domenica, 21 settembre 2008

Per illustrare in modo chiaro ed efficace il mio punto di vista critico sull'azione terapeutica esercitata dal ministro Gelmini potrei ricorrere ad una metafora molto semplice ed eloquente: penso che la Gelmini stia operando come quel medico che per "rianimare" un paziente quasi agonizzante decide  di sferrargli il colpo letale.

Oggi la scuola è un organismo quasi cadaverizzato, ma non sarà certo la Gelmini, e tanto  meno il super-ministro Tremonti, a farla rinascere, specialmente con interventi di mera amputazione  chirurgica.

Al massimo potranno far risorgere, dalle ceneri del passato dove è rimasto  sepolto per decenni, la figura (obsoleta) del maestro unico. Un anacronismo storico e metodologico-educativo che continua a sopravvivere nell’odierna società, malgrado l’abrogazione legislativa e il superamento da parte delle più aggiornate ed avanzate teorie nel campo psico-pedagogico e didattico.

Il "maestro unico" ha continuato ad esistere attraverso la trashtv2televisione-spazzatura, nell’impero globale delle merci e dei consumi, nel pensiero unico dell’ideologia edonistica e consumistica trasmessa dalla pubblicità commerciale, nell’omologazione e nell’appiattimento culturale imposto alle giovani generazioni degli ultimi anni dal Grande Fratello televisivo, un potere economico-ideologico asceso stabilmente al governo della nazione.

Un dominio totalitario che include ed oltrepassa il fenomeno del Il re e il vice-re della Tv spazzaturaberlusconismo, avendolo assimilato ed inglobato nella propria sfera di influenza. Il pensiero unico, oggi dominante, si è dunque diffuso in modo subdolo e capzioso, come un virus pernicioso ed insidioso, frutto di un crescente degrado culturale della società italiana (ed occidentale in genere), un degrado antropologico di cui il berlusconismo è solo uno degli effetti (il più evidente e clamoroso, forse) ma non la causa.

 Le radici storiche di tale degrado affondano in un’epoca relativamente recente. Le origini del degrado vanno ricercate più indietro nel tempo rispetto all’avvento di familyBerlusconi e dei suoi network televisivi privati. Vanno indagate in quella fase storica di transizione che sono stati gli anni ’60, gli anni del boom economico-consumistico, gli anni della scolarizzazione e dell’acculturazione (e dell’omologazione) di massa. Anni intensi e convulsi, segnati da grandi mutamenti socio-culturali, economici e strutturali, anni in cui il Potere occulto del mercato e dei falsi bisogni indotti, di cui parlava Pasolini, 1975Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti corsari”, si imponeva in modo profondo  e duraturo, quasi definitivo, affossando la millenaria cultura contadina, una cultura statica ed immobile, in cui era rimasto chiuso ed immerso gran parte del popolo italiano. Oggi questo degrado è come un’affezione tumorale causata da una contaminazione originaria risalente a diversi anni addietro, ma che esplode improvvisamente, degenerando in una metastasi cancerosa irreversibile e conducendo irrimediabilmente allo stadio terminale. L’ultimo stadio della società tardo-capitalista.pasolini con veltroni

I care (dice Veltroni l’americano)

“I precare (dice un lavoratore precario)

chaucer-pasolini

"L’Italia ha il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d'Europa" 

"L’uomo medio è un pericoloso delinquente, un mostro. Esso è razzista, colonialista, schiavista, qualunquista"

(PIER PAOLO PASOLINI, La ricotta, 1963, Mamma Roma, 1962)

giovedì, 28 agosto 2008

L’AMERICAN DREAM DEI REAZIONARI EUROPEI

La guerra in Georgia ha costituito un indiretto insuccesso militare degli zio_samStati Uniti, che è stato interpretato da alcuni come un segno significativo del declino americano, cosa che, sempre secondo alcuni, potrebbe favorire uno sganciamento dell’Europa dal dominio USA. Non c’è dubbio che la vittoria russa in Georgia abbia incontrato una malcelata simpatia nei gruppi dirigenti europei, stanchi dei soprusi statunitensi ed ansiosi di ritrovare un margine di manovra tramite il contrappeso russo.

Il problema è però che il dominio americano non rappresenta un semplice riflesso della Potere alienopotenza militare ed economica degli USA. Anzi, sin dal 1946 - anno di inizio di ciò che è impropriamente definito “impero americano” - le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti per realizzare i propri progetti di dominio globale sono risultate sempre più evidenti. La storia militare statunitense di questi ultimi sessanta anni è, infatti, più una storia di insuccessi militari che di vittorie. Già prima delle sconfitte nella guerra di Corea, i marines americani diedero prove disastrose sul terreno quando accorsero in appoggio di Chiang Kai-shek  nella guerra civile cinese, che vide poi la vittoria dei comunisti di Mao Tse Tung.

Fu nella guerra di Corea che il comandante in capo delle forze USA e ONU, Mc Arthur, inventò la formula propagandistica per la quale gli eroici soldati statunitensi venivano defraudati della vittoria dai loro pavidi dirigenti politici, timorosi di vincere davvero la guerra.

Questo tipo di propaganda vittimistica fu utilizzato poi massicciamente durante la guerra del Vietnam e negli anni successivi a quella guerra. Il vittimismo militare americano costituì infatti l’oggetto di famosi film come “Apocalypse Now”, in cui un pelato Marlon Brando pronunciava un monologo in cui attribuiva la sconfitta in Vietnam all’incapacità americana di emulare i Vietnamiti in fatto di crudeltà, e si richiamava ad un episodio in cui i Vietcong avrebbero tagliato un braccio a dei Vietnam_napalm_19721bambini loro connazionali, colpevoli di essersi lasciati vaccinare dai soccorrevoli soldati americani; questo episodio di crudeltà dei Vietcong non ha nessun riscontro in nessuna delle cronache dell’epoca, perciò costituisce una pura invenzione, anche se, grazie all’impatto del film, ha assunto la consistenza di un fatto realmente accaduto. Gli Stati Uniti hanno quindi costruito una propaganda che aveva il preciso scopo di dissimulare i limiti della loro potenza militare, attribuendo le sconfitte ad un eccesso di scrupoli morali. Tutto il dibattito imposto dalla propaganda americana è sempre infarcito di dilemmi morali, dilemmi tanto più fasulli dal momento che sono dei criminali in servizio permanente effettivo a proporli.

Del resto non si capisce quali scrupoli morali oggi si stiano facendo le truppe ed i mercenari statunitensi in Iraq ed in Afghanistan.iraq

Il dominio statunitense non è quindi legato esclusivamente o principalmente alla potenza militare, ma soprattutto all’alleanza organica con i reazionari di tutto il mondo. In Europa la reazione ha sogno-americanosognato l’America sin dagli inizi del ‘900 e, dalle pagine del “Mein Kampf”, si apprende che Hitler non faceva eccezione. La propaganda statunitense inventa ogni giorno un “nuovo Hitler”, però quello originale era un filo-americano.hitlerbush Nel 1946 le oligarchie europee sono diventate “americane” non per il timore di un’Unione Sovietica prostrata dalla guerra, ma per timore dei loro lotte_operaieoperai. Un avvenimento del 1946 di cui pochi storici si sono occupati - ad esempio: Joyce e Gabriel Kolko - riguarda l’esperienza dei consigli operai nella Germania Est. Questa parte della Germania era stata da sempre la meno industrializzata e, nello stesso periodo, la Germania Ovest deteneva l’ottanta per cento dei suoi impianti industriali ancora intatti, poiché in gran parte di proprietà di multinazionali americane, e infatti i bombardamenti USA si erano concentrati soprattutto sulle abitazioni civili e sulle città d’arte come Dresda.

Nonostante questa inferiorità in fatto di impianti industriali, la Germania Est superò nel corso del 1946 la produzione dell’Ovest, dimostrando che i consigli operai costituivano un’alternativa non solo in termini di giustizia, ma anche di efficienza.

Per un certo periodo, Stalin non si oppose all’esperienza dei consigli a causa dell’impellente bisogno di prodotti industriali da parte della Russia.

Quando gli operai di Berlino Est nel 1953 tentarono di riproporre quell’esperienza, la risposta del potere fu invece una brutale repressione. L’esperienza dei consigli operaioperai è stata screditata anche a causa dell’apologetica dei consiliaristi e dei situazionisti, che li hanno proposti come un improbabile modello di potere assoluto; in realtà la loro validità si dimostrò proprio nel determinare una spinta sociale a cambiamenti molto più vasti e profondi, cosa che determinò il terrore nelle oligarchie europee, che si dimostrarono pronte ad inchinarsi agli USA purché li difendessero da questa prospettiva. Il piano Marshall è presentato nei libri di storia come una grande prova di generosità americana, mentre in realtà costituì un finanziamento governativo alle esportazioni statunitensi; ma la cosa più rilevante è che esso fu accompagnato dalla imposizione di una serie di stretti vincoli alla spesa pubblica dei Paesi europei che determinarono una terribile depressione e una disoccupazione di massa.

Con il piano Marshall arrivarono in Europa anche le basi militari americane e, nel 1949, la NATO.

Le basi americane e NATO  per le oligarchie europee sono come tanti baluardi antioperai sparsi sul territorio, veri e propri templi dell’antioperaismo.

Fonte: Comidad

domenica, 01 giugno 2008
A PROPOSITO DI "EMERGENZE"
In merito ad alcuni appelli e comunicati apparsi sul blog della cosiddetta "Comunità Provvisoria"comunità_provvisoria mi permetto di muovere alcune obiezioni personali. Non serve a nulla attaccare i pezzi da novanta, firmare appelli contro Napolitano o prendersela con Realacci, Bertolaso & soci. Ci penserà la magistratura a fare piazza pulita dei "rifiuti politici". Il problema vero è un altro. Questi signori nominati in continuazione da Franco Arminio, specialmente il cavaliere di berluscaoArcore, rischiano di assumersi ben altre responsabilità, molto più gravi e deleterie per la già fragile e monca democrazia italica. La cosiddetta "emergenza rifiuti" è ormai diventata un facile e comodo pretesto per innescare un'altra "emergenza" molto più esplosiva e pericolosa. Mi riferisco ad una vera e propria emergenza democratica. Quando un paese che si proclama "democratico" come l'Italia, per affrontare e risolvere un problema come quello dei rifiuti-discaricarifiuti, che dovrebbe essere gestito facilmente in termini di normale amministrazione (come avviene in tutti i paesi civili), minaccia di ricorrere alle forze armate e alla mano dura, ordinando alla polizia di manganellare le donne e addirittura i bambini inermi, significa che non viviamo più in un sistema democratico ma in un vero e proprio stato di polizia.stato_di_polizia Se poi questa vertenza "locale", divenuta ormai una questione di ordine pubblico, la inquadriamo in un contesto più globale e complessivo, in cui riscontriamo altre tessere che appartengono allo stesso mosaico, ossia altri problemi affrontati come emergenze di ordine pubblico, sul piano puramente repressionerepressivo e militare, allora è facile dedurre in maniera sillogistica che siamo prossimi all'avvento di un regime autoritario  e poliziesco, vale a dire prossimi al duxcripto-fascismo. Mi riferisco, ad esempio, al tema della "sicurezza", al pacchetto di norme e provvedimenti di legge che introduce, solo per citare un esempio emblematico, il reato di "immigrazione clandestina".immigrazione Provvedimenti che tradiscono e rivelano la matrice ideologica eversiva e anticostituzionale che ispira le risposte brutali e criminogene del governo. Mi riferisco altresì alle campagne di allarmismo mediatico e psicologico che hanno contribuito ad istigare e assecondare i peggiori istinti della gente. Campagne che hanno evocato e suscitato un clima razzista, autorizzando e scatenando tutte le pulsioni securitarie, razzismoxenofobe e violente, prima latenti. Per la serie "il rimedio è peggiore del male" ! Ma siamo solo all'inizio... Concludo affermando che la "mano dura" adottata contro gli immigrati e contro le popolazioni locali che protestano per salvaguardare il proprio territorio dallo scempio delle discariche, è solo un segnale che indica la vera natura di un governo "forte con i deboli e berluscadebole con i forti". Questa è sempre stata la principale caratteristica di tutti i governi di stampo fascistoide, di tutte le tendenze politiche autoritarie, di matrice demagogica e populista. Infatti, non mi aspetto la medesima fermezza e durezza in materia, ad esempio, di evasione fiscale o di altri interessi legati ai poteri realmente forti ed influenti che condizionano da sempre il destino di questo sciagurato paese che è l'Italia. Una nazione il cui processo di "unificazione" fu soprattutto opera, non a caso, di due tendenze occulte, cospirative ed eversive, quali la massoneriamassoneria e la mafia. Non a caso, lo Stato italiano, inteso come istituzione ufficiale, è ancora oggi l'involucro esterno sorto a protezione del peggiore capitalismo affaristico di origine criminale, retto sul potere massonico-piduista e della malavita organizzata,forza_mafia di tipo mafioso e camorrista. Non è un caso che oggi riscuotano uno straordinario successo di critica e di pubblico due film come "Gomorra" e "Il Divo", attualmente in fase di proiezione in tutte le sale cinematografiche italiane. Due opere che suggerisco di vedere.
venerdì, 09 maggio 2008

Per non dimenticare Peppino Impastato

 

Oggi ricorre il 30esimo anniversario dell'omicidio politico di peppino_impastatoPeppino Impastato, assassinato brutalmente da sicari mafiosi. La mafia ha ridotto a brandelli il suo corpo ma non ha fermato le sue idee, né piegato il suo coraggio interiore e la sua onestà intellettuale, non ha spezzato la sua dignità, né dissolto la sua energia spirituale. La mafia ha ucciso Peppino ma non ha soppresso la libertà e i diritti che egli ha sempre propugnato e difeso con tutte le sue forze, battendosi contro l'ingerenza e il controllo oppressivo esercitato dalla criminalità organizzata sulla vita dei cittadini, contro l'occupazione militare mafiosa del territorio e della società, contro la speculazione edilizia, il malaffare e la corruzione politica.
La mafia non è riuscita ad annientare  il simbolo ideale e politico che ancora oggi, a distanza di trent'anni, Peppinocentopassi rappresenta per le nuove generazioni. Le giordanaquali lo hanno riscoperto grazie al celebre film diretto da Marco Tullio Giordana, "I cento passi", nel quale il ruolo  di Peppino è magistralmente interpretato dal brillante attore Luigi Lo Cascio. Per chiunque voglia saperne di più su Peppino, in omaggio alla sua memoria e alle sue idee intramontabili, vi propongo una raccolta di link.

PEPPINO IMPASTATOimpastato_peppino

UCCISO IL 9 MAGGIO 1978

LE SUE IDEE NON MORIRANNO MAI

"LA MAFIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA" 

"I CENTO PASSI"   

Infine, suggerisco di consultare i seguenti siti:impastato

www.peppinoimpastato.com

www.centroimpastato.it

www.retedigreen.com/index-8.html

HASTA SIEMPRE PEPPINO!

domenica, 13 aprile 2008

Per "esorcizzare"  in modo sano ed efficace, la triste e grottesca, quanto subdola e diabolica campagna elettorale appena conclusa, credo che non ci sia una risposta più incisiva e salutare della satira. Pertanto, vi propongo alcune vignette che mi sono particolarmente piaciute, tra cui metto i piccoli e geniali capolavori partoriti dall'estro creativo di Vauro Senesi, in arte Vauro.



 
Infine, vi segnalo il seguente video su Veltrusconi a fumetti. Si tratta di un filmato davvero istruttivo ed illuminante.
sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
venerdì, 28 marzo 2008

Prosegue il mio curioso e instancabile viaggio nel "fatidico" 1968.

Un'escursione virtuale già intrapresa in un precedente post, provando ad esplorare e far conoscere un anno formidabile che è durato all'incirca un decennio ed ha cambiato in modo radicale la vita e il costume (ma non l'organizzazione politico-economica) della nostra società negli ultimi 40 anni. Mi sono messo alla ricerca dei protagonisti e delle gesta che hanno segnato la poderosa rivolta di un'intera generazione. Per caso mi sono imbattuto in una simpatica e singolare testimonianza, offerta da un noto attore "comico".

Si chiama Claudio Bisio. Pubblico qui un suo interessante contributo che si inserisce nell'assurda disputa mediaticabrunovespa che si sta consumando in questo periodo. Un falso dibattito intriso di rievocazioni mistiche e celebrazioni retoriche, menzogne e mistificazioni, criminalizzazioni e distorsioni, banalità e idiozie, ripensamenti e pentimenti, ipocrisie e perversioni... Claudio Bisio ci consegna un punto di vista senza dubbio originale che suggerisce una visione ironica e inconsueta del '68, di un movimento vissuto ed osservato attraverso un'angolatura che si potrebbe definire "minimalista", ma non lo è. Almeno non in senso letterale. Buona lettura.

Quando Avevo I Capelli Lunghi

di Claudio Bisio

Iniziamo col dire che avevo undici anni. Nel ’68, intendo.

Sono del ’57: 68 meno 57 fa 11. Tanto per far vedere che la matematica la so, anche se ho fatto il liceo (scientifico per altro) nei fatidici anni ‘70 e le scuole più che frequentarle le ho occupate, come scrisse un noto critico. Undici anni quindi, l’età attuale di mia figlia anche se, sto facendo ora i conti, lei frequenta la prima media, mentre io alla sua età ero già ben inserito in seconda, essendo andato a scuola a cinque anni. Mia madre, maestra elementare, sosteneva che a quattro anni sapevo già leggere e scrivere e all’asilo mi annoiavo. Come dubitare del giudizio di una mamma? Maestra elementare, per giunta.

Quindi elementari, private ovviamente, per via di quei cinque anni non omologabili in una scuola pubblica (solo la Moratti da ministra dell’istruzione sancirà il contrario). E per di più dalle suore, per motivi più topografici che fideistici essendo l’Istituto delle Madri Pie nello stesso isolato di casa mia. Tutto casa-scuola e catechismo, allora? Non esattamente.

Ho imparato “Bandiera rossa dalle suore. Cantare “Avanti popolo alla riscossa” dalle ultime file del pullman che ci stava portando a visitare l’Abbazia di Chiaravalle in presenza della Madre Superiora è stato per me il primo chiaro segno di ribellione. E siamo ancora nel 1965.

 Ma ecco esplodere la primavera del 1968, che mi vede in seconda media, ma con “Bandiera rossa” già ben salda nella mia playlist personale che conteneva anche Battisti e i Corvi, Drupi e i Giganti che ben presto sarebbero però stati sostituiti da Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini e alcuni Canti delle Mondine.

Per me furono galeotti gli echi del Maggio francese e una professoressa di italiano col figlio al liceo Parini che ci aggiornava quotidianamente sullo “scandalo” della “Zanzara”, un giornalino scolastico che si era permesso di pubblicare un’inchiesta sul sesso tra i giovani.

E un compagno di classe ripetente, quindi notevolmente più grande di me, che mi regalò il libretto rosso di Mao tse tung (che con gli anni non perderà solo carisma e smalto, ma pure il nome… tuttora non posso leggere “Maozedong” senza avere un brivido che mi corre lungo la schiena) e mi invitò un sabato pomeriggio all’Università Statale di via Festa del Perdono ad ascoltare il comizio di un certo Mario Capanna che arringava le masse (così si diceva allora, masse popolari) sulla guerra in Vietnam.

Ebbene sì, la prima volta che ho messo piede in una università è stato per ascoltare Capanna, lo ammetto. Ma il punto di non ritorno del mio definirmi “impegnato” e “alternativo” è stato quando fui espulso per avere i capelli troppo lunghi.

Lo so, oggi pensando al mio cranio implume fa ridere, ma è andata veramente così. Un regolamento di istituto redatto da un preside fascistoide prevedeva che i ragazzi dovessero portare la sfumatura alta (il ciuffo lungo sulla fronte era permesso, ma dietro la nuca no, si doveva essere ben rasati), le ragazze dovessero avere le gonne sempre sotto il ginocchio e nessuna coppia di studenti doveva farsi vedere dentro le mura scolastiche mano nella mano.

Quest’ultimo non era un divieto legato a motivi di decoro sessuale. Era piuttosto indirizzato alle ragazzine che erano solite viaggiare con i libri sottobraccio (di zainetti neanche l’ombra) e la mano ben stretta in quella dell’amichetta del cuore. Strano divieto comunque. Non potersi dare la mano nel corridoio durante l’intervallo. Noi la interpretammo subito come una paura da parte del “potere” di vedere i giovani fraternizzare troppo.

Divide et impera, insomma. Più avrebbe vinto l’individualismo tra i ragazzi e più sarebbe stato sconfitto il collettivismo tra i futuri adulti. Analisi molto spicciola, quasi banale. Ma a ripensarci forse conteneva qualche verità.

Anni dopo scrissi un libro il cui titolo fu poco capito da chiunque, editore compreso, ed era: “Prima comunella, poi comunismo”. Ecco, forse era davvero così, non ci permettevano di fare comunella per paura del comunismoComunque io mi beccai i miei bei tre giorni di sospensione con conseguente sette in condotta nella pagella successiva per aver trascurato il barbiere.

Questo è il mio ricordo sul 1968 propriamente detto, ma quando si parla dipiazza_fontana Movimento del ‘68, spesso si parla del ‘69, dell’autunno caldo, di Piazza Fontana e degli anni seguenti e allora lì i ricordi si fanno più vivi, partecipati. Non più medie inferiori, ma liceo. Il mitico (almeno per me) liceo scientifico “Luigi Cremona”, di Milano ovviamente, zona Affori-Bovisa-Comasina, pochi fighetti tanto per capirci. Il mio primo approccio alla vita pubblica, la mia prima identificazione politica, è stata l’anarchia. “Ma è un’utopia!” ci obbiettavano quasi tutti... “Ma è proprio quello il suo bello” pensavo io.

Mi ricordavo le parole di Jim Morrison: “Non accontentarti dell’orizzonte, cerca l’infinito”. Chi non ha utopie non ha sogni, chi non ha sogni non vive, sopravvive, pensavo. Di realpolitik si può anche morire, lentamente per giunta. E per un giovane, ultima citazione lo giuro, è meglio bruciare subito che spegnersi lentamente.

Detto, fatto. Contatto uno dei pochi anarchici della scuola che vestiva anche da anarchico... in mezzo a tanti eskimo e anfibi, lui girava con un mantello nero, la barba lunga e un cappello a larga tesa. Nero, ovviamente. Pareva di essere nell’Ottocento (quel ragazzo, tra l’altro, diventerà un ottimo insegnante steineriano e alcuni decenni dopo avrà tra i suoi alunni un certo Luigi Berlusconi. Casualità? Sfortuna? Nemesi storica?).

Ci vedete una mattina poco dopo l’alba, io e lui volantinare davanti alla Face Standard ad operaimetalmeccanici che nel freddo del mattino invernale ci guardano a dir poco perplessi? Questa scena, occorre ammetterlo, ha qualcosa che sta tra il romantico e il ridicolo. Io allora vidi più il ridicolo del romantico e mi concentrai quindi sulla scuola, la mia scuola, con i “piccoli” problemi del caro libri, dei contenuti nozionistici, dei programmi scollati dalla bruciante attualità.

Beh, non ho mai studiato tanto in vita mia come in quegli anni di liceo dove, durante le occupazioni, si organizzavano gruppi di studio, lavori interdisciplinari... Eravamo persino riusciti a don milanirivoluzionare prossemicamente la classe: non più file di banchi per due che guardavano il prof ma banchi disposti a ferro di cavallo, per vederci tutti in faccia e, se si lavorava in gruppo, uniti a gruppi di quattro. Eravamo anche così poco formali o schematici che quando intuimmo che un certo insegnante di religione, il plurilaureato Don Gualberto Gualerni tanto per non fare nomi, teneva dei corsi monografici di economia tra le due guerre in un’altra sezione ottimizzando al massimo la sua miserella ora settimanale, non esitammo a bigiare alcune noiose e inutili lezioni della nostra classe per seguire a bocca aperta le sue indimenticabili lezioni.

E pensare che tutto questo è accaduto negli anni Settanta, che saranno poi chiamati anni di piombo (purtroppo giustamente a causa di ultraminoranze assurdamente e inutilmente violente ed eversive). Per me invece, sono stati gli anni della cultura, dello studio, del confronto, dell’impegno senza maiuscole o virgolette. Durante un’occupazione riuscii a portare Dario Fo in aula magna a tenerci una lezione su Cielo d’Alcamo e la sua Rosa fresca aulentissima che praticamente fu un’anteprima di Mistero Buffo (gratis per giunta).

Ecco, per me il Nobel se l’è meritato fin da quella mattina, davanti a seicento studenti prima rumorosi e scettici, poi sempre più attenti, divertiti e interessati. Anni dopo (pochi per altro) ebbi l’occasione, e la fortuna, di assistere a prove aperte di suoi spettacoli invitato assieme ai Comitati Unitari di Base di cui facevo parte: Morte accidentale di un anarchico, Storia di una tigre e altre storie, Morte e resurrezione di un pupazzo... ed è stato lì che ho deciso che avrei provato a cimentarmi con quell’arte.

Quarant’anni dopo sono ancora qui, a lottare per un senso, un senso delle cose che si fanno del perché le si fa, del come le si fa. E quel senso altro non può essere se non, di volta in volta: la bellezza, l’amore, la poesia, l’armonia.utopia Tutte utopie, non meno irraggiungibili dell’anarchia. “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela”. Tanto per citare anche Oscar Wilde e smentirmi ancora una volta...

Fonte: www.claudiobisio.it

venerdì, 29 febbraio 2008
...LA VENDETTA
Dopo de-mita-ciriaco“De Mita, l’ascesa al potere”, il primo film dedicato alla leggenda demitiana, che ha ricostruito la vita del protagonista dalla nascita in quel di Nusco, un paesino arroccato sui monti irpini, fino all’eroica scalata al vertice del potere politico, quando nelle sue mani si concentrarono la segreteria nazionale della Democrazia Cristiana e la guida dell’esecutivo; dopo “De Mita 2, la caduta”, che ha descritto la fase discendente della parabola demitiana, attraverso le vicende di Tangentopoli che hanno scatenato quella sconvolgente bufera giudiziaria che determinò la fine della Prima Repubblica, decretando in modo particolare la caduta ingloriosa del craxismo e del regime incentrato sull’asse denominato C.A.F (Craxi-Andreotti-Forlani);berlusconi-craxi-de-mita dopo “De Mita 3, la ripresa”, che ha narrato la fase successiva della carriera politica di Super-Ciriaco, sopravvissuto eroicamente alla tempesta di Mani Pulite, e la sua netta ripresa dopo l’avvento della Seconda Repubblica e la “discesa in campo” del cosiddetto “nuovo che avanza”, alias “Unto del Signore”, “Cavaliere Nero” o come dir si voglia; uscirà prossimamente in tutte le sale cinematografiche l’ultimo film della epica saga dedicata all’imperatore di Nusco.
Il titolo è “De Mita 4, la vendetta”, scritto, diretto e interpretato dal mitico Ciriaco in persona. Un film da non perdere assolutamente! Il film racconta come, dopo l’amara esclusione dalle liste elettorali del PD ad opera del finto “buono”, il cinico veltroni2Veltronix, il nostro eroe, a 80 anni suonati, decide di abbandonare il partito per aderire alla formazione politico-elettorale della Rosa Bianca. Da quel momento, nel suo animo coverà un solo sentimento e mediterà un solo scopo: vendicare il torto subito dal suo perfido nemico. Il quale, con la scusa dell’età, lo ha malamente estromesso dalle candidature costringendolo ad uscire dal partito stesso, dopo che lo stesso Ciriaco De MitaCiriaco, con la sua influenza, aveva contribuito alla creazione del PD e al trionfo di Veltronix alle elezioni primarie del Partito Demo(n)cratico. In realtà l’età non c’entra nulla, visto che un altro celebre personaggio, sicuramente più anziano del nostro eroe, è stato convinto da veltroni3Veltronix a candidarsi nelle liste del PD. Il vero motivo dell’epurazione di De Mita è il suo accento dialettale, che tradisce la sua provenienza meridionale, dunque è la sua origine campana, precisamente irpina. Pertanto, Veltronix si è dimostrato solo un razzista anti-meridionale. Ma appare evidente che Veltronix ignora chi si è messo contro. Il nostro eroe avrà d’ora in poi una ragione in più di vita, potrà coltivare la più nobile ed eroica tra le passioni: la vendetta!
Questa sete di rivincita lo indurrà ad impegnarsi con tutte le sue forze per restituire lo smacco ricevuto dal suo acerrimo nemico, contribuendo magari ad un’atroce sconfitta alle prossime elezioni parlamentari.
Infatti, la competizione elettorale ingaggiata in Campania, in modo particolare la partita che si disputerà nel piccolo collegio irpino, potrebbe rivelarsi determinante addirittura per l’esito finale delle prossime elezioni politiche nazionali, soprattutto per quanto riguarda i seggi assegnati al Senato attraverso il premio di maggioranza previsto dall’attuale legge elettorale.
La campagna elettorale, appena intrapresa, sta per concedere i primi, eclatanti colpi di scena. Ma siamo soltanto agli inizi, il bello dovrà ancora venire… Non intendo anticipare le sensazionali sorprese riservate dal film, per cui vi consiglio di non perderlo.
(To be continued)
domenica, 27 gennaio 2008

Li chiamarono... briganti! (1999)

Scritto e diretto da Pasquale Squitieri


Fotografia Sergio Melaranci
Scene Giuseppe Carocci
Costumi Mario Carlini, Francesco Crivellini
Produzione VIDI s.r.l
Distribuzione Medusa
Genere drammatico
Nazionalità Italia
Lingua italiano
Durata 100 m
Data 1a visione 28 maggio 1999

foto di scena   foto di scena Il film comincia nel 1861, dopo lo sgretolamento del regno delle due sicilieRegno delle Due Sicilie, e racconta le vicende di un gruppo di briganti nel sud infiammato dalle insurrezioni popolari di chi si oppone all'Unità d'Italia e insanguinato dalla repressione dell'esercito piemontese. spedizione dei milleUn sud dove si moltiplicano le bande alimentate da fuorilegge comuni, ex militari, ex garibaldini allo sbando, contadini sempre arrabbiati e impoveriti dalle tasse e leggi mortificanti, come il servizio di leva che priva le campagne di braccia giovani. Crocco (Enrico Lo Verso), il protagonista, è un personaggio realmente vissuto ed entrato ormai nella leggenda.

Ha combattuto con garibaldiGaribaldi e si è sentito tradito. Il nuovo governo lo rinchiude in carcere, ma lui si mette al comando di una banda guidato da un senso di giustizia primordiale, sperando di poter migliorare le condizioni di vita nelle campagne.

Con questo film Squitieri ritorna al cinema dopo sette anni di assenza.

Pasquale Squitieri

locandinaIl film fu in visione solo per un breve periodo di tempo nelle sale cinematografiche, qualcuno lo definì politicamente scorretto, ma continua ad essere celebrato nelle università, nelle manifestazioni culturali e da un ristretto pubblico di cultori.
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"Li chiamarono... Briganti"briganti sembra introvabile. Non esiste in commercio una versione ufficiale del film, né in VHS, né in DVD. Nell'enciclopedia online Wikipedia, alla voce "Li chiamarono... Briganti", è scritto: "Il film oggi è fuori da qualsiasi circuito commerciale dell' home video ed è rintracciabile solo in ambiti "semi-clandestini" come "e-mule" ". In internet, fino ad oggi, si trova in vendita una copia del film in versione VHS e DVD, destinata probabilmente al mercato russo, col titolo, tradotto in cirillico, di "Bandity" (vedi locandina a lato).

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Vi propongo alcuni video scaricati da YouTube.

Descrizione del video

Capolavoro di Pasquale Squitieri, l'unico film ad aver avuto il coraggio di narrare la vera storia dei Briganti e del risorgimento italiano. Gli attori principali del film sono: Enrico Lo Verso, Claudia Cardinale, Giorgio Albertazzi, Carlo Croccolo, Franco Nero, Lina Sastri.

 Seguono alcuni link:

La vera storia del risorgimento italiano:giuseppe_garibaldi http://www.ilportaledelsud.org/rec-ressa.htm
La verità sui Briganti (I partigiani del "Regno delle Due Sicilie" )
http://www.ilportaledelsud.org/mono_ressa_4_4.htm
I primati del Regno delle Due Sicilie:
http://www.ilportaledelsud.org/primati.htm

http://www.vocedimegaride.it/html/primatidelregno.htm

Un film da vedere per capire come nascono i problemi che affliggono l'Italia di oggi: Emigrazione, Mafia, Camorra, 'Ndrangheta, eccetera.

napoli

Il video ha sottotitoli in italiano e in inglese.

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Descrizione del video

L'epilogo del film capolavoro di Pasquale Squitieri "Li chiamarono...briganti" interpretato da una sublime Lina Sastri.

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Descrizione del video

"A Melfi! A Melfi!": brano tratto dal film capolavoro di Pasquale Squitieri "Li chiamarono... Briganti!" (1999)

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Descrizione del video

La storia della canzone "Briganti se more":
http://www.ilportaledelsud.org/brigantesemore.htm

 

Cast (in ordine alfabetico)

Giorgio Albertazzi

....

Cardinale Antonelli

Roberta Armani

....

Filomena

Claudia Cardinale

....

Assunta

Ennio Coltorti

....

Caruso

Carlo Croccolo

....

Don Vincenzino

Michele D'Anca

....

Giovanni

Ennio Girolami

....

 

Remo Girone

....

Don Pietro

Franco Iavarone

....

 

Enrico Lo Verso

....

Carmine Crocco

Luigi Montini

....

 

Franco Nero

....

 

Lina Sastri

....

Corifea

Roberto Maria Selvaggi

....

 

Branko Tesanovic

....

Ninco Nanco

Benoìt Vallès

....

Generale Cialdini

Victoria Zinny

....

 


giovedì, 17 gennaio 2008

Apocalypto

Un film del 2006 scritto e diretto da Mel Gibson.

Locandina

Produzione

Il film è stato girato nella penisola messicana Yucatàn, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006, il budget era di circa 40 milioni di dollari americani. Gli attori sono tutti sconosciuti e originari di quel paese, come Rudy Youngblood, il protagonista, Dalia Hernandez e Raoul Trujillo.

Alcune comparse sono nativi americani. L'intera pellicola è stata girata in yucateco moderno, uno dei dialetti della lingua maya più utilizzati, e parlati ancora da un milione di persone, tale scelta è simile a quella precedente di Mel Gibson, che ha girato La passione di Cristo in aramaico e latino.

Il titolo è una parola greca che significa "rivelare", ma il film non ha connotazioni religiose, probabilmente Gibson si riferisce all'apocalisse provocata dall'arrivo dei conquistadores spagnoli, scena con cui termina il film. Come il precedente La passione, il film non ha titoli di testa, ma solo i titoli di coda. Violente piogge in Messico hanno ritardato le ultime fasi di post-produzione, tanto che l'uscita del film nei cinema statunistensi è stata rimandata dal 4 agosto al 8 dicembre 2006.

Polemiche

Il film ha suscitato numerose polemiche per i seguenti punti:

  • la descrizione dei Maya come un popolo sanguinario e primitivo, che ignora totalmente la loro cultura e scienza (molti storici hanno infatti protestato per questa rappresentazione);
  • la scena dell'eclissi che getta nel panico l'intera popolazione Maya, la quale sarebbe in contrasto con le conoscenze astronomiche che tale popolo ha dimostrato di avere, c'è da dire però che non tutti avevano conoscenze astronomiche; infatti è doveroso notare come l'eclissi mandi sì nel panico la popolazione, ma non i sacerdoti che anzi ne sfruttano abilmente le caratteristiche per strabiliare ancora di più il loro popolo.
  • la deformazione storico-temporale del film, dove si rappresentano i Maya durante la scoperta dell'America come una popolazione fiorente e sviluppata, quando invece agli inizi del 1500 erano quasi completamente decaduti
  • la presenza di numerose scene di violenza e di immagini disturbanti, spesso ai limiti del gore;
  • l'uso dello yucateco moderno, che, sebbene si sia rivelata l'unica alternativa alla lingua inglese (non conosciamo infatti il linguaggio degli antichi Maya), è un evidente anacronismo storico.

Successo

Nel mondo Apocalypto non ha avuto il successo sperato, spesso a causa di polemiche e di vicende giudiziarie, negli USA è stato un semi-flop.

Critica

La critica italiana non ha accolto molto bene il film. Solo Pino Farinotti lo ha trattato molto bene assegnandogli 4 stellette e dichiarando che già fa parte del corpo del cinema. Il sito "delcinema.it" invece gli assegna due stelle e mezzo e scrive che Il racconto ha dalla sua un'abile tecnica di regia e un'ottima sceneggiatura all'americana, ma decisamente efficace.

Fonte: Wikipedia

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Apocalypto 

Un film di Mel Gibson. Con Rudy Youngblood, Dalia Hernandez, Jonathan Brewer, Morris Birdyellowhead, Carlos Emilio Baez, Israel Contreras.La tesi del film è annunciata da una frase dello storico-scrittore Will Durant: una grande civiltà non viene conquistata fino a quando non si distrugge da sola dal di dentro. Così, quando nel 1518, gli spagnoli "conquistadores" sbarcarono per la prima volta su una spiaggia dello Yucatàn, per portare la nuova civiltà, i Maya avevano già compiuto buona parte del lavoro ed erano, diciamo così, predisposti.
Gibson, creativo in modo allarmante, e anche furbo, corregge dunque la tesi del paradiso naturalistico: in quel tempo l'Europa aveva il Rinascimento, i codici civili e la polvere da sparo, i Maya "indietro" millenni rispetto a quei parametri, e al riparo da quel tipo di civiltà, non erano poi così felici.
Un'idea scaltra e magari strumentale, comunque accettabile, che poi permette al regista di fare il cinema violento-etnico-primordiale-iperrealista, attraverso "interpretazioni impossibili", che tanto gli sono congeniali.
Il giovane maya Zampa di Giaguaro vive dunque in modo primordiale, va a caccia, si diverte coi suoi amici, ha una moglie incinta e un bambino. Il suo villaggio viene assalito da una tribù più forte che fa una strage.
Insieme ad altri, Zampa di Giaguaro, che riesce a nascondere la famiglia in una grotta sotterranea, viene portato in un villaggio lontano dove sarà sacrificato al dio del sole. Riesce a fuggire, inseguito dai nemici.
Li uccide uno a uno, torna al suo villaggio, salva miracolosamente la famiglia, e dall'alto di una collina vede due galeoni nella baia e alcune barche che si stanno avvicinando alla spiaggia che portano uomini con armi, insegne e croci. Jaguar e la famiglia si rintanano nel cuore della foresta.
Nella Passione Gibson si era ritagliato molte possibilità di invenzione a cominciare dall'aramaico. Qui ripercorre la stessa strada (lingua maya con sottotitoli) ma gli si aprono orizzonti ancora più vasti: i corpi nudi che offrono un'opzione di violenza estrema che, per esempio, Braveheart coi costumi e le armature non offriva.
La vegetazione umida e senza sole, nemica, e così folta che senti prima di vedere, ed è tardi. L'istinto primordiale: ci si immobilizza, gli occhi si allargano a scrutare, il pericolo mortale è vicino. L'idea delle violenza estrema ha un'altra chiave, suggestiva. Zampa di Giaguaro viene colpito da una lancia, letteralmente trapassato, se la toglie e riprende la fuga, poi viene colpito da una freccia, dalle parti del cuore, se la strappa e prosegue.
E non sono le solite licenze del cinema d'avventura, è una considerazione sulle difese del corpo, che oggi diremmo sovrumane e cha magari, in quel tempo e in quei luoghi, erano umane. L'istantanea estrema in questo senso è alla fine, quando Zampa di Giaguaro si affaccia sulla grotta e vede la moglie e due figli, che stanno per annegare sopraffatti dalle grandi piogge. La donna ha partorito nell'acqua.
Un'altra strepitosa occasione Gibson la coglie col rito del sacrificio maya, e non gli par vero di poter rappresentare l'asportazione del cuore, il corpo disfatto pezzo per pezzo e poi spinto lungo l'infinita parete di quelle piramidi.
Dunque per il regista una possibilità estrema, antropologica, è quello che cercava. Può essere interessante la sua prossima mossa. Un'indicazione: perché no la genesi? Gibson cristiano radicale, avrebbe possibilità ancora maggiori, medierebbe le scritture con la scienza e offrirebbe certamente un'istantanea credibile di Adamo ed Eva. E dovrebbe inventare un linguaggio questa volta davvero ex novo.
Un'avventura spaventosa, ma niente spaventa Mel. Apocalypto è un film molto importante. Per coraggio per estetica e per forza in senso lato. Va inteso, oltre che come magnifico trucco (sempre di film trattasi) anche come indicazione che certamente si porterà dietro tante, tante parole. E, indubbiamente, fa già parte del corpo del cinema.

Fonte: MyMovies

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Apocalypto

Nata intorno al 2600 a.C. circa, l'evoluta società Maya praticava anche guerra, schiavitù, e nell'ultima fase offerte umane agli dei. Sembra che varie cause concorsero al suo declino: deforestazione per produrre malta, siccità e carestie, conflitti e rivolte, ma principalmente l'arrivo dei conquistadores spagnoli, portatori tra l'altro di malattie che sterminarono il 90 % della popolazione.

"Nel corso della Storia, i motivi della caduta di una civiltà - dice Mel Gibson - sono sempre gli stessi, e molti degli eventi che hanno preceduto la fine dei Maya sono quelli che si verificano nella nostra società oggi. Questi cicli si ripetono continuamente".

E proprio un tale parallelo spiega il titolo profeticamente catastrofico, per un film che Gibson ha sceneggiato con Farad Safinia (anche co-produttore), prodotto con Bruce Davey e diretto avvalendosi della consulenza dell'archeologo Richard D. Hansen e del lavoro artigianale di una grande squadra di artisti, per lo più messicani.

Girato in loco, parlato in maya yucateco (lingua tuttora in uso), Apocalypto ha un cast di non professionisti composto da nativi del continente (dal Canada al Centro America).

Il regista lo ha ambientato nel momento di abbrutita decadenza e delirio delittuoso del "popolo dell'insegna del Sole", ma la vicenda si svolge quasi interamente nella foresta con tanto di estenuante inseguimento finale.

Dopo "Braveheart", la deriva da spettacolarizzazione porta Gibson da un lato a servirsi della tecnologia (con un digitale che gli permette di utilizzare la luce naturale e fino a 4 cineprese in simultanea per sequenze anche da venti minuti), dall'altro a bearsi in riprese ipercinetiche e in una maniacale violenza sanguinolenta.

Con una narrazione tutta visiva, elementare e manichea nella divisione buoni-cattivi, che fa dell'indistruttibile protagonista - annunciato da un oracolo - il simbolo di equilibrio con la natura, famiglia, sacrificio generoso, mentre il malvagio incarna l'idea della paura, necessario alter ego in un viaggio iniziatico. Per una fuga dal progresso distruttivo, alla ricerca di un "nuovo inizio".

La frase: "Una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno." (W. Durant)

Federico Raponi


Fonte: FilmUp

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Infine, vi segnalo alcuni link relativi ad un'altra recensione scritta a proposito di un altro celebre film "iperrealista" diretto da Mel Gibson, The Passion : Bellaciao - Girodivite - Fuoriregistro.