martedì, 24 giugno 2008
In concomitanza con le rievocazioni (sovente troppo enfatizzanti, retoriche e celebrative, oppure infamanti e demonizzanti) del "mitico"  Sessantotto (pardon! chiedo venia per il Pasolini, 1975lapsus - non freudiano -, il termine mi è sfuggito... intenzionalmente, eh eh), vi propongo un'originale e saggia riflessione di Francesco "Baro" Barilli, apparsa sul sito Reti-Invisibili il 22 settembre 2005, in vista dell'allora imminente ricorrenza del 30esimo anniversario della morte del grande poeta, scrittore, artista e regista Pier Paolo Pasolini. La cui opera, assolutamente geniale e "profetica", quanto incompresa, fraintesa o bistrattata, presenta aspetti che sono ancora oggi di inquietante attualità, ad oltre 30 anni di distanza dalla morte dell'illustre intellettuale, sulle cui cause "misteriose" bisognerebbe far luce una volta per tutte.
Giugno 1968 - "Il PCI ai giovani"
Ovvero: storia di una poesia poco compresa e di una strumentalizzazione ben riuscita...
Nel giugno del 1968 Pierpaolo_Pasolini_2Pasolini scrisse una delle sue poesie più discusse, più famose, più ricordate (spesso strumentalmente), ma anche paradossalmente meno capite: "Il PCI ai giovani". Il dibattito sulle lotte studentesche in corso in tutto il mondo arrivava anche in Italia; Pasolini scrisse alcuni versi che gli attirarono pesanti critiche da parte del movimento studentesco e, in generale, dei partiti della sinistra. Questi i versi maggiormente "incriminati":
"... Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. (...)

Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all'altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. ..."
Già nella poesia si poteva capire quanta ironia e quanti livelli di lettura ci fossero nel testo, ma in molti non seppero cogliere queste sfumature.

Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero in diversi scritti; grazie ad un bell'articolo di Angela Molteni, apparso su http://www.pasolini.net/, ne riporto alcuni stralci datati 17 maggio 1969: "quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. ... i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale ...".
Il discorso lo si potrebbe anche chiudere qui, non fosse che di quella poesia, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, nella "testa vuota della massa consumatrice" ANCORA OGGI è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura.

Anche in tempi recenti si è cercato di strumentalizzare quelle parole quasi fossero una semplicistica ed acritica presa di posizione a favore dei celerini e contro gli studenti, e quasi le si potesse usare come una clava virtuale per demolire la nuova stagione di rinnovate lotte sociali. Per questi motivi è giusto approfondire la questione: voglio provare a farlo a modo mio, cominciando col raccontarvi una storia.

Io sono figlio di un poliziotto. I più superficiali potranno restare stupiti da questa "rivelazione", chiedendosi cosa ci faccia il figlio di un celerino in un sito come Reti-Invisibili, e magari s'interrogheranno su quali intricati percorsi psicologici ed affrontando quali sensi di colpa io sia arrivato ad essere uno degli animatori di questo sito. Niente di tutto questo, ma vediamo di fare un po' di chiarezza. Mio padre, classe 1926, partigiano e comunista, decimo di 12 figli, dopo la fine della guerra entrò nella Polizia di Stato.

 Suppongo si trattasse di una delle poche opzioni lavorative che gli si presentarono all'epoca. Suppongo pure che non sia stato il solo giovane ex partigiano a fare quella scelta, e ci sarebbe da fare un'analisi ben più seria su questo fenomeno; probabilmente nell'immediato dopoguerra al "problema" dato dall'avere in circolazione un buon numero di giovani armati e "incazzati" fu contrapposta una serie di soluzioni: arruolarli nelle forze dell'ordine fu una di queste.

Non parlai mai con mio padre di come e perchè entrò nella Polizia di Stato; parlai invece di come e perché ne uscì; nel 1971 (se non erro), con tre figli da mantenere, scelse di entrare in fabbrica come operaio tornitore: troppo difficile per un comunista essere un poliziotto, mi disse. Non indagai oltre; non sembrò mai aver voglia di raccontarmi altro, in merito.

Io del resto da bambino non m'interrogavo certo sul perché mio padre avesse cambiato lavoro (semplicemente, nella mia ingenuità di bambino, mi dispiaceva non vedere più quell'omone in divisa con la fondina per la pistola); da ragazzo mi rivolsi a lui con la superficialità e la supponenza di un giovane contestatore cui poco interessano le scelte dei propri genitori, e lui si rivolse a me con diffidenza.

Non fu facile sciogliere il ghiaccio che si frapponeva fra l'affetto e l'incomunicabilità generazionale, e da adulto il mio interesse si rivelò purtroppo tardivo per entrambi... Ma non è questo il punto: mio padre poteva avere cento pregi e cento difetti, come tutti, ma io non sono fra quelli che ritengono i figli depositari in linea ereditaria dei pregi e dei difetti dei padri. Il punto sta in due riflessioni. In primo luogo tutto questo ha contribuito ad insegnarmi che la realtà è fatta di mille sfumature, anche quando ci viene presentata con la semplificazione di una contrapposizione fra due fazioni.

In secondo luogo mi ha insegnato che le valutazioni personali sulle persone appartenenti a certe strutture (o sulle motivazioni e le circostanze che hanno determinato quelle appartenenze) vanno tenute distinte dalle valutazioni di merito sulle strutture stesse, e viceversa. E qui torniamo a Pasolini, che non era certo uno sprovveduto. Sapeva che le forze dell'ordine, in Italia come all'estero, si erano ferocemente distinte per numerosi omicidi a danni di manifestanti, e questo ancora prima del 1968.

Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. Sapeva, in altre parole, che sicuramente esistevano poliziotti "buoni" e poliziotti "cattivi", ma che, in quanto tutori di un dato ordine costituito, TUTTI i poliziotti rappresentavano un'unica entità omogenea, usata come strumento di repressione.

La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.

Ma se la scandalosa strumentalizzazione delle parole di Pasolini da parte della destra è comprensibile, nella perversa logica della lotta politica "all'italiana" (fatta spesso NON di fatti e di idee, ma di uso distorto dei primi e delle seconde), la miopia della sinistra di fronte all'articolata presa di posizione dell'intellettuale risulta meno scusabile; e soprattutto sembra avere avuto effetti anche più disastrosi.

E' opportuno precisare che il modello di poliziotto "sottoproletario e malpagato" da tempo non è più attuale, ma è innegabile che a sinistra non ci si sia resi conto di quanto importante fosse la battaglia per arrivare ad un maggiore "spirito democratico" interno alle forze dell'ordine e ad una loro formazione non-violenta, rassegnandosi ad assegnare alle forze di polizia il ruolo di "nemico" a priori.

A questo proposito, per darvi un ulteriore elemento di riflessione chiudo questo articolo riportando di seguito un estratto dell'intervista da me fatta a Stefano Tassinari, scrittore bolognese autore di "I segni sulla pelle", romanzo imperniato sui tragici giorni di luglio 2001 a Genova (l'intervista completa la trovate qui: http://www.ecomancina.com/tassinari.htm): "Io credo abbiano fatto una selezione preventiva sulle persone da mandare a Pestaggi della polizia a Genova nel luglio 2001Genova. ... Io credo che in questi anni si sia sbagliato nel non continuare la battaglia iniziata nei primi anni 80, per una polizia più "democratica". Dopo la smilitarizzazione della Polizia li abbiamo lasciati da soli, abbiamo pensato che il lavoro fosse finito... Invece, specie negli ultimi anni, è cominciato dalla parte contraria un lavoro metodico di selezione e formazione politica delle nuove reclute. ..."
Fonte: Reti-Invisibili

domenica, 08 giugno 2008
Negli ultimi mesi, in seguito al ritorno della cosiddetta "emergenza" (ormai permanente) dei Rifiuti in Campaniarifiuti, nell'immaginario collettivo si è determinata una sorta di "maledizione", si è sviluppata una rappresentazione negativa che ha contribuito ad infamare e bollare il popolo partenopeo agli occhi dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale come una plebe corrotta e malvagia. Per la serie: "brutti, sporchi e cattivi".brutti-sporchi-e-cattivi Tanto per citare un esempio banale, in alcuni articoli apparsi su vari giornali e blog presenti su Internet, ho avuto modo di intercettare una forma di astio e di razzismo latente contro i Napoletani, un sentimento di biasimo e disprezzo che serpeggia anche in ambienti considerati "colti".
Addirittura sembra aver preso piede un'assurda e deprecabile forma di autorazzismo dei meridionali verso le popolazioni campane e di una parte dei cittadini campani verso i Napoletani.
Una situazione inquietante e controversa, che potrebbe provocare una pericolosa deriva che sarebbe opportuno prevenire e scongiurare in tempo, per evitare che degeneri completamente. Personalmente, vorrei invitare ad usare una maggiore cautela prima di esprimere giudizi eccessivamente avventati e perentori che potrebbero scivolare facilmente nel razzismo più becero e sinistro.
Nella fattispecie particolare mi riferisco ad una sorta di spirale autorazzista che potrebbe generare implicazioni perverse e conflittuali, difficili da gestire in modo razionale.
Non si può stigmatizzare e screditare, o addirittura detestare e maledire un intero popolo per quelli che sono le sue consuetudini e le sue caratteristiche  di tipo storico e antropologico-culturale. A tale proposito esorterei a leggere gli studi di antropologia culturale di Claude Lévi-Strauss.
Da cui bisognerebbe imparare un approccio possibilmente storico-relativistico rispetto agli usi e costumi di popoli distanti ed estranei rispetto al nostro modo di vivere e di pensare, senza scadere in facili ed ignobili pregiudizi moralistici, derivanti da una presunta superiorità etico-spirituale, intellettuale, o addirittura etnica e "razziale", della cosiddetta civiltà occidentale.
Non si può condannare e criminalizzare moralmente una popolazione ritenuta "primitiva" se questa pratica, ad esempio, riti pagani, sacrifici umani o il cannibalismo, per quanto tali comportamenti possano risultare abominevoli e ripugnanti ai nostri occhi. Così come non si può demonizzare e perseguitare il popolo romRom per le sue ataviche tendenze e disposizioni all'elemosina o al furto. Malgrado tali attitudini ci appaiano profondamente riprovevoli e detestabili, o addirittura perseguibili penalmente. I nostri codici di valutazione e di comportamento, etico, civile e penale, non coincidono necessariamente con gli schemi e i parametri valoriali assunti da altri popoli ed altre culture. Ciò che per noi può rappresentare un "peccato" o una colpa esecrabile, o addirittura un reato da punire severamente, per altri popoli può essere un atto normale e naturale. Se noi vogliamo considerarci e proclamarci "civili", "progrediti" e "tolleranti", dobbiamo dimostrarlo non a chiacchiere, ma nella sostanza degli atteggiamenti e dei gesti concreti, ponendoci anzitutto in modo corretto di fronte alle differenze antropologico-culturali.
Le usanze e le tradizioni culturali, morali e sociali di un popolo sono difficili da modificare. I processi di mutamento innescati sul terreno antropologico-culturale possono essere lenti, difficili e complessi, ed esigono tempi di svolgimento estremamente lunghi.
Tuttavia, mi risulta che le popolazioni napoletane, specialmente le giovani generazioni, stanno provando a cambiare radicalmente le insane abitudini "plebee" di cui sono tacciate.
Durante l'ultima puntata di "Anno Zero",Michele Anno Zero trasmessa lo scorso 5 giugno, ho ascoltato la preziosa testimonianza di un ragazzo di Chiaiano che spiegava come gruppi di giovani napoletani si fossero autonomamente organizzati per effettuare la raccolta differenziata, ma sono impossibilitati ad attuare le loro buone intenzioni in quanto gli amministratori locali hanno "le mani legate", così come hanno ammesso gli stessi amministratori.
Quali considerazioni si possono trarre da questa situazione? E' ormai evidente che si è imposta una volontà politica di matrice napolifilo-camorrista, rivolta in una determinata direzione, tesa a privilegiare e tutelare non il bene comune delle popolazioni locali, bensì gli interessi economici privati delle cosche criminali, fiancheggiate da comitati affaristici complici e conniventi e da alcuni esponenti del potere politico ed imprenditoriale. E' ormai palese che tale "emergenza",rifiuti_napoli che perdura ormai da oltre un decennio, è quanto meno strana e discutibile, direi che si tratta di un'emergenza innescata e pilotata da alcuni centri di potere di origine occulta e senza dubbio criminale, molto probabilmente collusi con alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, regionali e nazionali, ma anche (perché escluderlo?) internazionali. Infatti, le autorità locali sembrano avere proprio le "mani legate" quando si accingono ad applicare soluzioni (inclini ad esempio alla realizzazione di aiuta la raccolta differenziataalte percentuali di raccolta differenziata) che non sono gradite al sistema camorrista, in quanto poco funzionali agli scopi dei clan e di altri gruppi affaristici più o meno legalizzati. A cui invece conviene che si adottino altre risposte quali (appunto) le discariche e gli inceneritori, che evidentemente consentono di lucrare e di ottenere ingenti profitti economici. Ed è esattamente la linea politica che si sta cercando di imporre a scapito delle popolazioni campane. Sia con le buone che con le cattive.
domenica, 01 giugno 2008
A PROPOSITO DI "EMERGENZE"
In merito ad alcuni appelli e comunicati apparsi sul blog della cosiddetta "Comunità Provvisoria"comunità_provvisoria mi permetto di muovere alcune obiezioni personali. Non serve a nulla attaccare i pezzi da novanta, firmare appelli contro Napolitano o prendersela con Realacci, Bertolaso & soci. Ci penserà la magistratura a fare piazza pulita dei "rifiuti politici". Il problema vero è un altro. Questi signori nominati in continuazione da Franco Arminio, specialmente il cavaliere di berluscaoArcore, rischiano di assumersi ben altre responsabilità, molto più gravi e deleterie per la già fragile e monca democrazia italica. La cosiddetta "emergenza rifiuti" è ormai diventata un facile e comodo pretesto per innescare un'altra "emergenza" molto più esplosiva e pericolosa. Mi riferisco ad una vera e propria emergenza democratica. Quando un paese che si proclama "democratico" come l'Italia, per affrontare e risolvere un problema come quello dei rifiuti-discaricarifiuti, che dovrebbe essere gestito facilmente in termini di normale amministrazione (come avviene in tutti i paesi civili), minaccia di ricorrere alle forze armate e alla mano dura, ordinando alla polizia di manganellare le donne e addirittura i bambini inermi, significa che non viviamo più in un sistema democratico ma in un vero e proprio stato di polizia.stato_di_polizia Se poi questa vertenza "locale", divenuta ormai una questione di ordine pubblico, la inquadriamo in un contesto più globale e complessivo, in cui riscontriamo altre tessere che appartengono allo stesso mosaico, ossia altri problemi affrontati come emergenze di ordine pubblico, sul piano puramente repressionerepressivo e militare, allora è facile dedurre in maniera sillogistica che siamo prossimi all'avvento di un regime autoritario  e poliziesco, vale a dire prossimi al duxcripto-fascismo. Mi riferisco, ad esempio, al tema della "sicurezza", al pacchetto di norme e provvedimenti di legge che introduce, solo per citare un esempio emblematico, il reato di "immigrazione clandestina".immigrazione Provvedimenti che tradiscono e rivelano la matrice ideologica eversiva e anticostituzionale che ispira le risposte brutali e criminogene del governo. Mi riferisco altresì alle campagne di allarmismo mediatico e psicologico che hanno contribuito ad istigare e assecondare i peggiori istinti della gente. Campagne che hanno evocato e suscitato un clima razzista, autorizzando e scatenando tutte le pulsioni securitarie, razzismoxenofobe e violente, prima latenti. Per la serie "il rimedio è peggiore del male" ! Ma siamo solo all'inizio... Concludo affermando che la "mano dura" adottata contro gli immigrati e contro le popolazioni locali che protestano per salvaguardare il proprio territorio dallo scempio delle discariche, è solo un segnale che indica la vera natura di un governo "forte con i deboli e berluscadebole con i forti". Questa è sempre stata la principale caratteristica di tutti i governi di stampo fascistoide, di tutte le tendenze politiche autoritarie, di matrice demagogica e populista. Infatti, non mi aspetto la medesima fermezza e durezza in materia, ad esempio, di evasione fiscale o di altri interessi legati ai poteri realmente forti ed influenti che condizionano da sempre il destino di questo sciagurato paese che è l'Italia. Una nazione il cui processo di "unificazione" fu soprattutto opera, non a caso, di due tendenze occulte, cospirative ed eversive, quali la massoneriamassoneria e la mafia. Non a caso, lo Stato italiano, inteso come istituzione ufficiale, è ancora oggi l'involucro esterno sorto a protezione del peggiore capitalismo affaristico di origine criminale, retto sul potere massonico-piduista e della malavita organizzata,forza_mafia di tipo mafioso e camorrista. Non è un caso che oggi riscuotano uno straordinario successo di critica e di pubblico due film come "Gomorra" e "Il Divo", attualmente in fase di proiezione in tutte le sale cinematografiche italiane. Due opere che suggerisco di vedere.
domenica, 25 maggio 2008
UN’EMERGENZA PILOTATA: TROPPE (ECO)BALLE!
 
Intorno alla cosiddetta “emergenza” dei rifiuti esplosa drammaticamente a Napolirifiuti_napoli e in Campania, credo sia il caso di soffermarsi a meditare con calma e lucidità per smaltire tutte le balle, le menzogne e le mistificazioni strumentali che ci hanno raccontato negli ultimi tempi senza risparmio. Balle montate e gonfiate ad arte, sia dagli organi della stampa e della (dis)informazione di regime, sia dalle forze politiche di governo, locali regionali e nazionali, composte da varie formazioni e aggregazioni, sia che si tratti di coalizioni targate centro-destra, sia che si abbia a che fare con schieramenti politici di marca opposta ma, alla prova dei fatti, speculare. E’ senza dubbio opportuno e salutare porsi alcuni interrogativi più che legittimi, per confutare le tante, troppe (eco)balletrashtv2 ideologico-propagandistiche che ci stanno propinando da mesi allo scopo di occultare e mistificare la verità, mentre si provvede ad inasprire, enfatizzare e pilotare una crisi “emergenziale” che permane ormai da troppo tempo, in quanto dura non da 15 mesi, bensì da 15 anni! La prima domanda (la madre di ogni quesito) da porsi, senza indugi o esitazioni, è la seguente: cui prodest? A chi giova la terribile ed implacabile logica emergenziale che si tenta ormai di imporre con ogni mezzo, ricorrendo non solo alla disinformazione di massa, alla manipolazione strumentale e quotidiana delle notizie e alla propaganda mistificatrice e filo-camorrista,ecomafia ma anche al ricatto, alla forza bruta e alla violenza repressiva istituzionalizzata? Perché si insegue a tutti i costi lo scontro fisico e frontale e non, invece, il dialogo pacifico e civile con le popolazioni locali della Campania?Cariche della polizia A chi fa comodo creare e gestire una situazione così caotica, assurda ed irrazionale, al limite della peggiore dittatura? Peggiore di ogni fascismo dichiarato e di ogni aperto totalitarismo perché più subdolo ed ipocrita, in quanto si tratta di un totalitarismo reale ed effettivo, esercitato concretamente, ma formalmente protetto e camuffato nelle vesti di una falsa "democrazia".family Dunque, cui prodest? A chi conviene tale situazione di conflittualità permanente? Consegno ai posteri la nemmeno tanto ardua sentenza...
Ormai è fin troppo evidente che ci stanno raccontando troppe (eco)balle! La cosiddetta "emergenza rifiuti" è solo un facile e comodo pretesto per instaurare nel paese una svolta drastica e radicale in senso autoritario e antidemocratico. D'altronde, anche in Parlamento è stata cancellata ogni forza di opposizione. Resta in campo solo la finta ed evanescente "opposizione" di Veltroni & soci. Quello che accadde a Pestaggi della polizia a Genova nel luglio 2001Genova, nel luglio 2001, rischia di essere un trastullo per bambini. Sono in procinto di essere applicati un vero e proprio stato di polizia permanente e un regime cripto-fascista. Ci troviamo di fronte ad una nuova "strategia della tensione", riproposta in salsa mista, mescolando istanze e pulsioni xenofobe e razziste, urgenze e crisi di stampo sicuritario, con altre vertenze esplosive quali le contraddizioni e le emergenze derivanti dalla pur drammatica, innegabile e concreta questione dei rifiuti. Suggerirei di rileggere e riflettere su quanto scriveva gramsciAntonio Gramsci a proposito del "sovversivismo delle classi dirigenti". Inoltre, a suo tempo (cioè oltre 25 anni or sono) la mente geniale e "profetica" di Pier Paolo PasoliniPasolini, 1975 aveva già preconizzato l'avvento di un nuovo tipo di fascismo, a condizione che questo si auto-proclami “democratico” e si mascheri sotto le mentite spoglie dell’"antifascismo". Pertanto, la vera emergenza che incombe in Italia oggi è anzitutto quella democratica! Per rendervi conto direttamente con i vostri occhi vi invito a visitare il seguente link: http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/scontri-chiaiano/1.html
domenica, 25 maggio 2008
Ecco il racconto di una docente di Storia testimone oculare degli scontri dell'altra sera davanti alla discarica di Chiaiano: "Così ho visto i poliziotti scatenati picchiare donne e persone anziane"
"Ho avuto la netta sensazione che tutto fosse preordinato. Una carica non motivata. La gente aveva le braccia alte, quelli strappavano gli orologi per farle abbassare."
NAPOLI - Dalla professoressa Elisa Di Guida, docente di storia e filosofia in un liceo di Napoli,Cariche della polizia riceviamo questa testimonianza sugli scontri di ieri sera a Chiaiano: "Io sono nata in quella zona - ci ha raccontato per telefono - ma non abito più lì da tempo. Però mi sento legata a quella gente e a questa brutta vicenda. Così ieri sera ero lì e ho visto cose terribili. Ho avuto la sensazione che tutto fosse preparato, che la polizia abbia caricato improvvisamente senza una ragione, una scintilla. Perciò ho deciso di provare a scrivere quello che avevo visto".
Fonte: www.repubblica.it

<B>"Così ho visto i poliziotti scatenati<br>picchiare donne e persone anziane"</B>
Ecco il racconto della professoressa Di Guida
"Datemi voce e spazio perché sui giornali di domani non si leggerà quello che è accaduto. Si leggerà che i manifestanti di Chiaiano sono entrati in contatto con la polizia. Ma io ero lì. E la storia è un'altra".

<B>Scontri e molotov a Chiaiano<br>Il governo: "Non si cede un metro"</B>"Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme. In prima fila non solo uomini, ma donne di ogni età e persone anziane.
Clicca sull'immagine per andare avanti
Cittadini tenaci ma civili - davanti agli occhi vedo ancora le loro mani alzate - che, nel tratto estremo di via Santa Maria a Cubito, presidiavano un incrocio. Tra le 19,05 e le 20,20 i due schieramenti si sono solo fronteggiati. Poi la polizia, in tenuta antisommossa, ha iniziato a caricare.
La scena sembrava surreale: a guardarli dall'alto, i poliziotti sembravano solo procedere in avanti. Ma chi era per strada ne ha apprezzato la tecnica. Calci negli stinchi, colpi alle ginocchia con la parte estrema e bassa del manganello. I migliori strappavano orologi o braccialetti. Così, nel vano tentativo di recuperali, c'era chi abbassava le mani e veniva trascinato a terra per i polsi.
Clicca sull'immagine per andare avanti
La loro avanzata non ha risparmiato nessuno. Mi ha colpito soprattutto la violenza contro le donne: tantissime sono state spinte a terra, graffiate, strattonate.
Clicca sull'immagine per andare avanti
Dietro la plastica dei caschi, mi restano nella memoria gli occhi indifferenti, senza battiti di ciglia dei poliziotti. Quando sono scappata, più per la sorpresa che per la paura, trascinavano via due giovani uomini mentre tante donne erano sull'asfalto, livide di paura e rannicchiate.
Clicca sull'immagine per andare avanti
La gente urlava ma non rispondeva alla violenza, inveiva - invece - contro i giornalisti, al sicuro sul balcone di una pizzeria, impegnati nel fotografare".
Clicca sull'immagine per andare avanti
"Chiusa ogni via di accesso, alle 21, le camionette erano già almeno venti. Ma la gente di Chiaiano non se ne era andata. Alle 21.30, oltre 1000 persone erano ancora in strada. La storia è questa. Datemi voce e spazio. Perché si sappia quello che è accaduto.
Clicca sull'immagine per andare avanti
Lo stato di polizia e l'atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia".
Elisa Di Guida
(docente di Storia e Filosofia - Napoli)
sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
sabato, 09 febbraio 2008

40 anni fa il Sessantotto: celebrazione o censura?

Fu in un'università degli Stati Uniti, a Berkeley in California, che ebbe inizio la contestazione giovanile, una sorta di virus destinato presto a diffondersi in tutto il mondo. La protesta investì i valori di una società individualista e conformista, negando la presunta neutralità della scienza e delle istituzioni sociali; si rifiutò la repressione e l'autoritarismo delle vecchie generazioni in nome di un mondo più libero. In diversi fenomeni si manifestò la dimensione più politica della rivolta: nell'impegno contro la guerra e l'imperialismo americano nel Vietnam_napalm_19721Vietnam e nel formarsi di un movimento pacifista internazionale; nel sorgere del movimento femminista che mise in discussione valori millenari; nella contestazione al totalitarismo sovietico con l'esperienza della primavera di Praga di Alexander Dubcek e la definizione di un "socialismo dal volto umano", appoggiato ed esaltato per altro anche dai comunisti italiani che solidarizzarono con la ribellione del popolo cecoslovacco soffocata dai carri armati inviati da Mosca; infine, nel Maggio francese e nel sogno di un'unione ideale con il movimento operaio di quel mezzo milione di studenti che sfilarono per le strade di Parigi.

Gli studenti non si scagliavano solo contro l'industria del sapere, la loro era una contestazione globale che mise insieme classi, ceti, investì la morale e i rapporti umani, sovvertì un modello culturale, sconvolse un costume, rifiutando in toto uno stile di vita; nella loro lotta i giovani arrivano subito a comprendere il nesso tra l'alienazione della propria condizione e un assetto di potere che sempre più restringeva lo spazio di realizzazione dell'uomo.

Questo bisogno di cambiamento, che investì sia l'immagine che la sostanza, prenderà piede in tutti i paesi industrializzati dell'Occidente; i giovani e le loro avanguardie (cioè gli studenti), figli di una società che stentava a mutare, pecorellarinnegavano le stesse cose, il loro era un "No" senza compromessi ad una vita vista come ingessata e bigotta, ad un futuro disegnato su valori ben lontani dall'appagare le aspirazioni di un ventenne, un mondo, insomma, nel quale non si riconoscevano affatto. L'Italia viveva in una democrazia che aveva messo forti radici nella coscienza popolare, il paese però non riusciva, nei suoi ambiti più conservatori, a capire la complessità della società in cui viveva, le pulsioni che essa creava, il nuovo che stava avanzando, e sperimenterà sulla propria pelle un lungo decennio di violenze, drammatico risultato - appunto - dello scontro frontale di due mondi troppo diversi tra di loro. In molti cercando di trovare un'origine, magari imprecisata e lontana, alla violenza che caratterizzerà gli anni '70, guarderanno a quel grande magma che fu il 1968. A far esplodere quel magma, tra le altre cose, contribuì un libro, L'Uomo ha una dimensione scritto da Herbert Marcuse, al tempo professore di filosofia all'Università di San Diego (California), un insieme di pensieri, bisogni, rivalse già latenti nei giovani di quegli anni.

Herbert Marcuse (1898 - 1979)

In un'intervista televisiva Marcuse, divenuto ideologo del primo Sessantotto (di quello cioè non ancora egemonizzato dall'ideologia) affermava tra le altre cose: Tempi moderni«...esistono in questa società molte cose che io non vorrei respingere del tutto [...] quello che però rifiuto nel modo più completo è il modo in cui questa società è organizzata, il modo in cui essa sperperaBambino africano ed abusa delle proprie risorse, il modo in cui accresce la ricchezza di una parte della popolazione e allo stesso tempo non si preoccupa di fare praticamente niente contro la cruda povertà esistente in vaste aree del pianeta...». In breve nacque il ma-ma-maismo, un'ideologia composita derivata dalla triade Marx-Mao-Marcuse ed eletta dai sessantottini a nuovo vangelo, anche se in realtà - ma il discorso ci porterebbe assai lontano - il pensiero del professore di origine tedesca ben poco aveva a che spartire con i profeti del Comunismo; rimane comunque il fatto che, inconsapevoli di questo pasticcio, i giovani accettarono il tutto senza approfondire troppo. Anche il Libretto Rosso di Mao-Tze-Tung del 1964 ebbe grande successo: diffuso in milioni di copie il testo di Mao fece il giro delle università occidentali; il Maoismo è per molti una provocazione radicale, il leader della Grande Marcia invitava infatti a far fuoco sul quartier generale, cioè sul potere, ribadendo un concetto di fondo: ribellarsi è giusto. È facile comprendere come in quel terreno fecondo del bisogno di menare le mani e su quel istintivo rifiuto di una società fondata principalmente sul denaro, i giovani del '68 furono fortemente attratti dalla prospettiva della lotta di classe. quarto statoPer abbattere il vecchio mondo e costruire un futuro migliore, specialmente in Italia, si fece ricorso ad uno strumento ottocentesco - che secondo la logica imperante era quantomeno arcaico - come il Marxismo-Leninismo, seppure in versione aggiornata, corretta e aggiustata.

Martin Luther King

A livello internazionale in questo periodo è un susseguirsi di notizie clamorose: vennero assassinati Bob Kennedy e Martin Luther King, proseguiva la rivoluzione culturale in Cina, la guerriglia in America Latina, poi c'era quella guerra nel Vietnam che a molti appariva smaccatamente imperialistica.

Nacquero dunque nuovi miti: quello della resistenza vietnamita, del popolo palestinese e del suo leader Arafat e soprattutto della figura di Ernesto "Che" Guevara, che prima di morire lanciò lo slogan "Crea 2, 3, 1000 Vietnam". Il grido risuonerà a lungo nelle piazze di tutto l'Occidente, e specialmente in Europa, avamposto ideologico della protesta. Gli studenti della Sorbona di Parigi innescarono una rivolta che coinvolse le grandi fabbriche della Renault e della Citroen, nacquero slogan che segneranno un'epoca: «Non è che l'inizio, la lotta continua», «Siate ragionevoli, chiedete l'impossibile», tutti volevano la fantasia al potere. Per capire fino in fondo quale e quanto fosse il coinvolgimento dei giovani del '68 nelle loro lotte, riporto una frase estrapolata da un intervento tenuto in una delle mille assemblee alla "Statale" di Milano, è un intervento di un ragazzo qualunque, uno dei tanti che si alternavano al microfono: «...stiamo combinando qualcosa di grosso [...] le nostre lotte sono il segmento di un risveglio che è mondiale, che unisce noi alla Francia, alla Germania, al Giappone, all'Indocina, all'America Latina [...] forse qui comincia la svolta di un'epoca...».

Nel nostro paese la protesta studentesca trovò terreno fertile in un reale disagio, le università non erano attrezzate per far fronte alle nuove necessità: in primo luogo c'era un fortissimo aumento delle iscrizioni, per giunta non erano cambiati gli indirizzi di studio, i metodi di insegnamento, le normative che regolano la partecipazione degli studenti alla vita universitaria.

I disordini non scoppiarono all'improvviso, cominciarono già nel 1963, quando quasi tutte le facoltà di architettura vennero occupate dagli studenti ed ebbero poi un primo seguito nel '66 a Trento. Quella dell'ateneo trentino è una storia del tutto particolare, vuoi perché era stato fondato nel '62 per volontà esplicita della Democrazia Cristiana con il fine di creare una fucina di quadri dirigenziali sul modello USA, vuoi perché da lì emergeranno figure importanti come Renato Curcio, Margherita Cagol, Mauro Rostagno, Marco Boato.

I motivi delle occupazioni di università ed istituti durante il '67 ed il '68 erano sempre di natura interna all'università stessa: la delusione per il disegno di legge n° 2314, che prevedeva una riforma del sistema universitario assai blanda ed opinabile, un aumento delle tasse all'Università cattolica di Milano e a quella di Scienze sociali a Trento.

Dello stesso tipo erano le rivendicazioni fatte più in generale dagli studenti: riforma della didattica, riduzione del numero degli esami, più discussione e dialogo al posto di un mero indottrinamento, ecc.

Sempre a Trento all'inizio dell'anno accademico '67-'68 l'università venne trasformata dagli studenti in "Università Negativa", dove in un clima di incredibile entusiasmo gli studenti, in piena autogestione, stabilirono nuovi metodi di studio e contenuti.don-milani «...l'Università trasmette soltanto quella particolare ideologia della classe dominante, formando ingegneri sociali privi di capacità critica e passivi a qualsiasi lotta per la radicale trasformazione dell'attuale struttura sociale [...] dopo la ricostruzione del dopoguerra ed il boom economico, che non ha fatto altro che arricchire i gruppi capitalistici italiani, si sta aprendo un'altra fase di capitalismo bieco e reazionario ove il potere industriale tende ad estendere il proprio controllo rigido ed autoritario dalla fabbrica a tutti i meccanismi di sviluppo e sugli strati sociali subalterni e sfruttati [...] formuliamo come ipotesi generale che vi sia la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema attraverso nuove forme di lotta di classe [...] questo è un movimento pre-rivoluzionario».

Ciò è quanto si legge in un documento dei giovani studenti trentini, gruppo che per i suoi aspetti più radicali ed anticipatori rimane esemplare per tutto il movimento studentesco italiano. In pochi mesi la contestazione uscì dalle aule universitarie e dilagò; nelle fabbriche crebbe la voglia di contestare una crescita che aveva si trasformato il paese migliorandone sensibilmente le generali condizioni di vita ma che non era riuscita a coinvolgere tutta la società della quale aveva semmai contribuito ad emarginare gli strati più deboli. Il 1° Marzo 1968 a Roma nei giardini di Valle Giulia accadde poi qualcosa di inaspettato e durissimo: studenti e forze dell'ordine dettero vita ad uno scontro senza precedenti; per la prima volta, in quel periodo costellato di occupazioni e sgomberi, i primi risposero facendo uso di violenza organizzata. Per molti era la dimostrazione delle reali possibilità rivoluzionarie del movimento.

Da quel momento i moti di piazza non furono più gli stessi, l'atteggiamento di chi andava in corteo cambiò, cambiarono i cori, gli striscioni, fecero la loro apparizione i servizi d'ordine armati e ben addestrati.

Da allora la violenza divenne una compagna di viaggio sempre più fedele della protesta; «Il sistema non si cambia, si abbatte!!», «Fascisti e Borghesi, ancora pochi mesi» questi alcuni dei nuovi motivi cantati dai cortei, scritti sui muri delle città, e di pari passo aumentò la gravità degli scontri di piazza, scontri che giunsero al culmine qualche anno dopo, «...quel 12 Marzo del '77, quando a Roma dalle 18 alle 22 si sparò, come nel Far West».

Non può sfuggire ad un osservatore attento quella che è stata la particolarità del '68 nel nostro paese. In Italia, al contrario di tutti gli altri paesi dove si sviluppò, questo periodo di fervore rivoluzionario non durò 1 o 2 anni ma almeno 10; molti sono infatti gli autori che lo fanno terminare nel 1978, e più precisamente con il ritrovamento del cadavere dell'On. aldo moroAldo Moro, assassinato dalle Brigate_RosseBrigate Rosse. Ad incoraggiare il prolungamento di questa stagione di rivolte provvidero anche il Governo e la polizia italiana, la cui reazione fu di gran lunga meno dura di quanto fecero i parigrado in tutti gli altri paesi del mondo occidentale. Ad esempio in Francia, durante il "mitico Maggio" gli studenti occuparono strade e piazze, innalzarono barricate, incendiarono macchine, negli scontri vi furono 123 feriti tra i poliziotti e 1500 tra i civili.

Ma quando De Gaulle decise che era venuto il momento di ripristinare l'ordine («La carnevalata è finita», disse) a Parigi arrivarono i carri armati, il Parlamento venne sciolto ed indette nuove elezioni, 11 organizzazioni politiche vennero poste fuori legge, il tutto senza che i partiti di sinistra reagissero in modo significativo. Per i Francesi il '68 durò in pratica poco più di 30 giorni.

Non durò molto di più in Germania o in Spagna, dove venne dichiarato lo stato di emergenza, o in Messico, dove la polizia aprì il fuoco con le mitragliatrici su 10.000 studenti che manifestavano, o ancora in Giappone, dove la polizia fece 700 arresti solo sgomberando l'università di Tokyo occupata. In Italia invece la protesta durò più di 10 anni. Quello che intendo dire, all'interno di un quadro assai più ampio che non mancherò di sviluppare, è che non mi risulta difficile ipotizzare che la scelta di far lasciar fare il Movimento più di quanto fosse lecito aspettarsi (vedi l'esempio degli altri paesi), sia da inserirsi - magari solo marginalmente - all'interno della c.d. Strategia della tensione, sebbene condivida anche le tesi sostenute da Tony Negritonynegri quando afferma che, a differenza di altri stati, nel nostro paese la spinta alla ribellione nacque in una società che era in condizioni oggettivamente più arretrate, e per questa ragione essa ebbe una vita assai più duratura. Sta di fatto che una volta incanalata sui binari del Marxismo-Leninismo o del Maoismo, la protesta non poteva che diventare aggressiva e violenta, ed è verso quei lidi che la nave del '68 fu spinta. Riferimento è da farsi obbligatoriamente anche a due avvenimenti cruciali di quel periodo: la strage di piazza_fontanaPiazza Fontana e la strana morte dell'anarchico Pinelli. Al fine di far "quadrare il cerchio", sono poi di fondamentale importanza alcune nozioni chiave: la prima riguarda il fatto che, come affermato dal generale Niccolò Bozzo (già stretto collaboratore del generale Dalla Chiesa) «Ufficiali e sottufficiali dei carabinieri si erano iscritti in tutte le università considerate a rischio: a Roma, Torino, Milano, Padova, Trento, Pisa, Genova [...] i carabinieri si comportavano come normali studenti [...] alcuni di loro sono arrivati perfino a laurearsi [...] un lavoro di infiltrazione più congeniale ai servizi segreti, ma che Dalla Chiesa conduceva anche in proprio».

Seconda questione da considerare è che già nell'estate 1967 la CIA aveva promosso la "Operazione Chaos" per contrastare il movimento non violento e pacifista americano che si batteva per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam.

Quindi aveva deciso di estenderla su scala internazionale, in particolare in Europa, per contrastare anche il movimento studentesco-giovanile del vecchio continente, inquinandone gli assunti antiautoritari e non violenti.

L'operazione consisteva anche nell'infiltrazione, a scopo di provocazione, nei gruppi di estrema sinistra extraparlamentare (anarchici, trotzkisti, marxisti-leninisti, operaisti, maoisti, castristi) in Italia, Francia, Germania Occidentale con l'obiettivo di accrescerne la pericolosità inducendo ad esasperare le tensioni politico-sociali con azioni aggressive, così da determinare un rifiuto dell'ideologia comunista e favorire spostamenti "a destra" (secondo la logica di "destabilizzare per stabilizzare" ).

In tale direzione - dunque una conferma di quanto detto - va anche un rapporto dedicato alla contestazione studentesca datato Febbraio 1971 e redatto in forma riservata proprio nell'ambito della "Operazione Chaos" dall'Ufficio Affari riservati del Viminale: «almeno all'origine si deve rilevare la spinta di qualche servizio segreto americano [alludendo alla CIA] che ha finanziato elementi estremisti in campo studentesco».

A questo punto ci domandiamo se il ’68 è un qualcosa da celebrare o da censurare. Stando all’attuale visione politica italiana, dovrebbe essere uno scheletro nell’armadio della cosiddetta cosa_rossasinistra che, tranne rare eccezioni, farebbe volentieri a meno di avere una così pesante eredità (ma anche Cuba lo è!). Però, c’è una base di compagni coerenti che, proprio grazie all’effervescenza di quel periodo, prese coscienza di cosa significasse lottare e ribellarsi con la consapevolezza di instradare i singoli sforzi in un movimento comune fatto di alleanze pur nella diversità di idee. peppino impastatoNon pensiamo che ci si debba vergognare di esserci ad un certo punto svegliati dal torpore borghese e, anche se non sempre in modo idoneo, si è lottato per un ideale di giustizia sociale e solidale che ha intessuto, con il trascorrere del tempo, nuovi criteri di lotta politica. Se un bel giorno abbiamo visto la luce e se ancora coltiviamo speranze per una esistenza migliore, lo dobbiamo a quelle centinaia di migliaia di giovani che hanno dismesso i panni dei bamboccioni per vestire quelli della lotta popolare scendendo nelle piazze ed urlandolo forte.

CE N'EST QU'UN DÉBUT, CONTINUON LE COMBAT!

Fonte: www.siporcuba.it

***

UNA BREVE POSTILLA

Con questo articolo, tratto dal sito web SiporCuba, vorrei avviare una serie di post dedicati alla memoria e (soprattutto) alla riflessione sul Sessantotto in Italia e nel mondo.

Intendo proporre vari interventi (anche d'autore) per approfondire e sviscerare in maniera appropriata l'argomento, che è assai vasto e complesso, per cui merita un'adeguata opera di indagine e di ricostruzione storica.

Personalmente non condivido in pieno il contenuto dell'articolo appena postato, così come potrà accadere in seguito nel caso di altri pezzi che proporrò nei prossimi mesi dell'anno in corso, un anno di carattere "celebrativo", a dimostrazione della non-faziosità e della buona fede delle mie intenzioni e delle mie posizioni.

L'approccio sarà dunque di tipo storico-analitico, senza limitarmi a commemorare o rievocare superficialmente gli eventi e i protagonisti,don milani per poi mitizzarli o esaltarli acriticamente, bensì cercando di scandagliare, investigare e (ri)scoprire la verità storica. Epurandola dalle incrostazioni e dalle mistificazioni strumentali che si sono sedimentate nel tempo, in quanto frutto di ripetuti inganni e menzogne di origine ideologico-borghese. Provando a riesumare la verità dei fatti, sepolta sotto  cumuli di falsità ed imposture, per rinnovare le speranze e le attese di riscatto e di cambiamento sociale per l'avvenire delle giovani generazioni.  

domenica, 20 gennaio 2008

EMERGENZA RIFIUTI E COLONIALISMO N.A.T.O.

Già prima della nomina ufficiale di de gennaroDe Gennaro a Commissario Straordinario per la presunta emergenza rifiuti in Campania, il “De Gennaro style” è risultato riconoscibile per il modo in cui è stata gestita la “rivolta” di Pianura: inermi e pacifici cittadini che camminavano per strada, o cercavano semplicemente di uscire di casa, sono stati picchiati da poliziotti in tenuta antisommossa, gli stessi poliziotti che lasciavano però indisturbati i “teppisti” - in realtà altri poliziotti o confidenti della polizia - che bruciavano autobus e automezzi dei Vigili del Fuoco; sono comparsi inoltre blocchi stradali fantasma, con zone della città transennate e con il traffico deviato dalla polizia, senza  che all’interno dell’area chiusa succedesse alcunché che potesse giustificare il tutto.

Solo in questi giorni però il quadro ed i reali obiettivi della finta emergenza si sono andati delineando completamente, ed anche l’assurdità dell’impiego dell’esercito per rimuovere i mucchi di spazzatura ha trovato una spiegazione.

Era irrealistico che dei generali dell’esercito si rassegnassero senza protestare al ruolo di netturbini, e chi conosce i meccanismi della gerarchia militare sa che è possibile opporre mille difficoltà tecniche all’attuazione di qualsiasi decisione sgradita del Ministro della Difesa. In questo caso i generali hanno obbedito con una solerzia sospetta, correndo a disseminare di rifiuti le discariche di tutta Italia.

Ovunque i rifiuti venissero trasportati, i media hanno riferito di cittadini in rivolta, un ottimo pretesto per circondare i trasporti di scorte armate e per intimidire con la Cariche della poliziaviolenza le popolazioni. È evidente che l’enfatizzazione di eventuali dissensi locali, serviva a mascherare ulteriormente i veri scopi di tutta l’operazione, che per la sua vastità non può che essere legata alla NATO. Solo nel contesto del colonialismo NATO, si spiegherebbe poi la sortita fatta all’inizio dell’anno da parte delle autorità europee, che hanno intimato al governo italiano di trovare una “soluzione” al “problema” dei rifiuti in Campania. Di che tipo e natura siano davvero i materiali che i militari stanno nascondendo, non è possibile saperlo, e forse ci vorranno anni perché la verità trapeli. La situazione è talmente grave, che gli esponenti di quella che i media chiamano la “sinistra radicale di governo”, come Russo Spena e Alfonso Pecoraro ScanioPecoraro Scanio, hanno fatto finta di non accorgersi di nulla e si sono docilmente piegati ad interpretare il ruolo degli imbecilli davanti all’opinione pubblica; anzi probabilmente sono stati ben contenti di cavarsela così. La stessa opinione pubblica ha partecipato a questo gioco delle parti, accettando la spiegazione ufficiale, legata alla parola magica alla moda: “incompetenza”. Oggi la “incompetenza delle autorità” non è solo uno slogan propagandistico, ma è diventato un alibi ideologico di primaria importanza. Un sito web tutto dedicato alla difesa della versione ufficiale sull’11 11 settembresettembre, ha addirittura adottato la dottrina dell’incompetenza come spiegazione/rassicurazione universale per ogni crimine affaristico dei governi e delle multinazionali. Nella grande torta della colpa che è stata confezionata dai media in questi giorni, c’è stata però una fettina per tutti, non solo per le autorità incompetenti, ma anche per gli ecologisti, per gli egoismi locali, per gli interessi camorristici, ed anche per i singoli cittadini che consumano senza chiedersi che fine faranno i loro rifiuti.monnezza Tutti colpevoli, nessun colpevole. Anche il “capitalismo”, in quanto entità generica, suggerisce colpe collettive e non ben identificabili, e infatti le analisi apparentemente più radicali, in realtà si sono andate a rifugiare nell’astrattezza e nel razzismo.Razzismo antimeridionale Che l’attuale modello di produzione e consumo cosiddetto “capitalistico” produca troppi rifiuti, è un dato di fatto, ma perché l’emergenza è scoppiata proprio in una delle aree che consuma meno? Di fronte a questa domanda, anche le analisi alternative, vanno in definitiva a coincidere con il razzismo della versione ufficiale, che attribuisce la causa principale della emergenza rifiuti all’imprevidenza ed al malgoverno locale. Si avalla in questo modo la solita ideologia ufficiale, per la quale il colonialismo non esiste, ma ci sono solo popoli inferiori che devono essere ciclicamente salvati e soccorsi attraverso invasioni e occupazioni militari.

Fonte: www.comidad.org

venerdì, 11 gennaio 2008

Ri(af)fondazione: "Forza De Gennaro!!"

Scritto da Ri(af)fondazione Comunista   


Giovanni Russo Spena, presidente Gruppo PRC Senato della Repubblica

da "la Repubblica" del 9 gennaio 2008

"… questa prova difficile a cui è stato chiamato ora, può riscattarlo sul piano della professionalità».

Giovanni Russo Spena, nato ad Acerra, (Napoli)

Gennaro Migliore, presidente Gruppo PRC Camera dei Deputati

dal "Corriere della Sera" del 10 gennaio 2008

"Per noi il suo nome era un nome problematico, ma su altre vicende. Sulla questione rifiuti stiamo al merito, e il nostro giudizio è positivo: il governo ha fatto il primo passo per una soluzione strutturale»."

Gennaro Migliore, nato a Napoli

Tommaso Sodano, vicepresidente Gruppo PRC Senato della Repubblica e presidente Commissione Ambiente del Senato

dal Tg2 del 9 gennaio 2008

Intervistato al "Tg2 Punto di Vista" Tommaso Sodano, senatore di Rifondazione Comunista e presidente della Commissione Ambiente, ribadisce la sua convinzione sulla necessità di riaprire le discariche e condanna le manifestazioni popolari... Interrogato poi sulla nomina di De Gennaro a commissario straordinario prende le distanze da quanti nel suo partito come Francesco Caruso, Haidi Giuliani ed Elettra Deiana, hanno criticato la scelta ricordando la gestione del G8, e afferma: «sono posizioni individuali che io condanno e critico. Il G8 di Genova non c'entra nulla con l'emergenza di oggi. Ora c'è massima collaborazione. Il mio partito è al fianco del nuovo commissario».

Tommaso Sodano, nato a Pomigliano d'Arco (Napoli)

Fonte: www.mercantedivenezia.org

giovedì, 10 gennaio 2008
La questione dei rifiuti non riguarda solo Napoli e la Rifiuti in CampaniaCampania, anzi. Il problema non è semplicemente locale o regionale, e nemmeno solo nazionale, ma è di portata globale. Esso investe la natura e la struttura stessa di un intero modo di produzione, eccessivamente energivoro e consumistico, un sistema economico imposto a livello planetario che, per produrre merci di consumo su scala industriale e soddisfare le richieste di un mercato di massa in costante crescita (basti pensare, ad esempio, al mercato cinese in fase di netta espansione), brucia e divora ogni giorno ingenti risorse energetiche, alimentari ed ambientali che non sono inesauribili, generando una quantità abnorme di rifiuti, scarti, ciarpame, ma anche scorie e sostanze altamente tossiche che l'ambiente stenta a smaltire.
Lo stesso processo di smaltimento dei rifiuti è diventato una vera e propria merce, un "business", un affare d'oro che ha assunto proporzioni gigantesche, un'attività estremamente lucrosa e redditizia che consente l'accumulazione di colossali fortune economiche a vantaggio di organizzazioni economico-imprenditoriali di ecomafiatstampo criminale. Il problema mette dunque in luce tutti i limiti, i conflitti e le contraddizioni sociali e strutturali del sistema complessivo, ponendo seriamente in discussione la validità e la razionalità dell'attuale modello di sviluppo (e sottosviluppo) che possiamo definire tardo-capitalistico. Le drammatiche vicende di questi giorni hanno fatto emergere dalle macerie sociali e dai cumuli di spazzatura, dove qualcuno intendeva tenerle sepolte, le gravissime responsabilità storico-politiche, locali e nazionali, che hanno condotto all’attuale situazione di esasperazione, rabbia e rivolta popolare.ecomafia
 
E' necessario spiegare e far comprendere all’opinione pubblica le ragioni che hanno spinto (e spingeranno) la gente a ribellarsi. Occorre contrastare con fermezza gli squallidi tentativi mediatici di disinformazione e di criminalizzazione di una giusta vertenza di massa. Altrimenti si rischia di tacere le reali responsabilità politiche (che sono criminali) assecondando il meccanismo di propaganda che punta ad affermare la linea (filo-camorrista) degli inceneritoriinceneritore_reset come soluzione della “emergenza”. Un problema esploso drammaticamente negli ultimi anni, ma che affonda le sue radici in tempi indubbiamente più remoti. Pertanto, è ovvio che il problema riguarda tutti, non solo le popolazioni di Napoli e della Campania, non solo le comunità meridionali, e nemmeno solo gli italiani, ma tutti gli abitanti del pianeta. La questione non può essere ridotta ad un ragionamento circoscritto che asseconda gli istinti più egoistici e particolaristici, per cui nessuno vuole la spazzatura altrui, in questo caso l'immondiziamonnezza di Napoli, ma è necessario vincere ogni campanilismo e localismo, per promuovere ed impostare, invece, un discorso di solidarietà, di educazione e di sensibilizzazione culturale, morale e civile, di natura sovracomunale e intercomunitaria. Oltretutto, la spazzatura in questione non appartiene solo ai napoletani, ma probabilmente proviene in gran parte da fuori, anche e soprattutto dal Nord Italia e dal Nord Europa. Per decenni il territorio di Napoli e della Campania ha ospitato (ed ospita tuttora) numerose discariche discarica abusivaabusive, gestite come tutti sanno dalla camorra, discariche dove vengono riversati i residui e i veleni più nocivi e pericolosi, di tipo chimico e persino nucleare, provenienti dalle zone più sviluppate e industrializzate del Nord Italia e del Nord Europa. Questa piaga decennale è una delle conseguenze e degli scotti che paghiamo a causa di un processo di sottosviluppo storico coloniale favorito dall'occupazione militare e politica del Regno delle regno delle due sicilieDue Sicilie da parte dello Stato "unitario" italiano, sorto in seguito alle cosiddette "guerre di indipendenza" (o "guerre risorgimentali") che furono guerre di conquista e di rapina economica e culturale, condotte dalla monarchia sabauda con la complicità di alcune potenze europee (Francia e Inghilterra in testa), della massoneria anglo-francese e piemontese, nonché grazie all'apporto decisivo di squallidi e ambigui personaggi tra cui il pirata-massone-carbonaro Giuseppe Garibaldi,giuseppe_garibaldi esaltato come "eroe nazionale" dalla falsa e mistificante mitologia filo-risorgimentale. La soluzione estrema escogitata dal governo Prodi per rispondere al problema che ormai sembra essergli sfuggito di mano, è stata la nomina del "prefetto di ferro" Gianni de gennaroDe Gennaro (famigerato "manganellatore" responsabile della mattanza di Genova nel luglio 2001) in qualità di "Commissario straordinario per l'emergenza", dotato di superpoteri e delegato a "risolvere" il problema così come è stato abituato a fare finora, ossia ricorrendo alla brutalità poliziesca.Pestaggi della polizia a Genova nel luglio 2001 Insomma, se ancora ci fossero dubbi, la risposta adottata dal governo è precisamente una reazione di segno colonialista, che si traduce nell'invio dell'esercito guidato da un "uomo forte", così come fanno da sempre tutti gli Stati colonialisti di fronte ad una rivolta che esplode in una colonia. L'uso della forza e della repressione militare è esattamente nello stile, nella natura e nella storia dello "sbirro" De Gennaro.  Infatti, come hanno riportato diverse fonti ufficiali di stampa, il premier prodiRomano Prodi, al termine di un vertice tenuto a Palazzo Chigi e durato oltre tre ore, ha annunciato che per superare "l'emergenza" dei rifiuti in Campania "ci si avvarrà del concorso qualificato delle Forze armate per le situazioni di straordinaria necessità e urgenza". Tradotto in altre parole, c'è da aspettarsi una nuova mattanza sociale, come quella vista a Genova durante le "roventi" giornate del G8? Come ha scritto Franco Berardi, in arte Bifo, in un bell'articolo apparso su vari siti web, "la scelta di spedire De Gennaro a Pianura trasforma il governo dell’impotenza in un governo di polizia". A questo punto, con tale scelta scellerata cade anche l'ultima differenza che si poteva scorgere, benché faticosamente, con l'esperienza del governo Berlusconi.