LA CANZONE POLITICA
Francesco Guccini, emblema della canzone politica degli anni Settanta
In Italia nacque sull'onda del '68, prendendo spunto da quello che era stata nel decennio l'opera di protesta del folk europeo, che a sua volta aveva attinto dallo 'zio' americano. Si sviluppò in due correnti di cantautori: quelli che avevano partecipato direttamente alla lotta studentesca e quelli che cantando il 'male di vivere' prendevano comunque posizione contro i modelli della società borghese. Alla prima scuola corrispondevano pezzi orecchiabili e intrisi di slogan, affinché potessero essere facilmente imparati a memoria e riproposti anche in corteo: c'erano 'Contessa' di Paolo Pietrangeli e 'C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones' scritta da Mario Lusini e cantata da Gianni Morandi; 'Pungni chiusi' dei Ribelli e 'Proposta' dei Giganti; facevano la loro comparsa sulla scena l'Equipe 84 e Francesco Guccini. Alla seconda appartengono le perle di Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Gino Paoli e Fabrizio De André, ma anche esperienze come le Cantacronache di Fausto Amodei con testi di Franco Fortini e Italo Calvino, o la 'Echiana' versione di 'Ventiquattromila baci' intitolata significativamente 'Ventiquattro megatoni'. Nel 1965 si affaccia nel panorama musicale nostrano il Nuovo canzoniere italiano nato con Gianni Bosio, che ripropone temi cari alla Resistenza, da 'Bella Ciao' a 'Sentite brava gente' fino a 'Ci ragiono e ci canto', estrema propaggine della deriva etnopop, quella che oltreoceano s'incarnava nel country di Dylan, il quale, tuttavia, molto più tardi dichiarava: "Non ho mai scritto una canzone politica. Le non canzoni possono cambiare il mondo, ormai ho smesso di pensarlo."
Fonte: www.romaone.it
Vi suggerisco di visitare Il Deposito: un archivio web di canti di protesta politica e sociale. E' indispensabile consultarlo, per chi vuol saperne di più!
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Alessandro Portelli
Canzone politica e cultura popolare in America
Il mito di Woody Guthrie
Il libro
Un libro tra storia della musica e storia dei conflitti di classe negli Stati Uniti. Un testo capace di riportarci indietro nel tempo, alla scoperta di chi, per primo, cantò l’orgoglio degli sconfitti di una grande epopea. Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1975 parla dell’America a cavallo tra le due grandi guerre del Novecento. Scorrono la cultura operaia dell’inizio del secolo, la frontiera contadina e il boom del petrolio. Nel profondo sud americano, dilaniato dai conflitti razziali e dalla depressione economica, nascono il blues, gli spirituals e le canzoni di lavoro. Racconti popolari e racconti musicali che danno forma alla cultura delle comunità nere, dei villaggi e delle organizzazioni di fabbrica. Una rivoluzione del linguaggio, della narrazione, del ritmo e del suono che ha origini materiali: nella lotta dei più poveri per la sopravvivenza. Woody Guthrie è stato il primo dei grandi della musica folk, il più grande «poeta rivoluzionario» americano. A lui si sono ispirati Billy Brugg e Phil Ochs, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Le sue ballate hanno dato voce a quel conflitto interno che ha da sempre accompagnato la storia americana.
Alessandro Portelli
Alessandro Portelli (Roma, 1942) è docente di Letteratura anglo-americana all’Università «La Sapienza» di Roma. È autore di numerosi saggi su cultura popolare e letteratura americana, pubblicati presso diversi editori. Recentemente è uscito Canoni americani. Oralità, letteratura, cinema, musica (Donzelli, 2004). Dirige la rivista di studi americani «Acòma».
un assaggio...
All’inizio del 1937, Woody Guthrie aveva 24 anni, e viveva con la moglie in una baracca comprata a rate per 25 dollari a Pampa. Non c’era proprio più lavoro, la cittadina era come morta. Così si rassegnò anche lui ad andare in California dove andavano tutti. Aveva dei cugini a Sonora, nella zona agricola della California settentrionale, e decise di raggiungerli. Con la chitarra in spalla e i pennelli per guadagnarsi qualcosa da mangiare, si mise in cammino verso l’Ovest. Attraversò le città cresciute attorno all’industria del bestiame, le cattle towns del Texas e le città di montagna del New Mexico. Qualcuno gli rubò i pennelli, e per la prima volta si trovò senza niente da mangiare e senza i mezzi per procurarselo lavorando. Così, si decise a bussare alle porte delle case per chiedere aiuto. Gli hobos più esperti gli avevano detto di stare alla larga dai quartieri buoni, ma Guthrie provò lo stesso a bussare alla porta della chiesa più ricca di Tucson, Arizona. Fece una lunga anticamera, poi il prete gli disse: «Mi dispiace, ragazzo; ma anche noi viviamo di elemosina. Qui non c’è niente per te». Ancora in viaggio sul tetto di un merci, Yuma, poi la California – El Centro, Indio, Redlands, Colton, e Los Angeles, Bakersfield, Sonora. Di città in città, prese sempre più coscienza della violenza aggressiva della polizia. E tutto intorno vedeva frutteti e i cartelli con scritto «non toccare». C’era frutta tutto intorno e marciva, frutta da far mangiare tutti gli affamati d’America, scrisse poi, ma la lasciavano sugli alberi pur di non pagare ai braccianti una giornata onesta. In tutta la California, vide abbastanza da fargli crescere la rabbia contro gli sfruttatori e la solidarietà con gli altri sfruttati: «Odiai la falsità decadente della speculazione fascista sul petrolio e la benzina in California, il veleno di ptomaina e i pugni di ferro nelle prigioni e nelle carceri, le arance gettate via e le pesche e l’uva e le ciliege che marcivano e scorrevano via in piccoli rivi di succo avvelenato col creosote. Vidi le centinaia di migliaia di persone sperdute, senza soldi, affamate, senza lavoro, disperate lungo le strade, nascoste tra gli alberi e i cespugli. Sentii quella gente cantare nelle loro «giungle» e nei loro campi di lavoro federali e cantai canzoni che avevo fatto per loro». A Sonora trovò i suoi cugini e restò con loro qualche tempo, lavorando nei frutteti. Più tardi, fu raggiunto da suo zio Jeff, con sua moglie e un altro cugino, Jack, che suonava anche lui la chitarra. Woody e Jack Guthrie decise di provare a guadagnarsi da vivere con la musica e scesero a Los Angeles, dove parteciparono a diversi spettacoli in giro per Hollywood, Pasadena, Burbank, suonando prevalentemente per gli immigrati che apprezzavano la loro country music. Più tardi, furono ingaggiati alla stazione radio KFVD, dai cui microfoni trasmettevano ogni giorno un quarto d’ora di canzoni tradizionali, ballate e brani nello stile della Carter Family e Jimmie Rodgers. Ebbero molto successo, e la stazione raddoppiò il loro quarto d’ora, ma la paga restava di un dollaro al giorno, e Jack si stancò presto. Woody continuò il programma da solo. Poi incontrò la famiglia Crissman, appena immigrata dal Missouri; una delle ragazze, Maxine, aveva una voce forte, scura e ruvida, e Woody la prese con sé alla KFVD. Maxine Crissman era soprannominata «Lefty Lou», e le canzoni che cantavano insieme lei e Guthrie riguardavano sempre più da vicino i problemi sociali e le questioni politiche in cui era coinvolta la loro gente. Raccolsero le loro canzoni verso la fine del ’37, in un libretto ciclostilato, che comprendeva alcune delle prime canzoni scritte da Guthrie per i profughi della Dust Bowl, ma anche una canzone sulla guerra civile e di liberazione in Cina, in cui Woody e Lefty Lou attaccavano l’appoggio americano agli imperialisti giapponesi. Guthrie cominciava ad avere rapporti sempre più stretti con la sinistra. Sembra che già all’inizio del ’39 avesse pubblicato due brevi note politiche sul settimanale sindacale di Los Angeles «United Progressive News»; altri articoli furono ospitati da «Light», un settimanale democratico; diverse raccolte di canzoni e opuscoli politici li ciclostilò nell’ufficio della Lega contro la Guerra, un’organizzazione frontista comunista di Los Angeles, e li distribuì per suo conto. Nessuno di questi scritti è stato rintracciato. Resta invece un importante canzoniere ciclostilato, On a Slow Train through California, con una ventina di canzoni tra cui alcune delle sue Dust Bowl Ballads. Più tardi scrisse: «Lefty e io cantavamo canzoni che puntavano il dito contro le ricche e pigre case dei sognatori inutili, gli uffici degli imbroglioni, gli alberghi imbottiti dei capi dei rackets, i pezzi grossi, gli accaparratori di terre, ladri di petrolio, latifondisti, poliziotti corrotti, sceriffi ubriachi, padroni senza scrupoli, capoccia ladri, tutto quel macello di gente costretto a vivere di paura e avidità sotto il sistema dei monopoli». Anche il mondo dello spettacolo prese atto del successo di Woody e Lefty Lou. Le offerte di altre stazioni si fecero pressanti, e infine la coppia lasciò la KFVD per trasferirsi a Tijuana, in Messico. Le stazioni messicane, non sottoposte ai regolamenti americani sulle emissioni radiofoniche, avevano una portata che si estendeva a gran parte degli Stati Uniti, ed erano gestite da ditte americane sostenute dalla pubblicità. Guthrie e Lefty Lou ne scoprirono subito le conseguenze: «L’agente […] ci fece un discorsetto amichevole sul fatto che non dovevamo cantare nessuna canzone che prendesse partito per nessuno, in nessun modo, su nessuna questione, discussione, idea o convinzione, da nessun punto di vista religioso, scientifico, politico, legale o illegale, né da nessun concetto che potesse spingere chiunque, in qualunque posto, ad agire, pensare, muoversi o fare qualsiasi azione in qualunque direzione, a essere d’accordo o in disaccordo con alcuna singola parola di qualsivoglia canzone o conversazione, battuta, barzelletta, che noi potessimo eseguire, metter su o addirittura pensare negli studi della stazione radio». Guthrie scrisse poi di non essere mai stato capace di non dire quello che pensava, di cantare canzoni non politiche. Certo, le sue canzoni di allora non esprimevano ancora una linea politica organica, avevano molte ingenuità, non indicavano risposte o soluzioni. Ma era profondamente politico lo sforzo per dare alla realtà come la vedeva un’espressione diretta, in cui i protagonisti potessero riconoscersi e unificarsi. «Non cantai in nessuna canzone la risposta completa», disse Guthrie, «perché non la sapevo, e perché non conoscevo il Partito comunista e i sindacati, ma conoscevo lo sguardo negli occhi di quegli oceani di gente costretta a vivere come oggetti».
Fonte: www.deriveapprodi.org
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I Gang (frammenti tratti da Wikipedia)
I Gang (a volte chiamati anche con la denominazione completa The Gang) sono un gruppo rock militante italiano (esattamente di Ancona, ndr).[...]Assumono come proprio modello il gruppo dei Clash. I primi pezzi vengono composti direttamente in lingua inglese, con tematiche e musicalità riprese da due album fondamentali dei Clash, London Calling del 1979 e il successivo Sandinista! che contribuisce a far conoscere loro la realtà del Sud del mondo, degli sfruttati, degli emarginati. È questo il "leitmotiv" dei Gang.[...]I Gang si schierano in favore di ogni lotta civile e si esibiscono anche assieme a gruppi come The Pogues, i Blasters, Jesus & Mary Chain e, infine, assieme allo stesso Billy Bragg. È l'epoca di pezzi dal titolo inequivocabile, come Libre El Salvador, Against The Dollar Power ecc. Nel 1986 esce il loro secondo LP, Barricada Rumble Beat, sempre in inglese e ancora più esplicito nei testi. Ma qualcosa cambia gradualmente: il ritmo si contamina, appaiono cadenze rhythm'n'blues e i Gang si avvicinano sempre maggiormente alla tradizione popolare, accostandosi alla black music e alla realtà sociale afroamericana.[...] La svolta. All'inizio degli anni '90 lavorano a una trilogia con la quale compiono la scelta definitiva (e epocale) di passare a comporre testi in lingua italiana. Questa svolta è quasi obbligata: hanno imparato la lezione dai Clash, ma per fare canzone politica, sociale, di denuncia sulla situazione italiana, non si può cantare in inglese. Anche dal punto di vista musicale, i tre album pescano nella tradizione musicale popolare, e possono essere annoverati tra i primi e migliori album folk rock (o combat folk, per dirla come i Modena City Ramblers) italiani. Alle chitarre elettrica Marino sostituisce una chitarra acustica a dodici corde, si aggiungono violino, fisarmonica, armonica, fiati e anche bande di paese (Oltre). Il primo risultato è l'album Le radici e le ali (1991), un album del tutto schierato nel solco della tradizione dell' internazionalismo. I Gang si pongono come punto di riferimento di una sinistra sviluppatasi ai margini del movimento operaio, dal sindacalismo rivoluzionario nel solco di Joe Hill e degli International Workers of the World (IWW), delle Black Panthers, del guevarismo, del sandinismo; si rifanno anche a esperienze italiane come Lotta Continua o Potere Operaio. Ma l'elenco non finisce certamente qui. Dichiarano i fratelli Severini: "Per certi versi ci sentiamo vicini anche alla teologia della liberazione. Se si vuole capire la nostra musica bisogna tenere conto dello sviluppo economico che ha avuto questo paese e delle contraddizioni diverse che ha generato nel Nord e nel Sud. La musica in questo genere di lotta è sempre stata punto di riferimento e strumento di aggregazione: lo fu per Woody Guthrie, a cui stava a cuore l'unità dei lavoratori in un momento di trasizione tra la cultura agricola e quella industriale, lo fu per Víctor Jara e Violeta Parra in Cile contro il regime di Pinochet e per il canto delle mondine, nel vercellese di metà secolo, quando scelsero lo sciopero. Oggi i giovani, come categoria sociale antagonista e portatrice di nuovi valori in contrapposizione a quelli del sistema, non ci sono più, o almeno restano sacche di resistenza che sopravvivono in piccole riserve." (Marino Severini)[...] Continua su Wikipedia
Gang
Il rock controverso
di Ugo Coccia
Autori di un rock testo e lirico, i Gang hanno coniugato la tradizione folk italiana con la musica d'oltre oceano. Strizzando l'occhio ai Pearl Jam
Il rock serrato e lirico dei Gang, la band dei fratelli Severini, non ha mai dimenticato quella stagione musicale a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta dove i ritmi erano taglienti, netti e mai compromissori. La bella copertina del loro più recente lavoro, "Controverso", mostra un segnale stradale di svolta in due sensi, ed è il doppio piano di lettura di un lavoro in cui le chitarre elettriche incalzano, si sovrappongono creano un gioioso vortice all'interno delle canzoni. Ma i testi delle canzoni rivelano un aria da "fall out", dove le parole di Marino cadono come mannaie sulle contraddizioni moderne: "Dopo le nostre divagazioni nel folklore della nostra terra, le Marche, volevamo tornare a fare un grande disco rock , mettendoci più chitarre distorte possibili - racconta Marino Severini - in questo senso credo che un'ottima lezione ci è arrivata dall'ultimo disco dei Pearl Jam. Per quanto riguarda le parole il percorso è stato più difficile: ci sentiamo rappresentanti di quella sinistra rimasta fuori, sconfitta, incapace di comprendere una modernità fatta di guerre ed ingiustizie sociali". E una certa tensione è palpabile nell'album: "Sì, il disco è la risultante di tutto questo: si respira un atmosfera tesa, che personalmente mi riporta ad un anno fa, al conflitto in Europa, alle posizioni del nostro governo. Qualche cosa di più di una semplice strategia che ci ha segnato, ha scavato un solco tra un "prima" e un "dopo" e forse ci ha allontanato ancora di più da quello che noi credevano essere la politica". Il disco, la cui nascita è stata accompagnata da lunghe polemiche tra la band e la casa discografica sulla strategia di promozione, è anche una dichiarazione d'amore verso personaggi, sensazioni, profumi che oggi non abitano in nessun luogo. Andrea Pazienza, i Clash e la Bologna del '77, citati in "Paz", chi se li ricorda più, ma per i Gang la dimensione della memoria non è dannosa se affiancata ad una capacità espressiva al passo con i tempi affidata alle chitarre di Sandro Severini, serrate e tuonanti, malinconiche a volte, che trapassano le canzoni e fanno da contraltare alla voce di Marino. Un ospite di lusso ha messo a disposizione la sua voce e la sua storia in "Reflesciasà": è lo scrittore Erri Deluca. "Lo abbiamo voluto con noi - dice Marino - perché è l'ultimo dei più onesti intellettuali di casa nostra e, come successe in passato per Tom Robbins, ci ha fatto l'onore di regalarci questo piccolo frammento di realtà". Tutto in perfetta linea con "Controverso", un disco che non dispiacerà a chi ama il rock come racconto breve, come istantanea presa dal treno a soggetti in perenne movimento.
Modena City Ramblers
L'Irlanda che parla emiliano
di Claudio Fabretti
I Modena City Ramblers sono una ampia formazione emiliana che guarda all'Irlanda e che rinnova tutto il vigore politico del combat-folk. Un progetto partito sulle ali dell'entusiasmo, ma presto affogato nella retorica


Prendete le suggestioni del folk d'Irlanda. Conditele con una contagiosa allegria dal sapore emiliano. Aggiungete testi di impegno politico, in stile "combat-rock", e avrete la ricetta originaria dei Modena City Ramblers, uno dei gruppi rivelazione dell'ultima leva italiana. I Modena City Ramblers nascono nel 1991 come gruppo di folk irlandese, che suona per la strada, o per amici e parenti. Nel 1994 pubblicano il primo album, Riportando tutto a casa, in cui rivendicano la loro identità meticcia, l'Irlanda e l'Emilia, la resistenza e gli anni Settanta, i viaggi e le lotte. Tra i loro "compagni di strada", anche due big irlandesi: i Chieftains e Bob Geldof. Tra i brani, "In un giorno di pioggia", resoconto della nascita del grande amore per l'Isola verde. Le loro coinvolgenti ballate trascinano il pubblico anche per la veemenza polemica dei testi. "Quarant'anni", ad esempio, traccia un ritratto al vetriolo della politica del dopoguerra tra P2, mazzette e stragi impunite. Ci sono anche due cover "politicamente schierate": "Bella ciao" e "Contessa". Il periodo è caldo: l'inizio di Tangentopoli. "Oggi sono cambiate le condizioni sociali. C'è meno voglia di lottare e molta confusione. Penso che non riscriverei più un pezzo come 'Quarant'anni'", ammette Rubbiani. Ma la grande utopia dei Modena City Ramblers ha continuato a vivere nel secondo disco, La grande famiglia (50.000 copie vendute), dedicato al pubblico. E soprattutto nei versi di Terra e libertà, il terzo album, che attraversa i sogni di riscatto del Messico di Emiliano Zapata ed "el Sup" Marcos, viaggia tra i campi dei Saharawi e segue le tracce lasciate da Ernesto Guevara (non ancora "Che") alla scoperta del suo continente. Gli strumenti sono la fisarmonica della tradizione italiana e la "uileànn pipe" di quella celtica; la chitarra e l'armonica del vecchio Woody Guthrie, le percussioni latino-americane, le chitarre elettriche e le batterie rock. Una mistura che la band definisce "patchanka celtica". Il successo dei Modena City Ramblers è cresciuto nel solco della riscoperta folk dei primi anni '90, portata avanti da gruppi come Mau Mau, Gang, Yo Yo Mundi. "Oggi per la scena indipendente c'è più spazio - spiega Rubbiani -. Ma è sempre molto difficile combattere il dominio delle radio commerciali". Loro ci provano. Tra gighe, combat-rock e ballate in dialetto di "un'Emilia anche immaginaria". Fuori campo (1999) è invece un disco nato in modo molto diverso da come di solito i Ramblers progettano e realizzano i propri lavori. Senza un titolo di riferimento, semplicemente scrivendo canzoni e portandole in studio per essere arrangiate e completate. In Irlanda, nel corso della pre-produzione, il gruppo ha raccolto diversi contributi di ottimi musicisti locali, che ha poi utilizzato nelle registrazioni vere e proprie del disco. Il risultato pero' non e' stato sempre all'altezza. Certo, ballate trascinanti come "Danza etnica" non mancano, ed e' forte l'impronta del Manu Chao di "Clandestino", ma si ha l'impressione, in definitiva, che i Ramblers abbiano fatto di meglio. Come nell'album, "Raccolti", vero compendio del loro repertorio, interamente acustico e inciso dal vivo durante una tournée nei pub. "Con quel disco abbiamo voluto ritrovare le radici folk della nostra musica e atmosfere più tranquille, quasi campestri", spiega Giovanni Rubbiani (chitarra, armonica e voce della band). La formazione emiliana torna nel 2002 con l'album Radio Rebelde, dal nome dell'emittente fondata da Che Guevara ai tempi della lotta nella Sierra Maestra. Il singolo apripista, "Una perfecta excusa", è la traduzione in musica di un testo regalato al gruppo emiliano dallo scrittore cileno Luis Sepulveda. "Puoi trovare 'una perfetta scusa' per andare sempre avanti, sperando in un cambiamento", dicono i Modena City Ramblers. Ma in realtà è il loro armamentario retorico-demagogico ad avere perso ogni spinta innovativa. Anche la copertina del cd - una grande bandiera rossa sventolata da un omino nero che si arrampica suun'antenna per le trasmissioni - sa ormai pateticamente di deja vu. Alimentano la confusione ideologica (palla al piede da sempre della band) i vari inserti parlati, da Berlusconi a Bush, il brano "La legge giusta", ispirato dai fatti del G8, e "Pirata satellitare", il pezzo-manifesto della contestazione ai media. "C'è il rischio di vedere una 'letterina' col burqa o la faccia di Bin Laden sulla statuetta del Buddha" - dice "Cisco" Bellotti, cantante del gruppo -. Nella tv italiana, che non riesce a dare un contesto adeguato alla musica, anche i messaggi più importanti rischiano di perdersi. Quello di Jovanotti, ad esempio, portato in mezzo alle 'letterine', è stato inefficace". Ma - al di là dell'indubbia qualità di alcuni dei brani anche di questo disco - ciò che accomuna i Modena City Ramblers proprio al famigerato Jovanotti è l'impareggiabile banalità demagogica dei testi. Musicalemnte, comunque, Radio Rebelde segna un'evoluzione della loro patchanka celtica, dove ora il punk, l'elettronica, il dub, il reggae, i ritmi africani, latini e balcanici si sono aggiunti alla originaria componente folk. Accanto all'attività live ed in sala d'incisione, sulla scia dell'esperienza produttiva di Cisco con “La Casa del Vento”, il gruppo inaugura anche una propria etichetta di produzione discografica, la Modena City Records, per produrre una serie di band emergenti folk e di progetti paralleli. Nel giugno 2003, viene pubblicato il mini-cd Modena City Remix, contenente remix di loro brani da parte di artisti e dj, tra i quali i britannici Transglobal Underground e i Feel Good Productions. Sul finire dell'anno comincia anche la collaborazione tra i Modena City Ramblers e la Coop, che li sceglie quali testimonial per la sua campagna di solidarietà internazionale “Acqua per la Pace”. In esclusiva per i supermercati della cooperativa, nel dicembre 2003 viene pubblicato il mini-cd Gocce, i cui proventi vanno a finanziare i progetti sostenuti dalla campagna. ¡Viva la Vida, Muera la Muerte! esce nel 2004, con Max Casacci dei Subsonica in cabina di regia. I MCR continuano a prendersi maledettamente sul serio: lo spirito verace e scanzonato dei primi dischi à-a Pogues si è dissolto, e quel che resta non è né abbastanza "impegnato" da meritare titoli sociali, né abbastanza accattivante da ricevere onori sul piano musicale. Frutto dell'immancabile viaggio in Chapas sulle orme del Comandante Marcos, il disco risente di questa nuova infatuazione latina della band, tangibile fin dalla possente title track, dalle marcate connotazioni messicane, grazie al binomio trombe & percussioni. “Il Presidente” è la solita tiritera anti-berlusconiana, con poca ironia e qualche spunto musicale indovinato (il violino tzigano).
“I Cento Passi” (a me piace, sia il film che la canzone, ndr) è praticamente la fotocopia di “La Banda del Sogno Interrotto” e non bastano gli spezzoni dall'omonimo film per darle un senso qualsiasi. E falliscono anche ballate mosce come “Ramblers Blues” ed “Ebano”. A salvarsi, alla fine, sono semplici canzoni in dialetto come “Stella Del Mare”, “Al Fiòmm”, “La Fòla ed La Sira”. Ovviamente, non manca l'imprescindibile cover di De André, e anche stavolta la scelta non è all'insegna dell'originalità (“Il Testamento di Tito”). Il disco successivo, Appunti Partigiani, nasce da un “corpus” di canzoni, ispirate al periodo della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. A far loro compagnia, molti ospiti di spicco: Francesco Guccini nella rilettura della sua “Auschwitz”, Moni Ovadia nella canzone di Italo Calvino “Oltre il ponte”, Piero Pelù ne “La guerra di Piero” di Fabrizio de Andrè, Goran Bregovic e la Wedding and Funeral Band in “Bella ciao” e il britannico Billy Bragg in “All You Fascists”, scritta da Woody Guthrie. Appunti Partigiani viene pubblicato nell'aprile 2005, in coincidenza con il sessantesimo anniversario della Liberazione ed è la prima uscita ufficiale su Mescal. Nel novembre 2005, in un momento di pausa nell'attività del gruppo, arriva la notizia dell'abbandono del cantante Stefano “Cisco” Bellotti. Il gruppo è spiazzato, ma decide di tornare al più presto a suonare dal vivo, affidandosi a una formazione con doppio vocalist, come agli inizi. Entrano nell'organico così il sassolese Davide “Dudu” Morandi, cantante dei “Mocogno Rovers”, e la cantante e attrice correggese Betty Vezzani, già impegnata sia in varie collaborazioni musicali di matrice folk e rock. Nel 2006 esce il nuovo disco, prodotto dall'inglese Peter Walsh, già al fianco, tra gli altri, di Simple Minds e Peter Gabriel. Tra gli ospiti di rilievo, Luca “Rude” Lombardo, rapper bolognese trapiantato a Barcellona, già collaboratore di Manu Chao, Fermin Muguruza e La Kinky Beat, la brass band macedone Kocani Orkestar e il celebre musicista irlandese Terry Woods, ex Pogues e tra i principali esponenti del folk irlandese dagli anni 70 a oggi. Dopo il lungo inverno (Mescal) compare nei negozi alla fine del 2006, e contiene qualche significativa novità. Un pezzo come "Mia dolce rivoluzionaria", ad esempio, nonostante le solite premesse (incluso l'invito "Alza il pugno!" contenuto nel booklet), preannuncia che "ora servono nuove parole", perché "la risposta è più complicata". Già qualcosa... "Quel giorno a primavera" e "Mama Africa" tornano finalmente a graffiare, rifuggendo i soliti luoghi comuni terzomondisti, così come "Mala Sirena" è una incursione in Bosnia all'insegna di un laico realismo descrittivo. "Western Union" e "Oltre la guerra e la paura" sono impreziosite dalle interpretazioni intense della nuova vocalist, Betty Vezzani, che porta una ventata di freschezza all'ensemble. In realtà, però, i logori clichè sono duri a morire, come confermano tracce all'insegna di una bolsa retorica ("Il paese delle meraviglie") o dell'ennesima riproposizione di temi stra-abusati come quello del viaggio ("Il treno dei folli"). Pur non uscendo del tutto dal baratro creativo degli ultimi anni, i Modena City Ramblers denotano se non altro la volontà di superare l'empasse in cui si sono cacciati e di inseguire una seconda (quanto, invero, improbabile) giovinezza artistica.
Fonte:www.ondarock.it
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