo verbale il dettato costituzionale?



vale a dire la posizione adottata dai vertici del Partito Democratico, può ancora definirsi "antifascista"? Personalmente, sin dall'atto di nascita del PD ho sempre denunciato la reale natura autoritaria, antioperaia e neoconsociativa, del "nuovo" soggetto politico, nato per favorire ed accelerare un processo destabilizzante di americanizzazione e, quindi, di stabilizzazione conservatrice del quadro politico italiano.
"sinistra radicale" ad esso subalterna) si è rivelato una forza politica nata esclusivamente per gestire e conservare stabilmente il potere, incapace dunque di esercitare un'azione di opposizione, ancor meno un ruolo di lotta antifascista, un partito indissolubilmente legato al sistema di potere (ex?)
democristiano-massonico-malavitoso. Un partito anti-democratico che in un articolo scritto in occasione delle elezioni primarie "vinte" da Veltr(usc)oni, ho definito come "il peggior avversario politico dei diritti, degli scopi e degli interessi della classe operaia e dei lavoratori salariati in Italia, soprattutto dei giovani lavoratori precari ed extracomunitari". Pertanto, credo che possa risultare in qualche modo interessante ed istruttivo proporre la lettura di un articolo di Pier Paolo Pasolini
pubblicato il 24 giugno 1974 sul Corriere della Sera col titolo "Il Potere senza volto". Buona lettura.Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo
di Pier Paolo Pasolini
Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija. Invece non è così. E non è neanche la cultura della
classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per
molti secoli, in Italia, queste culture sono state distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. Scrivo "Potere" con la P maiuscola - cosa che Maurizio Ferrarà accusa di irrazionalismo, su «l’Unità» (12-6-1974) - solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate.

Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transnazionale).

Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo" : produrre e consumare.

L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto.

Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre.

La strategia della tensione è una spia, anche se sostanzialmente anacronistica, di tutto questo. Maurizio Ferrara, nell’articolo citato (come del resto Ferrarotti, in «Paese Sera», 14-6-1974) mi accusa di estetismo. E tende con questo a escludermi, a recludermi. Va bene: la mia può essere l’ottica di un «artista», cioè, come vuole la buona borghesia, di un matto.
Ma il fatto per esempio che due rappresentanti del vecchio Potere (che servono però ora, in realtà, benché interlocutoriamente, il Potere nuovo) si siano ricattati a vicenda a proposito dei finanziamenti ai Partiti e del caso Montesi, può essere anche una buona ragione per fare impazzire: cioè screditare talmente una classe dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di «anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.

Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento.
Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (come rozzamente insinua Ferrara), ma perché conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza. Per tornare così all’inizio del nostro discorso, mi sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo - completamente convenzionalizzato e estremamente povero - di linguaggio verbale.

È a un tale livello di comunicazione linguistica che si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione a un unico modello. Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi;
conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali. Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa che era ancora possibile nel 1968.

I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista (cfr. «l’Unità », 4-6-1974).

Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi? Eccone per esempio uno. Nell’articolo che ha suscitato questa polemica («Corriere della sera», 10-6-1974) dicevo che i responsabili reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state. È un luogo comune.

Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla: 1) perché parlare di «Strage di Stato» non divenisse un luogo comune, e tutto si fermasse lì; 2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero.

Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza. In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare.

E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male.

E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione. Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra spaventosa giustificazione.

Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito saputo distinguere, tra tutti quelli che si erano ammassati nella sua cella, Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più orribile e a sopportare il più disumano dolore.
Pensate (se ne avete la forza) a quel ragazzo o a quei ragazzi che sono andati a mettere le bombe nella piazza dì Brescia. Non c’era da alzarsi e da andare a prosternarsi davanti a loro? Ma erano giovani con capelli lunghi, oppure con baffetti tipo primo Novecento, avevano in testa bende oppure scopolette calate sugli occhi, erano pallidi e presuntuosi, il loro problema era vestirsi alla moda tutti allo stesso modo, avere Porsche o Ferrari, oppure motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con dietro le ragazze ornamentali, si, ma moderne, e a favore del divorzio, della liberazione della donna, e in generale dello sviluppo...

Erano insomma giovani come tutti gli altri: niente li distingueva in alcun modo. Anche se avessimo voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.
Pier Paolo Pasolini
Mi permetto umilmente di chiosare la conclusione provocatoria (e geniale) di Pasolini, suggerendo una riflessione finale. I giovani neofascisti di cui parla Pasolini
nell'articolo sono gli stessi di oggi? Hanno gli stessi problemi, gli stessi desideri, gli stessi bisogni, le stesse caratteristiche e gli stessi comportamenti di allora? Sono banditi ed emarginati razzisticamente dal resto della società? Oppure sono accettati e godono dell'approvazione sociale? Ad essere esatti direi che sono stati sdoganati. Oggi i criptofascisti, i fascisti maldestramente travestiti da antifascisti o postfascisti, non solo detengono il potere politico, la guida del governo nazionale e di importanti amministrazioni locali (si pensi alla Giunta capitolina), ma esercitano un ruolo (con esiti che sembrano duraturi) di egemonia culturale
in vari settori della società italiana. Oggi i fascisti dilagano dappertutto, infestano persino la malinconica, uggiosa e piovosa città di Avellino, roccaforte tradizionale del demitismo, del potere democristiano, delle logiche trasformiste ed affariste del centro-sinistro, un sistema storico di potere che ormai si è trasferito stabilmente nelle mani del Partito (anti)democratico. E' un segno dei tempi? Cito ancora Pasolini che scriveva "il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo". Gianfranco Fini docet.
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Bertinotti, è stato spesso evocato in questi giorni un soggetto fantasmatico: l’elettorato. In realtà, anche se esiste una quota di voto “sciolto”, d’opinione, in democrazia però è sempre il voto organizzato a fare la differenza. Le grandi ristrutturazioni politiche - come il passaggio di consegne dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia - sono state spesso segnate dalla morte misteriosa di baroni del voto, come Toni Bisaglia in Veneto, Salvo Lima in Sicilia, Carmine Mensorio in Campania.
Lo strano annegamento di Toni Bisaglia aprì a suo tempo la strada per il passaggio di una quota considerevole del voto democristiano al neonato leghismo; successivamente gran parte di questa massa di voti ha costituito anche il perno del berlusconismo.
Il fratello di Bisaglia - un prete che indagava su quella morte - morì, manco a dirlo, anche lui annegato in circostanze altrettanto non chiarite. Persino la cosiddetta “sinistra” si sostiene soprattutto sul voto organizzato, ed è noto che la Lega delle Cooperative e la CGIL controllano milioni di voti.
Dini i suoi voti di fiducia, proprio perché questa dipendenza gli fu fatta pesare dai dirigenti della CGIL. L’entrata nella
Sinistra Arcobaleno di due ex-dirigenti DS del calibro di Mussi e Salvi avrebbe dovuto garantire Bertinotti che l’ulteriore annacquamento del suo messaggio politico e la rinuncia alla falce e martello, sarebbero stati comunque compensati da voti gestiti dalla stessa CGIL e dalla Lega delle Cooperative. Mussi e Salvi hanno invece recato solo danni, disorientando il tradizionale voto di appartenenza e di bandiera, e non portando nessuna frazione di voto organizzato.
In più, anche Bertinotti è stato lasciato a secco dagli ex-colleghi della CGIL. La cosa era persino risaputa, tanto che il segretario dei Comunisti Italiani, Diliberto, ha colto un pretesto per rinunciare alla candidatura e non esporsi alla figuraccia di essere trombato alle elezioni.
In questi giorni furoreggia nelle librerie un altro best-seller che ci intrattiene sulle magagne dell'altra “casta”: i sindacati, che sono diventati vere e proprie aziende di Stato, che gestiscono grosse quote di salario operaio ed anche di denaro pubblico.
Diliberto, Mussi e Salvi, ma persino Boselli. Una posizione di potere e di privilegio garantita ai dirigenti sindacali dal controllo di un ente come l’INPS, è oggi esposta ai pericoli di una privatizzazione, che potrebbe verificarsi anche a vantaggio di agenzie finanziare internazionali che devono compensare lo sfuggire di altri business, a causa della crisi finanziaria di origine statunitense.
Di fronte ad un rischio del genere, avere qualche appoggio in più in Parlamento avrebbe fatto comodo ai dirigenti sindacali, che invece hanno portato tutti i voti da loro gestiti ai piedi dell’altare veltroniano. Mentre i dirigenti della Lega delle Cooperative possono essere stati convinti a sostenere esclusivamente
Veltroni dietro la promessa di altri affari a cui partecipare, ciò non può essere avvenuto con i dirigenti sindacali, i quali possono vedersi sfuggire le loro galline dalle uova d’oro proprio a causa della crescente invadenza dell’affarismo privato e dalla ingerenza delle multinazionali. Nella scelta di presentarsi alle elezioni senza gli alleati tradizionali, la malafede di Veltroni è stata evidente nel momento in cui non si è limitato a mollare la cosiddetta “sinistra radicale”, ma ha condannato alla sparizione anche i socialisti del mite e remissivo Boselli, rispetto al quale non aveva nessuna differenza “programmatica”.
Nel frattempo, l’esperienza storica - cioè il ricorrere di certi comportamenti, il verificarsi di certe costanti - viene tranquillamente ignorata e rimossa. L’esperienza storica dice che le caste non si comportano così, non si legano mani e piedi ad un unico padrone, a meno di non esservi costrette.
- ormai così artificiosamente pomposo da sembrare il Bonifacio VIII di Dario Fo - si presenta all’ONU per sostituire i Vangeli con la Dichiarazione d’Indipendenza degli
Stati Uniti d’America, va a mettere in crisi proprio i miti di cui si è sempre avvolta la casta clericale, che non ha mai parlato di “diritti umani” concessi direttamente dal Creatore, ma ha sempre posto l’enfasi sul proprio specifico ruolo di mediazione, in quanto rappresentante in Terra di Cristo.
Il calo di brache - o di sottane - di Ratzinger trova quindi corrispondenza in altri cali di brache nei confronti del colonialismo statunitense che si stanno verificando in questo periodo in Italia e in Europa.



“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. 
e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione
l’oppio afgano e il petrolio iracheno.
Saviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. 



nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. 

sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento
D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);
Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.
autoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.


governi di centro destra e di centro sinistra
hanno condotto politiche finalizzate al progressivo depotenziamento della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, mirando non tanto ad un divieto o ad una cancellazione di un diritto goduto trasversalmente da tutte le donne, ricche e povere, di destra o di sinistra, quanto ad una sua tendenziale criminalizzazione.






morte, con il divieto legale dell’eutanasia, ma che si arroga la pretesa di disporre del corpo e della vita delle donne è uno stato che non riconosce i diritti minimi, e che uomini e donne devono combattere con ogni mezzo necessario. 

posto di lavoro, incide sulla scelta di avere un figlio.
Biagi, lo scippo del
TFR…, siamo giunti ad un ulteriore tappa nel più generale percorso di arretramento di diritti e conquiste sociali.
Prodi (… “amico sì ma dei padroni …” ) ha siglato un Protocollo
dai contenuti infami, e che rappresenta un ulteriore tassello nel processo di smantellamento della previdenza pubblica e della precarizzazione del lavoro.
pensioni, a rendere ancora più precario il lavoro (il riferimento è alla normativa relativa ai contratti a termine, tamponata solo in parte dalla finanziaria 2008), a “regalare” ai padroni, attraverso la detassazione dei premi aziendali e degli straordinari. Altro che lotta alla disoccupazione e incentivazione del lavoro giovanile! 
flessibili per conciliare meglio casa, attività di cura e lavoro, secondo una logica cara a destra e sinistra, e che vuole il ritorno a casa delle donne, una casa patriarcale ritagliata sugli interessi del capitale e dunque del profitto.
rispetto ai Protocolli di luglio si è reso ancora più evidente con il referendum-farsa dell’ottobre 2007, dove sono stati chiamati a votare i pensionati non coinvolti negli accordi ed esclusi i precari, pesantemente investiti dalle misure in essi contenuti.
precarietà frena la pretesa dei lavoratori al rispetto di normative di sicurezza che restano eluse, assicurando agli imprenditori il risparmio sui costi ad esse legati.
atipici” è alimentato dalla sequenza dei contratti, dall’incertezza del rinnovo, dal cambiamento di lavoro, che provocano una sensazione di marginalità, di stress e di vulnerabilità, che spesso si traducono in una maggior incidenza degli infortuni sul lavoro. 






“Quante divisioni ha il papa?”
Stalin era concreta, ma incompleta, in quanto avrebbe dovuto anche chiedere: “Quante banche ha il papa?” 





La tracotanza e lo sbeffeggiamento che usano i ministri di questo governo e di quello che c'era prima (come dire al peggio non c'è mai fine) arriva al punto di chiedere di andarli a votare e pagare pure con una moneta da quasi duemilalire.
Grazie a questi due, tre, quattro, cinquanta, cento, mille dirigenti di partito partitino sindacato associazione, i giovani
ha molti aspetti, tutti da scoprire e che non dovrebbero, Loro, sottovalutare. In meno di una settimana, le donne si sono viste come tante tapine mai all'altezza di una Veronica Lario, i giovani dei fannulloni che non se ne vanno mai di casa, i ragazzi del sud come tanti imbecilli al soldo delle cosche, i lavoratori a contratto
Comunione e Liberazione di Rimini, dove è stato ovviamente osannato. Queste le reazioni di uno dei presenti, Vittadini, presidente della fondazione per la sussidiarietà: “Il ministro ha compiuto un passaggio enorme, non un contentino ma la parità economica tra scuole statali e non statali, e questa è per noi la linea Maginot, una novità epocale...” (Corriere della Sera, 26 agosto). Non solo, infatti, sono aumentati i contributi statali alle scuole private ma, per la prima volta, verranno estesi anche alle scuole superiori: un regalone al Vaticano, dato che la gran parte degli istituti privati sono cattolici e gestiti dalla Chiesa. Questo avviene mentre, contestualmente, la Finanziaria vecchia e quella in arrivo prevedono pesantissimi tagli alla scuola pubblica, con conseguente drastica riduzione degli organici. Ogni insegnante o lavoratore della scuola sa bene qual è la tragica realtà degli istituti pubblici di ogni ordine e grado: strutture fatiscenti,
laboratori e aule inagibili, materiale che manca. Il fatto che, a fronte di una situazione di questo tipo, il ministro Fioroni dispensi generosamente regali ai privati fa parte di un disegno ben preciso: inserire la scuola privata a pieno titolo nel sistema pubblico d’istruzione. È stato il precedente governo di centrosinistra, con le leggi di Parità scolastica del 1999, a equiparare di diritto le scuole private a quelle pubbliche. Con Fioroni, si serve l’ultima portata e il pranzo è completo: ora le scuole private, con i contributi economici statali diretti – che si affiancano alle già esistenti borse di studio per gli alunni, ricchi, che le frequentano – sono equiparate alle pubbliche anche di fatto.

Prodi e Fioroni il punto più alto finora raggiunto. Questo è possibile grazie, anzitutto, alle politiche concertative dei sindacati confederali e all’avallo della cosiddetta sinistra radicale di governo, Rifondazione e Sinistra Democratica in primis: il ritiro sciagurato dello sciopero dei confederali del 4 giugno in cambio di un miserrimo contentino in busta paga ha permesso a Fioroni di sferrare l’attacco finale all’istruzione pubblica e ai lavoratori della scuola.
Fioroni, in continuità con la
Moratti, ha aumentato ulteriormente il numero di alunni per classe: in alcuni istituti questo non farà altro che aggravare i fenomeni di “bullismo”, di cui tanto si parla, con conseguente peggioramento, oltre che della didattica, anche delle condizioni di lavoro degli insegnanti (le classi di 27-30 alunni stanno già diventando la norma e Tommaso Padoa Schioppa, l'altroieri, ha fatto cenno a un suo sogno di classi di 40 alunni, secondo un imprecisato "modello coreano"...). Non solo: a fronte del caro vita, i
bassi stipendi, specie nelle grandi città, non sono sufficienti nemmeno ad arrivare a fine mese (a Milano, la paga mensile di un insegnante coincide con l’affitto di un trilocale in periferia). Ha dell’incredibile, di fronte a una situazione di questo tipo, l’ignobile campagna lanciata dal ministero dell’Istruzione, con il solerte contributo di zelanti intellettuali milionari, contro gli “insegnanti fannulloni”. 
diventa sempre più un manager a pieno titolo, con la possibilità di sospendere, in modo discrezionale quasi fosse il “datore di lavoro”, gli insegnanti “indisciplinati”, senza nemmeno consultare il collegio docenti. Se consideriamo che, di recente, quando ancora tanto potere i presidi non lo avevano, un insegnante di un istituto nel milanese è stato sospeso per aver costruito con gli studenti un percorso contro la guerra, non osiamo immaginare le implicazioni di questa nuova misura. Altrettanto incredibili sono le timide reazioni di Rifondazione e Cgil: quasi non stesse succedendo nulla di grave, Liberazione, il quotidiano di Rifondazione, delega a Bifo il compito di fare le pulci al ministro in un articoletto autobiografico, mentre la Cgil si limita a parlare di “luci e ombre” ("misure positive e qualche sorpresa amara”).
È ora di fermare lo smantellamento della scuola pubblica! È ora di fermare gli attacchi ai lavoratori del governo Prodi! Anche la scuola necessita subito di un grande sciopero generale, per dire no ai tagli alla scuola pubblica, contro i finanziamenti statali alle scuole private, per l’assunzione in ruolo di tutti i precari, per consistenti aumenti salariali, per la riduzione del numero di alunni per classe! 
potenti,
che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il
protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'
colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al 
corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo:
degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi 
classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei 


forse è il tempo per una Lettera ”di” una professoressa (a
Lorenzo avevano accusato il testo di “demoralizzare e sovvertire gli animi”. I poveri non sarebbero mai usciti da una condizione di minorità. Colmare le differenze era impossibile. Meglio, molto meglio dispensar loro briciole di “cristiana rassegnazione”. Inoltre l’Italia, ormai uscita dalla guerra e ripresasi dagli stenti, si avviava alla prosperità. Perché scoraggiarla ancora con chi tira la cinghia, con i nostri numi straccioni e disperati? La gente aveva voglia di sorridere, divertirsi e consumare. Per ragioni simili, Giulio Andreotti, allora ministro dello Spettacolo, condannava il neorealismo.
ch’egli amava. E per noi. Già nel 1992 Franco Marini, a nome della Cisl, esortò la Congregazione per la Dottrina della Fede a lavare quella macchia. Gli fu risposto - così come si risponde ora - che era ormai inutile, non esistendo più il Sant’Uffizio. E invece è utilissimo, anzi, indispensabile. Conosciamo bene la valenza simbolica e la portata di un simile gesto. Non è una questione di forma. Un conto è restare “sottintesi”, un conto è parlare a fronte levata. La ragione per cui quella condanna resta, sia pure e solo letterale, e decaduta, non viene ufficialmente e apertamente rimossa, è che
don Milani continua a tormentarci, che il suo cristianesimo ferisce e piega, e piaga; perché vero; perché dinamico; perché ti mette con le spalle al muro. Con lui non si bara; non bara il cardinale sessuofobo, non bara il borghese pasciuto, non bara il teocon, ma non bara nemmeno il rivoluzionario da salotto, l’intellettuale spinellato, il pacifista di professione. Da più parti si invoca il diritto della Chiesa a proclamare “forte e chiara” una parola cristiana definitiva e integrale. Eccone un’occasione. Noi non disperiamo mai, ma che papa Ratzinger colga quest’occasione, ci sembra poco probabile. Ma non è detto.
riunioni delle commissioni tecniche, nei Consigli di Istituto ecc., per organizzare e progettare le attività didattico-curricolari ed aggiuntive relative al nuovo anno scolastico. Ovunque, nelle case e nelle scuole fervono gli ultimi preparativi per l'imminente avvio delle lezioni. Il ministro,
alti dirigenti e funzionari scolastici, i presidi, nonché varie figure di esperti, gareggiano per lanciare qualche utile imput, per offrire consigli preziosi agli insegnanti, per imprimere un segno indelebile nella (labile) memoria collettiva del paese, per indicare ed illuminare la "retta via" a chi (eventualmente) l'avesse smarrita. Intanto, continuano ad essere alimentate campagne ideologiche assolutamente capziose e strumentali, cariche di pregiudizi, livori e malanimi piccolo-borghesi. In seguito ad incessanti e martellanti
notizie demagogico-propagandistiche, che assumono toni ed accenti rancorosi ed infamanti, è praticamente inevitabile che si scatenino polemiche astiose e velenose, e piovano accuse e giudizi screditanti sul corpo docente, già fin troppo mortificato, bistrattato e diffamato. Stiamo parlando di una categoria professionale che è chiamata ad assolvere il delicato e difficile compito istituzionale di
educare ed istruire le future generazioni, di formare e preparare i cittadini del futuro, per cui meriterebbe maggior rispetto e considerazione. Invece è accusata di essere composta in gran parte da
insegnanti italioti sono tra le più basse in Europa. Peggio di noi stanno solo i colleghi greci e portoghesi. Il governo in carica continua a prevedere e ad imporre pesanti tagli ai fondi e alle risorse per le scuole pubbliche (si pensi, ad esempio, alla vergognosa riduzione dell'organico relativo agli
a quelle fondamentali figure preposte all'integrazione e alla formazione dei più bisognosi tra i bisognosi, vale a dire i soggetti diversamente abili). Tutto ciò comporta ed arreca gravi danni al (già misero) budget finanziario riservato alla scuola pubblica, per dirottare i soldi (che ci sono) verso altre destinazioni. Si pensi alle sempre più ingenti sovvenzioni riservate agli
evasori e parassitari). Scuole elitarie riservate ai figli delle famiglie economicamente più ricche e benestanti. Ebbene, per quanto mi riguarda, io continuo e continuerò a seguire sempre il nobile principio politico-educativo sintetizzato nella celebre frase contenuta in
Un concetto assai caro al sottoscritto, in quanto richiama una visione anomala ed anticonformista (diciamo pure antiborghese), ma sincera, della "democrazia" riferita alla scuola e al complesso e articolato ordinamento sociale. La nostra è una scuola di disuguali inserita e operante in una società sempre più disuguale, in contesti reali segnati da pesanti disuguaglianze e distanze materiali e sociali, destinate purtroppo a crescere
(a forbice) e ad aggravarsi ulteriormente. Pertanto, dinanzi a simili, crescenti sperequazioni economico-sociali, di fronte ad allarmanti situazioni di grave disagio e bisogno materiale, riconducibili alle nuove povertà, rispetto alle istanze ed alle contraddizioni derivanti dai sempre più vasti fenomeni migratori provenienti dai paesi extracomunitari
del Terzo mondo, la scuola non sembra minimamente attrezzata e preparata a fronteggiare tali richieste di intervento, anzitutto per ragioni di ordine finanziario già spiegate in precedenza. Ogni valida azione è affidata alla buona volontà, alle capacità, allo zelo spontaneo (altro che fannulloni!), all'iniziativa autonoma delle istituzioni scolastiche e dei lavoratori - docenti e non docenti - che operano nelle singole scuole pubbliche. La cosiddetta "democrazia" non può ridursi ad un'ipotetica, chimerica offerta di "pari opportunità",
ovvero esplicarsi in un'arida ed insufficiente prassi di uniformità distributiva delle risorse, così come avviene nel modello finora adottato di welfare universalistico e indifferenziato. Al contrario, occorre rilanciare e rafforzare l’attenzione di tutti verso l’
assetto dello Stato sociale (e, dunque, dell'ordinamento statale medesimo) che sia in grado di fornire "a ciascuno secondo i propri bisogni" e chiedere ad ognuno "secondo le proprie possibilità". Il che significa rivoluzionare l'ordinamento sociale vigente, rivoluzionare e capovolgere l'idea e la prassi finora applicata e conosciuta di democrazia, di scuola e di Stato sociale, rivoluzionare l'esistente...
incendi boschivi stanno assumendo sempre più connotazioni e proporzioni semplicemente spaventose e catastrofiche, non solo a livello italiano ma mondiale, con possibili ed anzi ovvie terribili conseguenze sulla tenuta climatica, già di per sé ormai compromessa di molto, come per altro ci viene confermato persino da scienziati che predicono funesti scenari di un tracollo climatico prossimo, chi collocandolo addirittura al 2020, chi al 2050... in ogni caso, come ben si vede, stiamo parlando di pochi anni e decenni, significando questo che i nostri figli, se queste ipotesi risultassero vere, avranno non pochi problemi da affrontare, primo fra tutti la semplice sopravvivenza. Mi sembra doveroso dunque dare atto al Papa (che in altri contesti - pur riconoscendogli sempre la sua enorme preparazione umana, culturale, filosofica e teologica - ho criticato per la sua troppa invadenza in campi sociali che forse dovevano essere trattati con più tatto e delicatezza)
Papa ad intervenire sulla piaga degli incendi dolosi, come ne scrive in questi giorni la stampa italiana, secondo la quale il Papa avrebbe, anzi ha parlato di "azioni criminose" da parte di piromani che “mettono a rischio l'incolumita' delle persone e distruggono il patrimonio ambientale, bene prezioso dell'intera umanita'”. Senonchè, mi capita di leggere in questi stessi giorni uno sconcertante articolo, pubblicato sulla pagina web del 23 Agosto del sito heymotard, una rivelazione inaspettata e agghiacciante che, se corrispondesse davvero alla realtà, aprirebbe scenari semplicemente da incubo. In realtà avevo letto qualcosa del genere anche in altre pagine web a proposito di certi misteriosissimi
elicotteri neri che svolazzerebbero sulle nostre teste per chissà quale motivo e programmi segreti, uno dei quali, forse, a sentire le pagine che riporto dal sito indicato in rosso, sarebbe appunto quello di provocare una sorta di disboscamento planetario controllato per fini ovviamente Top Secret. Ma diamo uno sguardo a questi pochi estratti dell’articolo, peraltro riprodotto anche dal sito SCIECHIMICHE (che scrive espressamente di “elicotteri neri”), quelli che mettono in evidenza delle azioni veramente sconvolgenti e incredibili, se non fossero... vere.
incendi sono appiccati direttamente dall'alto, grazie all'utilizzo di elicotteri non identificabili come appartenenti a corpi dello Stato. Qualche giorno fa, il più critico per quanto riguarda l'emergenza locale incendi boschivi, alcune persone hanno assistito a questo incredibile avvenimento: si trovavano in pieno giorno non distante da una vasta zona presa dalle fiamme tra i Comuni di Castellabate e Montecorice, quando hanno visto un elicottero non identificabile prima sorvolare la zona in fiamme e poi librarsi poco distante da essa fino a fermarsi a bassa quota sopra una zona non interessata (ancora) dalle
fiamme. La inconsueta manovra ha attratto lo sguardo del gruppetto di persone che ha assistito al fattaccio: dall'elicottero sospeso nell'aria è stata fatta cadere "...come una di quelle girandole di fuochi artificiali.
Papa è al corrente di questa delicatissima questione? Non lo so, ma una delle dizioni del suo interessantissimo discorso, laddove parla di “azioni criminose” a proposito di questi incendi la dice davvero lunga...
guerreggiate, note e arcinote (Afghanistan, Iraq, Palestina e via discorrendo), meno note ed ignote, o
Santa Sede non si è mai pronunciato nettamente (anzi, nemmeno lontanamente, neanche per errore) contro questi orrendi crimini organizzati e perpetrati contro l'umanità indifesa e diseredata del Terzo e Quarto mondo, contro gli ultimi tra gli ultimi. Il principe della curia vaticana non si è mai azzardato a prendere posizione su tali problematiche, come invece ci aveva quasi abituato il precedente vescovo di Roma, a cui bisogna dare atto e riconoscerne i (seppur parziali e controversi) meriti. Nonostante i limiti, le insufficienze, le colpe, e le contraddizioni (anche pittosto gravi) del suo (cioè di Wojtyla) pontificato. Al contrario, l'attuale
pontefice massimo non perde occasione per scagliarsi ed accanirsi contro le istanze relative ai diritti e alle tutele delle coppie omosessuali ed eterosessuali (si pensi alla questione dei Di.Co. e simili), alle richieste ed alle esigenze delle donne in difficoltà (si pensi all'ennesimo attacco papale verso i 
