lunedì, 08 settembre 2008
Pubblico di seguito un articolo che offre una chiave di lettura originale e controcorrente degli avvenimenti italiani.

E' un post apparso sul blog Ripensare Marx e firmato da Gianfranco La Grassa. Non ne condivido integralmente il contenuto (ad esempio, dissento dall'analisi e dal giudizio sprezzante, o comunque negativo, concernente le lotte del Sessantotto e del Settantasette), ma concordo su alcuni punti, anzitutto sulla valutazione espressa a proposito del ruolo destabilizzante svolto da Mani Pulite, un avvenimento interpretato come un golpe politico-istituzionale travestito sotto la nobile facciata di un'inchiesta giudiziaria.

Senza la bufera di Tangentopoli che nei primi anni '90 ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica (la corruzione e l'affarismo dilagano ancora oggi, in misura persino maggiore rispetto al passato, malgrado non esistano più i vecchi partiti di massa, i quali garantivano un argine in difesa della Costituzione e un minimo di partecipazione politica democratica), senza le campagne mediatiche che hanno scatenato un clima di aggressione squadrista, di caccia alle streghe, aizzando l'opinione pubblica nazionale, in Italia non sarebbe stato possibile attuare quelle svendite e privatizzazioni ad esclusivo vantaggio del capitalismo economico privato, di preziosi beni ed enti pubblici dello Stato, procedendo in pratica ad un'operazione eversiva di smantellamento totale della cosa pubblica, il cui ultimo bersaglio è costituito da Scuola e Sanità.

Un altro punto di convergenza con l'autore dell'articolo, riguarda la riflessione quasi "profetica" proposta da Pasolini rispetto al degrado storico-antropologico della realtà italiana a partire dal boom economico-consumistico degli anni '60. Un degrado socio-culturale crescente, di cui il berlusconismo è solo un effetto e non la causa.

E' POSSIBILE UNA SVOLTA?

di Gianfranco La Grassa

Ho detto molte volte, e lo ribadisco senza esitazioni, che il berlusconismo è prodotto e non causa del degrado politico – e del vero e proprio sprofondamento culturale –  prodottosi in Italia negli ultimi decenni, e acceleratosi senza dubbio dopo gli anni ’90 soprattutto successivamente a “mani pulite”.

Tale degrado è dunque un processo che precede e provoca l’ascesa di Berlusconi in campo politico e, di conseguenza, culturale. Del resto che Berlusconi non sia la causa dello sprofondamento in oggetto è dimostrato dal fatto che questo è generale in tutta Europa – pur se da noi conosce una particolare accentuazione – e, in generale, in tutto il capitalismo “occidentale” avanzato. Si parla spesso anche di americanizzazione.

Va detto allora che l’americanizzazione ha interessato pure gli Stati Uniti, poiché essi non sono stati per nulla caratterizzati negativamente in senso culturale, almeno fino agli ’70 circa.

Politicamente imperialisti, massacratori più o meno secondo gli standard di tutte le grandi potenze succedutesi nella storia dell’umanità, ma non depressi culturalmente: buona letteratura, buona (e nuova) musica, grande cinema, credo non abbiano sfigurato nemmeno … nelle arti figurative.

Inoltre, solo chi ha la puzza sotto il naso – in genere gli idealisti e gli hegeliani nostrani – sputano sulla filosofia; ad esempio quella pragmatista (Dewey, William James, e in più Pierce che è un notevole personaggio; più tanti altri).

Infine la scienza, che ha avuto i suoi massimi avanzamenti proprio in quel paese. Per merito di stranieri? Si anche, ma che sono stati accolti con facilità mettendo a loro disposizione enormi mezzi e istituzioni e laboratori avanzati per sviluppare le loro ricerche. Quindi, lasciamo perdere l’americanizzazione e il berlusconismo.

In realtà, aveva piena ragione Pasolini, certamente con particolare riferimento al nostro paese. Il degrado, rapido e devastante, è iniziato in definitiva nel ’68.

Se Pasolini avesse potuto vedere il ’77, sarebbe rimasto letteralmente inorridito, perché in quegli anni si è sprofondati nella notte più buia in specie “per merito“ di quei sedicenti ultrarivoluzionari di sinistra che furono gli “autonomi”, ancor oggi non placatisi e trasformatisi in varie guise, una più indecente e sragionante dell’altra.

Purtroppo, si è trattato di una buona dimostrazione del fatto che “il sonno della ragione genera mostri”. Da qui è derivata la nostra effettiva “catastrofe”, non dai “bottegai berlusconiani”.

Insomma, Pasolini aveva secondo me ragione da vendere nel giudizio negativo, morale più ancora che politico, espresso su quegli arroganti studentelli privi di qualsiasi idealità e valore, identificandoli quali “piccolo-borghesi” che volevano semplicemente sostituire i loro “padri”; certamente questi avevano messo in mostra gravi limiti e anche colpe, ma erano in genere dotati di uno spessore culturale, e spesso anche morale, che i pigmei e nanerottoli del ’68 (per non parlare appunto degli anni successivi) nemmeno sfioravano.

Probabilmente Pasolini commetteva errori politici (tattici) ed esagerava in qualche lode di troppo verso i poliziotti in quanto “contadini meridionali”. Certe repressioni feroci di quel periodo sono ben fisse nella nostra memoria; e del resto anche la Celere degli anni “di Scelba” non credo meriti la nostra riconoscenza!

Qui sto però solo giudicando del degrado politico-culturale indotto in Italia da certa sinistra che si finse rivoluzionaria. Poiché però quest’ultima mostrò presto il suo reale volto, fondamentalmente reazionario pur nell’ammodernamento dei “costumi” (più che altro quelli sessuali), riuscì nell’intento di impestare i media, sostituendo i “padri” in specie nei giornali, in TV, nell’editoria, ecc., anche grazie al fatto di essere cooptata da parte di una classe dirigente economica incapace di vera autonomia produttiva, sempre bisognosa di assistenza “pubblica” e di svendita allo straniero (predominante).

In questo modo, i “rivoluzionari” sessantotteschi e settantasettini – farseschi e drammatici nel contempo; veri eredi dei Demoni di Dostojevski – ebbero modo di produrre un autentico sconquasso presentato come “ammodernamento”, anzi come postmodernità.

L’attacco alla razionalità, alla scienza, all’idea di progresso, il catastrofismo oggi dilagante che si “predica” sia derivato dal “dominio della Tecnica”, provengono da questi settori reazionari; anche se poi seguiti da altri, che si collocano sul fronte apparentemente opposto, di una “destra” pur essa non istituzionale, che si crede erede delle correnti più radicali e “rivoluzionarie” del vecchio nazifascismo (settori rimasti però sempre in posizione secondaria rispetto a quelli “ultrasinistri”).

Infine, questi ultimi ebbero un altro colpo di fortuna. Crollò il sistema “socialista”, e dagli Usa (e dalla nostra GFeID, finanza e industria assistita) partì l’operazione “mani pulite” che “produsse” infine una sinistra – in entrambi i suoi rami: la moderata e la radicale – senza più le radici popolari del Pci; una sinistra che, per fortuna, comincia adesso ad essere abbandonata dalla Classe.

Questo marciume dilagante – effetto dello sprofondamento politico-culturale, ormai realizzatosi grazie al patrocinio della suddetta classe dirigente economico-finanziaria – ha confermato i suoi autori nel controllo dei canali di trasmissione di sedicente informazione e “cultura”; ed essi ne hanno approfittato per mascherarsi e diffondere del disastro un’interpretazione del tutto mistificante: la colpa è del berlusconismo.

Adesso veramente basta con questa menzogna; è indispensabile, innanzitutto, ristabilire la giusta sequenza dei processi “catastrofici”. La sinistra – quella dei movimenti del ’68, e ancor più del ’77, saldatisi nel ’92-‘93 con tutto il resto della sinistra sotto l’ala protettrice della GFeID legata ai predominanti statunitensi; sinistra divenuta sempre più un ammasso di “ceti medi”, soprattutto dei settori del “pubblico” – è la causa di questi processi, il resto ne è derivato ineluttabilmente. Si è dunque creato un bubbone “piccolo-borghese”, con a capo pochi acculturati senza scrupoli e ultra-ambiziosi, che manovrano schiere di lettori di brunovespaVespa e Camilleri (e magari di poco altro, ma non più della grande cultura classica e "borghese"), i quali hanno veramente provocato una frattura netta con le generazioni precedenti. Si tratta di quelli che predicano l’emozione contro la razionalità, la cultura del “corpo” messa in antitesi a quella dello spirito, il più disastroso dei relativismi condito di finta tolleranza, il più bieco lassismo anarcoide che ha disgregato ogni forma di reale e produttiva socialità. In certi momenti, sembra addirittura si sia interrotta una linea di civiltà che – in paesi di antica, millenaria, storia – rappresenta sempre un sedimento, un giacimento, cui si può attingere con effetti positivi perfino nelle epoche più buie. Invece oggi, questo è reso impossibile da questo gravissimo sprofondamento intuito dal grande Pierpaolo_Pasolini_2Pasolini, ma che ha poi progredito – grazie anche a quell’evento, un sostanziale “colpo di Stato” camuffato da operazione giudiziaria, prodottosi nel ’92-‘93 – a passi giganteschi. A me pare del tutto ovvio che la reazione a questa effettiva catastrofe non potesse che assumere, in Italia, le vesti pur esse meschine e squallide della cultura (e della politica) dei cosiddetti “bottegaio berlusconiano” e “industrialotto del nord-est”. A tutto questo è necessario reagire, pur sapendo che le volontà soggettive dovrebbero essere coadiuvate dall’evolvere di eventi capaci di mettere infine in moto processi storici di ben altro calibro e direzione. Tuttavia, i “soggetti” hanno intanto l’obbligo di ricominciare a pensare e, con le loro minime forze, di opporsi alle mistificazioni degli “intellettuali del degrado”. Bisogna affermare con forza: la conditio sine qua non di una possibile rigenerazione politico-culturale del nostro paese e del riannodarsi dei legami con il suo passato di grandi tradizioni culturali (e, lo ripeto, di civiltà) – rigenerazione che riuscirebbe, nel medesimo tempo, a combattere e superare anche la più sanguigna e concreta (meno parassitaria in ogni caso), ma comunque rozza, volgare e intellettualmente limitata, bossi-finisenzaconfini“classe dirigente” berlusconiana – è lo sbaraccamento definitivo di questa sinistra fatta di ceto medio (“piccolo-borghese”, soprattutto dei settori del “pubblico”); un ceto esattamente meschino, intellettualmente mediocre, e nel contempo protervo e arrogante, come lo dipinse Pasolini.Pasolini, 1975 Dobbiamo ricreare forze critiche, effettivamente contrarie a questo tipo di sistema sociale e politico, buttando però a mare questa sinistra, smettendo ogni tentativo di ricostituirla; perché ogni tentativo genera entità ancora più degenerate e ignobili. Non so quanta parte della sinistra, che pretende di essere comunista, abbia ancora un cervello pensante. Comunque, l’invito rivolto è precisamente in tal senso: abbandonate ogni velleitario tentativo di ricreare gruppetti e gruppetti di vecchi rigurgiti ideologici, ormai senza più appiglio con la realtà. Nello stesso tempo, smettetela con l’aggregazione ad una sinistra, più o meno moderata o invece finta radicale,Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil che è la causa reale del degrado, di cui indubbiamente la destra è poi il semplice riflesso speculare. Anzi, esiste proprio una vera cartina tornasole per saggiare se siamo o meno in presenza di puri mentitori e mistificatori: se si insiste oppure no sulla parola d’ordine dell’unirsi in nome dell’antiberlusconismo. Chiunque ancora la usi, è ipso facto il peggiore dei nemici, il vero obiettivo di un’azione di preliminare pulizia. Con quelli che hanno almeno capito questo imbroglio, si può ridiscutere; ma senza alcun tentativo di “rifondare il passato”. E’ necessario riemergere dallo sprofondamento culturale e politico di questi anni, per “costruire” qualcosa di nuovo e ancora impensato. Le piccole, infime, nostre forze s’impegneranno in questa direzione, con tutti coloro che hanno capito questi pochi punti. Non si creda di volerci creare ostacoli (“psicologici”) mostrando indignazione perché certi settori di “estrema destra” riportano alcune nostre analisi.

Noi ci rivolgiamo, puramente e semplicemente, agli individui che usano la ragione; a quelli che preferiscono utilizzare invece i soli “riflessi da cane di Pavlov”, senza valutare quello che noi diciamo – e senza prendere atto dello sforzo di rielaborazione teorica (nuova) che ci sta dietro, e che appare nel sito oltre che in libri e scritti vari su riviste – noi diciamo: non ci interessate, siete quelli della prevalenza delle emozioni sul cervello pensante, siete complici e conniventi con quella sinistra “intellettuale” che ha provocato lo sprofondamento politico-culturale da noi aborrito, facendolo passare per berlusconismo, un semplice effetto invece. Con voi abbiamo chiuso. Altrimenti, ricominciate a mettere in moto le sinapsi di quello che Woody Allen, spiritosamente, definì “il nostro secondo organo preferito”; se lo farete, siamo pronti al dialogo.

postato da: luciospartaco alle ore 18:59 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 24 agosto 2008

La guerra nel Caucaso è il prodotto dell’imperialismo americano e non solo di conflitti locali, ed è probabile che sia solo un assaggio di eventi futuri. Questa è una storia di espansionismo statunitense, più che di aggressione russa.

 

AUTORE:  Seumas MILNE

Tradotto da  Manuela Vittorelli

 

L’esito di sei lugubri e sanguinari giorni di guerra nel Caucaso ha innescato la nauseante ipocrisia dei politici occidentali e dei mezzi di informazione a essi asserviti.

Mentre i commentatori tuonavano contro l’imperialismo russo e la brutale sproporzione della reazione, il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, fedelmente riecheggiato da Gordon Brown e David Miliband, ha dichiarato che “l’aggressione russa non deve rimanere senza risposta”. no-sex-bushGeorge Bush ha denunciato la Russia per avere “invaso un vicino stato sovrano” e minacciato “un governo democratico”. Una tale azione, ha insistito, “nel XXI secolo è inaccettabile”. Questi sono per caso i capi degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato - insieme alla Georgia, guarda caso - lo stato sovrano dell’Iraq con un falso pretesto causando centinaia di migliaia di vittime? O dei due governi che nell’estate del 2006 hanno bloccato un cessate il fuoco mentre Israele polverizzava le infrastrutture del Bombe sul LibanoLibano e uccideva più di mille civili come rappresaglia per la cattura o l’uccisione di cinque soldati? Dopo tutta questa indignazione per l’aggressione russa quasi si fatica a ricordare che è stata la Georgia a scatenare la guerra giovedì scorso attaccando brutalmente l’Ossezia del Sud per “ristabilire l’ordine costituzionale”, in altre parole il dominio su un’area che non ha mai controllato dal crollo dell’Unione Sovietica. Né, in mezzo a tutto questo sdegno per i bombardamenti russi, c’è stato qualcosa di più di brevi riferimenti alle atrocità commesse dalle forze georgiane contro gli abitanti della capitale Tskhinvali.

Diverse centinaia di civili sono stati uccisi a Tskhinvali dalle truppe georgiane. Tra le vittime ci sono anche alcuni soldati russi che operavano in base a un accordo di pace risalente agli anni Novanta.

“Ho visto un soldato georgiano tirare una granata in un seminterrato pieno di donne e bambini”, ha raccontato martedì ai giornalisti un abitante di Tskhinvali, Saramat Tskhovredov. Sarà forse perché la Georgia è quella che Jim Murphy, il ministro britannico per gli Affari Europei, ha chiamato “una piccola bella democrazia”.

Be’, sarà certo piccola e bella, ma sia l’attuale presidente, Mikheil Saakashvili, che il suo predecessore sono saliti al potere in seguito a colpi di stato appoggiati dall’Occidente, il più recente dei quali è stato graziosamente chiamato “Rivoluzione delle rose”.

Saakashvili è stato allora consacrato presidente con il 96% dei voti prima di instaurare quello che l’International Crisis Group ha di recente definito un governo “sempre più autoritario” e che lo scorso novembre ha brutalmente represso l’opposizione, il dissenso e i media indipendenti. In questi casi “democratico” sembra semplicemente voler dire “filo-occidentale”.

La disputa di vecchia data sull’Ossezia del Sud - e sull’Abchazia, l’altra regione contestata della Georgia - è una conseguenza inevitabile del crollo dell’Unione Sovietica.

Come nel caso della Jugoslavia, minoranze che erano più o meno soddisfatte di vivere da una parte o dall’altra di un confine interno, la cui presenza non influiva molto sulle loro vite, si sono sentite ben diversamente quando si sono trovate dalla parte sbagliata di un confine tra due nazioni.

Negoziare una soluzione per problemi di questo tipo è già difficile in qualsiasi circostanza. Ma aggiungeteci gli War newsStati Uniti, la loro instancabile promozione della Georgia come avamposto filo-occidentale e anti-russo nella regione, i loro sforzi per portare la Georgia nella NATO, il passaggio attraverso il territorio georgiano di un oleodotto cruciale e mirato a indebolire il controllo russo delle forniture energetiche.

Aggiungeteci il riconoscimento, sponsorizzato dagli Stati Uniti, dell’indipendenza del Kosovo - il cui status era stato esplicitamente associato dalla Russia a quello dell’Ossezia del Sud e dell’Abchazia.

Aggiungete tutto questo e capirete che il conflitto era solo questione di tempo. Il coinvolgimento della CIA in Georgia è stato forte fin dai tempi del crollo sovietico. Ma con l’amministrazione BushNO BUSH il paese è diventato a tutti gli effetti un satellite degli Stati Uniti. Le forze armate georgiane sono equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti e Israele.  Quello georgiano è per consistenza il terzo contingente militare in Iraq: di qui la necessità che gli aerei degli Stati Uniti riportassero 800 soldati georgiani in patria per combattere contro i russi. I legami di Saakashvili con i neo-conservatori di Washington sono particolarmente stretti: la società di lobbying presieduta dal consigliere per la politica estera del candidato repubblicano John McCain, Randy Scheunemann, ha ricevuto quasi 900.000 dollari dal governo georgiano a partire dal 2004.

Ma sotto il conflitto della scorsa settimana c’era anche la più ampia ed esplicita intenzione dell’amministrazione Bush di imporre l’egemonia globale degli Stati Unitiu-sapevamu e prevenire minacce regionali, soprattutto quelle rappresentate da una Russia in ripresa. Questo obiettivo era stato espresso per la prima volta quando Cheney era segretario della difesa sotto Bush padre, ma il suo vero impatto si è sentito solo quando la Russia ha cominciato a riprendersi dalla disintegrazione degli anni Novanta. Nell’ultimo decennio l’inarrestabile espansione verso est della NATO ha portato l’alleanza militare occidentale a premere contro i confini della Russia e a penetrare nell’ex-territorio sovietico.

Nell’Europa Orientale e nell’Asia Centrale sono apparse basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo anti-russo dopo l’altro per mezzo di una serie di rivoluzioni colorate.

Adesso l’amministrazione Bushzio_sam si prepara a installare nell’Europa dell’Est un sistema di difesa anti-missile palesemente puntato contro la Russia. La riflessione e il buon senso ci dicono che questa non è la storia di un’aggressione russa, ma dell’espansione imperialista degli Stati Uniti e di un accerchiamento sempre più accentuato della Russia da parte di una forza potenzialmente ostile. Non dovrebbe sorprendere che una Russia divenuta più forte abbia usato il pasticcio dell’Ossezia per limitare quell’espansione.

 

Più difficile da capire è perché Saakashvili abbia lanciato l’attacco della scorsa settimana e perché i suoi amici di Washington lo abbiano incoraggiato.

Se è così, le conseguenze sono state spettacolari, con un costo umano altissimo. E malgrado Bush mercoledì abbia tentato di esprimersi con fermezza, la guerra ha anche smascherato i limiti del potere statunitense nella regione.

Finché viene rispettata l’indipendenza della Georgia - e qui l’opzione migliore è quella della neutralità - non dovrebbe essere un male. Potere alienoIl dominio unipolare del mondo ha ristretto lo spazio della vera auto-determinazione, e il ritorno di un qualche contrappeso va accolto favorevolmente. Ma il nuovo assetto porta con sé dei pericoli. Se la Georgia fosse stata membro della NATO il conflitto di questa settimana avrebbe rischiato un’escalation ben più grave. Lo si vedrebbe bene nel caso dell’Ucraina, che ieri ha offerto materiale per un futuro scontro quando il suo presidente filo-occidentale ha minacciato di limitare il movimento delle navi russe nella base di Sebastopoli, in Crimea.

Con il ritorno dei conflitti tra le grandi potenze, l’Ossezia del Sud è probabilmente solo un assaggio di ciò che verrà.

***

L'articolo originale, in lingua inglese, è reperibile al seguente link: http://guardian.co.uk/commentisfree/2008/aug/14/russia.georgia/print

L’autrice della traduzione, Manuela Vittorelli, è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=5717&lg=it

giovedì, 13 marzo 2008

LA LEGGENDA DEL SANTO IMPRENDITORE

Una delle ultime decisioni del governo Prodiprodi è stata quella di inasprire le pene per gli imprenditori responsabili di incidenti sul lavoro.infortuni_lavoro Non può sfuggire il carattere puramente simbolico e astratto di questo provvedimento, mentre al contrario rimangono del tutto non affrontate le cause della mortalità sul lavoro. Neanche il più acritico degli estimatori delle virtù della magistratura, può infatti credere seriamente che una eventuale sentenza di condanna nei confronti di qualche esponente delle multinazionali possa davvero reggere i tre gradi di giudizio, poiché qualsiasi Corte avrebbe facile gioco ad arrendersi di fronte alla pioggia di perizie tecniche a favore degli imputati; perciò alla fine sarà al massimo qualche artigiano a fare il capro espiatorio da offrire all’opinione pubblica.

Frattanto la principale causa degli incidenti, cioè la dilatazione della giornata lavorativa, risulta ancora non toccata e intoccabile, dato che rimane sacro l’obiettivo della lavoratore flessibile“flessibilità” del lavoro. Nella ultima legge finanziaria, il governo Prodi ha previsto ulteriori sgravi fiscali per gli straordinari, così da portare di fatto la giornata lavorativa media ad un minimo di dieci o dodici ore, il che equivale a dire che ci sono altri incidenti mortali già annunciati. Comunque un sicuro effetto pratico questo provvedimento del governo lo avrà, cioè consente a tutti i media di rilanciare la campagna di propaganda tendente a presentare gli imprenditori come le vittime e gli incompresi della nostra società.

Nella Storia nessun gruppo sociale dominante e nessuna aristocrazia hanno mai potuto avvalersi di un supporto mitologico paragonabile a quello di cui si è sempre giovata la imprenditoria cosiddetta capitalistica.montescemolo In questo mito, l’imprenditore capitalistico è un instancabile creatore di ricchezza per se stesso e per tutta la società, un pioniere che continua a svolgere questo suo prezioso, insostituibile e provvidenziale compito nonostante che politici e sindacalisti gli pongano ad ogni passo lacci e lacciuoli. Come il poliziotto, anche l’imprenditore può sempre dire di avere le mani legate da tanti malintenzionati che vogliono impedirgli di fare il proprio dovere. Anche quella che i media hanno etichettato come Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil“sinistra radicale” si adatta a questo ruolo di sponda propagandistica del vittimismo padronale. Nel 2002 un referendum promosso da Rifondazione Comunista sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tendente ad allargare il licenziamento per “giusta causa” alle imprese al di sotto dei quindici dipendenti, servì solo ad avallare la leggenda secondo cui l’imprenditore non avrebbe la libertà di licenziare nelle aziende al di sopra dei quindici addetti.

In realtà l’articolo 18 impedisce il licenziamento solo nei casi di discriminazione sindacale, politica o religiosa, ma non pone nessun limite al licenziamento per motivi economici; questo è il motivo per il quale l’articolo 18 non risulta in alcun modo applicabile nelle piccole imprese, dove l’imprenditore può sempre giustificare anche un solo licenziamento con la necessità di ridurre i costi.

Storicamente l’imprenditoria capitalistica nasce, si sviluppa e si mantiene nell’intreccio con la spesa pubblica, la committenza pubblica, gli appalti pubblici ed i poteri pubblici, ma di tutto ciò l’opinione pubblica non sa e non deve sapere nulla; può sì venire a conoscenza di singoli casi, ma non è lecito nemmeno sospettare che la regola sia proprio questa in ogni caso.

Nel suo libro “Mein Kampf”, Hitler replicava a quelli che in Germania cercavano di avere buoni rapporti con l’Unione Sovietica opponendo loro questo argomento: che senso ha fare alleanze con un Paese in cui l’economia pubblica non è ormai in grado di produrre nemmeno un camion?

Si deve al politologo Giorgio Galli l’iniziativa di aver curato la ripubblicazione del “Mein Kampf”,antisemitismo consentendo così di scoprire che Hitler era una vera spugna della propaganda anglo-americana, al punto che oggi, cambiando solo la firma, egli potrebbe fare tranquillamente l’opinionista del “Corriere della sera” o de La Repubblica”, senza che nessuno si accorga di nulla; persino le opinioni di Hitler sugli Ebrei, tolta qualche espressione di ostilità, potrebbero portare comodamente la firma di un Magdi Allam, poiché entrambi si riferiscono agli Ebrei come se si trattasse di un unico soggetto culturale, nazionale e politico.

Come per i nostri opinionisti attuali, anche per Hitler solo la magica mediazione dell’imprenditore privato era in grado di permettere la transustanziazione delle materie prime in manufatti industriali, quindi egli spedì, sicuro di sé, le sue truppe verso il fronte russo, scoprendo troppo tardi che l’economia pubblica sovietica era in realtà capace di produrre tutti i camion e  tutte le armi che servivano.

Negli anni ’20 la stampa anglo-americana, e dietro di lei la stampa internazionale, erano compatte nel descrivere il disastro incombente dell’economia pubblica dell’Unione Sovietica, e non solo Hitler, ma persino seri economisti come Keynes prendevano sul serio queste profezie catastrofiche.

Poi, negli anni ’30, negli Stati Uniti il presidente Roosevelt fu invece costretto a porre sotto il controllo pubblico un’economia privata ormai allo sbando. D’altra parte, proprio l’esperienza del cosiddetto crollo dell’Unione Sovietica ha indicato che è dall’interno dell’apparato statale che sorgono le spinte affaristiche che conducono alla ri-privatizzazione dell’economia.

I funzionari pubblici possono cioè screditare se stessi in quanto pubblici funzionari, ma solo per accreditarsi come futuri imprenditori privati o come loro soci/complici in affari. È notizia di questi giorni che la guerra in Iraq è costata agli Stati Uniti tremila miliardi di dollari. Ma questa è solo una parte della questione, mentre l’altra può essere così riassunta: l’apparato statale americano ha pagato tremila miliardi alle ditte private legate a Bush, Cheney e Rumsfeld.

Prima di essere trombato, Rumsfeld ha privatizzato tutta la logistica delle forze armate statunitensi, creando ad hoc anche delle formazioni militari private. Rumsfeld supereroeÈ quindi dall’interno dell’apparato statale che possono essere organizzati questi colossali trasferimenti di denaro pubblico ad aziende private, che sono presentati sotto l’etichetta propagandistica di “liberismo”. L’affarismo nasce all’interno dei pubblici apparati, ma ha bisogno del mito propagandistico dell’imprenditore privato per potersi giustificare ogni volta. Questo è il motivo per il quale la mitologia imprenditoriale viene costantemente alimentata dai media.

Fonte: www.comidad.org

domenica, 07 ottobre 2007

CONTESTAZIONI A MIRAFIORI

FORTI CONTESTAZIONI A MIRAFIORI CONTRO I VERTICI CONFEDERALI
Nelle assemblee dei lavoratori a fiat_mirafioriMirafiori in cui i sindacati Conferedali stanno spiegando il protocollo su Welfare e pensioni siglato lo scorso luglio con il Governo, il clima e' incandescente, con fischi e contestazioni che esprimono contrarietà al documento. Questo situazione è l'espressione del gravissimo disagio e delle pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i lavoratori. Sono inaccettabili le posizioni di quelli che, all'interno della maggioranza, mandano segnali ricattatori sull'immodificabilita' del protocollo nel suo iter parlamentare.parlamento-italiano Costoro, anziche' porre aut aut farebbero meglio a ragionare sulle possibilita' di modifiche, cogliendo il malessere vero che c'e'. E' necessario migliorare l'accordo, in particolare sul "capitolo" precarieta' che e' la vera piaga sociale del nostro paese. Non rispondere a questa richiesta, come a quella di una rivalutazione del potere d'acquisto di salari e pensioni, significa continuare ad aumentare la perdita di fiducia in questo Governo e lavorare per il ritorno al governo del "Capoccione" precedente.

Inviata dal compagno Franco da Torino Mirafiori

GUGLIELMO CUOR DI LEONE
Lunedì 1° ottobre i sindacati confederali - segnatamente gianni-rinaldiniGianni Rinaldini, segretario nazionale della Fiom, in rappresentanza della Cgil, e Luigi angeletti_luigiAngeletti, segretario generale della Uil - sono tornati alla Fiat Mirafiori a Torino per 'tastare il polso' agli operai della più grande fabbrica italiana in vista del prossimo referendum - che si terrà dall'8 al 10 ottobre prossimi - sui famigerati accordi di luglio, quelli concernenti il protocollo sul lavoro e il benessere. A dicembre scorso i segretari di comitati_d_affariCgil-Cisl-Uil furono sonoramente contestati, in occasione della loro calata alla stessa fabbrica, ed i giornali nazionali ne diedero ampio risalto. Questa volta, prevedendo reazioni simili da parte degli operai - puntualmente verificatesi, i burocrati della triade hanno pensato bene di tenere l'assemblea a porte chiuse, in modo da poter poi ridimensionare al massimo gli effetti della contestazione. Inoltre il segretario generale della Cgil - l'ex socialista craxiano Guglielmo Epifani - non si è neppure presentato, preferendo evitare di essere nuovamente subissato dai fischi,Triplice_sindacale ed ha inviato in sua vece un leader sindacale molto vicino alla cosiddetta "sinistra radicale", pensando in questo modo di rendere maggiormente accondiscendente l'uditorio nei confronti del sindacato; l'obiettivo non dichiarato ma evidente era quello di non dare l'immagine che la maggioranza schiacciante delle maestranze alla Fiat Mirafiori è schierata apertamente per il NO e non intende farsi nuovamente abbindolare da false promesse. Occorre veramente fare i complimenti a questo uomo tutto di un pezzo: prodi-epifaniper far vincere il sì sta facendo qualunque cosa, compreso vietare ai sostenitori del NO di andare ad argomentare e sostenere le proprie ragioni nelle assemblee, alla faccia della democrazia; inoltre, pur andando a sbandierare in giro di essere assolutamente certo della vittoria del sì, non va dove vedrebbe che non è così certa la sua affermazione, anche e soprattutto per evitare di essere lotte_sindacalicontestato: non male per uno che ha aderito al Partito democratico, la democrazia non sa neanche dove sta di casa! Per parte nostra non possiamo che dare indicazione di andare tutti a votare per sostenere le ragioni del NO a questa ennesima truffa ai danni dei lavoratori.

Fonte: "Linea Rossa-Genova" pcdi@linearossage.it  linearossait

venerdì, 14 settembre 2007

Comunicato di Primomaggio, foglio per collegamento tra lavoratori, precari, disoccupati

Bilancio della campagna contro lo scippo del TFR

 

Cominciamo dai dati.

 

Alla fine del 2006 i lavoratori che aderivano ai maialinoFondi Pensione Integrativi (FPI) erano il 14,9%. Al 30 giugno 2007, ovvero dopo i 6 mesi previsti dalla legge, erano il 19,8%. Questo significa che del 100% dei lavoratori che hanno il TFR (e che venivano quindi chiamati ad esprimersi in merito al suo conferimento ai FPI) solo il 3.9% lo ha fatto volontariamente. Si valuta che circa un 10% sia stato truffato attraverso il meccanismo del silenzio-assensosilenzio-assenso (creato “ad hoc” per superare la diffidenza dei lavoratori, giocando sulla mancanza di informazione che dilaga, purtroppo, nel mondo del lavoro) e si arriva a meno del 30%. Si può ipotizzare che una larghissima parte di questi lavoratori sia stata truffata (e non che abbia consapevolmente lasciato che il TFR andasse ai FPI) da una semplice considerazione: se i lavoratori fossero stati convinti dell’utilità del conferimento del proprio No allo scippo del TFRTFR ai FPI perché lasciar passare i 6 mesi e non farlo subito? Quando una cosa è buona la si vuole subito. O no? Non è un caso che l’adesione sia irreversibile (una pretesa veramente mostruosa che solo dei mascalzoni come quelli che governano oggi e governavano prima - ovvero tutti i partiti da “sinistra” a destra – potevano imporci). I 10 punti sotto le previsioni del ministro (ex-Fiom ed ex presidente di Cometa) damianoCesare Damiano - che contava su una adesione di almeno il 40% - costituiscono una risposta, a dir poco, deludente per gli sponsor dei FPI. I lavoratori hanno dunque posto oggettivamente un freno ad una operazione pericolosissima su ogni piano: economico, politico, sociale... E questo è un risultato oggettivamente positivo. Scomponendo i dati si osserva che l’adesione è notevolmente maggiore nelle imprese medio-grandi rispetto a quelle medio-piccole. Qual’è la spiegazione? Da un lato, i “piccoli padroni” padroncinohanno incentivato i lavoratori a mantenere il TFR in azienda (per poterlo usare loro come fonte di auto-finanziamento “a tasso zero” invece che i gestori dei FPI); dall’altro, i lavoratori delle piccole imprese, sottoposti ad un livello di ricatto occupazionale - e quindi a condizioni salariali - notevolmente peggiori, hanno ritenuto, intelligentemente, che non fosse il caso di rischiare in borsa il proprio TFR, utile invece nei momenti di perdita del posto di lavoro, tanto più frequenti con le loro condizioni contrattuali. Spiegare la non adesione nelle piccole imprese è dunque abbastanza semplice. Ma come spiegare la maggiore adesione in quelle grandi? Da un lato, certamente, gioca la forza di pressione del sindacatosindacati che nelle piccole e piccolissime imprese artigiane ha una influenza molto inferiore. Insomma, la relativamente ampia adesione (si dice circa 51%) dei lavoratori “garantiti” della grande impresa è anche un indice della loro subalternità al sindacato confederale che si erge di fronte a loro come una vera e propria istituzione mafiosa la cui offerta “non si può rifiutare”. Dall’altro, il tentativo da parte dei lavoratori di integrare l’assegno previdenziale futuro anche con economiainvestimenti finanziari (così come molto spesso integrano il bilancio corrente con il ricorso a piccoli e medi prestiti) ipotizzando di poterselo permettere grazie alla relativa stabilità del proprio posto di lavoro. Sui rischi politico-culturali di questa situazione abbiamo scritto un intero articolo in PM 10. Sui rischi materiali basterebbe conoscere il funzionamento delle borse per capire che affidare ad esse il proprio più lontano futuro significa affidarsi più che altro al destino che, come si sa, è spesso “cinico e baro”. Abbiamo detto che le aspettative del governo, dei sindacati e delle banche/assicurazioni/impresetfr sono andate in larga parte deluse. Possiamo cantare vittoria? No di certo, perché ogni volta che verremo assunti in una nuova azienda scatterà il silenzio-assenso e in caso di mancata consegna del rifiuto esplicito, il TFR verrà destinato ai FPI. Cosa significhi questo, all’atto dell’assunzione nelle grandi imprese (dove è altissimo il livello di clientelismo mafioso-politico-sindacale all’atto dell’assunzione, specialmente dopo l’abolizione del collocamento pubblico avviata dal Pacchetto Treu) è evidente. Chi non firma per il sì non viene assunto o finisce immediatamente nella “lista nera” di lotte_sindacali“quelli che vogliono fare di testa propria” (caratteristica non certo amata dai padroni, anche aldilà della questione della destinazione del TFR). Grazie alla contraddizione interna tra grandi e piccoli capitalisti fino ad oggi i “piccoli” hanno in larga parte “remato contro” il trasferimento del TFR ai FPI. Se il governo riuscirà a compensare adeguatamente la loro disponibilità (ad esempio facendo arrivare loro gli effetti della riduzione del cuneo fiscale e predisponendo le condizioni per una riduzione significativa del costo del denaro per le piccole e piccolissime imprese) allora forse, con il tempo, questi piccoli padroncini si convinceranno a collaborare. Riassumendo. La battaglia contro lo altan_tfrscippo del TFR e per la difesa della previdenza pubblica non è finita il 30 giugno. E’ ancora in corso e lo sarà in modo permanente anche in futuro. Non dobbiamo abbassare la guardia. Possiamo però valutare positivamente il fatto che una grande parte dei lavoratori si sia dimostrata assai più indipendente di quanto politici, sindacalisti di regime e padroni ritenessero. E questo, aldilà della lotta specifica sul TFR è il risultato più interessante. I FPI continuano, per il momento, a non decollare e questo risultato è stato ottenuto, oltre che per effetto delle contraddizioni interne ai vari segmenti del capitalismo italiano, anche grazie all’istinto dei lavoratori e, aggiungiamo, anche grazie a quel poco (poco, a causa delle forze disponibili) che hanno messo in campo le realtà politiche e sindacali che hanno sviluppato la campagna per il no.no_allo_scippo_del_tfr Da questo piccolo passo si può andare avanti comprendendo che per vincere quella che è una vera e propria “guerra di lunga durata” è indispensabile avere ben chiari gli obbiettivi che si vogliono raggiungere e che non possono essere il “tamponare le falle” quando si aprono, ma costruire una visione del mondo alternativa a quella capitalistica. Con le “regole” di funzionamento del capitalismo i lavoratori non vinceranno mai perché queste regole sono truccate (ovviamente, a vantaggio dei capitalisti). I lavoratoricompagno cipputi potranno, di tanto in tanto, ottenere qualche risultato parziale ma le cose, complessivamente, continueranno a peggiorare giorno dopo giorno: pensioni, salario, diritti, ambiente, sicurezza... una erosione continua. Ma dalla storia ricaviamo sempre questo piccolo insegnamento: non è con il riformismo che si ottengono le riforme a favore dei lavoratori  (specialmente quando “riformistiche” vengono definite leggi come il “pacchetto Treu” o la “Legge Biagi”, tanto per fare solo due esempi di “riforme” killer per i diritti e gli interessi dei lavoratori). Solo quando i lavoratori hanno fatto davvero tremare le gambe ai padroni minacciandoli concretamente di rovesciarli questi si sono resi disponibili a cedere qualcosa per non dover cedere tutto. E’ sempre così e non può essere che così. Se ai padroni PadroniPadrinichiediamo l’elemosina, quando va bene, otteniamo l’elemosina. Ecco, noi dobbiamo tornare a “volere tutto” e se va male, avremo solo qualcosa. Se continueremo a “tirare a campare”, a chinare la testa, a sperare in San Gennaro... verrà il giorno che davvero non ce la faremo più nemmeno a campare. E già oggi non lavoriamo forse solo per sopravvivere? Che vita è quella dei lavoratori e specialmente di quelli più giovani, senza presente e - soprattutto - senza futuro? Quando non ce la faremo più cosa faremo? Ce la prenderemo con gli immigrati “che ci tolgono il lavoro”? Italiani contro “stranieri”? Nord contro sud? Città contro campagna?guerra_tra_poveri Centro storico contro periferia? Primo contro secondo piano? Una stanza contro l’altra? Non è meglio capire subito che i nemici dei lavoratori non sono altri lavoratori ma i padroni, lo Stato, il capitalismo e che gli immigrati non sono qualcuno da combattere, ma qualcuno con cui combattere contro i padroni e i loro servi politici e sindacali? Sì, è meglio.

 

settembre 2007vignettaTFR

 

Primomaggio, foglio per il collegamento tra lavoratori, precari, disoccupati

 

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sabato, 08 settembre 2007
 

11 settembre : Undici settembre a Roma, Villaggio Globalemovimento-di-inchiesta-11-settembre

Sabato prossimo, incontrandosi a Roma al Villaggio Globale (qui il programma dettagliato), il movimento italiano sull’11 settembre avrà modo di far parlare fra loro le sue tante anime nate e cresciute in rete. Nelle premesse dovrebbe essere un incontro ben diverso da quello dello scorso anno all’Arena del Sole di Bologna. Proiezione di alcuni spezzoni del film zeroZero, brevi collegamenti con Webster Tarpley e Julez Edward (l’organizzatore di United for Truth, la manifestazione di Bruxelles del 9) e poi lunga discussione sulle questioni che più interessano, a partire dalla proposta della commissione internazionale di inchiesta. Qui ad esempio i nodi da sciogliere sono diversi: come arrivarci, dove farla, come formare un pool di esperti che dia garanzie di indipendenza e di rigore quanto meno sul piano logico e investigativo, come difendere il loro operato dalle pressioni e dagli attacchi che tutti possiamo immaginare.Vogliamo ascoltare la voce di molti attivisti, dialogheremo con Giulietto_ChiesaGiulietto Chiesa e con Massimo Mazzucco (in collegamento dagli Stati Uniti), ci confronteremo sul tipo di iniziative da fare qui in Italia dopo un’estate nella quale la strategia dei fabbricanti di opinione è passata dal discredito e dal debunking al tentativo, ancor più sottile e pericoloso, di arruolare il movimento per la verità sull’11 settembre nel fantomatico “partito dei negazionisti”. I segnali in questo senso sono stati dati ad alto livello (parliamo di Italia, ovviamente…): due articoli sulle “pagine culturali” di importanti giornali, il primo dell’11 luglio su “La Stampa” e il secondo la settimana scorsa sul “Corriere”. Sul quotidiano torinese Marco Ventura, Balle_spazialisparando nomi a destra e a manca, ha fatto entrare Massimo Mazzucco e noi di Faremondo nella «galassia negazionista» in quanto sostenitori, a suo parere, di un «revisionismo» che attribuirebbe l’11 settembre ad una «congiura di sionisti e Cia». Sulla vicenda, originata come si ricorderà dal “caso Moffa”, si può riandare alla replica di Mazzucco su Luogocomune del 30 luglio, che giustamente ha poi chiesto all’articolista di indicare le frasi e i luoghi in cui avesse sostenuto quanto da lui asserito. Ma sappiamo come vanno queste cose con i giornalisti. Noi di Faremondo abbiamo sperimentato lo stesso trattamento (e anche di peggio in passato). Nonostante il programma dicesse ben altro, il nostro ciclo di conferenze intitolato Mondo zio_samcanaglia è stato fatto passare dallo stesso Ventura come seminario di controinformazione «sull’Olocausto». Dunque la manovra nei confronti del movimento è ormai scoperta e possiamo intuire a cosa punti. La mossa successiva l’ha compiuta il 27 agosto il “Corriere”. Recensendo Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso (l’antologia introdotta da Giulietto Chiesa che accompagnerà l’uscita imminente del film), Dario Fertilio etichetta il libro come «un caso di “negazionismo colto”, che ricorda non troppo alla lontana quello famoso sulla Shoah, e che rispetto a quello può essere letto in parallelo». A quanto sembra, non sperano più di ridurci all’insignificanza totale sguinzagliando schiere di debunkers: sul piano dell’analisi fattuale e delle coerenza logica il movimentoinside_job ha dimostrato di essere un osso duro. Vogliono portare l’attacco su un terreno in apparenza più favorevole al mainstream culturale italiano. Accomunare il movimento di inchiesta sull’11 settembre e i “negazionisti dell’Olocausto” potrebbe allora far scattare un tipo di bagarre mediatica più rissosa a suon di appelli di condanna sottoscritti da cordate di politici, intellettuali, storici, ecc., con la prevedibile mobilitazione della “comunità ebraica”, la corsa alla solidarietà di “importanti cariche istituzionali” e così via. Marciume italiota allo stato puro.bin_laden
Occorre discutere e mettere in conto anche un’operazione di questo tipo, ovviamente. Ma continuando per la propria strada e senza abboccare. Ad esempio si può chiedere con pacatezza a tutti i giornalisti e ai fabbricanti d’opinione che ci accusano di “negazionismo” di spiegarci come mai per tutta l’estate abbiamo dovuto assistere ad un susseguirsi di dichiarazioni su Al Qaedaosamacarriles che sarebbe più forte che nel 2001 e pronta a colpire, con telepredicatori miliardari i quali rivelano come Dio gli abbia confidato che ci sarà una strage enorme (nucleare) su suolo americano sul finire del 2007, per non dimenticare uomini dell’asse finanziario stay behind di Cheney (tipi come George Schultz e Rupert Murdoch) che, nel bel mezzo della crisi dei “mercati finanziari” soccorsi in liquidità delle banche centrali, costringono il loro pupillo ad un forcing psicologico ossessivo sui settori dell’amministrazione Bush che ancora “frenano” sulla programmata aggressione all’Iran… Dovranno spiegarci tutto questo, come e perché si producono questi fatti e tutte queste avvisaglie di un altro 11 settembre11 settembre. In questo modo non daremo loro lo spazio logico per spingerci nell’angolo putrido del “negazionismo”. Il problema, infatti, non è mai stato nella nostra tendenza a negare alcunché, ma nel peso delle cose che vengono affermate e portate avanti da personaggi sinistri e potenti come quelli sopra nominati. Lanciamo dunque la pallina fuori dai campi da gioco che vorrebbero imporci e forse i prossimi sentieri del movimento italiano sull’11 settembre li cominceremo a vedere da dove la pallina stessa si sarà di nuovo fermata. A Roma l’8 settembre proveremo a fare anche questo.
Emanuele Montagna, Faremondo

venerdì, 07 settembre 2007
LA CONFINDUSTRIA E IL BUSINESS DEL PARASSITISMO
 
Non è un caso che l’emergenza lavavetrilavavetri sia scoppiata pochi giorni dopo l’allarme sul terrorismo islamico a Perugia, rivelatosi poi l’ennesima montatura poliziesco-mediatica. Per intensificare lo sfruttamento della manodopera immigrata, occorre spaventarla, farla sentire accerchiata da un’opinione pubblica ostile. In tal modo gli immigratimigranti sono sempre più costretti a chiedere protezione alle organizzazioni che si occupano del traffico di esseri umani. La dipendenza di milioni di persone dalle organizzazioni criminali  è conseguenza del loro isolamento sociale, un isolamento che non potrebbe sussistere senza queste cicliche operazioni di guerra psicologica. Non è neppure un caso che a gestire la campagna forcaiola sui lavavetri sia stato chiamato il “buonista” Walter Veltroni.veltroni2 In questi anni il buonismo è stato infatti il principale veicolo di disinformazione circa la vera natura dell’immigrazione, fatta passare per un fenomeno tutto sommato spontaneo e fisiologico. La retorica dell’accoglienza è servita a mascherare la realtà di un nuovo schiavismo, di una moderna tratta degli schiavi. Uno dei paradossi dell’attuale situazione è che le aziende che sfruttano direttamente il lavoro immigrato, sono poi quelle che meno beneficiano di questo sfruttamento. Le ditte che si servono di manodopera immigrata sono infatti aziende che hanno ricevuto dei subappalti a condizioni sfavorevolissime, e possono quindi cercare di guadagnare solo riducendo al minimo il lavoratoricosto del lavoro. Oggi esistono moltissime aziende che non hanno nessuna struttura produttiva, la cui unica risorsa è quella di trovarsi nella posizione favorevole per ricevere appalti, per poi smistare il lavoro in subappalto ad aziende minori, che sono quelle che devono assumersi il ruolo sporco e rischioso dello schiavista. Questa forma di parassitismo è diventata oggi uno dei maggiori business, e l’attuale Confindustria è in gran parte composta di questo tipo di italiani“imprenditori” che non svolgono alcuna attività produttiva, ma che si limitano a lucrare sull’intermediazione. Questi imprenditori rimarranno “puliti”, poiché nessun lavoratore immigrato morirà mai nei loro cantieri per assenza di misure di sicurezza, appunto perché cantieri non ne hanno. La faccia tosta dei vertici confindustriali è arrivata nei giorni scorsi al punto di minacciare di espulsione tutti quegli imprenditori che pagassero il “pizzo” ai vari racket, con ciò chiarendo che il solo “pizzo” ed il solo racket legittimi Mafiatsono quelli gestiti dalla Confindustria. In questi giorni i sindacati confederali si avviano alle trattative sui contratti collettivi di lavoro. Tutta la contrattazione risulterà ancora una volta falsata, perché i vertici confindustriali potranno gestirla dall’alto del loro piedistallo di falsa superiorità morale.
Fonte: www.comidad.org
giovedì, 30 agosto 2007
Scienze (in)naturali
Alcune caratteristiche evolutive sono state innescate da esigenze di sopravvivenza
Ecco alcuni esempi di evoluzione (in)naturaleMoratti3

brunovespaPorci senza ali

bertinottimontescemoloprodiFantozzi_libidoRonald Reaganpapà_bushHitler_Bush

FedeChe cervellone!

L'evoluzione congiunta di predatori e prede

Lo studio dei crinoidi fossili conferma la teoria secondo cui l'evoluzione delle prede può essere innescata dallo sviluppo dei corrispondenti predatori

Nuovi andreottifossili hanno fornito ai paleontologi indicazioni su un'antica homo economicus"corsa agli armamenti" fra predatori e prede. Da tempo i biologi avevano ipotizzato che, nella lotta fra i predatori e le prede, il miglioramento di una delle parti (per esempio, lo sviluppo di dentinosferazzi più affilati) stimoli una risposta evolutiva nell'altra (per esempio, una pelle più robusta). Studiando crinoidi fossili, un gruppo di animali marini imparentati con le stelle marine e i vale2ricci di mare, Tomasz Baumiller dell'Università del Michigan e Forest Gahn del National Museum of Natural History dello Smithsonian Institution hanno contato il numero di arti masticati e hanno scoperto che gli attacchi subiti dagli animali erano peggiori nel periodo in cui i pesci e altri grandi predatori si stavano diversificando. Nel periodo noto come Rivoluzione Marina del Medio Paleozoico (circa 380 milioni di anni fa), gli squali e altri pesci si stavano fortemente diversificando. E anche gli sgarbi e rifiuti televisiviinvertebrati nelle acque poco profonde, come i crinoidi (noti anche come gigli di mare), stavano sviluppando spine e armature più spesse. Fra gli altri trucchi donati dall'evoluzione ai crinoidi, c'è stata la capacità di rigenerare le parti del corpo andate perdute. Così, quando un pesce ingoiava qualcuna delle loro Vignetta di Vauro sullo spauracchio di Berlusconiappendici simili a tentacoli, i crinoidi ne facevano crescere di nuove. In un articolo pubblicato sul numero del 3 settembre della rivista "Science", i ricercatori scrivono che per quasi 100 milioni di anni prima della Rivoluzione Marina del Medio Paleozoico, meno del 5 per cento dei crinoidi esibisce braccia rigenerate. Quando invece la rivoluzione dei predatori era in pieno svolgimento, più del 10 per cento dei crinoidi si faceva crescere arti sostitutivi.

ANIMALI, PREDE E PREDATORI

libidoPredatori e prede sono stati letteralmente plasmati dalla selezione naturale, la quale ha fornito agli uni armi di attacco temibilissime, agli altri strumenti di difesa molto efficienti. Da sempre i grandi predatori ci spaventano soprattutto per le terribili santanche_ditoarmi di cui sono dotati: artigli e zanne. I coccodrilli ad esempio sono in grado chiudere le mascelle generando una pressione a migliaia di chili: abbastanza per stritolare qualsiasi preda…. ma prima bisogna prenderla! Per raggiungere lo scopo questi rettili giocano moltissimo sul fattore sorpresa: si avvicinano non visti alla vittima e solo all’ultimo momento la attaccano con incredibile velocità. La influenza%20aviariavelocità è da sempre anche il miglior mezzo di fuga.struzzo Meglio ancora se si riesce a disorientare l’inseguitore cambiando spesso direzione, o compiendo grandi balzi. Nella guerra tra predatori e prede però è importante tenere a mente un fatto: anche il migliore dei cacciatori può fallire un agguato, e non è una tragedia perché il pranzo viene solo rimandato. Per una preda invece, non esistono seconde possibilità: ogni errore è un errore fatale.

I DINOSAURI: PREDATORI E PREDE

I dinosauri Letiziacarnivori avevano a che fare con prede Russo_Jervolinomolto pericolose: alcune avevano dimensioni enormi e avrebbero potuto schiacciarli sotto il proprio peso, altre erano dotate di Berlusconi fa le cornacorna, corazze ed aculei con cui difendersi. Per questo motivo probabilmente i predatori non combattevano con le proprie prede ma le assalivano all'improvviso infliggendo un profondo morso e poi aspettavano che la preda morisse prima di divorarla. I predatori milanopiù piccoli, invece, probabilmente cacciavano in brutti-sporchi-e-cattivibranco. Tra questi agili predatori, i dromeosauri erano dotati di un micidiale artiglio a forma di falce sulle zampe posteriori; da questi dinosauri si pensa abbiano avuto origine gli uccelli. I dinosauri erbivori avevano sviluppato varie strategie di difesa dai predatori: alcuni erano dotati di corna, altri avevano il corpo corazzato e coperto di pericolosi aculei, oppure erano dotati di code corazzate che usano come mazze. Gli erbivori di dimensioni maggiori, difficili da predare a causa dell'enorme mole, avevano anche code lunghe e sottili che usavano come fruste. E' probabile che per difendersi meglio, gli erbivori si spostassero in branchi.