

E' un post apparso sul blog Ripensare Marx e firmato da Gianfranco La Grassa. Non ne condivido integralmente il contenuto (ad esempio, dissento dall'analisi e dal giudizio sprezzante, o comunque negativo, concernente le lotte del Sessantotto e del Settantasette), ma concordo su alcuni punti, anzitutto sulla valutazione espressa a proposito del ruolo destabilizzante svolto da Mani Pulite, un avvenimento interpretato come un golpe politico-istituzionale travestito sotto la nobile facciata di un'inchiesta giudiziaria.

Senza la bufera di Tangentopoli che nei primi anni '90 ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica (la corruzione e l'affarismo dilagano ancora oggi, in misura persino maggiore rispetto al passato, malgrado non esistano più i vecchi partiti di massa, i quali garantivano un argine in difesa della Costituzione e un minimo di partecipazione politica democratica), senza le campagne mediatiche che hanno scatenato un clima di aggressione squadrista, di caccia alle streghe, aizzando l'opinione pubblica nazionale, in Italia non sarebbe stato possibile attuare quelle svendite e privatizzazioni ad esclusivo vantaggio del capitalismo economico privato, di preziosi beni ed enti pubblici dello Stato, procedendo in pratica ad un'operazione eversiva di smantellamento totale della cosa pubblica, il cui ultimo bersaglio è costituito da Scuola e Sanità.
Un altro punto di convergenza con l'autore dell'articolo, riguarda la riflessione quasi "profetica" proposta da Pasolini rispetto al degrado storico-antropologico della realtà italiana a partire dal boom economico-consumistico degli anni '60. Un degrado socio-culturale crescente, di cui il berlusconismo è solo un effetto e non la causa.
E' POSSIBILE UNA SVOLTA?
di Gianfranco La Grassa
Ho detto molte volte, e lo ribadisco senza esitazioni, che il berlusconismo è prodotto e non causa del degrado politico – e del vero e proprio sprofondamento culturale – prodottosi in Italia negli ultimi decenni, e acceleratosi senza dubbio dopo gli anni ’90 soprattutto successivamente a “mani pulite”.

Tale degrado è dunque un processo che precede e provoca l’ascesa di Berlusconi in campo politico e, di conseguenza, culturale. Del resto che Berlusconi non sia la causa dello sprofondamento in oggetto è dimostrato dal fatto che questo è generale in tutta Europa – pur se da noi conosce una particolare accentuazione – e, in generale, in tutto il capitalismo “occidentale” avanzato. Si parla spesso anche di americanizzazione.
Va detto allora che l’americanizzazione ha interessato pure gli Stati Uniti, poiché essi non sono stati per nulla caratterizzati negativamente in senso culturale, almeno fino agli ’70 circa.

Politicamente imperialisti, massacratori più o meno secondo gli standard di tutte le grandi potenze succedutesi nella storia dell’umanità, ma non depressi culturalmente: buona letteratura, buona (e nuova) musica, grande cinema, credo non abbiano sfigurato nemmeno … nelle arti figurative.

Inoltre, solo chi ha la puzza sotto il naso – in genere gli idealisti e gli hegeliani nostrani – sputano sulla filosofia; ad esempio quella pragmatista (Dewey, William James, e in più Pierce che è un notevole personaggio; più tanti altri).
Infine la scienza, che ha avuto i suoi massimi avanzamenti proprio in quel paese. Per merito di stranieri? Si anche, ma che sono stati accolti con facilità mettendo a loro disposizione enormi mezzi e istituzioni e laboratori avanzati per sviluppare le loro ricerche. Quindi, lasciamo perdere l’americanizzazione e il berlusconismo.
In realtà, aveva piena ragione Pasolini, certamente con particolare riferimento al nostro paese. Il degrado, rapido e devastante, è iniziato in definitiva nel ’68.

Se Pasolini avesse potuto vedere il ’77, sarebbe rimasto letteralmente inorridito, perché in quegli anni si è sprofondati nella notte più buia in specie “per merito“ di quei sedicenti ultrarivoluzionari di sinistra che furono gli “autonomi”, ancor oggi non placatisi e trasformatisi in varie guise, una più indecente e sragionante dell’altra.

Purtroppo, si è trattato di una buona dimostrazione del fatto che “il sonno della ragione genera mostri”. Da qui è derivata la nostra effettiva “catastrofe”, non dai “bottegai berlusconiani”.

Insomma, Pasolini aveva secondo me ragione da vendere nel giudizio negativo, morale più ancora che politico, espresso su quegli arroganti studentelli privi di qualsiasi idealità e valore, identificandoli quali “piccolo-borghesi” che volevano semplicemente sostituire i loro “padri”; certamente questi avevano messo in mostra gravi limiti e anche colpe, ma erano in genere dotati di uno spessore culturale, e spesso anche morale, che i pigmei e nanerottoli del ’68 (per non parlare appunto degli anni successivi) nemmeno sfioravano.
Probabilmente Pasolini commetteva errori politici (tattici) ed esagerava in qualche lode di troppo verso i poliziotti in quanto “contadini meridionali”. Certe repressioni feroci di quel periodo sono ben fisse nella nostra memoria; e del resto anche
Qui sto però solo giudicando del degrado politico-culturale indotto in Italia da certa sinistra che si finse rivoluzionaria. Poiché però quest’ultima mostrò presto il suo reale volto, fondamentalmente reazionario pur nell’ammodernamento dei “costumi” (più che altro quelli sessuali), riuscì nell’intento di impestare i media, sostituendo i “padri” in specie nei giornali, in TV, nell’editoria, ecc., anche grazie al fatto di essere cooptata da parte di una classe dirigente economica incapace di vera autonomia produttiva, sempre bisognosa di assistenza “pubblica” e di svendita allo straniero (predominante).
In questo modo, i “rivoluzionari” sessantotteschi e settantasettini – farseschi e drammatici nel contempo; veri eredi dei Demoni di Dostojevski – ebbero modo di produrre un autentico sconquasso presentato come “ammodernamento”, anzi come postmodernità.
L’attacco alla razionalità, alla scienza, all’idea di progresso, il catastrofismo oggi dilagante che si “predica” sia derivato dal “dominio della Tecnica”, provengono da questi settori reazionari; anche se poi seguiti da altri, che si collocano sul fronte apparentemente opposto, di una “destra” pur essa non istituzionale, che si crede erede delle correnti più radicali e “rivoluzionarie” del vecchio nazifascismo (settori rimasti però sempre in posizione secondaria rispetto a quelli “ultrasinistri”).

Infine, questi ultimi ebbero un altro colpo di fortuna. Crollò il sistema “socialista”, e dagli Usa (e dalla nostra GFeID, finanza e industria assistita) partì l’operazione “mani pulite” che “produsse” infine una sinistra – in entrambi i suoi rami: la moderata e la radicale – senza più le radici popolari del Pci; una sinistra che, per fortuna, comincia adesso ad essere abbandonata dalla Classe.

Questo marciume dilagante – effetto dello sprofondamento politico-culturale, ormai realizzatosi grazie al patrocinio della suddetta classe dirigente economico-finanziaria – ha confermato i suoi autori nel controllo dei canali di trasmissione di sedicente informazione e “cultura”; ed essi ne hanno approfittato per mascherarsi e diffondere del disastro un’interpretazione del tutto mistificante: la colpa è del berlusconismo.
Adesso veramente basta con questa menzogna; è indispensabile, innanzitutto, ristabilire la giusta sequenza dei processi “catastrofici”. La sinistra – quella dei movimenti del ’68, e ancor più del ’77, saldatisi nel ’92-‘93 con tutto il resto della sinistra sotto l’ala protettrice della GFeID legata ai predominanti statunitensi; sinistra divenuta sempre più un ammasso di “ceti medi”, soprattutto dei settori del “pubblico” – è la causa di questi processi, il resto ne è derivato ineluttabilmente. Si è dunque creato un bubbone “piccolo-borghese”, con a capo pochi acculturati senza scrupoli e ultra-ambiziosi, che manovrano schiere di lettori di
Vespa e Camilleri (e magari di poco altro, ma non più della grande cultura classica e "borghese"), i quali hanno veramente provocato una frattura netta con le generazioni precedenti. Si tratta di quelli che predicano l’emozione contro la razionalità, la cultura del “corpo” messa in antitesi a quella dello spirito, il più disastroso dei relativismi condito di finta tolleranza, il più bieco lassismo anarcoide che ha disgregato ogni forma di reale e produttiva socialità. In certi momenti, sembra addirittura si sia interrotta una linea di civiltà che – in paesi di antica, millenaria, storia – rappresenta sempre un sedimento, un giacimento, cui si può attingere con effetti positivi perfino nelle epoche più buie. Invece oggi, questo è reso impossibile da questo gravissimo sprofondamento intuito dal grande
Pasolini, ma che ha poi progredito – grazie anche a quell’evento, un sostanziale “colpo di Stato” camuffato da operazione giudiziaria, prodottosi nel ’92-‘93 – a passi giganteschi. A me pare del tutto ovvio che la reazione a questa effettiva catastrofe non potesse che assumere, in Italia, le vesti pur esse meschine e squallide della cultura (e della politica) dei cosiddetti “bottegaio berlusconiano” e “industrialotto del nord-est”. A tutto questo è necessario reagire, pur sapendo che le volontà soggettive dovrebbero essere coadiuvate dall’evolvere di eventi capaci di mettere infine in moto processi storici di ben altro calibro e direzione. Tuttavia, i “soggetti” hanno intanto l’obbligo di ricominciare a pensare e, con le loro minime forze, di opporsi alle mistificazioni degli “intellettuali del degrado”. Bisogna affermare con forza: la conditio sine qua non di una possibile rigenerazione politico-culturale del nostro paese e del riannodarsi dei legami con il suo passato di grandi tradizioni culturali (e, lo ripeto, di civiltà) – rigenerazione che riuscirebbe, nel medesimo tempo, a combattere e superare anche la più sanguigna e concreta (meno parassitaria in ogni caso), ma comunque rozza, volgare e intellettualmente limitata,
“classe dirigente” berlusconiana – è lo sbaraccamento definitivo di questa sinistra fatta di ceto medio (“piccolo-borghese”, soprattutto dei settori del “pubblico”); un ceto esattamente meschino, intellettualmente mediocre, e nel contempo protervo e arrogante, come lo dipinse Pasolini.
Dobbiamo ricreare forze critiche, effettivamente contrarie a questo tipo di sistema sociale e politico, buttando però a mare questa sinistra, smettendo ogni tentativo di ricostituirla; perché ogni tentativo genera entità ancora più degenerate e ignobili. Non so quanta parte della sinistra, che pretende di essere comunista, abbia ancora un cervello pensante. Comunque, l’invito rivolto è precisamente in tal senso: abbandonate ogni velleitario tentativo di ricreare gruppetti e gruppetti di vecchi rigurgiti ideologici, ormai senza più appiglio con la realtà. Nello stesso tempo, smettetela con l’aggregazione ad una sinistra, più o meno moderata o invece finta radicale,
che è la causa reale del degrado, di cui indubbiamente la destra è poi il semplice riflesso speculare. Anzi, esiste proprio una vera cartina tornasole per saggiare se siamo o meno in presenza di puri mentitori e mistificatori: se si insiste oppure no sulla parola d’ordine dell’unirsi in nome dell’antiberlusconismo. Chiunque ancora la usi, è ipso facto il peggiore dei nemici, il vero obiettivo di un’azione di preliminare pulizia. Con quelli che hanno almeno capito questo imbroglio, si può ridiscutere; ma senza alcun tentativo di “rifondare il passato”. E’ necessario riemergere dallo sprofondamento culturale e politico di questi anni, per “costruire” qualcosa di nuovo e ancora impensato. Le piccole, infime, nostre forze s’impegneranno in questa direzione, con tutti coloro che hanno capito questi pochi punti. Non si creda di volerci creare ostacoli (“psicologici”) mostrando indignazione perché certi settori di “estrema destra” riportano alcune nostre analisi.

Noi ci rivolgiamo, puramente e semplicemente, agli individui che usano la ragione; a quelli che preferiscono utilizzare invece i soli “riflessi da cane di Pavlov”, senza valutare quello che noi diciamo – e senza prendere atto dello sforzo di rielaborazione teorica (nuova) che ci sta dietro, e che appare nel sito oltre che in libri e scritti vari su riviste – noi diciamo: non ci interessate, siete quelli della prevalenza delle emozioni sul cervello pensante, siete complici e conniventi con quella sinistra “intellettuale” che ha provocato lo sprofondamento politico-culturale da noi aborrito, facendolo passare per berlusconismo, un semplice effetto invece. Con voi abbiamo chiuso. Altrimenti, ricominciate a mettere in moto le sinapsi di quello che Woody Allen, spiritosamente, definì “il nostro secondo organo preferito”; se lo farete, siamo pronti al dialogo.

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nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei
“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. 
e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione
l’oppio afgano e il petrolio iracheno.
Saviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. 



nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. 

da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israeliana
sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento
D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);
Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.
autoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.



“Quante divisioni ha il papa?”
Stalin era concreta, ma incompleta, in quanto avrebbe dovuto anche chiedere: “Quante banche ha il papa?” 





creata ad arte da un apparato ideologico-terroristico
al solo scopo di criminalizzare e reprimere il dissenso e il movimento anarchico e antagonista in genere. Michele e gli altri compagni di Spoleto sono stati arrestati proprio in quanto anarchici e rivoluzionari, ossia in quanto militanti di un movimento di lotta e di opposizione ad un sistema di barbarie, di ingiustizia, di oppressione e sfruttamento imposto ai danni del proletariato (specialmente quello più cosciente e combattivo)
e dei lavoratori salariati. Infatti, le accuse contestate ai compagni sono semplicemente lo strumento giuridico-normativo di questa aspra campagna di repressione e di propaganda controrivoluzionaria. D'altronde, non è la prima volta che accadono simili episodi. Si pensi soltanto ai casi storici più noti e significativi: Sacco e Vanzetti,
Pinelli, eccetera. Solo per rimanere nell'ambito della repressione contro il movimento anarchico. Perché Michele e gli altri compagni di Spoleto sono dichiaratamente attivisti e militanti anarchici e, in quanto tali, sono stati incriminati ed arrestati. Oggi attraversiamo una fase storica in cui il proletariato (specie quello più cosciente e rivoluzionario) si trova ad essere duramente sotto attacco. E il governo in carica, ritenuto un "governo amico"
anche da vasti settori della cosiddetta "sinistra radicale", sta gettando benzina sul fuoco della repressione e della censura, come si evince anche (ma non solo) dal decreto legge che mira ad imbavagliare Internet ed in particolare i blog, ad arginare e limitare la libertà di informazione e controinformazione presente finora sulla rete web. Io ho conosciuto Michele Fabiani proprio sul forum di un sito anarchico di controinformazione chiamato
operaio è costretto, per disperazione, al suicidio perché non è più in grado di mantenere la propria famiglia, perché non è in condizione di continuare a pagare un mutuo per l'acquisto della
casa (un diritto elementare!), perchè economicamente non riesce più ad arrivare alla fine della mese, se non addirittura a metà del mese! Ebbene, se e quando si suicida un operaio, nessuno (o quasi) si scandalizza più di tanto, nessuno (o quasi) grida allo scandalo, né si indigna o protesta. Invece, se e quando gli operai cominciano ad autorganizzarsi e a lottare contro le ingiustizie, le diseguaglianze e lo
sfruttamento attuato in fabbrica, oppure dal padrone di casa, o dalle banche armate ed usuraie che strozzano e spingono la gente al suicidio, allora scatta immediatamente un meccanismo di criminalizzazione e di propaganda ideologico-terroristica, teso a colpire e reprimere chi contesta, chi lotta con coraggio e si ribella contro un sistema politico e socio-economico così costituito.
Michele e gli altri compagni arrestati sono soltanto gli ultimi casi di una lunga serie di atti repressivi commessi ai danni dei proletari più coscienti e rivoluzionari, anarchici, comunisti, antagonisti in genere. Incriminati ed arrestati solo in quanto tali, ossia in quanto oppositori di questo sistema barbaro, violento e disumano, in quanto attivisti di un movimento anticapitalista ed antimperialista che non potrà mai essere fermato e neutralizzato da nessuna repressione. Tanto meno da questo governo "amico"!
La folla
che ha colmato Piazza Maggiore a Bologna ha generato il suo primo effetto collaterale di rilievo. I forgiatori professionali di opinione pubblica, i commentatori che ricamano l’aria, gli intervistati “full time” e “a progetto”, hanno scoperto due parole magiche per il nuovo gergo da massificare. Nel prêt-a-porter dell’autunno-inverno impazzeranno la “anti-politica” e il “populismo”
che – dopo la sua gran auge nella cronaca internazionale - viene ora lanciato sulle bancarelle italiane. Due fragili barriere semantiche dei nuovi pompieri, inadatte a narcotizzare logica e significati. Antipolitica? Assomiglia come un gemello siamese all’anti-americanismo. Sei contro il lancio di una bomba di 500 chili su di un quartiere periferico, allora sei filoterrorista e – ovviamente - anti-americano. Idem se - magari per reminiscenze culturali umaniste o paleocristiane - non ti garbano le torture
o l’esportazione a mano armata dei
diritti umani. Insomma, chi tocca i politici muore, ma questo non significa affatto che uno è anche contrario all’elettricità! Semmai è preoccupante l’automatismo con cui tentano di avallare l’equazione politicanti di professione=”la politica” (sic). Tutto quel che accade al di fuori degli evanescenti apparati e del raggio d’inazione dei nanopolitici, si è convenuto definire all'unisono come antipolitica populista. La spocchia e l’arroganza di questo ceto vizioso è sempre stata eccessiva, però ora rasentano la schizofrenia, e si rifugiano in un mondo immaginario, dove il loro gergo sterile convince solo
Atene si chiedeva se bisognava fare la guerra a Sparta o no. Ciononostante, la democrazia è pur sempre qualcosina di diverso da questa sgangherata democrazia rappresentativa, che periodicamente scaturisce dal ritualismo delle urne. Questa routine notarile sta in pugno ai moderni rackets cha trasformano il consenso in privilegi corporativi minoritari. I
nanopolitici - escrescenze ossificate che credono di essere “la politica” - non si arrendono a una evidenza solare: è in crisi la rappresentanza, cioè non rappresentano più gli orientamenti degli strati maggioritari della società. Sono portavoce della ragion pura dell’economia, intesa come dogma e valore supremo, e degli interessi delle nuove élites eiaculate dal modello globalista. “La politica” è ormai un prodotto transgenico della monocoltivazione intensiva neoliberista, con la sua relativa sponda destra e sinistra, che convogliano nella medesima direzione le acque radioattive lasciate alle spalle dalle Borse e dall’unipolarismo. La rappresentanza è in crisi perché non c’è diversificazione dell’offerta. Non è un problema di linguaggi, di maniera di porsi, come sembrano credere gli stilisti dell’apparenza che scrivono il copione scenico a Monsignor
Veltroni e Padre Rutelli.
Il problema è che c’è un monoprodotto e troppi addetti alle vendite, e questa è una patologia tipica del sottosviluppo. Alla fine, non interessa più come si pubblicizza la confezione, e ai rappresentanti di commercio vengono chiuse le porte in faccia. “La politica” sta perdendo il treno della rapresentanza perchè sta vivendo al di fuori del tempo e dello spazio, non conosce più la società esterna ai Palazzi e agli studi televisivi. E’ troppo diversa da come appare dai finestrini delle autoblu, o dalle descrizioni degli editorialisti, ed è sempre più restia a farsi “interpretare”. In Italia e altrove. Se i
rappresentanti non sanno più “chi e che cosa” rappresentare, non è solo per la loro boriosa mediocrità galoppante: è la crisi generale della democrazia rappresentativa. Sono sempre più attivi quegli stessi "ottusi" che opposero un diniego alla Costituzione europea scritta a uso e consumo dei banchieri. Una decina d’anni fa, in un villaggio alle porte di Città del Messico, le élites economiche e politiche decisero di costruire un Club di Golf, senza consultare nessuno. Si sa che per portare il progresso non è indispensabile il consenso, lo si porta e basta. Gli abitanti di Tepoztlan non la pensavano allo stesso modo, e si opposero con tenacia. Ostruirono l’accesso al paese con barricate, occuparono il palazzo comunale, espulsero la polizia, chiusero l’esattoria e organizzarono l’autodifesa. Dissolsero il consiglio comunale, colpevole di aver concesso la licenza ai costruttori del Club di Golf, e indissero nuove elezioni. Tassativamente esclusi i partiti. L’assemblea di ogni quartiere del villaggio designò un candidato. Tra questi vennero elette le nuove autorità. Mentre politici, canali televisivi, redazioni, filosofi e cantastorie si accapigliavano per esecrare, dopo un anno di lotte comunitarie il Club non si costruì, e gli abitanti salvarono la scarsa acqua potabile.
“populismo”, ha una Costituzione che prevede il referendum revocatorio, che consente ai cittadini di poter mandare a casa – alla metà del loro mandato - sindaci, governatori, deputati e Presidente, quando il loro operato viene giudicato insufficiente. Non solo per corruzione o ladrocinio: anche se non stanno rispettando gli impegni assunti, o quando lavorano male. E’ uno strumento che permette di limitare i danni e dimezzare il tempo a disposizione dei pigri, degli incapaci e dei disonesti.
Chávez è stato sottoposto a questo tipo di referendum e lo vinse con ampio margine. I nanopolitici accetterebbero che i cittadini italiani dispongano di questo potere? Per ora, no. Ma il tempo stringe. Il sistema dei partiti morì col finir del secolo, ora sta agonizzando lo spurio surrogato del “bipartitismo”, vale a dire quei due contenitori in cui si riciclano i frammenti e i calcinacci di quell’implosione. I
due cartelli di sigle mutanti e interscambiabili che costituiscono “la politica”, ora si affannano a drammatizzare la scena e – scarmigliati - minacciano che “dopo di noi il diluvio!”. Tranquilli, non affannatevi, tanto nessuno si spaventa. Semplicemente sta tornando il tempo dei movimenti, delle iniziative dal basso, orizzontali, delle coalizioni sociali che si sedimentano attorno a obiettivi specifici e concreti. Che si dissolvono quando li hanno ottenuti, e che continuano a battersi sino a ottenerli.
“private equity” che, in Italia, sta conducendo grandi operazioni, “big deal” per miliardi di euro in Pirelli, Rinascente, Coin, Selenia, Fiat Avio, giochi Preziosi, Valentino, Ferretti, Grandi Navi Veloci, Seat...Galbani, Ducati, Sirti e Gemina”. Per questo Casati lancia un grido d’allarme: “L’Italia non può diventare una colonia economica”.(1) Che la borghesia italiana sia pronta a vendersi persino il Colosseo non è una novità. Gli ultimi che si devono meravigliare di questo fenomeno di putrescenza dell’economia imperialistica sono proprio i comunisti. L’imperialismo è un fenomeno complesso e non si può ridurre all’esportazione dei capitali e all’aristocrazia operaia. In alcuni scritti, destinati ad appoggiare la lotta degli zimmerwaldiani di sinistra elvetici,
Lenin individua la particolarità dell’imperialismo svizzero, che non aveva possedimenti coloniali, soprattutto nello sfruttamento dei numerosissimi immigrati che provenivano dai paesi vicini.(2) Oggi, questa forma di imperialismo è generalizzata, il capitale si porta le colonie in casa, sotto forma di immigrati sottopagati e discriminati. Tutto ciò crea una forte concorrenza con la manodopera locale. Anche per questo è possibile ridurre i privilegi della vecchia aristocrazia operaia, perché c’è un’altro modo di indebolire la solidarietà dei lavoratori, scatenando la xenofobia, o addirittura il razzismo. Approfittando di queste divisioni, la borghesia ha le mani libere, può abbassare i salari, delocalizzare industrie, ridursi le tasse e far pagare i lavoratori tramite imposte indirette e aumenti di tariffe. Una volta introdotte forme di
“colonialismo interno” a spese degli immigrati, l’imperialismo allenta i freni anche nella madre patria. Certi forme di abusi economici e di truffe, che un tempo erano riservate alle colonie, si diffondono sempre più nelle metropoli. Tutto questo cresce a dismisura quanto più avanza il capitale finanziario, non a caso Marx considerava i comportamenti dei vertici della finanza altrettanto inaffidabili quanto quelli del sottoproletariato. Se Lenin comprese in anticipo questi fenomeni sulla base della sua formazione politica, altri arrivarono a comprenderli parzialmente per altre vie. Il grande desiderio di conoscenza diretta di
Jack London lo portò a intendere meglio di tanti politici i fenomeni di discriminazione sociale nelle metropoli. Vestito come un barbone, volle conoscere direttamente dall’interno la vita dei bassifondi dell’East End di Londra. Invano cercò informazioni e sostegno presso la Thomas Cook & Son: “Sapevate spedirmi senza esitazioni, con grande efficienza e facilità, nell’Africa più misteriosa, nel Tibet più sconosciuto... Ma ignoravate la via per giungere nell’East end di Londra, a un tiro di schioppo da Ludgate Circus, a due passi dal centro”. Per la borghesia inglese l’East End contava meno delle colonie. Il giudizio di J. London, alla fine di questa sua esperienza, fu chiarissimo: gli
Innuit dell’Alaska, con un livello primitivo di civiltà, soffrivano la fame solo in occasione di carestie, l’inglese povero ne soffriva anche nei periodi di boom, ed era alla continua ricerca di combustibile, di vestiario e di alloggio. L’aumento della produzione non aveva portato benefici alla maggior parte della popolazione: La società attuale, aggiungeva, “ha edificato un West End e uno East End che si allargano ormai a tutto il Regno Unito, due poli opposti e complementari di cui uno vive di dissolutezza e dissipatezza, l’altro agonizza di fame e malattie” “La macchina politica nota al mondo col nome di Impero britannico sta andando a pezzi”.(3) La borghesia italiana non attese l’era dell’imperialismo
per introdurre certe pratiche truffaldine, o per ridurre alla fame masse amplissime, ma anticipò i tempi, per ragioni storiche, in quanto proprio in Italia nacque il capitalismo, anche se la rivoluzione borghese non vi fu altrettanto precoce. Marx scriveva: “In Italia dove la produzione capitalistica si sviluppa prima che altrove anche il dissolvimento dei rapporti di servitù della gleba ha luogo prima che altrove. Qui il servo della gleba viene emancipato prima di essersi assicurato un diritto di usucapione della terra. Quindi la sua emancipazione lo trasforma subito in proletario eslege che per lo più trova pronti i nuovi padroni nelle città tramandate nella maggior parte fin dall’era romana. Quando la rivoluzione del mercato mondiale dopo la fine del secolo XV distrusse la supremazia commerciale dell’Italia settentrionale, sorse un movimento in direzione opposta. Gli operai della città furono spinti in massa nella campagna e vi dettero un impulso mai veduto alla piccola coltura condotta sul tipo dell’orticultura”. Anche il sistema del debito pubblico, cioè del debito dello stato, ebbe origine fin dal Medioevo a
Genova e a Venezia. La finanza genovese si legò in particolare al ramo spagnolo degli Asburgo, approfittando dei suoi successi, ma scontandone infine la decadenza, mentre i capitali veneziani si indirizzarono prevalentemente nell’acquisto di terre. Tagliata progressivamente fuori dal mercato mondiale, la borghesia italiana sopperì con l’astuzia e con l’attitudine alla truffa alle ridotte possibilità economiche. Se ne accorse benissimo Goethe : “Questa è l’Italia che lasciai, ancora strade polverose / Il forestiero, per quanto faccia, truffato/ Di lealtà tedesca neanche un’ombra / Qui c’è vita e fermento, ma non disciplina né ordine / ognuno pensa solo a sé e diffida dell’altro, ed è fatuo / a loro volta i capi di stato pensano solo a se stessi…”.(4) Se
Goethe fosse vissuto un decennio in più avrebbe visto la “lealtà tedesca” sostituita dalla frode, e la produzione delle merci contraffatte, che caratterizzarono il primo periodo della produzione industriale tedesca. In Italia, la ventata di rinnovamento portata dalla rivoluzione francese e poi dal risorgimento riuscirono a ripulire almeno in parte la vecchia stalla, ma poco dopo aver seppellito Mazzini e Garibaldi, la borghesia italiana si lanciò nell’imperialismo. Lenin scrisse:“l’Italia democratica e rivoluzionaria, cioè l’Italia della rivoluzione borghese che si liberava del giogo austriaco, l’Italia del tempo di Garibaldi, si trasforma definitivamente davanti ai nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che depreda la Turchia e l’Austria, nell’Italia di una borghesia brutale, sudicia, reazionaria in modo rivoltante”.(5) Dopo la prima guerra mondiale, la borghesia italiana fece al mondo un regalo avvelenato, il fascismo. Sbaglia chi l’interpreta come un ritorno al passato, a pratiche preliberali. Il
fascismo era l’ultima parola dell’imperialismo, la controrivoluzione preventiva contro il bolscevismo. La nuova formazione politica non era l’espressione dei soli agrari, ma tendeva ad saldare l’intera borghesia in un blocco unico, in un solo fascio. L’opera delle squadracce cominciò dalle campagne per una scelta militare, per colpire prima il proletariato agricolo, estremamente combattivo e numeroso, e tuttavia territorialmente isolato, per passare in seguito alle città. La vittoria del fascismo sul proletariato non derivò dalla pagliaccesca marcia su Roma,
ma dall’intervento delle truppe e dall’azione dei governi. L’ex socialista Bonomi, con una circolare del 20/10/1920, invitò i circa 60.000 ufficiali in via di smobilitazione ad aderire ai fasci, assicurando loro i 4/5 dello stipendio. Furono le guardie regie, le mitragliatrici e i cannoni dell’esercito a vincere le resistenze delle camere del lavoro e dei Circoli operai. Giolitti inserì i fascisti nel Fronte nazionale per le elezioni politiche della primavera 1921. Infine il
re, rifiutando di firmare lo stato d’assedio chiesto dal governo Facta contro la marcia su Roma, domandò a Mussolini di formare il nuovo governo. Liberale, poi fascista, in seguito antifascista, la borghesia italiana cambiò d’abito con una rapidità degna del re del varietà, il trasformista Fregoli. La borghesia italiana non è arretrata, è una delle più esperte nell’arte d’imbrogliare i proletari, nel prospettare false alternative portandoli a lottare per obiettivi che non sono i loro, in questo aiutata dai luogotenenti sindacali del capitale e da sedicenti sinistri. Ha seguito solo in parte la via anglosassone della formazione di un’aristocrazia operaia, ma ha permesso la creazione di un vero e proprio ceto privilegiato, composto da
politicanti di professione, che non si limita a parlamentari europei e nazionali, ma vi aggiunge “rappresentanti del popolo” a livello regionale, provinciale, comunale, circoscrizionale, comunità montane, e di una miriade di enti inutili. Si tratta di una rete di controllo nei confronti dei lavoratori e delle fasce povere della popolazione. E’ una rete molto costosa, ma, a differenza dell’aristocrazia operaia che, pur senza mettere in pericolo il sistema, può portare avanti forti rivendicazioni, in quanto ha una forza reale e può bloccare la produzione, questa rete pseudodemocratica può fare un’opposizione fittizia, di pure chiacchiere, e la borghesia la può utilizzare come capro espiatorio per sviare la rabbia popolare, come sta avvenendo con la
polemica sul costo della politica. I socialisti riformisti dell’inizio del secolo scorso consideravano – sbagliando – politica e amministrazione come campi assolutamente svincolati fra loro. Rifiutavano ogni collaborazione governativa, ma nei comuni tenevano una prassi completamente diversa. Erano anche, nella maggior parte dei casi, amministratori integerrimi, ma non comprendevano che anche i comuni sono parte integrante dello stato, e che ogni atto amministrativo non è neutro, ma ha un rilievo di classe. Non si rendevano conto di lavorare, loro malgrado, per la borghesia.
Oggi i buoni amministratori sono mosche bianche, e se i socialisti di un secolo fa credevano di compiere una missione, la maggior parte degli eletti di oggi sa di seguire una carriera, e di dover obbedire a una delle tante lobby che fanno le scelte economiche e politiche reali. La borghesia italiana, secondo convenienza, sa essere filistea e spregiudicata, cinica e retoricamente sentimentale, statalista e libero scambista, militaresca e pseudo–pacifista, conservatrice e “democratica”, anticlericale e baciapile. Come ne “Il brindisi di Girella” di Giuseppe Giusti, sa tenere “da dieci a dodici/ coccarde in tasca”.(6) Altre borghesie possono essere più potenti, ma è un compito difficile, per il proletariato d’Italia, fare i conti con questa classe dominante proteiforme e levantina, che a volte sembra persino debole o arretrata, ma nasconde una vitalità inimmaginabile. Per il fenomeno della deindustrializzazione dell’Italia, l’innocente borghesia dà la colpa alla burocrazia e i
Gallino, nel libro “La scomparsa dell’Italia industriale”: “Ora si supponga che simili riforme fossero state saggiamente introdotte venti o trent’anni fa, all’epoca dei primi governi di centrosinistra. A mano a mano che si dipanavano i loro effetti, avrebbero potuto evitare che l’Olivetti perdesse la partita, in tre riprese, nel campo dell’informatica? Avrebbero forse impedito lo sfacelo della grande industria chimica, che ha bruciato, in lire, decine di migliaia di miliardi negli anni novanta? Avrebbero rilanciato in Italia l’elettronica di consumo, invece di soffocarla mediante le politiche di austerità, ponendo così le basi per rendere competitiva a tempo debito l’industria nazionale con la Sony e la Thompson, oppure con la Nokia o la Motorola?” “Il mercato… può sanzionare a posteriori, positivamente o negativamente, una politica messa in atto, ma non può farla nascere con i propri automatismi. Alcuni dei più vistosi successi del mercato negli ultimi decenni hanno in realtà dietro di sé la mano pubblica”.(7) Questo è vero, la grande
industria in Italia si è sempre sviluppata con l’aiuto dello stato, ma i comunisti ne devono trarre indicazioni ben diverse da quelle di Gallino e Casati. I lavoratori non devono allearsi con la parte dirigistica e statalista della borghesia per condurre “una autentica politica industriale”. Nel secolo scorso, i lavoratori hanno dato vita ad almeno due “miracoli economici”. Nell’età giolittiana la borghesia italiana, grazie all’aumento rapidissimo delle forze produttive, e alle commesse degli immigrati mandati a milioni allo sbaraglio in tutto il mondo, poté assurgere a potenza internazionale, e la lira faceva aggio sull’oro. Ripagò i lavoratori con ricorrenti stragi di scioperanti, con la guerra di
Libia e con l’ingresso nella prima guerra mondiale. Infine consegnò il potere al fascismo. Dopo la seconda guerra mondiale, i sacrifici operai portarono a una crescita così rapida, che in Europa fu superata soltanto dalla Germania, ma furono ricambiati, in un primo tempo dalle repressioni e dalle discriminazioni dei militanti più politicizzati e sindacalizzati, e in seguito con licenziamenti su vasta scala, cassa integrazione, inflazione, ecc. La classe operaia non deve appoggiare una ripresa della borghesia industriale contro la borghesia finanziaria. Innanzitutto perché si tratta di una contrapposizione illusoria: gli stessi industriali, quando il saggio di profitto scende, si gettano nella speculazione finanziaria.
Inoltre, con quali forze politiche si potrebbero spostare miliardi dalla spesa militare alla ricerca di nuove tecnologie, essenziali per far risorgere la grande industria, se persino Rifondazione, che pretende di rappresentare i lavoratori, ha votato tali finanziamenti? E non è accettabile che la ricerca sia sostenuta da una nuova pesante tassazione, visti i redditi striminziti con cui i lavoratori sono costretti a fare i conti. Inoltre, la formazione di nuovi complessi industriali statali, finché la borghesia è al
potere, costituirebbe un nuovo bottino da vendere o da dividere in un periodo successivo, o da sperperare in speculazioni o in nuove guerre. Il capitalismo di stato, perdurando il potere borghese, non può essere che in funzione della borghesia. I lavoratori devono lottare per i propri scopi, immediati e storici. Devono riprendersi quella parte del PIL che è stata loro sottratta: “Il monte salari e pensioni era il 50% del PIL, oggi è sceso al 40%” (Casati). Contro l’intera borghesia, finanziaria, industriale e agraria devono unire le forze, rendendosi conto che da una classe vecchia e cinica come la borghesia non possono derivare che inganni e tradimenti, e che occorre scacciarla dal potere, come si fece nel 1917 in Russia, ma questa volta in via definitiva.
padroni senza volto delle private equità e la ritirata della politica” “Essere comunisti”, n. 2, 2 agosto 2007.

Negli Stati Uniti, dall’inizio dell’anno il settore finanziario ha licenziato 88.000 funzionari ed impiegati, mentre nel 2006 persero il lavoro 50.237 persone. I licenziamenti dall’inizio di agosto sfiorano i 21.000 (1). C’è stata una forte impennata nell’esecuzione dei pignoramenti ed espropriazioni di appartamenti ed edifici: 179.600 nel solo mese di luglio. Il senatore C. Dodd retiene che “da uno a tre milioni di persone potrebbero perdere la loro casa”. Queste poche cifre indicano con chiarezza la gravità della
crisi del settore inmobiliario degli Stati Uniti, che covava sotto la cenere mediatica da molto tempo, ma veniva sistematicamente ignorata o minimizzata. Ora che l’esplosione è avvenuta, emergono le caratteristiche distruttrici di un collasso che sta facendo tremare il cosiddetto sistema finanziario internazionale. I “furbetti della bolla immobiliaria”, vale a dire gli usurai globali che avevano gonfiato all’infinito il valore dei titoli dell’industria del mattone, oggi alzano bandiera bianca. La “bolla” gli è scoppiata in faccia perché non c’è più una relazione credibile tra il valore di un edificio reale e quello dei “titoli” che li rappresentano. Una cosa è un edificio, altro sono i titoli immobiliari o gli hedge funds che li “assicurano”; una cosa è l’economia reale altro è l’economia cartacea del capitalismo globalista. Tra le due c’è un abisso, su cui regna sovranamente la
plutocrazia finanziaria. A differenza delle favole, però, i mega-speculatori vengono premiati. In loro soccorso arriva a sirene spiegate la crocerossa delle banche centrali che usano con gran disinvoltura i denari dell’erario pubblico. “Immissione di liquidità nel mercato” viene definito il salvataggio dei pirati nel gergo dei bassifondi bancari: grazie finanziamento pubblico! “E’ il male minore” si affrettano a dire senza pudore. La Banca Centrale Europea (BCE) finora ha sganciato 120 miliardi di dollari per soccorrere i truffatori d’oltreoceano e i loro compari speculatori delle banche europee. Si premiano gli infami, li si incoraggia a perseverare. E’ una autentica istigazione a
delinquere. Siamo al teatro dell’assurdo o al funerale del buon senso: i negatori radicali di ogni intervento pubblico nell’economia sono provvidenzialmente salvati con quantità industriali di denaro pubblico. I becchini dello Stato succhiano avidi le sue mammelle. Si tratta dello stesso denaro che - in nome della “autonomia” delle banche centrali - sarebbe irresponsabile destinare alle pensioni, al sistema sanitario o educativo. Le classi dirigenti della politica sono ridotte ad eseguire le deliberazioni prese in occulta sede dal potere reale del mondo: sono semplici notai o scrivani delle periferie imperiali. Il dogma neoliberista proibisce di salvare l’Alitalia o le industrie nazionali, ma è molto zelante e servile con gli
speculatori, si chiamino Parmalat o Borsa. Il libero mercato è un modello teorico che sopravvive solo nelle facoltà di economia o nelle redazioni. Non è un caso che Rupert Murdoch, il satrapo della comunicazione planetaria, abbia appena comprato il Wall Street Journal. L’interventismo statale, che si manifesta con le odierne alluvionali “immissioni di liquidità”, ci dice che il libero mercato non esiste. Non è un mercato, tantomeno è libero. E’ solo una ideologia millenarista delle élites, riemergente in ogni finale di secolo. Il malconcio sistema finanziario internazionale e la credibilità del dollaro - ormai seriamente compromessa anche a livello di immagine - sono momentaneamente puntellati dalle riserve monetarie delle Banche centrali del G7. Impazzano i poeti della “volatilità”, e c’è una proliferazione di eufemismi e metafore scadenti per occultare questa realtà, o per minimizzarne le conseguenze.
I più arditi, come al solito post festum, segnalano le carenze di strumenti giuridici per poter controllare i corsari delle Borse, ed invocano la necesità di “domare le finanze che mischiano temerarietà ed avidità” (2). I più coraggiosi puntano il dito contro il monopolio delle tre agenzie qualificatrici di rischio, ma dimenticano che Standard & Poors, Moodys e Fitch agiscono con molta solerzia quando si tratta di dare le pagelle ai Paesi indebitati del mondo non industrializzato, non altrettanto con i consorzi privati multinazionali. E tacciono sul fatto che hanno infiltrato le presidenze delle “autonome” banche centrali. I tre “qualificatori” non sono arbitri, tantomeno imparziali, ma azionisti e biscazzieri dei casinò in cui smerciano le loro fiches corporative. Tutti i
politici di Washington, da Obama alla coppia Clinton, esigono all’unisono che la Cina proceda ipso facto alla rivalutazione della sua moneta, unico modo - a loro dire - per bloccare la “sleale concorrenza”, frenare le esportazioni cinesi e favorire quelle statunitensi. Ignorano che negli ultimi due anni il renmimbi si è rivalutato del 10% sul dollaro, ma questo non è servito a nulla, e il bilancio favorevole alla Cina continua a sfiorare i 27 miliardi. Ancora una volta: che fine ha fatto il libero mercato? Dalle cronache minimaliste di questa afosa fine estate, si apprende che la Cina avrebbe in mano il pallino. Con 1,3 bilioni di
dollari stivati nelle sue riserve monetarie - di cui 900 miliardi in un mix di buoni della tesoreria e titoli - stringe in una morsa ferrea i testicoli della Riserva Federale. Come si muove, strilla. Bloccano gli “infetti” giocattoli Mattel? Rispondono mettendo al bando derivati agricoli arricchiti con troppo alluminio. Gli afoni vati della “volatilità” si affannano a spiegare che non c’è problema, che la Cina non può liberarsi a cuor leggero del cartaceo-USA senza deprezzare il suo malloppo, cioè senza danneggiare le sue esportazioni e riserve monetarie. In sostanza: chi ci smenerebbe di più? D’acchitto, però, balza alla vista che la salute degli
Stati Uniti sta nelle mani dei barbari d’Oriente, e questo non è proprio un bel vedere! La sostanza sarebbe questa: i cinesi ci smenano di più accettando l’imposizione di rivalutare il renmimbi o liberandosi gradualmente dei titoli e della valuta degli Stati Uniti? Questa è la questione. Da una parte c’è la possibilità di scegliere tra rivalutazione della propria moneta o svalutazione di quella del debitore, ma dall’altra c’è solo la prospettiva della recessione e dell’eclisse definitivo del
dollaro. Comunque vadano le cose, da un lato si profila un perdente sicuro, dall’altro c’è un giocatore con varie giocate a disposizione, e che potrebbe limitare i propri danni. Fino a quando potranno contare sulle trasfusioni ematiche delle “autonome” Banche centrali del Giappone e dell’ Europa? La fiction globalista, dopo i fasti delle scorribande filibustiere che sbancavano le economie latino-americane e dei piccoli e grandi dragoni, ebbra di “effetti tequila e vodka”, oggi non può più occultare l’ingovernabilità di un caos che ha varcato persino il perimetro del santuario di Wall Street.
La plutocrazia finanziaria riparata sotto l’ombrello del G7, ha fatto del dogma neoliberista il suo grido di guerra, ma i dogmi vanno bene per le religioni, non per la politica economica, nè per armonizzare il mondo e rendere più vivibile l’esistenza del pianeta e degli umani. Giocano con la logica del “tutto o niente”, e brandiscono la mannaia apocalittica del “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Ormai, però, non sono più gli unici giocatori globali, né i più importanti: l’unilateralismo è fallito nella geopolitica, nella guerra e nell’economia. Attorno al tavolo ci sono almeno altri 4 giocatori globali. Gli Stati Uniti devono mettere ordine nei propri conti, abbandonare un sistema di vita
depredatore, e rassegnarsi che non si può vivere eternamente al di sopra dei propri mezzi. Sono passati 60 anni da quando producevano il 60% delle mercanzie circolanti nel globo; oggi sono il Paese più inebitato del mondo. Sarà sempre più difficile nel futuro sopravivere accumulando irresponsabilmente debiti. Non basta più un’economia cha ha come caposaldo la produzione di
manufatti bellici sofisticati, i loisirs di Hollywood, e la produzione incontrollata di cartamoneta e titoli. Né una geopolitica ispirata al vandalismo inconcludente e velleitario, che sistematicamente si sopravvaluta, ma è incapace di affermarsi persino su piccole nazioni rovinate da due guerre perdute, com’è quella iraqena. L’esportazione del suo sistema produttivo ha generato gran dipendenza e una innegabile vulnerabilità alle mosse di Pechino. E’ un segreto pubblico che è arrivato a conoscenza della plebe globale. E’ il caso di dire che “grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.
cento miliardi di euro per sostenere le banche europee che hanno speculato sulla bolla edilizia e dei facili prestiti americani. La Federal Reserve ha tirato fuori meno d'un decimo per sostenere i truffatori d'oltre Oceano, cioè 12 miliardi di dollari. Le Borse europee hanno perduto fino ad ora circa 160 miliardi di euro in valore delle azioni. E non è finita quì. Cosa significa tutto questo? Che noi europei, intendo dire noi cittadini tutti d'Europa, abbiamo dato una mano - e che mano! - per consentire agli americani di indebitarsi ancora di più. Cioè abbiamo pagato di tasca nostra una truffa colossale che il sistema bancario-finanziari
George Bush ha regalato miliardi di dollari di tasse non pagate. Risulta che, subito dopo l'11 settembre 2001, la Banca Centrale Europea sborsò, allo stesso nobile scopo, "soltanto" 70 miliardi di euro. Stiglitz ha scritto su Repubblica che Alan Greenspan non poteva non sapere che stava truffando gli investitori di tutto il mondo. Lui, insieme a George Bush. Ma tutti insieme, con la complicità della finanza europea, sono andati avanti fino al
disastro. Disastro che si ripercuoterà su di noi, ma non su di loro. Anche perchè all'indebitamento americano non c'è una cura. E loro troveranno il modo di distrarci facendo un'altra bella guerra umanitaria e per i diritti umani. Tutto ciò conferma che gli Stati Uniti d'America sono diventati il bubbone infetto che sta trascinando il mondo intero in un disastro immane. Quanto tempo occorrerà perchè le classi dirigenti europee smettano di imitare gli speculatori americani e cerchino di salvare il salvabile prendendo le distanze dal casinò impazzito che domina Wall Street?
capitalismo. La colpa sarebbe di alcuni esponenti illustri, tanto politici che dell’alta finanza, i quali si comporterebbero, diciamo così, in maniera poco ortodossa. Naturalmente, il giornalista fa appello alla sana economia di mercato, alla libera mano smithiana che dovrebbe ricondurre ogni cosa al suo “naturale” equilibrio, a quella “panacea” (la solita ideologia “mercatistica” che copre la reale natura del conflitto tra dominanti) che crea i giusti anticorpi contro i giochi sporchi e le collusioni finanziario-politiche che danneggiano il paese. Riva parte dagli scandali più evidenti degli ultimi tempi per la sua invettiva e tira fuori il crack Parmalat nonché, en passant l’affaire Antonveneta-BPI e poi quello Unipol-BNL. Riva si chiede come mai in Italia ci siano tante mele marce e, soprattutto, perchè, nonostante la magistratura rivolga spesso le sue “premure” contro le alte sfere del potere, quando le magagne riguardano i “monarchi” dell’economia o della politica tutto finisce sotto la sabbia. E già, vallo a chiedere a
Prodi o a D’Alema o a Fassino. Come mai… Ma con chi ce l’ha davvero Riva? A cosa è dovuta questa requisitoria contro una parte del capitalismo italiano, quello più truffaldino che non rispetterebbe le regole del gioco? Il giornalista la prende alla lontana, ma l’oggetto della sua indignazione non è puramente sistemico quanto piuttosto riconducibile a certi uomini in carne ed ossa,
Fazio? Il giornalista lo chiama in causa perché era il deus ex machina delle scalate ordite dai furbetti del quartierino, ma in qualche modo costui ha già pagato le sue nefandezze con la discesa dalle scale di Palazzo Koch. Ovvio che il problema non è affatto l’ex governatore di Bankitalia,
Consorte e compagni di merende vari. Tutti i protagonisti di quella sfortunata stagione ribattezzata dei “furbetti del quartierino” secondo le parole di uno dei suoi protagonisti, hanno più o meno pagato il loro scotto con l’allontanamento dalle cariche prestigiose prima ricoperte (proprio tutti non direi, visto che i politici sfiorati da questi fattacci sono ben saldi al loro posto). Riva tira in ballo tutti questi personaggi solo perché gli serve una pietra di paragone per parlare di un altro pezzo da novanta, quello che al contrario dei Fazio o dei Consorte è ancora in voga. Chi? Geronzi, naturalmente. A Riva pare non andare a genio il fatto che uno degli accusati per il
crak Parmalat sia arrivato nel posto più alto di Piazzetta Cuccia. E sì, perché alla testa di Mediobanca è arrivato uno che più che un banchiere bisognerebbe definire un “bancarottiere”. Difatti, oltre a quel prestito da 50 milioni a Callisto Tanzi, in momento in cui l’impresa parmense era ai suoi ultimi rantoli, c’è questo “scaldaletto” della Italcase, per il quale il padrone di Capitalia ha ricevuto due interdizioni temporanee dalle attività da parte della magistratura. Certo Riva ha ragione a scandalizzarsi, ma che ci vuoi fare non tutti sono uguali nelle avversità, ubi major minor cessat, direbbero i latini. Ma le catilinarie proferite da Riva, con tanta fatua apprensione per le sorti del nostro capitalismo, le ho già sentite da qualche altra parte e con le stesse motivazioni. Ciò che più preoccupa il giornalista dell’Espresso è: “che l'uomo seduto al vertice dell'istituto di Piazzetta
Cesare Geronzi è in grado di esercitare un'ampia gamma di condizionamenti. Innanzi tutto, il gigante assicurativo-bancario delle Generali, ma poi anche l'impresa editrice del 'Corriere della Sera' e
banca d'affari italiana che a sua volta è decisiva negli assetti di Generali (touchè!). “È da sempre pacificamente riconosciuto che il problema di Mediobanca consiste nell'esistenza di un conflitto di interessi con le banche azioniste. A me pare che il problema si aggravi passando da due banche a una sola, anche se con una partecipazione dimezzata […] o la nuova banca riduce in modo significativo la propria partecipazione in piazzetta Cuccia 










Ricchi e poveri...