domenica, 20 aprile 2008
LA SINISTRA SUICIDATA, IL NUOVO FASCISMO E LE FUTURE LOTTE CONTRO IL “VELTRUSCONISMO”
Ovvero come predicare male, razzolare peggio ed essere bocciati dagli elettori
Il terremoto politico-elettorale avvenuto nei giorni scorsi, ha provocato effetti a dir poco devastanti, delineando un quadro parlamentare davvero singolare e senza precedenti (se si eccettua l’unico precedente che risale al Ventennio fascista).
Uno scenario imprevisto ed imprevedibile, almeno nella vastità e nelle proporzioni drammatiche in cui si è determinato. Un disastro politico in parte annunciato, simile alla situazione di illegalità e di messa al bando procurata dall’avvento al potere del partito fascista di Benito Mussolini,Benito Mussolini con l’instaurazione della dittatura e l’espulsione violenta delle forze di opposizione presenti nel Parlamento dell’epoca, in modo particolare del partito comunista e di quello socialista. Con la differenza, non secondaria, che nel caso odierno non c’è stato bisogno di ricorrere a provvedimenti apertamente reazionari e antidemocratici. In un colpo solo si è consumata la dissoluzione delle "sinistre", espulse in toto dal Parlamento italiano. Questo è, nei fatti, il risultato più evidente ed eclatante del nuovo “fascismo” mascherato da “antifascismo”, del nuovo golpismo istituzionale camuffato da Partito Democratico + Popolo delle Libertà, che in sintesi si chiama Veltrusconismo".
Il "golpe veltrusconiano" ha cancellato con una soluzione “morbida” e “pacifica” tutti i partiti di sinistra. I quali non hanno fatto nulla per impedire il proprio “suicidio” politico. Anzi, direi che le forze di “sinistra” hanno Il ritorno del Monnezzapermesso tutte le forme di Vignetta di Vauro sullo spauracchio di Berlusconiautolesionismo possibile ed immaginabile, tutto ciò che si poteva concedere all’avversario veltrusconiano per farsi male in modo serio e (forse) irreparabile. Con gli esiti a dir poco catastrofici che sono evidenti a tutti. Ma vediamo in quale modo si è tradotto l’autolesionismo della sedicente “sinistra” (ex)parlamentare italiana.
Una “sinistra” ormai estinta, umiliata e declassata al rango di un movimento politico extraparlamentare, senza possedere più alcun rapporto organico con i soggetti della realtà sociale, senza avere più l’abitudine e tanto meno la vocazione alla prassi e all’attività extraparlamentare. La liquidazione della sinistra parlamentare borghese è stata una morte annunciata da tempo, ma il principale responsabile del disastro si chiama (in)Fausto Bertinotti.Il camerata Fausto Bertinotti
Il quale ha raccolto esattamente quanto ha seminato negli ultimi anni. Ma nemmeno la più pessimistica delle previsioni poteva prefigurare e vaticinare lo tsunami che ha annientato totalmente la presenza della sinistra parlamentare in Italia. Senza dubbio l’astensionismo di sinistra ha inciso in modo consistente sull’esito del voto che ha penalizzato duramente i dirigenti e i rappresentanti della cosiddetta Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil“sinistra radicale”. In questi ultimi due anni la sinistra filo-governativa ha predicato male e razzolato peggio. Per questo gli elettori hanno deciso di punirla amaramente. Nel contempo, il nuovo “fascismo veltrusconiano"veltroni2 ha contribuito all’estromissione dalla scena parlamentare della sinistra borghese, senza porre in essere procedimenti autoritari o violenti, ma facendo semplicemente ricorso ad una vasta e capillare campagna propagandistica a favore del “voto utile”, che ha convinto non pochi elettori della “sinistra radicale” ad appoggiare il partito di Veltroni. La situazione politica odierna è, di fatto, quella di un regime senza colpo di stato, un fascismo privo della dittatura militare. Il nuovo Duce si chiama Veltrusconi.
PasoliniPierpaolo_Pasolini_2 docet: il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo”. Infatti, il quadro politico-parlamentare determinato dalle ultime elezioni, risulta assai più inquietante e pericoloso del fascismo propriamente inteso, per la semplice ragione che l’affossamento della sinistra parlamentare borghese è avvenuto in una cornice di apparente democrazia, ovvero senza l’avvento di un colpo di stato militare che abbia messo fuorilegge i partiti di sinistra. I quali si sono in pratica “suicidati” (quasi) da soli. Gli avversari si sono limitati ad assecondare gli eventi.
Tale risultato si è rivelato addirittura traumatico, inducendo alcuni osservatori e personaggi politici che sono in qualche misura riconducibili al fronte dell’ultra-conservatorismo (quali, ad esempio, Giulio Tremonti) a temere l’attuale scenario, nella misura in cui le contraddizioni sociali e materiali, i conflitti di classe presenti nel mondo del lavoro, le vertenze e i contrasti insiti nella realtà del paese, potrebbero assumere un carattere di insanabilità, in quanto non sarebbero più governabili e suscettibili di mediazioni politico-istituzionali.
In pratica si teme e si paventa che l’assenza di rappresentanza parlamentare della sinistra possa generare antagonismi sociali esplosivi, fenomeni di recrudescenza politica difficilmente gestibili.
Inoltre, con il quadro parlamentare appena uscito dalle elezioni, mi pare assai facile prefigurare un tentativo di stravolgere il testo della Costituzione attraverso una sorta di “grande inciucio, ossia un’ampia intesa di stampo veltrusconiano sul versante delle cosiddette “riforme costituzionali”, tanto attese ed invocate non solo dalla coalizione di centro-destra guidata da Berlusconi, Bossi e Fini.
La vera sinistra potrà risorgere solo se saprà fare una seria autocritica e ripartire dai bisogni concreti e dalle vertenze reali della sua gente, ovvero i lavoratori. Il terreno più fertile e congeniale per lotte_operaiela sinistra di classe è da sempre il mondo delle lottelotte_sindacali e dei diritti del lavoro salariato, la base del movimento operaio e sindacale. La vocazione storica, la natura e l’attitudine della sinistra realmente antagonista, coincidono con le lotte e le vertenze dei lavoratori, con le tendenze e i bisogni effettivi delle masse operaie, non con le competizioni elettorali e tanto meno con le opzioni riformiste e governiste, che invece non pagano e non ottengono mai nulla.

Concludo citando Ernesto Che Guevara, il quale sosteneva che le sconfitte, specie quelle più amare e brucianti, possono rivelarsi nel tempo anche più utili ed istruttive di una vittoria troppo facile ed esaltante.
Non a caso, la “vittoria” del 2006 ha arrecato molti danni preparando il terreno all’attuale disfatta, in quanto ha alimentato e favorito un progressivo distacco della sinistra parlamentare dalla realtà drammatica e dolorosa dei bisogni e delle lotte delle masse popolari. Non sono pochi i quadri ferrerodirigenti che si sono montati la testa, assumendo atteggiamenti di arroganza, superbia e cecità nei confronti del legittimo dissenso espresso in diverse circostanze dalla base militante (soprattutto la base operaia, che di conseguenza ha voltato le spalle), per cui molti attivisti e simpatizzanti della cosiddetta “sinistra radicale” si sono disaffezionati e allontanati in modo crescente, decidendo infine di astenersi dal voto per punire duramente chi aveva tradito le attese e le speranze suscitate nel popolo della sinistra proprio dalla “vittoria” ottenuta nel 2006. Sono trascorsi appena due anni solari, eppure quella data sembra distante anni luce dall’attuale momento storico.
giovedì, 17 gennaio 2008

Apocalypto

Un film del 2006 scritto e diretto da Mel Gibson.

Locandina

Produzione

Il film è stato girato nella penisola messicana Yucatàn, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006, il budget era di circa 40 milioni di dollari americani. Gli attori sono tutti sconosciuti e originari di quel paese, come Rudy Youngblood, il protagonista, Dalia Hernandez e Raoul Trujillo.

Alcune comparse sono nativi americani. L'intera pellicola è stata girata in yucateco moderno, uno dei dialetti della lingua maya più utilizzati, e parlati ancora da un milione di persone, tale scelta è simile a quella precedente di Mel Gibson, che ha girato La passione di Cristo in aramaico e latino.

Il titolo è una parola greca che significa "rivelare", ma il film non ha connotazioni religiose, probabilmente Gibson si riferisce all'apocalisse provocata dall'arrivo dei conquistadores spagnoli, scena con cui termina il film. Come il precedente La passione, il film non ha titoli di testa, ma solo i titoli di coda. Violente piogge in Messico hanno ritardato le ultime fasi di post-produzione, tanto che l'uscita del film nei cinema statunistensi è stata rimandata dal 4 agosto al 8 dicembre 2006.

Polemiche

Il film ha suscitato numerose polemiche per i seguenti punti:

  • la descrizione dei Maya come un popolo sanguinario e primitivo, che ignora totalmente la loro cultura e scienza (molti storici hanno infatti protestato per questa rappresentazione);
  • la scena dell'eclissi che getta nel panico l'intera popolazione Maya, la quale sarebbe in contrasto con le conoscenze astronomiche che tale popolo ha dimostrato di avere, c'è da dire però che non tutti avevano conoscenze astronomiche; infatti è doveroso notare come l'eclissi mandi sì nel panico la popolazione, ma non i sacerdoti che anzi ne sfruttano abilmente le caratteristiche per strabiliare ancora di più il loro popolo.
  • la deformazione storico-temporale del film, dove si rappresentano i Maya durante la scoperta dell'America come una popolazione fiorente e sviluppata, quando invece agli inizi del 1500 erano quasi completamente decaduti
  • la presenza di numerose scene di violenza e di immagini disturbanti, spesso ai limiti del gore;
  • l'uso dello yucateco moderno, che, sebbene si sia rivelata l'unica alternativa alla lingua inglese (non conosciamo infatti il linguaggio degli antichi Maya), è un evidente anacronismo storico.

Successo

Nel mondo Apocalypto non ha avuto il successo sperato, spesso a causa di polemiche e di vicende giudiziarie, negli USA è stato un semi-flop.

Critica

La critica italiana non ha accolto molto bene il film. Solo Pino Farinotti lo ha trattato molto bene assegnandogli 4 stellette e dichiarando che già fa parte del corpo del cinema. Il sito "delcinema.it" invece gli assegna due stelle e mezzo e scrive che Il racconto ha dalla sua un'abile tecnica di regia e un'ottima sceneggiatura all'americana, ma decisamente efficace.

Fonte: Wikipedia

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Apocalypto 

Un film di Mel Gibson. Con Rudy Youngblood, Dalia Hernandez, Jonathan Brewer, Morris Birdyellowhead, Carlos Emilio Baez, Israel Contreras.La tesi del film è annunciata da una frase dello storico-scrittore Will Durant: una grande civiltà non viene conquistata fino a quando non si distrugge da sola dal di dentro. Così, quando nel 1518, gli spagnoli "conquistadores" sbarcarono per la prima volta su una spiaggia dello Yucatàn, per portare la nuova civiltà, i Maya avevano già compiuto buona parte del lavoro ed erano, diciamo così, predisposti.
Gibson, creativo in modo allarmante, e anche furbo, corregge dunque la tesi del paradiso naturalistico: in quel tempo l'Europa aveva il Rinascimento, i codici civili e la polvere da sparo, i Maya "indietro" millenni rispetto a quei parametri, e al riparo da quel tipo di civiltà, non erano poi così felici.
Un'idea scaltra e magari strumentale, comunque accettabile, che poi permette al regista di fare il cinema violento-etnico-primordiale-iperrealista, attraverso "interpretazioni impossibili", che tanto gli sono congeniali.
Il giovane maya Zampa di Giaguaro vive dunque in modo primordiale, va a caccia, si diverte coi suoi amici, ha una moglie incinta e un bambino. Il suo villaggio viene assalito da una tribù più forte che fa una strage.
Insieme ad altri, Zampa di Giaguaro, che riesce a nascondere la famiglia in una grotta sotterranea, viene portato in un villaggio lontano dove sarà sacrificato al dio del sole. Riesce a fuggire, inseguito dai nemici.
Li uccide uno a uno, torna al suo villaggio, salva miracolosamente la famiglia, e dall'alto di una collina vede due galeoni nella baia e alcune barche che si stanno avvicinando alla spiaggia che portano uomini con armi, insegne e croci. Jaguar e la famiglia si rintanano nel cuore della foresta.
Nella Passione Gibson si era ritagliato molte possibilità di invenzione a cominciare dall'aramaico. Qui ripercorre la stessa strada (lingua maya con sottotitoli) ma gli si aprono orizzonti ancora più vasti: i corpi nudi che offrono un'opzione di violenza estrema che, per esempio, Braveheart coi costumi e le armature non offriva.
La vegetazione umida e senza sole, nemica, e così folta che senti prima di vedere, ed è tardi. L'istinto primordiale: ci si immobilizza, gli occhi si allargano a scrutare, il pericolo mortale è vicino. L'idea delle violenza estrema ha un'altra chiave, suggestiva. Zampa di Giaguaro viene colpito da una lancia, letteralmente trapassato, se la toglie e riprende la fuga, poi viene colpito da una freccia, dalle parti del cuore, se la strappa e prosegue.
E non sono le solite licenze del cinema d'avventura, è una considerazione sulle difese del corpo, che oggi diremmo sovrumane e cha magari, in quel tempo e in quei luoghi, erano umane. L'istantanea estrema in questo senso è alla fine, quando Zampa di Giaguaro si affaccia sulla grotta e vede la moglie e due figli, che stanno per annegare sopraffatti dalle grandi piogge. La donna ha partorito nell'acqua.
Un'altra strepitosa occasione Gibson la coglie col rito del sacrificio maya, e non gli par vero di poter rappresentare l'asportazione del cuore, il corpo disfatto pezzo per pezzo e poi spinto lungo l'infinita parete di quelle piramidi.
Dunque per il regista una possibilità estrema, antropologica, è quello che cercava. Può essere interessante la sua prossima mossa. Un'indicazione: perché no la genesi? Gibson cristiano radicale, avrebbe possibilità ancora maggiori, medierebbe le scritture con la scienza e offrirebbe certamente un'istantanea credibile di Adamo ed Eva. E dovrebbe inventare un linguaggio questa volta davvero ex novo.
Un'avventura spaventosa, ma niente spaventa Mel. Apocalypto è un film molto importante. Per coraggio per estetica e per forza in senso lato. Va inteso, oltre che come magnifico trucco (sempre di film trattasi) anche come indicazione che certamente si porterà dietro tante, tante parole. E, indubbiamente, fa già parte del corpo del cinema.

Fonte: MyMovies

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Apocalypto

Nata intorno al 2600 a.C. circa, l'evoluta società Maya praticava anche guerra, schiavitù, e nell'ultima fase offerte umane agli dei. Sembra che varie cause concorsero al suo declino: deforestazione per produrre malta, siccità e carestie, conflitti e rivolte, ma principalmente l'arrivo dei conquistadores spagnoli, portatori tra l'altro di malattie che sterminarono il 90 % della popolazione.

"Nel corso della Storia, i motivi della caduta di una civiltà - dice Mel Gibson - sono sempre gli stessi, e molti degli eventi che hanno preceduto la fine dei Maya sono quelli che si verificano nella nostra società oggi. Questi cicli si ripetono continuamente".

E proprio un tale parallelo spiega il titolo profeticamente catastrofico, per un film che Gibson ha sceneggiato con Farad Safinia (anche co-produttore), prodotto con Bruce Davey e diretto avvalendosi della consulenza dell'archeologo Richard D. Hansen e del lavoro artigianale di una grande squadra di artisti, per lo più messicani.

Girato in loco, parlato in maya yucateco (lingua tuttora in uso), Apocalypto ha un cast di non professionisti composto da nativi del continente (dal Canada al Centro America).

Il regista lo ha ambientato nel momento di abbrutita decadenza e delirio delittuoso del "popolo dell'insegna del Sole", ma la vicenda si svolge quasi interamente nella foresta con tanto di estenuante inseguimento finale.

Dopo "Braveheart", la deriva da spettacolarizzazione porta Gibson da un lato a servirsi della tecnologia (con un digitale che gli permette di utilizzare la luce naturale e fino a 4 cineprese in simultanea per sequenze anche da venti minuti), dall'altro a bearsi in riprese ipercinetiche e in una maniacale violenza sanguinolenta.

Con una narrazione tutta visiva, elementare e manichea nella divisione buoni-cattivi, che fa dell'indistruttibile protagonista - annunciato da un oracolo - il simbolo di equilibrio con la natura, famiglia, sacrificio generoso, mentre il malvagio incarna l'idea della paura, necessario alter ego in un viaggio iniziatico. Per una fuga dal progresso distruttivo, alla ricerca di un "nuovo inizio".

La frase: "Una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno." (W. Durant)

Federico Raponi


Fonte: FilmUp

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Infine, vi segnalo alcuni link relativi ad un'altra recensione scritta a proposito di un altro celebre film "iperrealista" diretto da Mel Gibson, The Passion : Bellaciao - Girodivite - Fuoriregistro.

sabato, 05 gennaio 2008

Le contraddizioni lacerano, provocando sottili crepe nel complesso percepire sè stessi che và sotto il nome di autostima. Deve averne avuto sentore la senatrice indipendente, nonchè consorte del nobile Dario, Franca Rame, già eletta nella lista Italia dei valori capitanata dal poliziotto onesto dottor ministro di pietroDi Pietro, agricoltore a tempo perso... E' di queste ore infatti l'annuncio dato nel megafono rai di Radioanch'io, della sua sofferta intenzione di dimettersi da senatrice. "Non posso più andare avanti così,in questa situazione pesante e inutile..." "Non si può sempre votare contro coscienza" ha detto sbottando e sospirando la senatrice, Franca di nome e di fatto... parrebbe. Una vita passata al fianco del mitico Fò, una coppia davvero formidabile, un'avanguardia di arte-pensiero che ha fatto da traino per il colorato fantasioso oltre che ingenuo treno delle italiche utopie...

Franca Rame e Dario Fò

Dice di essere stata tirata per i capelli nella politica... E che in tanti la imploravano di scendere in campo, sarai la nostra voce fidata... devi andare, le dicevano...

Ed è così che dopo essere stata "scelta da loro" quelli dell' I.D.V. come civettuolamente spiega lei stessa, si trova sorprendentemente eletta, quindi con in groppa il pesante fardello delle responsabilità istituzionali compie il trasferimento a Roma, dove dopo un breve periodo di acclimatazione in casa Di Pietro opta con grazioso salto della quaglia per i più intimi e personalizzati monolocali indipendenti del Gruppo misto, dove tuttora esercita nel ruolo di senatrice del Regno, però buona, pacifista e alternativa...

Si confida l'attrice, sussurrando ad orecchie ben disposte come sia difficile combinare il cuore con i giuramenti... "E' un continuo combattere per il dovere contro la coscienza. Torno a casa la sera che sono di una infelicità..." sospira.

"Sono contro la guerra, è fuor di dubbio, però ho dovuto votare finanziamento e rifinanziamento delle missioni militari, il Governo mi ha chiesto la fiducia, che è una cosa seria, come tutti sanno... Poi ho dovuto ingollare il rospo delle leggi vergogna che sembrano inamovibili, la legge sul conflitto di interessi che non arriva assieme ad altre cose che sto aspettando oramai da 19 mesi..."

Tutto negativo allora? Ha solo dato la nostra cara Franca, in questo gioco al massacro masochista, oppure qualche piccolissima soddisfazione di governo, se pure a pagamento, come dire, se l'è presa? Pare proprio di sì... Infatti afferma di essere nella commissione "uranio impoverito" dove ha svolto un lavoro indifesso teso alla diffusione cognitiva del problema presso le masse facendo pubblicare addirittura un annuncio a pagamento sul foglio titolato "repubblica" a proprie spese, ha sottolineato, rimarcando tra l'altro come ciò le sia costato un occhio della testa.

Un pò poco, ma ho salvato capra e cavoli, pensa forse non troppo convinta, la sig.ra Rame Franca. A noi parrebbe invece che, per essere ricordata come si conviene, la senatrice già attrice dovrebbe con un "coup de teatre" questo sì degno di Lei, ribaltare capra, cavoli e pure l'orto...

Facendo mancare il suo prezioso voto alla deludente compagine di centro sinistra, esperta in trucchi cavilli e false promesse. Cada pure, il governo, poichè è meno importante della coerenza morale, questo dovrebbe pensare la mitica Franca e questo sarebbe forse l'antidoto giusto per salvarla dai veleni della politica e per farla tornare lieve e sorridente, come ai bei tempi andati, verrebbe da dire.

Ma Ella ha detto ancora: "le dimissioni, l'unico problema è che le dai ma non sai se e quando verranno accettate... Pertanto deve essere chiaro come ho già ripetutamente detto che finchè io sarò al Senato, fino alla ultima ora difenderò questo MIO governo anche se non sono d'accordo." "Mi immolerò", ha concluso.

Chissà se pensava, nel suo trasporto auto-masochista, a quella gran dama orientale dalle vesti sgargianti, quella sì immolatasi suo malgrado per davvero e in cambio di niente.

Fonte:  http://clausneghe.blogspot.com

domenica, 16 dicembre 2007

BERTINOTTI IL MANGIAPADRONI

Abbiamo da sempre considerato Fausto Bertinottibertinotti un "comunista borghese" che si è rivelato un guerrafondaio nazionalista. Non ci stupisce ne ci scandalizza il suo dialogo con Berlusconi. Vuole difendere il sistema politico della borghesia in Italia. Il pagliaccio è sempre più sputtanato

Fausto sfida «i benpensanti» della sinistra

Porgendo la mano a Silvio Berlusconi,berlusconi_dux aveva messo tutto in conto. Ora Fausto Bertinotti è diventato bersaglio di critiche e censure. La colpa di Bertinottibr_bertinotti è di aver accettato il dialogo con il Cavaliere. E dinanzi all'accusa il presidente della Camera lancia una sfida di «politica culturale» agli intellettuali di sinistra benpensanti, li invita a superare «i pregiudizi», a smetterla con gli «integralismi », e a sostenere il dialogo sulle riforme, strada che è comunque intenzionato a percorrere fino in fondo. Perché la partita va al di là della trattativa sulla legge elettorale: «Possibile non si capisca? Possibile non si avverta il sentimento profondo del Paese? Possibile non si comprenda che la classe dirigente corre il rischio dell'apartheid? Possibile non si veda che se non ce la facciamo, stavolta falliamo tutti e soprattutto cade tutto?».

Bertinotti confida che attraverso questa chiave di lettura possa essere compreso il significato della sua mano tesa verso Berlusconi,berlusconi descritto da molti nel centrosinistra come un «nemico» con cui non si deve parlare per non perdere la propria verginità politica. Si rende conto delle ostilità che incontra, ne parla quotidianamente al telefono con veltroni e il suo walter egoWalter Veltroni, vittima anche lui di allusioni e battute tendenziose. Ma resta fiducioso: «Sono fiducioso per disperazione». Concetto terribile, espresso di getto, quasi volesse levarsi un peso. A suo dire, d'altronde, se il dialogo fallisse, dopo non ci sarebbe nulla, tranne l'immagine del dramma di Torino alla ThyssenKrupp, dove «ho percepito una separazione, un cancello, tra gli operai che stavano dentro la fabbrica e si sentivano soli, e noi che venivamo visti come quelli che stanno fuori e non muoiono bruciati».

È il pericolo dell'«apartheid» che lo preoccupa. E se ieri, con incredibile coincidenza, Giampaolo Pansa sull'Espresso lo ha disegnato come «il grande puffo», Furio Colombo sull'Unità lo ha intruppato nello «schieramento dei super partes berlusconiani», e la senatrice comunista Manuela Palermi su Liberazione l'ha accusato di sacrificare la Cosa rossa sull'altare dell'intesa con Veltroni e il Cavaliere, Bertinotti non ha ceduto alla tentazione di voltare le spalle alle critiche.

Ha preferito la fatica del confronto, che è diventata sfida: «È una sfida di politica culturale. Io penso infatti che il dialogo sia necessario per rinnovare il nostro sistema e agganciarlo al grande processo di trasformazione dei partiti che è in atto in Europa. La legge elettorale è solo un tassello, il primo passo. E per compierlo bisogna rischiare».

«Io rischio», dice bertinotti-vauroBertinotti:Il Faust «Iniziamo a rischiare tutti. Iniziamo a rompere le logiche opportunistiche, a superare i settarismi, ad abbandonare interessi di piccolo cabotaggio, in base ai quali, io che sono girotondino non ci sto, io che sono un piccolo partito non ci sto, io che punto a preservare una posizione di potere non ci sto. Con la politica del "non ci sto" siamo diventati "politiglia", come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere. Perciò sono convinto che sia giusto dialogare con tutti, anche con Berlusconi». In fondo, come ha spiegato ai suoi, il dialogo porta a un processo di «auto-responsabilizzazione » del Cavaliere: la mano tesa è un segno di fiducia, toccherà a lui non dilapidarla.

È l'unica strategia per uscire dal pantano, «lo penso anch'io che sono forse il più prevenuto di tutti verso berlusconi_clownBerlusconi», dice Ciriaco De Mita,Ciriaco De Mita infastidito dagli «attacchi pretestuosi» al presidente della Camera: «Questa purtroppo è la prova che si fa fatica a vincere la stupidità. Perché il Cavaliere stavolta ha compiuto davvero un gesto di straordinaria intelligenza politica, prestandosi al dialogo. Finalmente accetta di confrontarsi senza sotterfugi, e apre la strada a un bipolarismo adulto. Per questo dovremmo essere tutti contenti». Bertinotti, venuto a conoscenza delle parole di De Mita, ha sorriso come a voler sottoscrivere il ragionamento dell'ex segretario democristiano.

Caricature di De Mita

La sfida culturale oltre che politica a sinistra è lanciata, «io ho deciso di rischiare». BertinottiCaricatura di Bertinottibertinotti è consapevole che il fallimento non rappresenterebbe la sconfitta di qualcuno ma di tutti. E spera che, a forza di insistere, in futuro sarà buona regola tenere cordiali rapporti con l'avversario pur tenendo la distanza. Oggi qualsiasi gesto distensivo desta invece scandalo. E figurarsi dunque cosa direbbero in quel mondo che si nutre di livore verso «il nemico», se sapessero di una telefonata che il presidente della Camera volle fare per solidarizzare con il Cavaliere. Erano i giorni in cui impazzavano su tutti i quotidiani e i settimanali le foto pruriginose che ritraevano l'ex premier in compagnia di alcune starlette, ospiti della sua villa in Sardegna, e sedute sulle sue gambe.

BertinottiFaust 22giu2006 lesse commenti di condanna e analisi politiche irridenti, perciò decise di alzare la cornetta: «Presidente — esordì — mi spiace molto, perché queste sono cose fastidiose. È già sgradevole che si scavi nella vita privata e si violi la privacy. Lo è ancor di più se tutto ciò viene usato come appiglio per attaccare l'avversario politico». È collusione morale, quella di Bertinotti?Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutista E le regole di garanzia che ha chiesto per il «deputato Berlusconi» al procuratore di Napoli, sono un segno di complicità? Fabio Mussi, che pure non è del tutto convinto delle mosse di «Fausto», appoggia la sua sfida di «cultura politica»: «È ora di rifuggire dall'idea che non si parla con il nemico. E spero finiscano i tentativi di epurazione e di denigrazione. Sono retaggi che appartengono... al tempo che fu». Purtroppo sono «retaggi» che resistono.
Francesco Verderami

Fonte: www.operaicontro.it

mercoledì, 31 ottobre 2007

G8, Veltroni: «Il Paese ha bisogno di verità, su Genova serve la commissione d'inchiesta»

Walter Veltroni (foto Antonio Calanni - Ap)

ROMA (31 ottobre) - «Nessuno di noi, può dimenticare quei giorni. Furono un incubo». Il neo segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, interviene con una lettera al sindaco di Genova, Marta Vincenzi, per chiedere verità sul violenze_g8_genovaG8 del 2001, dopo il no della commissione Affari costituzionali della Camera a una commissione d'inchiesta sugli scontri e i pestaggi dei giorni del vertice degli 8 grandi. Veltroni afferma che per istituire la commissione c'è ancora tempo e aggiunge: «È importante per la nostra democrazia, che dalla verità dei fatti e dalla trasparenza delle istituzioni ha solo da guadagnare».  «Cara Marta - scrive Veltroni - ieri, interpretando i sentimenti della tua città, hai detto che Genova sta vivendo la battuta d'arresto subita dalla commissionegenovacommissione d'inchiesta sui fatti del G8 con profondissima delusione, come un'offesa, con il dolore che viene da ferite profonde che non si sono ancora rimarginate. Hai perfettamente ragione, e io da sindaco sento il bisogno di esprimere innanzitutto la mia solidarietà a te e, attraverso te, alla tua città, a tutti i genovesi. Nessuno di loro, nessuno di noi, può dimenticare quei giorni. Furono un incubo: scontri tra manifestanti e polizia, ragazzi picchiati, la città devastata da bande di black block. Luoghi di Genova strappati alla vostra serena consuetudine e consegnati alle cronache di tutto il mondo con immagini di violenza e purtroppo anche di morte, di una giovane vita spezzata: la scuola macelleria diazDiaz, la caserma di Bolzaneto, piazza Alimonda e Carlo Giuliani. Sono passati sei anni, ma sono davvero ferite non ancora rimarginate». «Ferite private, dolorosamente personali, per le quali serviranno il tempo e la fatica di un percorso necessariamente individuale - prosegue Veltroni -. Ferite più ampie, pubbliche e collettive, per le quali non c'è che una cura: l'accertamento della verità, di tutta la verità su quanto accadde in quei giorni.g8 2001 È questa l'unica strada, questo l'unico modo». «La magistratura sta portando avanti il suo lavoro, che come è giusto non può che essere incentrato su precisi episodi e su singole persone. La Commissione d'inchiesta - osserva ancora il leader del Pd - avrebbe dovuto, dovrebbe, fare altro: ricostruire i fatti, tutti, e chiarire le responsabilità, quelle che ci furono e quelle che vennero meno. Non dobbiamo avere paura dei fatti. alcuni_dei_malavitosi_politici_massoni_pidduisti_gladiatori_compromessi_con_i_bildebergerNella storia di questo Paese per troppo tempo, e per troppe volte, la verità su alcune delle pagine più delicate e oscure della nostra vita pubblica non è mai arrivata, o è arrivata frammentata, distorta, opaca. Per confondere, non per chiarire. Per conservare, non per cambiare e crescere». «Oggi, anche su questo, dobbiamo voltare pagina - scandisce Veltroni -. Si può fare, ci sono le condizioni per farlo. La trasparenza, il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini è interesse di tutti»,mastella_clemente continua il sindaco di Roma e poi aggiunge: «C'è ancora tempo per rimediare, per istituire quella Commissione d'inchiesta della quale hai detto, cara Marta, Genova non può fare a meno. È così, e vale per tutti gli italiani. Non per perseguire meri intenti punitivi, ma per avere verità. Ne ha bisogno chi ha subito offese e deve ritrovare fiducia nella giustizia del suo Paese. È importante - conclude Veltroni - per la nostra democrazia, che dalla verità dei fatti e dalla trasparenza delle istituzioni ha solo da guadagnare».

Fonte: www.ilmessaggero.it

domenica, 14 ottobre 2007

GLI OPERAI DELL'INDUSTRIA HANNO DETTO NO

Tutto il resto è solo una truffa

Il dato è inequivocabile, l'accordo sulle pensioni è stato bocciato dagli fiat_mirafiorioperai con percentuali che vanno dall'80% in su. La frattura fra Cgil, Cisl e UilTriplice_sindacale e le grandi fabbriche è ormai un dato di fatto. Hanno fatto vincere i SI raccogliendo voti ovunque, dai pensionati ricattati dal miserabile aumento, ad indefinite casalinghe, dagli  impiegati privilegiati fino a tutto quello strato di lavoratori che ha fatto carriera all'ombra del sindacato collaborazionista. Un'area di voto completamente  incontrollata dalla quale hanno tirato fuori, come un coniglio dal cappello milioni di SI.

Clicca per ingrandire Un SI per costringere gli operai a lavorare fino a morire per far arricchire i padroni e mantenere con loro tutte le classi superiori e i loro privilegi. Gli operai delle grandi fabbriche hanno detto altan_poteva_andare_peggioNO, con forza, senza tentennamenti, né ambiguità. Non lascerà nessuna traccia? Gli operai continueranno a farsi sottomettere dal voto di quel pantano sociale che va dai  lavoratori privilegiati ai dirigenti industriali e sindacali, che si dicono anch’essi lavoratori, ai pensionati d'oro dell'industria e dello Stato? Continueranno, gli compagno cipputioperai, a farsi sottomettere da gente disposta a votare SI a qualunque misura antioperaia pur di garantirsi la bella vita? Non sono forse questi che ci hanno battuto sulla scala mobile, sulla legge lamberto-diniDini, non sono stati i loro voti a farci digerire accordi contrattuali di quattro soldi per noi e buoni aumenti per loro? Non sarà più così, il distacco degli operai dalle altre classi è palpabile, sul risultato del referendum non si confrontano più solo numeri, ma comportamenti omogenei di classi sociali.  Gli operai sono andati di qua, gli altri di là. Va registrato che anche fra gli altri lavoratori, delle vere e proprie zone di rifiuto dell'accordo si sono manifestate, la crisi ha lavorato con metodo e tante illusioni sono cadute. comitati_d_affariEpifani, Bonanni ed Angeletti fanno ridere: dal trionfalistico 80% di SI sono scesi in poche ore al 70% ed ancora non è finita, non possono esibire nessuna prova seria di questi "entusiasmanti" risultati, tutte cifre politiche. Nelle fabbriche i NO sono certificati uno ad uno e sono l'assoluta maggioranza. Potranno applicare l'accordo raccontando che hanno ottenuto ampio consenso, ma un sindacato senza operai è finito. montescemoloMontezemolo può continuare ad incontrare i capi di CGIL, CISL ed UIL, far finta che non è successo niente, ma il fatto innegabile è che non rappresentano più gli operai, gli operai di Mirafiori e di lavoratore flessibileMelfi, dell’Alfa sud e dei Cantieri Navali e i padroni sanno di chi si sta parlando. Un nuovo sindacalismo sta maturando nelle fabbriche, il sindacalismo degli lotte_sindacalioperai, quello dei borghesi è stato travolto da un NO che nessuna operazione mediatica può più nascondere.

Associazione per la Liberazione degli Operai

Fonte: www.operaicontro.it

venerdì, 12 ottobre 2007

Maledizione e delusione ai mondiali di rugby

A Cardiff, in terra d'Oltralpe, la squadra ospite degli all_blacksAll Blacks è stata sconfitta a sorpresa nei quarti di finale dalla nazionale di casa, che ha disputato uno spettacolare secondo tempo (il primo tempo si è concluso 13-3 per la  Nuova Zelanda). Il rugby-champagne giocato dai transalpini ha  costretto i All Blacks in azione"tuttineri" alla resa. Malgrado il disperato assedio finale, la rocciosa linea difensiva francese ha retto meglio della Linea Maginot, prevalendo col risultato finale di 20 a 18. Sabato prossimo si giocherà la semifinale tra la Francia e l'Inghilterra a Parigi, una classica sfida europea che vale l'accesso alla gara finale dei campionati mondiali di rugby. E gli All Blacks,All Blacks in campo che hanno fallito l'ennesimo mondiale, saranno costretti ancora una volta al ruolo di mesti e muti spettatori.
E' proprio il caso di adoperare il termine deja-vu , in onore ai vincitori, per raccontare la triste parabola discendente degli sconfitti: come in altre occasioni, gli All Blackshaka_rugbyheaven (già superfavoriti) erano in vantaggio, ma si sono trovati ancora una volta "spettatori" di una straordinaria rimonta degli avversari che li ha colti totalmente impreparati. Molto probabilmente i neozelandesi hanno peccato di eccessiva sicurezza e presunzione. Errori che nello sport possono costare caro. Malgrado l'inattesa ed amara eliminazione, gli All Blacks restano un mito intramontabile per tutti i tifosi e gli appassionati di rugby, una disciplina sportiva tutto sommato ancora integra e pura, di certo più autentica e nobile di altri "sport" che non sono più tali, in quanto degenerati e corrotti dal dio denaro e dai suoi sponsor multinazionali. Come mitica resta HAKAl'Haka, una danza etnica tipica del popolo Maori, originario della Nuova Zelanda. Un rito reso celebre proprio dagli All Blacks, che l'hanno adottato nella versione stilistica della Ka Mate.  La Nuova Zelanda è così precipitata in un inconsolabile lutto nazionale. Pertanto, voglio esprimere il mio cordoglio personale al popolo neozelandese e a tutti i tifosi degli All Blacks.
domenica, 09 settembre 2007
IMPARARE ANCHE LA CHIMICA, PER FAVORE!
Il tg5TG5, con al seguito quasi tutti i quotidiani del giorno dopo, annuncia - nell'edizione delle ore 20:00 di mercoledì 5 settembre, che in Germania sono state arrestate tre persone, legate alla rete del terrore Al-Qaeda, che stavano preparando un attentato - che i quotidiani del giorno dopo definiscono peggiore di quelli di Madrid e Londra - con <730 chilogrammi di perossido di idrogeno>; è vero che con la LetiziaLetizia Moratti la scuola è diventata un optional (qualcuno ricorda le sue tre I: inglese, internet, industria?) ma è comico che solo "il manifesto" ricordi che il pericolosissimo 'perossido di idrogeno' altro non è che la conosciutissima, ed abusatissima, acqua ossigenata!!! Ve la immaginate una bomba del genere? che_biondaSe anche esplodesse al massimo, come unico effetto sulla popolazione, potrebbe creare alcune migliaia di 'biondi ossigenati', e chissà, magari qualcuno sarà contento! Un consiglio al ministro Fioroni, titolare del dicastero della Pubblica Istruzione: sono molte buone le sue intenzioni per gli scolari e gli studenti, volte a far imparare l'italiano, ma forse sarebbe il caso di insegnare la chimica ai parlamentari ed ai giornalisti borghesi, i quali - è del tutto evidente - non sono molto ferrati in materia.

Stefano Ghio

Fonte: "Linea Rossa-Genova" pcdi@linearossage.it   linearossait

martedì, 28 agosto 2007

"Adoro i partiti politici: sono gli unici luoghi rimasti dove la gente non parla di politica." (Oscar Wilde)

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Un pò in ritardo rispetto alla sua pubblicazione temporale, ho scoperto questa lunga intervista rilasciata all'organo ufficiale (e folcloristico) del PRC, dal "parolaio magico", il Caricatura di BertinottiPresidente della Camera Fausto Bertinotti (che non è mai stato un vero comunista, neanche per finta!). A volte alcuni testi - come questa intervista - bisognerebbe leggerli a distanza di tempo, per rendersi conto delle baggianate e delle corbellerie che vi sono contenute, soprattutto se si valutano alla luce di importanti avvenimenti politici come quelli che si sono succeduti dallo scorso febbraio ad oggi. E' evidente a tutti che in politica si giudicano e contano i fatti, non le parole, è innegabile che la politica si fa con i fatti e non con le chiacchiere. Certo, un abile mistificatore e un esperto ciarlatano come bertinotti-vauro(l'in)Faust sa farsi beffe del(l'ele)lettore comune, specialmente se questo è facilmente suggestionabile dal fascino sprigionato da frasi ad effetto e parole seducenti quali "case matte", "massa critica", "un altro mondo possibile", "utopia concreta", "fuoriuscita dal capitalismo" ed altre simili castronerie. Personalmente, io credo più nella fuoriuscita del PRC dal governo in carica. D'altronde, solo un impostore e un ciarlatano come lui si azzarderebbe a conciliare e far convivere simili concetti teorici, senza dubbio ammalianti ed estetizzanti, con la politica brutalmente antioperaia ed anticomunista, militarista ed affarista, messa in pratica dall'attuale governo di centro-"sinistro". Un esecutivo che gode dell'appoggio determinante della cosiddetta "sinistra radicale", una Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil"sinistra" ipocrita e millantatrice che nei fatti si è rivelata complice e subalterna rispetto ai diktat imposti dai gruppi di potere dominanti in Italia. Inoltre, il "dottor" Faust non spiega affatto cosa intende in termini concreti con l'espressione "fuoriuscita dal capitalismo". Dubito seriamente che il "grande ciarlatano", l'indiscusso leader del "folclore pseudo-comunista",  voglia nemmeno lontanamente riferirsi ad un'ipotetica società comunista, dato che egli  non è mai stato un autentico comunista, ma soltanto un borghese radical chic, molto chic e poco radical... Ora facciamo silenzio, parla il "parolaio magico".

Bertinotti: ‘Contro l’antipolitica ricostruire una cultura politica di sinistra’

bertinotti2_198_158.jpgIntervista al Presidente della Camera: «Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare»
«La sinistra radicale deve saper risolvere il problema dell’efficacia, quindi dell’unità. Solo così potrà confrontarsi con l’ala riformista»

di Piero Sansonetti

Bertinotti, cosa sta succedendo nella politica italiana? Che giudizio dai sulla battaglia che ha squassato il paese in questi giorni? Come ti sembra la soluzione trovata alla crisi? Cosa pensi dell’atteggiamento… Il FaustBertinotti non mi fa finire la domanda, mi interrompe e mi spiega che è molto contento di fare una intervista con “Liberazione”, e che gli va di parlare di politica, e del futuro della sinistra, e dei movimenti, e delle idee che servono per combattere le grandi battaglie di questi anni; però non ha intenzione di entrare nel merito delle discussioni sugli equilibri parlamentari e sulle scelte istituzionali e di governo. Non sarebbe corretto se il Presidente della Camera, in un momento politico così delicato, entrasse nella battaglia parlamentare con un’intervista al giornale del suo partito. D’accordo. Non provo nemmeno tanto ad insistere. Cambio domanda.

Bertinotti, la sinistra radicale in questa fase è costretta a passare dall’utopia alla realpolitik. Non rischia in qualche modo di cambiare natura, di cambiare pelle?

«L’utopia, nella nostra storia, noi l’abbiamo sempre affrontata criticamente. Né rifiutata né esaltata. L’utopia è una categoria che in alcune fasi della storia del movimento quarto statooperaio è stata decisiva. E’ molto forte nella fase primordiale, poi in qualche modo viene messa in discussione dal socialismo scientifico, da Marx. E addirittura è spazzata via nel periodo successivo, quando prevale una idea “deterministica”, e si pensa che il passaggio dal capitalismo al socialismo sia quasi un automatismo, un fatto storico inevitabile e naturale, come era stato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Si sostiene che lo sbocco socialista è inscritto nel naturale sviluppo delle forze produttive. Quando è che avviene la riscoperta dell’Utopia? Tutte le volte che ci si rende conto della “dura replica della storia”. Soprattutto alla fine del secolo appena concluso, quando la storia replica alle illusioni del ’900, agli sbagli concreti, agli orrori concreti, e allora l’Utopia diventa una occasione, una chance per ricostruire, per non chiudere il discorso, per tenere aperta una prospettiva…»

Cesare Luporini nell’89 parlava di socialismo come orizzonte da tenere fermo…

«Esatto, in quella fase l’utopia ha un ruolo molto importante. Però io penso che il movimento operaio abbia sempre avuto questo rapporto con utopial’Utopia: l’ha concepita come una possibilità per scrutare l’orizzonte, come uno strumento di politica e di ricerca, ma mai come scopo, come contenuto esclusivo della politica. Poi arriva la globalizzazione e la critica della globalizzazione e l’Utopia, credo io, cambia ancora natura, si rigenera, diventa concreta».

In che modo diventa concreta?

«Si trasforma nella critica del capitalismo. Qual è lo slogan più famoso del movimento altermondialista»?

Un_altro_mondo_è_possibileUn altro mondo è possibile…

«Appunto. Esamina le tre parole. La prima (“un altro”) rappresenta il cambiamento, l’alter-nativa, il rovesciamento di alcuni punti fermi della società: con il nostro vecchio linguaggio potremmo dire la “fuoriuscita dal capitalismo”. La seconda parola (“mondo”) afferma il carattere globale, mondiale della politica. E la terza parola è la definizione della concretezza: “possibile”. Siamo nel reale, nel realistico, siamo fuori dal sogno».

Non c’è un contrasto, difficile da comporre, tra questa linea utopica-concreta della sinistra e le esperienze di governo, cioè la realpolitik?

Bertinotti ci pensa un po’. Raccoglie i pensieri e cerca le parole giuste.bertinotti

«Vedi - mi dice - io non sottovaluto affatto l’esperienza di governo. Quella che è in corso in Italia e in altri paesi occidentali. Però credo che non possiamo “appendere” la politica a questo. Cioè appendere l’“utopia concreta”, della quale stavamo parlando, alla conquista del governo. La partecipazione al governo è una esperienza molto importante per la sinistra: ma se diventa la bussola, se diventa l’essenziale, se diventa il prisma di rifrazione attraverso il quale si guarda la realtà, la si definisce e si fissano le proprie analisi, allora non si capisce più niente, si perde l’orientamento».

Ti faccio un’obiezione. La grande opinione pubblica, mi sembra, è uscita dal novecento con due convinzioni, forti e in contrasto tra loro. La prima è che i governi facciano schifo. La seconda è che l’unica cosa che conta, in politica, è il governo, e che la politica si conclude nella gara per chi lo conquista. Non è così? E se è così non è sbagliato sottovalutare il valore dell’essere al governo?

«Penso che sia vero quello che dici, ma è solo la constatazione dello stato delle cose. Poi bisogna capire perché questo avviene. L’enorme importanza che assumono i governi rispetto all’opinione pubblica è data dalla debolezza della politica. L’Europa vive oggi una crisi della politica. E dentro questa crisi c’è una crisi della politica della sinistra. E questa crisi della sinistra è parte di una crisi più grande ancora che è la crisi della democrazia. L’indebolimento dei montescemolograndi soggetti della politica di massa - i partiti, i sindacati, cioè le grandi coalizioni sociali, politiche, di idee, di comunità - ha lasciato sulla scena pubblica, quasi desertificata, due soli protagonisti: l’opinione pubblica e il governo. Soli, l’una di fronte all’altro. Senza mediazioni, senza cerniere, senza organismi collettivi in grado di produrre politica e di trasformare in politica le domande e i conflitti. Il governo a questo punto non assume più la sua importanza in quanto “produttore di opere” - e non si giudica più per le opere che compie - ma ingigantisce la propria immagine e il proprio peso per deficit degli altri soggetti della politica. Li surroga, perché è rimasto solo di fronte al popolo. Se noi accettiamo questo stato di cose accettiamo la vittoria dell’antipolitica».

Perché centralità dei governi vuol dire antipolitica?

«Perché l’antipolitica - in assenza della politica - Lavoratori, tiédiventa il meccanismo di relazione tra opinione pubblica e governo. Sostituisce l’esplicazione del conflitto. Ne vuoi la riprova quasi aritmetica? In Europa, in tutte le competizioni elettorali degli ultimi anni, i governi in carica hanno perso (c’è la sola eccezione di Blair, che comunque ha ricevuto un notevole ridimensionamento elettorale). Ti ricordi Aznar prima delle elezioni? Sembrava imbattibile, un semidio, era diventato il simbolo del governante moderno e vincente. E’ andato alle elezioni e ha perso. Ti ricordi Schroeder? Era una potenza assoluta, governava con poteri enormi, quando ebbe l’impressione che Oskar La Fontaine potesse disturbare la sua azione, cacciò La Fontaine dal governo. Poi è andato al voto e ha perso. E così Jospin, e così Berlusconi e così tutti gli altri. Perché? In assenza di organismi politici cresce la delega e l’antipolitica. Sono due facce di uno stesso equilibrio precario. Fatto di tre passaggi già prefissati: delega, rassegnazione e poi stroncatura. E’ un equilibrio molto rischioso, perché risucchia la democrazia, la mette in mora. E l’antipolitica ormai inizia a filtrare nella politica, a permearla, a conquistarla».

Un pro-gramma-to-re di altissimo profilo pubblicoPer esempio nel berlusconismo.

«Certo, è un esempio evidente. Ma io vedo l’antipolitica farsi largo anche nel centrosinistra. Per essere diplomatici non parliamo dell’Italia. Guardiamo alla Francia: nella campagna elettorale di Ségolène Royal c’è molta antipolitica, c’è un populismo dolce. Ségolène Royal ha preso le domande dell’antipolitica, le critiche dell’antipolitica e le ha fatte sue. Capisci? L’antipolitica avanza, anche perché contiene alcuni elementi di critica alla politica che sono assolutamente fondati, moderni, e sono in ragione della crisi della politica. Questa condizione genera crisi progressiva della democrazia».

Qual è il motivo di questo dilagare dell’antipolitica?

«Io credo che questa società, che è una società ingiusta, generi conflitto. Questo mi sembra un fatto assodato, innegabile. Più esattamente, genera conflitti (al plurale). Conflitti di lavoro, comunitari, di genere, professionali, corporativi, identitarii… Questi conflitti non producono vittorie o sconfitte a secondo di chi governa. C’è una autonomia tra conflitti e governi. Manifestazione di VicenzaUn movimento vince o perde non in virtù delle condizioni di governo nelle quali agisce. Quello che non accade è che questi movimenti possano sedimentare delle conquiste. Il problema, cioè, è che questi movimenti, quando vincono, non “conquistano” ma semplicemente “impediscono”. E quindi non riescono, attraverso le loro vittorie, a costruire democrazia. Agiscono dentro la crisi della democrazia, suppliscono alla crisi della democrazia attraverso le loro lotte, ma non producono gli anticorpi alla crisi della democrazia. Cioè non riescono ad avere i risultati politici del ciclo precedente. I movimenti del secolo scorso conquistavano “casematte” e producevano spostamenti stabili dell’opinione pubblica. Questi movimenti che abbiamo oggi in campo talvolta sono anche molto forti, sconfiggono nemici potentissimi, ma non costruiscono senso comune e consenso di massa. Ora capisci che qui conta il vuoto della politica, l’assenza di soggetti in grado di essere collettori di queste domande e di queste spinte, e anche di queste conquiste “ad impedire”».

L’assenza, direi, non è assoluta: c’è la sinistra radicale, c’è Rifondazione…

«Svolgono un ruolo importantissimo. Ottengono anche molti successi. Qui però dobbiamo parlare della MassaCritica“massa critica” cioè della possibilità di creare tendenza. Non esiste ancora, nella sinistra radicale, un soggetto in grado di misurarsi su questa dimensione, di raggiungere la massa critica. Questo provoca un altro tipo di conseguenze che provo a spiegare: succede che in Europa i conflitti tradizionali si scindano, si dividono in due e cambino natura. Noi oggi assistiamo a due gruppi di conflitti. Un gruppo che riguarda le differenze tra destra e sinistra, e che è molto visibile, molto acceso quando le sinistre sono all’opposizione. E l’altro gruppo che riguarda il contrasto tra “alto” e “basso” della società, cioè tra ceto dirigente e base, e questo secondo tipo di conflitto è assai più forte quando la sinistra è al governo. Questi due conflitti si incrociano. La contesa tra alto e basso diventa il veicolo dell’antipolitica».

Perché con la sinistra al governo prevale il conflitto alto-bassoIl camerata Fausto Bertinotti

«Perché i governi di sinistra spesso non riescono a giovarsi della forza e della spinta dei movimenti. Questo attenua il conflitto destra-sinistra, lo esclude dal palazzo, e dunque lascia spazio all’altro tipo di conflitto».

Quale è la strada per uscire da questo vuoto?

«Non c’è nessun’altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati. Ma perché questo avvenga occorre ricostruire una cultura politica e una cultura politica di sinistra».

Scusa, ma non vedo la possibilità di ricostruire soggetti politici e cultura di sinistra se non avviene che pezzi diversi, e uomini diversi, e settori diversi della politica di sinistra ricomincino a pensare, a parlarsi tra loro e a confrontarsi e a produrre pensiero comune… Non credo che esista una singola forza della sinistra in grado di risolvere il problema che poni tu.

«Penso così anch’io. Io credo che ci sia una via d’uscita a questa crisi solo se si uniscono forze e si mette al primo punto il problema della cultura politica e del che fare. Bisogna sganciarsi da quello che è stato fatto prevalentemente sin qui. Cioè Partito democraticol’ingegneria organizzativa dei partiti, che viene dopo l’ingegneria istituzionale eccetera. E’ stato sempre così in questi anni. La politica che riesce solo a pensare a come disegnare e assestare se stessa: quale legge elettorale, quale geografia dei partiti, quali meccanismi di divisione del potere… Resta fuori il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società. Mi piacerebbe se i vari pezzi della sinistra riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di partiti…»

Se capisco, tu dici: chiudiamo il tormentone sulle nuove aggregazioni o disgregazione dei partiti, e concentriamoci sui rapporti tra politica e società. Cioè, invece di costruire partiti nuovi costruiamo politica nuova…

«Si, proprio così. Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare. E proviamo a ragionare sul tema della Faust 22giu2006cultura politica e della crisi del rapporto tra politica e società, anche attraversando i partiti tradizionali, senza porci il problema di come li attraversiamo, ma di cosa riusciamo a unire e quali idee e soluzioni possiamo produrre».

Dentro questo ragionamento c’è una nuova unità della sinistra?

«Si, penso di sì. Per affrontare la crisi della politica bisogna affrontare la questione di come raggiungere la “massa critica”. Se non lo affronti, questo tema, se lo rinvii a chissà quando, potrai seminare in eterno e benissimo, ma non riuscirai mai a raccogliere. Questa massa critica deve essere trasversale. Deve costringerci a fare politica attraverso».

Scusa, ma non capisco benissimo. Mi fai un esempio?

«Prendiamo la Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutistapolitica estera italiana. E’ stata realizzata dal governo e prima ancora nella stesura del programma. E’ una politica estera che ha un senso e che dà un contributo all’Europa. Benissimo. Ma io mi chiedo: perché le sinistre possono solo concorrere alla politica estera del governo, e non hanno loro - loro in quanto sinistre - una idea comune di politica estera, di relazioni internazionali, di pace? E quindi una Cultura politica, una idea del mondo, e poi una idea dell’Europa, eccetera eccetera. Questo stesso ragionamento vale anche sul conflitto sociale, o sull’ambiente, o sul conflitto di genere, o sui diritti del lavoro…»

In questo quadro come si affronta il rapporto tra la sinistra radicale e quella riformista. Sono categorie ancora valide?

«Sul piano degli schieramenti politici sono categorie ancora reali. Se le manteniamo queste due definizioni, allora, in termini tradizionali, si dovrebbe dire: si devono incontrare queste due sinistre e devono confrontarsi. Se però ci misuriamo sul piano delle culture politiche, e non degli mussischieramenti, le cose diventano un po’ diverse. Vediamo. Le sinistre radicali, su questo piano, hanno diversi profili. Io credo che ormai tenda ad essere prevalente il profilo di quella sinistra radicale che si è rifondata in rapporto ai movimenti di questo secolo. Le culture ortodosse della sinistra, che si configurano ancora in contrapposizione alla socialdemocrazia, sono meno significative. La sinistra radicale vincente è quella che incontra il femminismo, l’ecologismo eccetera. Nell’altro campo cosa succede: i riformisti hanno una grande forza quantitativa, che però è segnata da uno smarrimento della cultura politica. I partiti socialisti europei fanno riferimento, in buona parte, a quella cultura che Riccardo Bellofiore chiama il liberal-sociale. Che vuol dire? Che pensano che i correttivi per ridurre il disagio sociale e aumentare i diritti devono avvenire senza mettere in discussione il paradigma della competitività. Anche se - vedi Francia, vedi Fabiusfabius - resta vivo un pezzo di socialdemocrazia fortemente di sinistra. La tendenza però è quella liberal-sociale. Per potere fare fecondamente un laboratorio politico delle sinistre, questa tendenza liberal-sociale andrebbe in qualche modo ridimensionata. Non per una ragione ideologica ma perché la profondità della crisi sociale - ma anche della crisi politica - dice che tu oggi devi indicare una idea di modello - sociale,economico, democratico - è di questo che ha bisogno l’Europa. Non un aggiustamento: una costruzione. Però io non penso a una discussione con steccati ideologici preventivi. Le discriminanti non vengono dalle “identità” dei partecipanti alla discussione, ma dai temi della discussione. Se si stabilisce che si affrontano i temi della politica - del modello, del progetto di società - e non della amministrazione, si esclude chi concepisce la politica come un semplice atto amministrativo, che è la chiave del liberal-sociale. Oggi la sinistra è fotografabile in questo modo: le sinistre riformiste prevalgono sul piano delle organizzazioni, le culture radicali prevalgono sul piano delle culture politiche».

Perché la sinistra radicale ha questa forza e questa debolezza?

«Perché non è in grado di avanzare una proposta che tocchi il problema della massa critica. Per questo l’elettore, spesso, dice: “hai ragione tu ma scelgo lui”. Si presenta il problema dell’efficacia della politica. chiunquevincaE’ un problema capitale per il movimento e per chi ha dei bisogni. Io sono costretto a dire che tu sei bravo ma non riesci a risolvere il mio problema, anche se hai delle ottime idee per risolverlo. E allora scelgo quell’altro che magari risponde malissimo al mio bisogno, ma io penso sempre che però se volesse rispondere bene, potrebbe… Se la sinistra radicale non è in grado di risolvere il problema dell’efficacia, e quindi il problema dell’unità, allora le forze riformiste avranno sempre un vantaggio, perché partono con un vantaggio di consensi e quindi hanno dalla loro, come apparentemente già risolto, il problema dell’unità».

Bertinotti, nella battaglia politica di questa fase è chiaro che c’è un problema: l’intervento massiccio e potente dei poteri forti, che alterano i rapporti di forza nello scontro politico. Cosa bisogna fare?

«Bisogna analizzare i Poteri fortipoteri forti. Analizzarli scientificamente nella loro forza. Evitare di pensare che quei poteri siano “complotti”. Siano congiure da sventare. Non è così: sono forze. Che contano sulla cultura. Io non lo vedo il rappresentante del potere forte che alza il telefono e ordina. No, ha arato il terreno della politica e a un certo punto raccoglie i frutti, gli effetti. Bisogna allora capire dove sta la loro forza. Non è solo che hanno il potere. Hanno il potere e tendono a costruire processi egemonici. Sono costruttori di opinione pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è quello di individuare il loro punto di forza e contrapporsi in campo aperto. Mi vien da dire: “rispettosamente”. bertinotti_dopoprimarieNel senso che riconosco il fondamento della loro posizione, e io penso di sconfiggerli perché so proporre un punto di vista più alto, più forte e più capace di aggregare consenso: un punto di vista tendenzialmente capace di proporsi come universale. Vinco solo su quel terreno lì. Solo se supero. Non se piango, protesto, invoco strane regole. A volte mi sembra che noi facciamo come faceva l’eroico Tecoppa: pretendeva che gli avversari spadaccini restassero immobili in attesa che lui li infilzasse…»

(Liberazione - 26 febbraio 2007)

mercoledì, 22 agosto 2007

Il "parto" di un nuovo partito è sempre un'operazione difficile e rischiosa, che può comportare qualche problema.rifiutiLa fase più delicata è la marchiatura del bestiame.culoE' proprio vero: il potere logora chi non ce l'ha.vauro_presidente_operaioInvece, il lavoro logora (ed uccide) soprattutto chi ce l'ha... precario!Vignetta di Vauro sugli omicidi bianchi