

E' un post apparso sul blog Ripensare Marx e firmato da Gianfranco La Grassa. Non ne condivido integralmente il contenuto (ad esempio, dissento dall'analisi e dal giudizio sprezzante, o comunque negativo, concernente le lotte del Sessantotto e del Settantasette), ma concordo su alcuni punti, anzitutto sulla valutazione espressa a proposito del ruolo destabilizzante svolto da Mani Pulite, un avvenimento interpretato come un golpe politico-istituzionale travestito sotto la nobile facciata di un'inchiesta giudiziaria.

Senza la bufera di Tangentopoli che nei primi anni '90 ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica (la corruzione e l'affarismo dilagano ancora oggi, in misura persino maggiore rispetto al passato, malgrado non esistano più i vecchi partiti di massa, i quali garantivano un argine in difesa della Costituzione e un minimo di partecipazione politica democratica), senza le campagne mediatiche che hanno scatenato un clima di aggressione squadrista, di caccia alle streghe, aizzando l'opinione pubblica nazionale, in Italia non sarebbe stato possibile attuare quelle svendite e privatizzazioni ad esclusivo vantaggio del capitalismo economico privato, di preziosi beni ed enti pubblici dello Stato, procedendo in pratica ad un'operazione eversiva di smantellamento totale della cosa pubblica, il cui ultimo bersaglio è costituito da Scuola e Sanità.
Un altro punto di convergenza con l'autore dell'articolo, riguarda la riflessione quasi "profetica" proposta da Pasolini rispetto al degrado storico-antropologico della realtà italiana a partire dal boom economico-consumistico degli anni '60. Un degrado socio-culturale crescente, di cui il berlusconismo è solo un effetto e non la causa.
E' POSSIBILE UNA SVOLTA?
di Gianfranco La Grassa
Ho detto molte volte, e lo ribadisco senza esitazioni, che il berlusconismo è prodotto e non causa del degrado politico – e del vero e proprio sprofondamento culturale – prodottosi in Italia negli ultimi decenni, e acceleratosi senza dubbio dopo gli anni ’90 soprattutto successivamente a “mani pulite”.

Tale degrado è dunque un processo che precede e provoca l’ascesa di Berlusconi in campo politico e, di conseguenza, culturale. Del resto che Berlusconi non sia la causa dello sprofondamento in oggetto è dimostrato dal fatto che questo è generale in tutta Europa – pur se da noi conosce una particolare accentuazione – e, in generale, in tutto il capitalismo “occidentale” avanzato. Si parla spesso anche di americanizzazione.
Va detto allora che l’americanizzazione ha interessato pure gli Stati Uniti, poiché essi non sono stati per nulla caratterizzati negativamente in senso culturale, almeno fino agli ’70 circa.

Politicamente imperialisti, massacratori più o meno secondo gli standard di tutte le grandi potenze succedutesi nella storia dell’umanità, ma non depressi culturalmente: buona letteratura, buona (e nuova) musica, grande cinema, credo non abbiano sfigurato nemmeno … nelle arti figurative.

Inoltre, solo chi ha la puzza sotto il naso – in genere gli idealisti e gli hegeliani nostrani – sputano sulla filosofia; ad esempio quella pragmatista (Dewey, William James, e in più Pierce che è un notevole personaggio; più tanti altri).
Infine la scienza, che ha avuto i suoi massimi avanzamenti proprio in quel paese. Per merito di stranieri? Si anche, ma che sono stati accolti con facilità mettendo a loro disposizione enormi mezzi e istituzioni e laboratori avanzati per sviluppare le loro ricerche. Quindi, lasciamo perdere l’americanizzazione e il berlusconismo.
In realtà, aveva piena ragione Pasolini, certamente con particolare riferimento al nostro paese. Il degrado, rapido e devastante, è iniziato in definitiva nel ’68.

Se Pasolini avesse potuto vedere il ’77, sarebbe rimasto letteralmente inorridito, perché in quegli anni si è sprofondati nella notte più buia in specie “per merito“ di quei sedicenti ultrarivoluzionari di sinistra che furono gli “autonomi”, ancor oggi non placatisi e trasformatisi in varie guise, una più indecente e sragionante dell’altra.

Purtroppo, si è trattato di una buona dimostrazione del fatto che “il sonno della ragione genera mostri”. Da qui è derivata la nostra effettiva “catastrofe”, non dai “bottegai berlusconiani”.

Insomma, Pasolini aveva secondo me ragione da vendere nel giudizio negativo, morale più ancora che politico, espresso su quegli arroganti studentelli privi di qualsiasi idealità e valore, identificandoli quali “piccolo-borghesi” che volevano semplicemente sostituire i loro “padri”; certamente questi avevano messo in mostra gravi limiti e anche colpe, ma erano in genere dotati di uno spessore culturale, e spesso anche morale, che i pigmei e nanerottoli del ’68 (per non parlare appunto degli anni successivi) nemmeno sfioravano.
Probabilmente Pasolini commetteva errori politici (tattici) ed esagerava in qualche lode di troppo verso i poliziotti in quanto “contadini meridionali”. Certe repressioni feroci di quel periodo sono ben fisse nella nostra memoria; e del resto anche
Qui sto però solo giudicando del degrado politico-culturale indotto in Italia da certa sinistra che si finse rivoluzionaria. Poiché però quest’ultima mostrò presto il suo reale volto, fondamentalmente reazionario pur nell’ammodernamento dei “costumi” (più che altro quelli sessuali), riuscì nell’intento di impestare i media, sostituendo i “padri” in specie nei giornali, in TV, nell’editoria, ecc., anche grazie al fatto di essere cooptata da parte di una classe dirigente economica incapace di vera autonomia produttiva, sempre bisognosa di assistenza “pubblica” e di svendita allo straniero (predominante).
In questo modo, i “rivoluzionari” sessantotteschi e settantasettini – farseschi e drammatici nel contempo; veri eredi dei Demoni di Dostojevski – ebbero modo di produrre un autentico sconquasso presentato come “ammodernamento”, anzi come postmodernità.
L’attacco alla razionalità, alla scienza, all’idea di progresso, il catastrofismo oggi dilagante che si “predica” sia derivato dal “dominio della Tecnica”, provengono da questi settori reazionari; anche se poi seguiti da altri, che si collocano sul fronte apparentemente opposto, di una “destra” pur essa non istituzionale, che si crede erede delle correnti più radicali e “rivoluzionarie” del vecchio nazifascismo (settori rimasti però sempre in posizione secondaria rispetto a quelli “ultrasinistri”).

Infine, questi ultimi ebbero un altro colpo di fortuna. Crollò il sistema “socialista”, e dagli Usa (e dalla nostra GFeID, finanza e industria assistita) partì l’operazione “mani pulite” che “produsse” infine una sinistra – in entrambi i suoi rami: la moderata e la radicale – senza più le radici popolari del Pci; una sinistra che, per fortuna, comincia adesso ad essere abbandonata dalla Classe.

Questo marciume dilagante – effetto dello sprofondamento politico-culturale, ormai realizzatosi grazie al patrocinio della suddetta classe dirigente economico-finanziaria – ha confermato i suoi autori nel controllo dei canali di trasmissione di sedicente informazione e “cultura”; ed essi ne hanno approfittato per mascherarsi e diffondere del disastro un’interpretazione del tutto mistificante: la colpa è del berlusconismo.
Adesso veramente basta con questa menzogna; è indispensabile, innanzitutto, ristabilire la giusta sequenza dei processi “catastrofici”. La sinistra – quella dei movimenti del ’68, e ancor più del ’77, saldatisi nel ’92-‘93 con tutto il resto della sinistra sotto l’ala protettrice della GFeID legata ai predominanti statunitensi; sinistra divenuta sempre più un ammasso di “ceti medi”, soprattutto dei settori del “pubblico” – è la causa di questi processi, il resto ne è derivato ineluttabilmente. Si è dunque creato un bubbone “piccolo-borghese”, con a capo pochi acculturati senza scrupoli e ultra-ambiziosi, che manovrano schiere di lettori di
Vespa e Camilleri (e magari di poco altro, ma non più della grande cultura classica e "borghese"), i quali hanno veramente provocato una frattura netta con le generazioni precedenti. Si tratta di quelli che predicano l’emozione contro la razionalità, la cultura del “corpo” messa in antitesi a quella dello spirito, il più disastroso dei relativismi condito di finta tolleranza, il più bieco lassismo anarcoide che ha disgregato ogni forma di reale e produttiva socialità. In certi momenti, sembra addirittura si sia interrotta una linea di civiltà che – in paesi di antica, millenaria, storia – rappresenta sempre un sedimento, un giacimento, cui si può attingere con effetti positivi perfino nelle epoche più buie. Invece oggi, questo è reso impossibile da questo gravissimo sprofondamento intuito dal grande
Pasolini, ma che ha poi progredito – grazie anche a quell’evento, un sostanziale “colpo di Stato” camuffato da operazione giudiziaria, prodottosi nel ’92-‘93 – a passi giganteschi. A me pare del tutto ovvio che la reazione a questa effettiva catastrofe non potesse che assumere, in Italia, le vesti pur esse meschine e squallide della cultura (e della politica) dei cosiddetti “bottegaio berlusconiano” e “industrialotto del nord-est”. A tutto questo è necessario reagire, pur sapendo che le volontà soggettive dovrebbero essere coadiuvate dall’evolvere di eventi capaci di mettere infine in moto processi storici di ben altro calibro e direzione. Tuttavia, i “soggetti” hanno intanto l’obbligo di ricominciare a pensare e, con le loro minime forze, di opporsi alle mistificazioni degli “intellettuali del degrado”. Bisogna affermare con forza: la conditio sine qua non di una possibile rigenerazione politico-culturale del nostro paese e del riannodarsi dei legami con il suo passato di grandi tradizioni culturali (e, lo ripeto, di civiltà) – rigenerazione che riuscirebbe, nel medesimo tempo, a combattere e superare anche la più sanguigna e concreta (meno parassitaria in ogni caso), ma comunque rozza, volgare e intellettualmente limitata,
“classe dirigente” berlusconiana – è lo sbaraccamento definitivo di questa sinistra fatta di ceto medio (“piccolo-borghese”, soprattutto dei settori del “pubblico”); un ceto esattamente meschino, intellettualmente mediocre, e nel contempo protervo e arrogante, come lo dipinse Pasolini.
Dobbiamo ricreare forze critiche, effettivamente contrarie a questo tipo di sistema sociale e politico, buttando però a mare questa sinistra, smettendo ogni tentativo di ricostituirla; perché ogni tentativo genera entità ancora più degenerate e ignobili. Non so quanta parte della sinistra, che pretende di essere comunista, abbia ancora un cervello pensante. Comunque, l’invito rivolto è precisamente in tal senso: abbandonate ogni velleitario tentativo di ricreare gruppetti e gruppetti di vecchi rigurgiti ideologici, ormai senza più appiglio con la realtà. Nello stesso tempo, smettetela con l’aggregazione ad una sinistra, più o meno moderata o invece finta radicale,
che è la causa reale del degrado, di cui indubbiamente la destra è poi il semplice riflesso speculare. Anzi, esiste proprio una vera cartina tornasole per saggiare se siamo o meno in presenza di puri mentitori e mistificatori: se si insiste oppure no sulla parola d’ordine dell’unirsi in nome dell’antiberlusconismo. Chiunque ancora la usi, è ipso facto il peggiore dei nemici, il vero obiettivo di un’azione di preliminare pulizia. Con quelli che hanno almeno capito questo imbroglio, si può ridiscutere; ma senza alcun tentativo di “rifondare il passato”. E’ necessario riemergere dallo sprofondamento culturale e politico di questi anni, per “costruire” qualcosa di nuovo e ancora impensato. Le piccole, infime, nostre forze s’impegneranno in questa direzione, con tutti coloro che hanno capito questi pochi punti. Non si creda di volerci creare ostacoli (“psicologici”) mostrando indignazione perché certi settori di “estrema destra” riportano alcune nostre analisi.

Noi ci rivolgiamo, puramente e semplicemente, agli individui che usano la ragione; a quelli che preferiscono utilizzare invece i soli “riflessi da cane di Pavlov”, senza valutare quello che noi diciamo – e senza prendere atto dello sforzo di rielaborazione teorica (nuova) che ci sta dietro, e che appare nel sito oltre che in libri e scritti vari su riviste – noi diciamo: non ci interessate, siete quelli della prevalenza delle emozioni sul cervello pensante, siete complici e conniventi con quella sinistra “intellettuale” che ha provocato lo sprofondamento politico-culturale da noi aborrito, facendolo passare per berlusconismo, un semplice effetto invece. Con voi abbiamo chiuso. Altrimenti, ricominciate a mettere in moto le sinapsi di quello che Woody Allen, spiritosamente, definì “il nostro secondo organo preferito”; se lo farete, siamo pronti al dialogo.

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Stati Uniti, che è stato interpretato da alcuni come un segno significativo del declino americano, cosa che, sempre secondo alcuni, potrebbe favorire uno sganciamento dell’Europa dal dominio USA. 
potenza militare ed economica degli USA. Anzi, sin dal 1946 - anno di inizio di ciò che è impropriamente definito “impero americano” - le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti per realizzare i propri progetti di dominio globale sono risultate sempre più evidenti. 

bambini loro connazionali, colpevoli di essersi lasciati vaccinare dai soccorrevoli soldati americani; questo episodio di crudeltà dei Vietcong non ha nessun riscontro in nessuna delle cronache dell’epoca, perciò costituisce una pura invenzione, anche se, grazie all’impatto del film, ha assunto la consistenza di un fatto realmente accaduto. 

sognato l’America sin dagli inizi del ‘900 e, dalle pagine del “Mein Kampf”, si apprende che Hitler non faceva eccezione. La propaganda statunitense inventa ogni giorno un “nuovo Hitler”, però quello originale era un filo-americano.
operai. Un avvenimento del 1946 di cui pochi storici si sono occupati - ad esempio: Joyce e Gabriel Kolko - riguarda l’esperienza dei consigli operai nella Germania Est. Questa parte della Germania era stata da sempre la meno industrializzata e, nello stesso periodo, 


operai è stata screditata anche a causa dell’apologetica dei consiliaristi e dei situazionisti, che li hanno proposti come un improbabile modello di potere assoluto; in realtà la loro validità si dimostrò proprio nel determinare una spinta sociale a cambiamenti molto più vasti e profondi, cosa che determinò il terrore nelle oligarchie europee, che si dimostrarono pronte ad inchinarsi agli USA purché li difendessero da questa prospettiva. 





nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei
“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. 
e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione
l’oppio afgano e il petrolio iracheno.
Saviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. 



nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. 

da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israeliana
sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento
D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);
Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.
autoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.



“Quante divisioni ha il papa?”
Stalin era concreta, ma incompleta, in quanto avrebbe dovuto anche chiedere: “Quante banche ha il papa?” 





creata ad arte da un apparato ideologico-terroristico
al solo scopo di criminalizzare e reprimere il dissenso e il movimento anarchico e antagonista in genere. Michele e gli altri compagni di Spoleto sono stati arrestati proprio in quanto anarchici e rivoluzionari, ossia in quanto militanti di un movimento di lotta e di opposizione ad un sistema di barbarie, di ingiustizia, di oppressione e sfruttamento imposto ai danni del proletariato (specialmente quello più cosciente e combattivo)
e dei lavoratori salariati. Infatti, le accuse contestate ai compagni sono semplicemente lo strumento giuridico-normativo di questa aspra campagna di repressione e di propaganda controrivoluzionaria. D'altronde, non è la prima volta che accadono simili episodi. Si pensi soltanto ai casi storici più noti e significativi: Sacco e Vanzetti,
Pinelli, eccetera. Solo per rimanere nell'ambito della repressione contro il movimento anarchico. Perché Michele e gli altri compagni di Spoleto sono dichiaratamente attivisti e militanti anarchici e, in quanto tali, sono stati incriminati ed arrestati. Oggi attraversiamo una fase storica in cui il proletariato (specie quello più cosciente e rivoluzionario) si trova ad essere duramente sotto attacco. E il governo in carica, ritenuto un "governo amico"
anche da vasti settori della cosiddetta "sinistra radicale", sta gettando benzina sul fuoco della repressione e della censura, come si evince anche (ma non solo) dal decreto legge che mira ad imbavagliare Internet ed in particolare i blog, ad arginare e limitare la libertà di informazione e controinformazione presente finora sulla rete web. Io ho conosciuto Michele Fabiani proprio sul forum di un sito anarchico di controinformazione chiamato
operaio è costretto, per disperazione, al suicidio perché non è più in grado di mantenere la propria famiglia, perché non è in condizione di continuare a pagare un mutuo per l'acquisto della
casa (un diritto elementare!), perchè economicamente non riesce più ad arrivare alla fine della mese, se non addirittura a metà del mese! Ebbene, se e quando si suicida un operaio, nessuno (o quasi) si scandalizza più di tanto, nessuno (o quasi) grida allo scandalo, né si indigna o protesta. Invece, se e quando gli operai cominciano ad autorganizzarsi e a lottare contro le ingiustizie, le diseguaglianze e lo
sfruttamento attuato in fabbrica, oppure dal padrone di casa, o dalle banche armate ed usuraie che strozzano e spingono la gente al suicidio, allora scatta immediatamente un meccanismo di criminalizzazione e di propaganda ideologico-terroristica, teso a colpire e reprimere chi contesta, chi lotta con coraggio e si ribella contro un sistema politico e socio-economico così costituito.
Michele e gli altri compagni arrestati sono soltanto gli ultimi casi di una lunga serie di atti repressivi commessi ai danni dei proletari più coscienti e rivoluzionari, anarchici, comunisti, antagonisti in genere. Incriminati ed arrestati solo in quanto tali, ossia in quanto oppositori di questo sistema barbaro, violento e disumano, in quanto attivisti di un movimento anticapitalista ed antimperialista che non potrà mai essere fermato e neutralizzato da nessuna repressione. Tanto meno da questo governo "amico"!

potenti,
che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il
protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'
colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un 
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al 
corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo:
degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi 
classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei 


video ipoteticamente attribuito all’ipotetico attentatore dell’11 settembre. L’enfasi data a questa non-notizia fa contrasto con i toni dimessi con cui pochi giorni prima era stata diffusa la vicenda del ferimento di alcuni soldati italiani in Afghanistan.
Afghanistan in termini di uomini e mezzi. Non si sa neppure quale sia l’effettivo budget della missione, poiché le vere spese possono essere inserite e dissimulate anche in altre voci del bilancio dello Stato.
Quando si dice che la guerra ha cause economiche si entra in affermazioni e questioni metafisiche, ma quando si osserva che guerra e affarismo sono fenomeni così intrecciati da risultare spesso indistinguibili, allora si fa una constatazione persino ovvia.
da combattimento che sono utili solo per fare dell’antiguerriglia nei Paesi che va ad aggredire. I costi di un elicottero antiguerriglia inoltre sono fantasmagorici, incomparabilmente superiori a quelli di qualsiasi artiglieria contraerea.
E risulta anche che lo Stato italiano spende sempre di più per esigenze militari, per risultare in definitiva sempre più indifeso. Ma questo è appunto l’effetto di certe “alleanze”.
Zero, brevi collegamenti con Webster Tarpley e Julez Edward (l’organizzatore di United for Truth, la manifestazione di Bruxelles del 9) e poi lunga discussione sulle questioni che più interessano, a partire dalla proposta della commissione internazionale di inchiesta. Qui ad esempio i nodi da sciogliere sono diversi: come arrivarci, dove farla, come formare un pool di esperti che dia garanzie di indipendenza e di rigore quanto meno sul piano logico e investigativo, come difendere il loro operato dalle pressioni e dagli attacchi che tutti possiamo immaginare.
Giulietto Chiesa e con Massimo Mazzucco (in collegamento dagli Stati Uniti), ci confronteremo sul tipo di iniziative da fare qui in Italia dopo un’estate nella quale la strategia dei fabbricanti di opinione è passata dal discredito e dal debunking al tentativo, ancor più sottile e pericoloso, di arruolare il movimento per la verità sull’11 settembre nel fantomatico “partito dei negazionisti”
sparando nomi a destra e a manca, ha fatto entrare Massimo Mazzucco e noi di Faremondo nella «galassia negazionista» in quanto sostenitori, a suo parere, di un «revisionismo» che attribuirebbe l’11 settembre ad una «congiura di sionisti e Cia». Sulla vicenda, originata come si ricorderà dal “caso Moffa”, si può riandare alla
ha dimostrato di essere un osso duro. Vogliono portare l’attacco su un terreno in apparenza più favorevole al mainstream culturale italiano. Accomunare il movimento di inchiesta sull’11 settembre e i “negazionisti dell’Olocausto” potrebbe allora far scattare un tipo di bagarre mediatica più rissosa a suon di appelli di condanna sottoscritti da cordate di politici, intellettuali, storici, ecc., con la prevedibile mobilitazione della “comunità ebraica”, la corsa alla solidarietà di “importanti cariche istituzionali” e così via. Marciume italiota allo stato puro.
che sarebbe più forte che nel 2001 e pronta a colpire, con telepredicatori miliardari i quali rivelano come Dio gli abbia confidato che ci sarà una strage enorme (nucleare) su suolo americano sul finire del 2007, per non dimenticare uomini dell’asse finanziario stay behind di Cheney (tipi come George Schultz e Rupert Murdoch) che, nel bel mezzo della crisi dei “mercati finanziari” soccorsi in liquidità delle banche centrali, costringono il loro pupillo ad un forcing psicologico ossessivo sui settori dell’amministrazione Bush che ancora “frenano” sulla programmata aggressione all’Iran… Dovranno spiegarci tutto questo, come e perché si producono questi fatti e tutte queste avvisaglie di un altro
11 settembre. In questo modo non daremo loro lo spazio logico per spingerci nell’angolo putrido del “negazionismo”
Negli Stati Uniti, dall’inizio dell’anno il settore finanziario ha licenziato 88.000 funzionari ed impiegati, mentre nel 2006 persero il lavoro 50.237 persone. I licenziamenti dall’inizio di agosto sfiorano i 21.000 (1). C’è stata una forte impennata nell’esecuzione dei pignoramenti ed espropriazioni di appartamenti ed edifici: 179.600 nel solo mese di luglio. Il senatore C. Dodd retiene che “da uno a tre milioni di persone potrebbero perdere la loro casa”. Queste poche cifre indicano con chiarezza la gravità della
crisi del settore inmobiliario degli Stati Uniti, che covava sotto la cenere mediatica da molto tempo, ma veniva sistematicamente ignorata o minimizzata. Ora che l’esplosione è avvenuta, emergono le caratteristiche distruttrici di un collasso che sta facendo tremare il cosiddetto sistema finanziario internazionale. I “furbetti della bolla immobiliaria”, vale a dire gli usurai globali che avevano gonfiato all’infinito il valore dei titoli dell’industria del mattone, oggi alzano bandiera bianca. La “bolla” gli è scoppiata in faccia perché non c’è più una relazione credibile tra il valore di un edificio reale e quello dei “titoli” che li rappresentano. Una cosa è un edificio, altro sono i titoli immobiliari o gli hedge funds che li “assicurano”; una cosa è l’economia reale altro è l’economia cartacea del capitalismo globalista. Tra le due c’è un abisso, su cui regna sovranamente la
plutocrazia finanziaria. A differenza delle favole, però, i mega-speculatori vengono premiati. In loro soccorso arriva a sirene spiegate la crocerossa delle banche centrali che usano con gran disinvoltura i denari dell’erario pubblico. “Immissione di liquidità nel mercato” viene definito il salvataggio dei pirati nel gergo dei bassifondi bancari: grazie finanziamento pubblico! “E’ il male minore” si affrettano a dire senza pudore. La Banca Centrale Europea (BCE) finora ha sganciato 120 miliardi di dollari per soccorrere i truffatori d’oltreoceano e i loro compari speculatori delle banche europee. Si premiano gli infami, li si incoraggia a perseverare. E’ una autentica istigazione a
delinquere. Siamo al teatro dell’assurdo o al funerale del buon senso: i negatori radicali di ogni intervento pubblico nell’economia sono provvidenzialmente salvati con quantità industriali di denaro pubblico. I becchini dello Stato succhiano avidi le sue mammelle. Si tratta dello stesso denaro che - in nome della “autonomia” delle banche centrali - sarebbe irresponsabile destinare alle pensioni, al sistema sanitario o educativo. Le classi dirigenti della politica sono ridotte ad eseguire le deliberazioni prese in occulta sede dal potere reale del mondo: sono semplici notai o scrivani delle periferie imperiali. Il dogma neoliberista proibisce di salvare l’Alitalia o le industrie nazionali, ma è molto zelante e servile con gli
speculatori, si chiamino Parmalat o Borsa. Il libero mercato è un modello teorico che sopravvive solo nelle facoltà di economia o nelle redazioni. Non è un caso che Rupert Murdoch, il satrapo della comunicazione planetaria, abbia appena comprato il Wall Street Journal. L’interventismo statale, che si manifesta con le odierne alluvionali “immissioni di liquidità”, ci dice che il libero mercato non esiste. Non è un mercato, tantomeno è libero. E’ solo una ideologia millenarista delle élites, riemergente in ogni finale di secolo. Il malconcio sistema finanziario internazionale e la credibilità del dollaro - ormai seriamente compromessa anche a livello di immagine - sono momentaneamente puntellati dalle riserve monetarie delle Banche centrali del G7. Impazzano i poeti della “volatilità”, e c’è una proliferazione di eufemismi e metafore scadenti per occultare questa realtà, o per minimizzarne le conseguenze.
I più arditi, come al solito post festum, segnalano le carenze di strumenti giuridici per poter controllare i corsari delle Borse, ed invocano la necesità di “domare le finanze che mischiano temerarietà ed avidità” (2). I più coraggiosi puntano il dito contro il monopolio delle tre agenzie qualificatrici di rischio, ma dimenticano che Standard & Poors, Moodys e Fitch agiscono con molta solerzia quando si tratta di dare le pagelle ai Paesi indebitati del mondo non industrializzato, non altrettanto con i consorzi privati multinazionali. E tacciono sul fatto che hanno infiltrato le presidenze delle “autonome” banche centrali. I tre “qualificatori” non sono arbitri, tantomeno imparziali, ma azionisti e biscazzieri dei casinò in cui smerciano le loro fiches corporative. Tutti i
politici di Washington, da Obama alla coppia Clinton, esigono all’unisono che la Cina proceda ipso facto alla rivalutazione della sua moneta, unico modo - a loro dire - per bloccare la “sleale concorrenza”, frenare le esportazioni cinesi e favorire quelle statunitensi. Ignorano che negli ultimi due anni il renmimbi si è rivalutato del 10% sul dollaro, ma questo non è servito a nulla, e il bilancio favorevole alla Cina continua a sfiorare i 27 miliardi. Ancora una volta: che fine ha fatto il libero mercato? Dalle cronache minimaliste di questa afosa fine estate, si apprende che la Cina avrebbe in mano il pallino. Con 1,3 bilioni di
dollari stivati nelle sue riserve monetarie - di cui 900 miliardi in un mix di buoni della tesoreria e titoli - stringe in una morsa ferrea i testicoli della Riserva Federale. Come si muove, strilla. Bloccano gli “infetti” giocattoli Mattel? Rispondono mettendo al bando derivati agricoli arricchiti con troppo alluminio. Gli afoni vati della “volatilità” si affannano a spiegare che non c’è problema, che la Cina non può liberarsi a cuor leggero del cartaceo-USA senza deprezzare il suo malloppo, cioè senza danneggiare le sue esportazioni e riserve monetarie. In sostanza: chi ci smenerebbe di più? D’acchitto, però, balza alla vista che la salute degli
Stati Uniti sta nelle mani dei barbari d’Oriente, e questo non è proprio un bel vedere! La sostanza sarebbe questa: i cinesi ci smenano di più accettando l’imposizione di rivalutare il renmimbi o liberandosi gradualmente dei titoli e della valuta degli Stati Uniti? Questa è la questione. Da una parte c’è la possibilità di scegliere tra rivalutazione della propria moneta o svalutazione di quella del debitore, ma dall’altra c’è solo la prospettiva della recessione e dell’eclisse definitivo del
dollaro. Comunque vadano le cose, da un lato si profila un perdente sicuro, dall’altro c’è un giocatore con varie giocate a disposizione, e che potrebbe limitare i propri danni. Fino a quando potranno contare sulle trasfusioni ematiche delle “autonome” Banche centrali del Giappone e dell’ Europa? La fiction globalista, dopo i fasti delle scorribande filibustiere che sbancavano le economie latino-americane e dei piccoli e grandi dragoni, ebbra di “effetti tequila e vodka”, oggi non può più occultare l’ingovernabilità di un caos che ha varcato persino il perimetro del santuario di Wall Street.
La plutocrazia finanziaria riparata sotto l’ombrello del G7, ha fatto del dogma neoliberista il suo grido di guerra, ma i dogmi vanno bene per le religioni, non per la politica economica, nè per armonizzare il mondo e rendere più vivibile l’esistenza del pianeta e degli umani. Giocano con la logica del “tutto o niente”, e brandiscono la mannaia apocalittica del “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Ormai, però, non sono più gli unici giocatori globali, né i più importanti: l’unilateralismo è fallito nella geopolitica, nella guerra e nell’economia. Attorno al tavolo ci sono almeno altri 4 giocatori globali. Gli Stati Uniti devono mettere ordine nei propri conti, abbandonare un sistema di vita
manufatti bellici sofisticati, i loisirs di Hollywood, e la produzione incontrollata di cartamoneta e titoli. Né una geopolitica ispirata al vandalismo inconcludente e velleitario, che sistematicamente si sopravvaluta, ma è incapace di affermarsi persino su piccole nazioni rovinate da due guerre perdute, com’è quella iraqena. L’esportazione del suo sistema produttivo ha generato gran dipendenza e una innegabile vulnerabilità alle mosse di Pechino. E’ un segreto pubblico che è arrivato a conoscenza della plebe globale. E’ il caso di dire che “grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.
cento miliardi di euro per sostenere le banche europee che hanno speculato sulla bolla edilizia e dei facili prestiti americani. La Federal Reserve ha tirato fuori meno d'un decimo per sostenere i truffatori d'oltre Oceano, cioè 12 miliardi di dollari. Le Borse europee hanno perduto fino ad ora circa 160 miliardi di euro in valore delle azioni. E non è finita quì. Cosa significa tutto questo? Che noi europei, intendo dire noi cittadini tutti d'Europa, abbiamo dato una mano - e che mano! - per consentire agli americani di indebitarsi ancora di più. Cioè abbiamo pagato di tasca nostra una truffa colossale che il sistema bancario-finanziari
George Bush ha regalato miliardi di dollari di tasse non pagate. Risulta che, subito dopo l'11 settembre 2001, la Banca Centrale Europea sborsò, allo stesso nobile scopo, "soltanto" 70 miliardi di euro. Stiglitz ha scritto su Repubblica che Alan Greenspan non poteva non sapere che stava truffando gli investitori di tutto il mondo. Lui, insieme a George Bush. Ma tutti insieme, con la complicità della finanza europea, sono andati avanti fino al
disastro. Disastro che si ripercuoterà su di noi, ma non su di loro. Anche perchè all'indebitamento americano non c'è una cura. E loro troveranno il modo di distrarci facendo un'altra bella guerra umanitaria e per i diritti umani. Tutto ciò conferma che gli Stati Uniti d'America sono diventati il bubbone infetto che sta trascinando il mondo intero in un disastro immane. Quanto tempo occorrerà perchè le classi dirigenti europee smettano di imitare gli speculatori americani e cerchino di salvare il salvabile prendendo le distanze dal casinò impazzito che domina Wall Street?