lunedì, 08 settembre 2008
Pubblico di seguito un articolo che offre una chiave di lettura originale e controcorrente degli avvenimenti italiani.

E' un post apparso sul blog Ripensare Marx e firmato da Gianfranco La Grassa. Non ne condivido integralmente il contenuto (ad esempio, dissento dall'analisi e dal giudizio sprezzante, o comunque negativo, concernente le lotte del Sessantotto e del Settantasette), ma concordo su alcuni punti, anzitutto sulla valutazione espressa a proposito del ruolo destabilizzante svolto da Mani Pulite, un avvenimento interpretato come un golpe politico-istituzionale travestito sotto la nobile facciata di un'inchiesta giudiziaria.

Senza la bufera di Tangentopoli che nei primi anni '90 ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica (la corruzione e l'affarismo dilagano ancora oggi, in misura persino maggiore rispetto al passato, malgrado non esistano più i vecchi partiti di massa, i quali garantivano un argine in difesa della Costituzione e un minimo di partecipazione politica democratica), senza le campagne mediatiche che hanno scatenato un clima di aggressione squadrista, di caccia alle streghe, aizzando l'opinione pubblica nazionale, in Italia non sarebbe stato possibile attuare quelle svendite e privatizzazioni ad esclusivo vantaggio del capitalismo economico privato, di preziosi beni ed enti pubblici dello Stato, procedendo in pratica ad un'operazione eversiva di smantellamento totale della cosa pubblica, il cui ultimo bersaglio è costituito da Scuola e Sanità.

Un altro punto di convergenza con l'autore dell'articolo, riguarda la riflessione quasi "profetica" proposta da Pasolini rispetto al degrado storico-antropologico della realtà italiana a partire dal boom economico-consumistico degli anni '60. Un degrado socio-culturale crescente, di cui il berlusconismo è solo un effetto e non la causa.

E' POSSIBILE UNA SVOLTA?

di Gianfranco La Grassa

Ho detto molte volte, e lo ribadisco senza esitazioni, che il berlusconismo è prodotto e non causa del degrado politico – e del vero e proprio sprofondamento culturale –  prodottosi in Italia negli ultimi decenni, e acceleratosi senza dubbio dopo gli anni ’90 soprattutto successivamente a “mani pulite”.

Tale degrado è dunque un processo che precede e provoca l’ascesa di Berlusconi in campo politico e, di conseguenza, culturale. Del resto che Berlusconi non sia la causa dello sprofondamento in oggetto è dimostrato dal fatto che questo è generale in tutta Europa – pur se da noi conosce una particolare accentuazione – e, in generale, in tutto il capitalismo “occidentale” avanzato. Si parla spesso anche di americanizzazione.

Va detto allora che l’americanizzazione ha interessato pure gli Stati Uniti, poiché essi non sono stati per nulla caratterizzati negativamente in senso culturale, almeno fino agli ’70 circa.

Politicamente imperialisti, massacratori più o meno secondo gli standard di tutte le grandi potenze succedutesi nella storia dell’umanità, ma non depressi culturalmente: buona letteratura, buona (e nuova) musica, grande cinema, credo non abbiano sfigurato nemmeno … nelle arti figurative.

Inoltre, solo chi ha la puzza sotto il naso – in genere gli idealisti e gli hegeliani nostrani – sputano sulla filosofia; ad esempio quella pragmatista (Dewey, William James, e in più Pierce che è un notevole personaggio; più tanti altri).

Infine la scienza, che ha avuto i suoi massimi avanzamenti proprio in quel paese. Per merito di stranieri? Si anche, ma che sono stati accolti con facilità mettendo a loro disposizione enormi mezzi e istituzioni e laboratori avanzati per sviluppare le loro ricerche. Quindi, lasciamo perdere l’americanizzazione e il berlusconismo.

In realtà, aveva piena ragione Pasolini, certamente con particolare riferimento al nostro paese. Il degrado, rapido e devastante, è iniziato in definitiva nel ’68.

Se Pasolini avesse potuto vedere il ’77, sarebbe rimasto letteralmente inorridito, perché in quegli anni si è sprofondati nella notte più buia in specie “per merito“ di quei sedicenti ultrarivoluzionari di sinistra che furono gli “autonomi”, ancor oggi non placatisi e trasformatisi in varie guise, una più indecente e sragionante dell’altra.

Purtroppo, si è trattato di una buona dimostrazione del fatto che “il sonno della ragione genera mostri”. Da qui è derivata la nostra effettiva “catastrofe”, non dai “bottegai berlusconiani”.

Insomma, Pasolini aveva secondo me ragione da vendere nel giudizio negativo, morale più ancora che politico, espresso su quegli arroganti studentelli privi di qualsiasi idealità e valore, identificandoli quali “piccolo-borghesi” che volevano semplicemente sostituire i loro “padri”; certamente questi avevano messo in mostra gravi limiti e anche colpe, ma erano in genere dotati di uno spessore culturale, e spesso anche morale, che i pigmei e nanerottoli del ’68 (per non parlare appunto degli anni successivi) nemmeno sfioravano.

Probabilmente Pasolini commetteva errori politici (tattici) ed esagerava in qualche lode di troppo verso i poliziotti in quanto “contadini meridionali”. Certe repressioni feroci di quel periodo sono ben fisse nella nostra memoria; e del resto anche la Celere degli anni “di Scelba” non credo meriti la nostra riconoscenza!

Qui sto però solo giudicando del degrado politico-culturale indotto in Italia da certa sinistra che si finse rivoluzionaria. Poiché però quest’ultima mostrò presto il suo reale volto, fondamentalmente reazionario pur nell’ammodernamento dei “costumi” (più che altro quelli sessuali), riuscì nell’intento di impestare i media, sostituendo i “padri” in specie nei giornali, in TV, nell’editoria, ecc., anche grazie al fatto di essere cooptata da parte di una classe dirigente economica incapace di vera autonomia produttiva, sempre bisognosa di assistenza “pubblica” e di svendita allo straniero (predominante).

In questo modo, i “rivoluzionari” sessantotteschi e settantasettini – farseschi e drammatici nel contempo; veri eredi dei Demoni di Dostojevski – ebbero modo di produrre un autentico sconquasso presentato come “ammodernamento”, anzi come postmodernità.

L’attacco alla razionalità, alla scienza, all’idea di progresso, il catastrofismo oggi dilagante che si “predica” sia derivato dal “dominio della Tecnica”, provengono da questi settori reazionari; anche se poi seguiti da altri, che si collocano sul fronte apparentemente opposto, di una “destra” pur essa non istituzionale, che si crede erede delle correnti più radicali e “rivoluzionarie” del vecchio nazifascismo (settori rimasti però sempre in posizione secondaria rispetto a quelli “ultrasinistri”).

Infine, questi ultimi ebbero un altro colpo di fortuna. Crollò il sistema “socialista”, e dagli Usa (e dalla nostra GFeID, finanza e industria assistita) partì l’operazione “mani pulite” che “produsse” infine una sinistra – in entrambi i suoi rami: la moderata e la radicale – senza più le radici popolari del Pci; una sinistra che, per fortuna, comincia adesso ad essere abbandonata dalla Classe.

Questo marciume dilagante – effetto dello sprofondamento politico-culturale, ormai realizzatosi grazie al patrocinio della suddetta classe dirigente economico-finanziaria – ha confermato i suoi autori nel controllo dei canali di trasmissione di sedicente informazione e “cultura”; ed essi ne hanno approfittato per mascherarsi e diffondere del disastro un’interpretazione del tutto mistificante: la colpa è del berlusconismo.

Adesso veramente basta con questa menzogna; è indispensabile, innanzitutto, ristabilire la giusta sequenza dei processi “catastrofici”. La sinistra – quella dei movimenti del ’68, e ancor più del ’77, saldatisi nel ’92-‘93 con tutto il resto della sinistra sotto l’ala protettrice della GFeID legata ai predominanti statunitensi; sinistra divenuta sempre più un ammasso di “ceti medi”, soprattutto dei settori del “pubblico” – è la causa di questi processi, il resto ne è derivato ineluttabilmente. Si è dunque creato un bubbone “piccolo-borghese”, con a capo pochi acculturati senza scrupoli e ultra-ambiziosi, che manovrano schiere di lettori di brunovespaVespa e Camilleri (e magari di poco altro, ma non più della grande cultura classica e "borghese"), i quali hanno veramente provocato una frattura netta con le generazioni precedenti. Si tratta di quelli che predicano l’emozione contro la razionalità, la cultura del “corpo” messa in antitesi a quella dello spirito, il più disastroso dei relativismi condito di finta tolleranza, il più bieco lassismo anarcoide che ha disgregato ogni forma di reale e produttiva socialità. In certi momenti, sembra addirittura si sia interrotta una linea di civiltà che – in paesi di antica, millenaria, storia – rappresenta sempre un sedimento, un giacimento, cui si può attingere con effetti positivi perfino nelle epoche più buie. Invece oggi, questo è reso impossibile da questo gravissimo sprofondamento intuito dal grande Pierpaolo_Pasolini_2Pasolini, ma che ha poi progredito – grazie anche a quell’evento, un sostanziale “colpo di Stato” camuffato da operazione giudiziaria, prodottosi nel ’92-‘93 – a passi giganteschi. A me pare del tutto ovvio che la reazione a questa effettiva catastrofe non potesse che assumere, in Italia, le vesti pur esse meschine e squallide della cultura (e della politica) dei cosiddetti “bottegaio berlusconiano” e “industrialotto del nord-est”. A tutto questo è necessario reagire, pur sapendo che le volontà soggettive dovrebbero essere coadiuvate dall’evolvere di eventi capaci di mettere infine in moto processi storici di ben altro calibro e direzione. Tuttavia, i “soggetti” hanno intanto l’obbligo di ricominciare a pensare e, con le loro minime forze, di opporsi alle mistificazioni degli “intellettuali del degrado”. Bisogna affermare con forza: la conditio sine qua non di una possibile rigenerazione politico-culturale del nostro paese e del riannodarsi dei legami con il suo passato di grandi tradizioni culturali (e, lo ripeto, di civiltà) – rigenerazione che riuscirebbe, nel medesimo tempo, a combattere e superare anche la più sanguigna e concreta (meno parassitaria in ogni caso), ma comunque rozza, volgare e intellettualmente limitata, bossi-finisenzaconfini“classe dirigente” berlusconiana – è lo sbaraccamento definitivo di questa sinistra fatta di ceto medio (“piccolo-borghese”, soprattutto dei settori del “pubblico”); un ceto esattamente meschino, intellettualmente mediocre, e nel contempo protervo e arrogante, come lo dipinse Pasolini.Pasolini, 1975 Dobbiamo ricreare forze critiche, effettivamente contrarie a questo tipo di sistema sociale e politico, buttando però a mare questa sinistra, smettendo ogni tentativo di ricostituirla; perché ogni tentativo genera entità ancora più degenerate e ignobili. Non so quanta parte della sinistra, che pretende di essere comunista, abbia ancora un cervello pensante. Comunque, l’invito rivolto è precisamente in tal senso: abbandonate ogni velleitario tentativo di ricreare gruppetti e gruppetti di vecchi rigurgiti ideologici, ormai senza più appiglio con la realtà. Nello stesso tempo, smettetela con l’aggregazione ad una sinistra, più o meno moderata o invece finta radicale,Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil che è la causa reale del degrado, di cui indubbiamente la destra è poi il semplice riflesso speculare. Anzi, esiste proprio una vera cartina tornasole per saggiare se siamo o meno in presenza di puri mentitori e mistificatori: se si insiste oppure no sulla parola d’ordine dell’unirsi in nome dell’antiberlusconismo. Chiunque ancora la usi, è ipso facto il peggiore dei nemici, il vero obiettivo di un’azione di preliminare pulizia. Con quelli che hanno almeno capito questo imbroglio, si può ridiscutere; ma senza alcun tentativo di “rifondare il passato”. E’ necessario riemergere dallo sprofondamento culturale e politico di questi anni, per “costruire” qualcosa di nuovo e ancora impensato. Le piccole, infime, nostre forze s’impegneranno in questa direzione, con tutti coloro che hanno capito questi pochi punti. Non si creda di volerci creare ostacoli (“psicologici”) mostrando indignazione perché certi settori di “estrema destra” riportano alcune nostre analisi.

Noi ci rivolgiamo, puramente e semplicemente, agli individui che usano la ragione; a quelli che preferiscono utilizzare invece i soli “riflessi da cane di Pavlov”, senza valutare quello che noi diciamo – e senza prendere atto dello sforzo di rielaborazione teorica (nuova) che ci sta dietro, e che appare nel sito oltre che in libri e scritti vari su riviste – noi diciamo: non ci interessate, siete quelli della prevalenza delle emozioni sul cervello pensante, siete complici e conniventi con quella sinistra “intellettuale” che ha provocato lo sprofondamento politico-culturale da noi aborrito, facendolo passare per berlusconismo, un semplice effetto invece. Con voi abbiamo chiuso. Altrimenti, ricominciate a mettere in moto le sinapsi di quello che Woody Allen, spiritosamente, definì “il nostro secondo organo preferito”; se lo farete, siamo pronti al dialogo.

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giovedì, 28 agosto 2008

L’AMERICAN DREAM DEI REAZIONARI EUROPEI

La guerra in Georgia ha costituito un indiretto insuccesso militare degli zio_samStati Uniti, che è stato interpretato da alcuni come un segno significativo del declino americano, cosa che, sempre secondo alcuni, potrebbe favorire uno sganciamento dell’Europa dal dominio USA. Non c’è dubbio che la vittoria russa in Georgia abbia incontrato una malcelata simpatia nei gruppi dirigenti europei, stanchi dei soprusi statunitensi ed ansiosi di ritrovare un margine di manovra tramite il contrappeso russo.

Il problema è però che il dominio americano non rappresenta un semplice riflesso della Potere alienopotenza militare ed economica degli USA. Anzi, sin dal 1946 - anno di inizio di ciò che è impropriamente definito “impero americano” - le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti per realizzare i propri progetti di dominio globale sono risultate sempre più evidenti. La storia militare statunitense di questi ultimi sessanta anni è, infatti, più una storia di insuccessi militari che di vittorie. Già prima delle sconfitte nella guerra di Corea, i marines americani diedero prove disastrose sul terreno quando accorsero in appoggio di Chiang Kai-shek  nella guerra civile cinese, che vide poi la vittoria dei comunisti di Mao Tse Tung.

Fu nella guerra di Corea che il comandante in capo delle forze USA e ONU, Mc Arthur, inventò la formula propagandistica per la quale gli eroici soldati statunitensi venivano defraudati della vittoria dai loro pavidi dirigenti politici, timorosi di vincere davvero la guerra.

Questo tipo di propaganda vittimistica fu utilizzato poi massicciamente durante la guerra del Vietnam e negli anni successivi a quella guerra. Il vittimismo militare americano costituì infatti l’oggetto di famosi film come “Apocalypse Now”, in cui un pelato Marlon Brando pronunciava un monologo in cui attribuiva la sconfitta in Vietnam all’incapacità americana di emulare i Vietnamiti in fatto di crudeltà, e si richiamava ad un episodio in cui i Vietcong avrebbero tagliato un braccio a dei Vietnam_napalm_19721bambini loro connazionali, colpevoli di essersi lasciati vaccinare dai soccorrevoli soldati americani; questo episodio di crudeltà dei Vietcong non ha nessun riscontro in nessuna delle cronache dell’epoca, perciò costituisce una pura invenzione, anche se, grazie all’impatto del film, ha assunto la consistenza di un fatto realmente accaduto. Gli Stati Uniti hanno quindi costruito una propaganda che aveva il preciso scopo di dissimulare i limiti della loro potenza militare, attribuendo le sconfitte ad un eccesso di scrupoli morali. Tutto il dibattito imposto dalla propaganda americana è sempre infarcito di dilemmi morali, dilemmi tanto più fasulli dal momento che sono dei criminali in servizio permanente effettivo a proporli.

Del resto non si capisce quali scrupoli morali oggi si stiano facendo le truppe ed i mercenari statunitensi in Iraq ed in Afghanistan.iraq

Il dominio statunitense non è quindi legato esclusivamente o principalmente alla potenza militare, ma soprattutto all’alleanza organica con i reazionari di tutto il mondo. In Europa la reazione ha sogno-americanosognato l’America sin dagli inizi del ‘900 e, dalle pagine del “Mein Kampf”, si apprende che Hitler non faceva eccezione. La propaganda statunitense inventa ogni giorno un “nuovo Hitler”, però quello originale era un filo-americano.hitlerbush Nel 1946 le oligarchie europee sono diventate “americane” non per il timore di un’Unione Sovietica prostrata dalla guerra, ma per timore dei loro lotte_operaieoperai. Un avvenimento del 1946 di cui pochi storici si sono occupati - ad esempio: Joyce e Gabriel Kolko - riguarda l’esperienza dei consigli operai nella Germania Est. Questa parte della Germania era stata da sempre la meno industrializzata e, nello stesso periodo, la Germania Ovest deteneva l’ottanta per cento dei suoi impianti industriali ancora intatti, poiché in gran parte di proprietà di multinazionali americane, e infatti i bombardamenti USA si erano concentrati soprattutto sulle abitazioni civili e sulle città d’arte come Dresda.

Nonostante questa inferiorità in fatto di impianti industriali, la Germania Est superò nel corso del 1946 la produzione dell’Ovest, dimostrando che i consigli operai costituivano un’alternativa non solo in termini di giustizia, ma anche di efficienza.

Per un certo periodo, Stalin non si oppose all’esperienza dei consigli a causa dell’impellente bisogno di prodotti industriali da parte della Russia.

Quando gli operai di Berlino Est nel 1953 tentarono di riproporre quell’esperienza, la risposta del potere fu invece una brutale repressione. L’esperienza dei consigli operaioperai è stata screditata anche a causa dell’apologetica dei consiliaristi e dei situazionisti, che li hanno proposti come un improbabile modello di potere assoluto; in realtà la loro validità si dimostrò proprio nel determinare una spinta sociale a cambiamenti molto più vasti e profondi, cosa che determinò il terrore nelle oligarchie europee, che si dimostrarono pronte ad inchinarsi agli USA purché li difendessero da questa prospettiva. Il piano Marshall è presentato nei libri di storia come una grande prova di generosità americana, mentre in realtà costituì un finanziamento governativo alle esportazioni statunitensi; ma la cosa più rilevante è che esso fu accompagnato dalla imposizione di una serie di stretti vincoli alla spesa pubblica dei Paesi europei che determinarono una terribile depressione e una disoccupazione di massa.

Con il piano Marshall arrivarono in Europa anche le basi militari americane e, nel 1949, la NATO.

Le basi americane e NATO  per le oligarchie europee sono come tanti baluardi antioperai sparsi sul territorio, veri e propri templi dell’antioperaismo.

Fonte: Comidad

domenica, 06 aprile 2008

I CATTIVI PENSIERI SU MALPENSA

Nelle discussioni di questi ultimi giorni circa il rischio di chiusura corso dall’aeroporto di Malpensa, è mancata l’osservazione della prossimità dell’aeroporto stesso alla base NATO di Solbiate Olona.

Questa base è in piena espansione, anche per la costruzione di alloggi per i militari, perciò tende ormai a sconfinare nella zona dell’aeroporto civile. Che l’operazione colonialistica di Air France sia stata in realtà preparata e favorita dal colonialismo statunitense, è un sospetto che poggia su dati concreti.

Il precedente costituito dagli ostacoli che la base di Sigonella in Sicilia sta creando da anni al traffico aereo civile e ad un aeroporto relativamente piccolo come quello di Fontanarossa, avrebbe dovuto avvisare sul fatto che la presenza nel Nord-Italia di tre basi delle dimensioni di Aviano, Vicenza e Solbiate Olona sarebbe andata inevitabilmente a chiudere lo spazio aereo al traffico civile, considerando che Malpensa ha invece il volume di traffico di un aeroporto intercontinentale.

È chiaro però che, nella cosiddetta “sinistra radicale”,cosa_rossa nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei 11_settembre“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. In effetti è vero che anche una superpotenza super-militarizzata come gli Stati Uniti, non potrebbe coprire con installazioni militari funzionanti tutto questo territorio. Ma allora perché occuparlo? Un discorso che avrebbe dovuto ridimensionare il problema, in realtà è quello che apre il vero problema.

Tutta questa presenza capillare di basi USAu-sapevamu e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione  e nonostante la garanzia di tanta impunità, gli americani siano esseri talmente superiori, sovrumani, puri ed angelici che non ne approfitterebbero mai per contrabbandare in Italia oppiol’oppio afgano e il petrolio iracheno. Con la sua solita impudenza, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, disse in un’intervista televisiva di due anni fa di aver impedito una campagna di stampa che si stava profilando contro di lui negli Stati Uniti, semplicemente minacciando di rivelare il ruolo che aveva svolto la mafia per conto degli USA nell’esproprio dei terreni agricoli utilizzati per la base di Comiso in Sicilia. Comiso costituisce un paradigma interessante dei rapporti che gli USA e la NATO intrattengono con la criminalità organizzata. Anche la base di Comiso non è più realmente operativa, eppure gli Stati Uniti si guardano bene dal mollarla.

Il paradigma-Comiso potrebbe risultare utile anche per analizzare la questione della camorra in Campania e, sino a quattro o cinque anni fa, persino un giornale come “il Manifesto” qualche articoletto sul nesso NATO-criminalità organizzata se lo lasciava ancora sfuggire. Oggi, invece, dopo il ciclone-Roberto Roberto SavianoSaviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. Il fenomeno di divismo che è stato costruito su Roberto Saviano è indice del rilievo che la “Psycological war” gli attribuisce. Saviano è diventato un simbolo di successo da offrire alle giovani generazioni e, non a caso, viene spesso difeso dalle critiche con lo stesso argomento a cui ricorrono i vertici confindustriali, cioè l’accusa di invidia che colpisce ormai ogni manifestazione di dissenso.

Oggi c’è troppo scontento, perciò la “Psycological war” deve cercare di deviarlo su bersagli fittizi, meglio ancora se il colpevole viene individuato fra le stesse vittime. Che “la colpa è nostra” è uno di quegli argomenti che funzionano sempre, dato che non possono essere mai del tutto smentiti per quanto sono generici. Spostare dissensi e discussioni su un piano astratto è quanto di meglio possa ottenere la “Psycological War”, perciò non è un caso che lo stesso editore di Saviano - Mondadori -, abbia pubblicato anche il libro in cui Giulio Tremonti esponeva le sue tesi di “no global” di destra.

Sono risultate  già indicative alcune delle critiche che sono state rivolte a Tremonti, critiche secondo cui l’attuale crisi economico-finanziaria non sarebbe dovuta, come invece sostiene Tremonti, ad eccesso di “mercatismo”, ma, al contrario, al fatto che vi è troppo poco Mercato.

In realtà, si può affermare con altrettanta attendibilità che la crisi sia dovuta ad eccesso di Mercato oppure a mancanza di Mercato, poiché il “Mercato” non esiste:Globo-colonizzazione nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. Anche la “globalizzazione” costituisce un’astrazione ed uno slogan, perciò si può anche essere  “no global” senza accorgersi che il colonialismo e l’affarismo passano per cose concrete come l’occupazione militare di un territorio.

 

FLASH COMIDAD  

 

Conversioni  (1)

La conversione al cattolicesimo del vicedirettore del Corriere della sera Magdi Allam, musulmano non praticante, ha fatto il giro del mondo.

Ma in realtà, il battesimo impartito in VaticanoHitleRatzinger da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israelianaPalestina sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento  e storicamente conflittuale…).

D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);  oppure tutti e tre, come ha fatto Magdi Cristiano Allam.

 

Conversioni (2)

I fondamentalisti del libero mercato sono in crisi, si riscopre il protezionismo, l’intervento statale (cioè il denaro pubblico) non è più un tabù.

Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.

 Il capo della Deutsche Bank, Josef Ackermann, confessa di non credere più nelle capacità di Crisiautoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 11:08 | Permalink | commenti
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sabato, 02 febbraio 2008

Sulla questione della visita all’Università La Sapienza di Roma, HitleRatzingerRatzinger ha giocato astutamente ad atteggiarsi a vittima, ma è anche vero che i docenti che si opponevano alla sua visita hanno giocato a loro volta su una identificazione con Galileo che non aveva alcun fondamento storico. Nel processo di Galileo la questione dell’eliocentrismo e del geocentrismo fu marginale, poiché è ormai dimostrato che anche la teoria eliocentrica era ritenuta accettabile nell’ambito delle gerarchie ecclesiastiche, ed era stata persino utilizzata per risolvere alcuni problemi tecnici nella riforma del calendario operata dal papa Gregorio XIII nel 1582 (è lo stesso calendario che vige ancora adesso).

Lo scontro con Galileo fu determinato dal fatto che questi reclamava la sua autonomia come scienziato, cioè non accettava più una subordinazione gerarchica in cui ogni ricerca doveva essere condizionata dalla paternalistica accondiscendenza delle autorità ecclesiastiche. D’altra parte questa autonomia reclamata da Galileo si basava su un tipo di ricerca scientifica che poteva esercitarsi con risorse estremamente limitate.

Negli ultimi anni di vita, Galileo poté attuare importantissime ricerche di fisica con pochissimi soldi, cosa inconcepibile attualmente, dato che la ricerca dipende dai fondi che le vengono concessi e non certo dai permessi ecclesiastici.

Oggi la ricerca è finanziata da denaro pubblico, ma risponde  ad interessi privati. Questo intreccio tra denaro pubblico ed affarismo privato costituisce attualmente la vera forca caudina dello scienziato, perciò far finta di vivere ancora nel XVII secolo è un modo per non vedere ciò che accade oggi, ed anche per chiudere gli occhi di fronte al vero ruolo di un Ratzinger.

Quando a Stalin obiettarono che una sua decisione sarebbe dispiaciuta al papa, egli rispose con una domanda sarcastica : Mistici armati“Quante divisioni ha il papa?” La frase di stalinStalin era concreta, ma incompleta, in quanto avrebbe dovuto anche chiedere: “Quante banche ha il papa?” Ai tempi di Stalin la Chiesa Romana era ancora una potenza finanziaria in proprio, come lo era stata da sempre. Ancora prima che la Chiesa Cattolica diventasse  la religione di Stato dell’Impero Romano, questa identificazione tra Chiesa e Banca era essenziale, organica. Callisto I - da cui hanno preso il nome le famose catacombe e che fu papa dal 217 al 222 - era lo schiavo di un potente liberto imperiale, Carpoforo, anch’egli cristiano.

Sebbene  fosse giuridicamente uno schiavo, Callisto era a capo di una banca e fu protagonista di uno scandalo finanziario, per il quale venne anche arrestato, ma poi liberato proprio su pressione dei suoi creditori che speravano di riavere i loro soldi.

Papa Callisto I, banchiere e bancarottiere dei tempi eroici e pionieristici del cattolicesimo, oggi si rivolterebbe nella tomba se potesse vedere la sua creatura ridotta a potenza finanziaria subordinata, ad appendice e colonia della finanza tedesca.santi subito

Fatti fuori Sindona, papa Luciani e Calvi, la “finanza cattolica” non esiste praticamente più, ed il segno di questo tramonto è appunto la scomparsa dei papi italiani. papa-ratziRatzinger recita ad uso dei media la parte dell’intellettuale e del teologo, ma i suoi scritti sono dei collage di citazioni, tenute insieme da luoghi comuni e frasi fatte. Ratzinger non è lì in quanto “tradizionalista”, ma in quanto rappresentante dei poteri finanziari che oggi controllano la Chiesa Cattolica. Per un ricorso storico, la Germania espresse già agli inizi del XVI secolo una grave sfida finanziaria nei confronti del potere papale, quando Lutero, per conto dei Principi tedeschi, guidò la rivolta contro i tributi da versare a Roma sotto forma di indulgenze.

Grazie a quei soldi sottratti al papa, i Principi tedeschi lanciarono una terribile offensiva di classe contro le loro popolazioni contadine, stroncandone ogni tentativo di resistenza, fatto che lo stesso Lutero si incaricò di santificare, scrivendo che massacrare i contadini corrispondeva alla volontà divina.

Anche la storia della Riforma Protestante, è storia di denaro più che di idee religiose.

Fonte: www.comidad.org

mercoledì, 24 ottobre 2007
Voglio esprimere tutta la mia solidarietà morale e politica ai compagni anarchici arrestati a Spoleto e Perugia, in modo particolare a Michele Fabiani che conosco meglio degli altri. Sono sicuro che si tratta dell'ennesima montatura mediatico-politicatrashtv2 creata ad arte da un apparato ideologico-terroristicoA mano armata contro la Tv spazzatura al solo scopo di criminalizzare e reprimere il dissenso e il movimento anarchico e antagonista in genere. Michele e gli altri compagni di Spoleto sono stati arrestati proprio in quanto anarchici e rivoluzionari, ossia in quanto militanti di un movimento di lotta e di opposizione ad un sistema di barbarie, di ingiustizia, di oppressione e sfruttamento imposto ai danni del proletariato (specialmente quello più cosciente e combattivo)fiat_mirafiori e dei lavoratori salariati. Infatti, le accuse contestate ai compagni sono semplicemente lo strumento giuridico-normativo di questa aspra campagna di repressione e di propaganda controrivoluzionaria. D'altronde, non è la prima volta che accadono simili episodi. Si pensi soltanto ai casi storici più noti e significativi: Sacco e Vanzetti,sacco e vanzetti Pinelli, eccetera. Solo per rimanere nell'ambito della repressione contro il movimento anarchico. Perché Michele e gli altri compagni di Spoleto sono dichiaratamente attivisti e militanti anarchici e, in quanto tali, sono stati incriminati ed arrestati. Oggi attraversiamo una fase storica in cui il proletariato (specie quello più cosciente e rivoluzionario) si trova ad essere duramente sotto attacco. E il governo in carica, ritenuto un "governo amico" hitler_prodianche da vasti settori della cosiddetta "sinistra radicale", sta gettando benzina sul fuoco della repressione e della censura, come si evince anche (ma non solo) dal decreto legge che mira ad imbavagliare Internet ed in particolare i blog, ad arginare e limitare la libertà di informazione e controinformazione presente finora sulla rete web. Io ho conosciuto Michele Fabiani proprio sul forum di un sito anarchico di controinformazione chiamato Anarchaos. Michele è noto a molti anche grazie alle sue audaci e giuste battaglie e alle incisive inchieste di controinformazione condotte in materia di terrorismo e di torture tecnologiche, come quelle praticate, ad esempio, ai danni di Paolo Dorigo, che rappresenta il caso più conosciuto ed emblematico. Oggi siamo giunti ad un punto tale in cui un povero infortuni sul lavorooperaio è costretto, per disperazione, al suicidio perché non è più in grado di mantenere la propria famiglia, perché non è in condizione di continuare a pagare un mutuo per l'acquisto della Il_peso_dei_debiticasa (un diritto elementare!), perchè economicamente non riesce più ad arrivare alla fine della mese, se non addirittura a metà del mese! Ebbene, se e quando si suicida un operaio, nessuno (o quasi) si scandalizza più di tanto, nessuno (o quasi) grida allo scandalo, né si indigna o protesta. Invece, se e quando gli operai cominciano ad autorganizzarsi e a lottare contro le ingiustizie, le diseguaglianze e lo Vignetta di Vauro su Confindustria e ripresa economicasfruttamento attuato in fabbrica, oppure dal padrone di casa, o dalle banche armate ed usuraie che strozzano e spingono la gente al suicidio, allora scatta immediatamente un meccanismo di criminalizzazione e di propaganda ideologico-terroristica, teso a colpire e reprimere chi contesta, chi lotta con coraggio e si ribella contro un sistema politico e socio-economico così costituito.Ladri, ladroni e banchieri Michele e gli altri compagni arrestati sono soltanto gli ultimi casi di una lunga serie di atti repressivi commessi ai danni dei proletari più coscienti e rivoluzionari, anarchici, comunisti, antagonisti in genere. Incriminati ed arrestati solo in quanto tali, ossia in quanto oppositori di questo sistema barbaro, violento e disumano, in quanto attivisti di un movimento anticapitalista ed antimperialista che non potrà mai essere fermato e neutralizzato da nessuna repressione. Tanto meno da questo governo "amico"!resistere
domenica, 16 settembre 2007

dal Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Che cos'è questo golpe? di Pier Paolo PasoliniPasolini, 1975

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della piazza_fontanastrage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di Amintore Fanfanipotenti,Giulio_andreotti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum". Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la cossigaprotezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale santovitocolpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un Pierpaolo_Pasolini_2intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.licio gelli a sorpresa Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un chaucer-pasoliniintellettuale (scomodo, ndr). Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.resistenza-genova All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al gramsciPartito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, andreotti_provvidenzacorrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella andreottidegenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.andreotti_omissis Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi contestazioneVenezial'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire. Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera Giulio nazionaleclasse politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei gelli licioresponsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Parola di pasolini con veltroniPier Paolo Pasolini. Parole acute e illuminanti di un geniale "profeta". Parole aspre e sferzanti di un ingegno "profetico".  Parole ancora attuali e presenti, profondamente vive e penetranti, dolorosamente incarnate nella cruda e ripugnante realtà che ci circonda. Parole infuocate e taglienti che infilzano i corpi con la lama rovente ed affilata della scritti_corsariscrittura. Parole strazianti e scandalose, che non hanno paura, non si vergognano, non si nascondono vili e timorose dietro l'angolo, al riparo da eventuali reazioni del sistema, all'insegna della meschinità, dell'ipocrisia e del conformismo imperanti. Al contrario sono parole intrepide e generose, che si manifestano palesemente e si lanciano all'arrembaggio contro le menzogne e gli inganni del Potere più laido ed osceno. Parole esplosive che percuotono i timpani, che lacerano le coscienze, lasciano il segno nella carne, che urlano e pretendono giustizia (non vendetta). Parole non vane, che non si annoiano e non si stancano, non si lasciano svuotare e dimenticare dal tempo, dalla morte, né si lasciano trasportare dal vento, ma soffiano e fischiano più forte di una bufera. Parole impetuose e furiose come una tempesta verbale. Parole "corsare"...

Infine, leggi anche "Io so chi ammazzò Pier Paolo"...

postato da: luciospartaco alle ore 16:36 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 12 settembre 2007

ALLEATI ALL’AFFARISMO

 

Venerdì scorso le prime pagine dei quotidiani italiani sono state dedicate ad un barbierevideo ipoteticamente attribuito all’ipotetico attentatore dell’11 settembre. L’enfasi data a questa non-notizia fa contrasto con i toni dimessi con cui pochi giorni prima era stata diffusa la vicenda del ferimento di alcuni soldati italiani in Afghanistan. La versione ufficiale delle circostanze di questo ferimento era, come al solito, falsa sino all’insolenza, poiché ci veniva fatto sembrare che i nostri soldati se ne stessero andando in giro per i fatti loro, quando si sarebbero imbattuti in un ordigno dei brutali terroristi. Ma si tratta di bollettini di guerra, i quali, per definizione, rispondono ad esigenze militari e non di informazione. In ambito militare la disinformazione è un’arma come le altre, ma il vero problema è che la lotta al terrorismo e le “missioni umanitarie” hanno creato uno stato di guerra permanente, che autorizza di fatto i governi ad operare una disinformazione permanente. Infatti a tutt’oggi non si sa quale sia l’effettivo impegno italiano in il_ritiroAfghanistan in termini di uomini e mezzi. Non si sa neppure quale sia l’effettivo budget della missione, poiché le vere spese possono essere inserite e dissimulate anche in altre voci del bilancio dello Stato. Le prime pagine dei quotidiani del 7 settembre quindi non davano informazione sull’Afghanistan, in compenso fornivano giustificazione alla prosecuzione dell’avventura afgana del nostro governo. Questo zelo dei giornalisti è abbastanza comprensibile, se si considera che tutti i quotidiani sono di proprietà di gruppi affaristici che si avvantaggiano in qualche modo delle spese militari.soldati Quando si dice che la guerra ha cause economiche si entra in affermazioni e questioni metafisiche, ma quando si osserva che guerra e affarismo sono fenomeni così intrecciati da risultare spesso indistinguibili, allora si fa una constatazione persino ovvia. Si parla tanto di ridurre la spesa pubblica, ma quanto incidano oggi le spese militari sul bilancio, è in pratica  un segreto di Stato. È un segreto anche quanto le spese militari incidano nel determinare l’urgenza di tagli in altri settori.meno_spese_militari Sino all’aggressione NATO alla Serbia, una delle formule propagandistiche più frequenti per giustificare l’adesione dell’Italia a quel patto di alleanza, era che, senza la presenza dei generosi Stati Uniti, un Paese come il nostro avrebbe dovuto spendere molto di più per la difesa. Oggi questa giustificazione risulta falsa in modo molto più evidente di dieci anni fa. Gli ultimi governi italiani hanno aumentato enormemente le spese militari, anche se nella realtà hanno investito pochissimo per la difesa vera e propria. Il governo italiano, ad esempio, non spende nulla per rafforzare ed aggiornare la contraerea e le batterie costiere, mentre spende tantissimo per elicotterielicottero_da_combattimento da combattimento che sono utili solo per fare dell’antiguerriglia nei Paesi che va ad aggredire. I costi di un elicottero antiguerriglia inoltre sono fantasmagorici, incomparabilmente superiori a quelli di qualsiasi artiglieria contraerea. Da ciò si capisce perché gli affaristi - e per loro i giornalisti - siano interessati all’aggressione a lontani Paesi, ma se ne infischino della difesa del “sacro suolo della Patria”.pecorella E risulta anche che lo Stato italiano spende sempre di più per esigenze militari, per risultare in definitiva sempre più indifeso. Ma questo è appunto l’effetto di certe “alleanze”.

Fonte: www.comidad.org

sabato, 08 settembre 2007
 

11 settembre : Undici settembre a Roma, Villaggio Globalemovimento-di-inchiesta-11-settembre

Sabato prossimo, incontrandosi a Roma al Villaggio Globale (qui il programma dettagliato), il movimento italiano sull’11 settembre avrà modo di far parlare fra loro le sue tante anime nate e cresciute in rete. Nelle premesse dovrebbe essere un incontro ben diverso da quello dello scorso anno all’Arena del Sole di Bologna. Proiezione di alcuni spezzoni del film zeroZero, brevi collegamenti con Webster Tarpley e Julez Edward (l’organizzatore di United for Truth, la manifestazione di Bruxelles del 9) e poi lunga discussione sulle questioni che più interessano, a partire dalla proposta della commissione internazionale di inchiesta. Qui ad esempio i nodi da sciogliere sono diversi: come arrivarci, dove farla, come formare un pool di esperti che dia garanzie di indipendenza e di rigore quanto meno sul piano logico e investigativo, come difendere il loro operato dalle pressioni e dagli attacchi che tutti possiamo immaginare.Vogliamo ascoltare la voce di molti attivisti, dialogheremo con Giulietto_ChiesaGiulietto Chiesa e con Massimo Mazzucco (in collegamento dagli Stati Uniti), ci confronteremo sul tipo di iniziative da fare qui in Italia dopo un’estate nella quale la strategia dei fabbricanti di opinione è passata dal discredito e dal debunking al tentativo, ancor più sottile e pericoloso, di arruolare il movimento per la verità sull’11 settembre nel fantomatico “partito dei negazionisti”. I segnali in questo senso sono stati dati ad alto livello (parliamo di Italia, ovviamente…): due articoli sulle “pagine culturali” di importanti giornali, il primo dell’11 luglio su “La Stampa” e il secondo la settimana scorsa sul “Corriere”. Sul quotidiano torinese Marco Ventura, Balle_spazialisparando nomi a destra e a manca, ha fatto entrare Massimo Mazzucco e noi di Faremondo nella «galassia negazionista» in quanto sostenitori, a suo parere, di un «revisionismo» che attribuirebbe l’11 settembre ad una «congiura di sionisti e Cia». Sulla vicenda, originata come si ricorderà dal “caso Moffa”, si può riandare alla replica di Mazzucco su Luogocomune del 30 luglio, che giustamente ha poi chiesto all’articolista di indicare le frasi e i luoghi in cui avesse sostenuto quanto da lui asserito. Ma sappiamo come vanno queste cose con i giornalisti. Noi di Faremondo abbiamo sperimentato lo stesso trattamento (e anche di peggio in passato). Nonostante il programma dicesse ben altro, il nostro ciclo di conferenze intitolato Mondo zio_samcanaglia è stato fatto passare dallo stesso Ventura come seminario di controinformazione «sull’Olocausto». Dunque la manovra nei confronti del movimento è ormai scoperta e possiamo intuire a cosa punti. La mossa successiva l’ha compiuta il 27 agosto il “Corriere”. Recensendo Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso (l’antologia introdotta da Giulietto Chiesa che accompagnerà l’uscita imminente del film), Dario Fertilio etichetta il libro come «un caso di “negazionismo colto”, che ricorda non troppo alla lontana quello famoso sulla Shoah, e che rispetto a quello può essere letto in parallelo». A quanto sembra, non sperano più di ridurci all’insignificanza totale sguinzagliando schiere di debunkers: sul piano dell’analisi fattuale e delle coerenza logica il movimentoinside_job ha dimostrato di essere un osso duro. Vogliono portare l’attacco su un terreno in apparenza più favorevole al mainstream culturale italiano. Accomunare il movimento di inchiesta sull’11 settembre e i “negazionisti dell’Olocausto” potrebbe allora far scattare un tipo di bagarre mediatica più rissosa a suon di appelli di condanna sottoscritti da cordate di politici, intellettuali, storici, ecc., con la prevedibile mobilitazione della “comunità ebraica”, la corsa alla solidarietà di “importanti cariche istituzionali” e così via. Marciume italiota allo stato puro.bin_laden
Occorre discutere e mettere in conto anche un’operazione di questo tipo, ovviamente. Ma continuando per la propria strada e senza abboccare. Ad esempio si può chiedere con pacatezza a tutti i giornalisti e ai fabbricanti d’opinione che ci accusano di “negazionismo” di spiegarci come mai per tutta l’estate abbiamo dovuto assistere ad un susseguirsi di dichiarazioni su Al Qaedaosamacarriles che sarebbe più forte che nel 2001 e pronta a colpire, con telepredicatori miliardari i quali rivelano come Dio gli abbia confidato che ci sarà una strage enorme (nucleare) su suolo americano sul finire del 2007, per non dimenticare uomini dell’asse finanziario stay behind di Cheney (tipi come George Schultz e Rupert Murdoch) che, nel bel mezzo della crisi dei “mercati finanziari” soccorsi in liquidità delle banche centrali, costringono il loro pupillo ad un forcing psicologico ossessivo sui settori dell’amministrazione Bush che ancora “frenano” sulla programmata aggressione all’Iran… Dovranno spiegarci tutto questo, come e perché si producono questi fatti e tutte queste avvisaglie di un altro 11 settembre11 settembre. In questo modo non daremo loro lo spazio logico per spingerci nell’angolo putrido del “negazionismo”. Il problema, infatti, non è mai stato nella nostra tendenza a negare alcunché, ma nel peso delle cose che vengono affermate e portate avanti da personaggi sinistri e potenti come quelli sopra nominati. Lanciamo dunque la pallina fuori dai campi da gioco che vorrebbero imporci e forse i prossimi sentieri del movimento italiano sull’11 settembre li cominceremo a vedere da dove la pallina stessa si sarà di nuovo fermata. A Roma l’8 settembre proveremo a fare anche questo.
Emanuele Montagna, Faremondo

mercoledì, 29 agosto 2007

Il paradosso mercantilista: lo Stato finanzia Wall Street

Negli Stati Uniti, dall’inizio dell’anno il settore finanziario ha licenziato 88.000 funzionari ed impiegati, mentre nel 2006 persero il lavoro 50.237 persone. I licenziamenti dall’inizio di agosto sfiorano i 21.000 (1). C’è stata una forte impennata nell’esecuzione dei pignoramenti ed espropriazioni di appartamenti ed edifici: 179.600 nel solo mese di luglio. Il senatore C. Dodd retiene che “da uno a tre milioni di persone potrebbero perdere la loro casa”. Queste poche cifre indicano con chiarezza la gravità della Il_peso_dei_debiticrisi del settore inmobiliario degli Stati Uniti, che covava sotto la cenere mediatica da molto tempo, ma veniva sistematicamente ignorata o minimizzata. Ora che l’esplosione è avvenuta, emergono le caratteristiche distruttrici di un collasso che sta facendo tremare il cosiddetto sistema finanziario internazionale. I “furbetti della bolla immobiliaria”, vale a dire gli usurai globali che avevano gonfiato all’infinito il valore dei titoli dell’industria del mattone, oggi alzano bandiera bianca. La “bolla” gli è scoppiata in faccia perché non c’è più una relazione credibile tra il valore di un edificio reale e quello dei “titoli” che li rappresentano. Una cosa è un edificio, altro sono i titoli immobiliari o gli hedge funds che li “assicurano”; una cosa è l’economia reale altro è l’economia cartacea del capitalismo globalista. Tra le due c’è un abisso, su cui regna sovranamente la dollariplutocrazia finanziaria. A differenza delle favole, però, i mega-speculatori vengono premiati. In loro soccorso arriva a sirene spiegate la crocerossa delle banche centrali che usano con gran disinvoltura i denari dell’erario pubblico. “Immissione di liquidità nel mercato” viene definito il salvataggio dei pirati nel gergo dei bassifondi bancari: grazie finanziamento pubblico! “E’ il male minore” si affrettano a dire senza pudore. La Banca Centrale Europea (BCE) finora ha sganciato 120 miliardi di dollari per soccorrere i truffatori d’oltreoceano e i loro compari speculatori delle banche europee. Si premiano gli infami, li si incoraggia a perseverare. E’ una autentica istigazione a colletti-bianchidelinquere. Siamo al teatro dell’assurdo o al funerale del buon senso: i negatori radicali di ogni intervento pubblico nell’economia sono provvidenzialmente salvati con quantità industriali di denaro pubblico. I becchini dello Stato succhiano avidi le sue mammelle. Si tratta dello stesso denaro che - in nome della “autonomia” delle banche centrali - sarebbe irresponsabile destinare alle pensioni, al sistema sanitario o educativo. Le classi dirigenti della politica sono ridotte ad eseguire le deliberazioni prese in occulta sede dal potere reale del mondo: sono semplici notai o scrivani delle periferie imperiali. Il dogma neoliberista proibisce di salvare l’Alitalia o le industrie nazionali, ma è molto zelante e servile con gli simpsonsburnsspeculatori, si chiamino Parmalat o Borsa. Il libero mercato è un modello teorico che sopravvive solo nelle facoltà di economia o nelle redazioni. Non è un caso che Rupert Murdoch, il satrapo della comunicazione planetaria, abbia appena comprato il Wall Street Journal. L’interventismo statale, che si manifesta con le odierne alluvionali “immissioni di liquidità”, ci dice che il libero mercato non esiste. Non è un mercato, tantomeno è libero. E’ solo una ideologia millenarista delle élites, riemergente in ogni finale di secolo. Il malconcio sistema finanziario internazionale e la credibilità del dollaro - ormai seriamente compromessa anche a livello di immagine - sono momentaneamente puntellati dalle riserve monetarie delle Banche centrali del G7. Impazzano i poeti della “volatilità”, e c’è una proliferazione di eufemismi e metafore scadenti per occultare questa realtà, o per minimizzarne le conseguenze. I più arditi, come al solito post festum, segnalano le carenze di strumenti giuridici per poter controllare i corsari delle Borse, ed invocano la necesità di “domare le finanze che mischiano temerarietà ed avidità” (2). I più coraggiosi puntano il dito contro il monopolio delle tre agenzie qualificatrici di rischio, ma dimenticano che Standard & Poors, Moodys e Fitch agiscono con molta solerzia quando si tratta di dare le pagelle ai Paesi indebitati del mondo non industrializzato, non altrettanto con i consorzi privati multinazionali. E tacciono sul fatto che hanno infiltrato le presidenze delle “autonome” banche centrali. I tre “qualificatori” non sono arbitri, tantomeno imparziali, ma azionisti e biscazzieri dei casinò in cui smerciano le loro fiches corporative. Tutti i quimbypolitici di Washington, da Obama alla coppia Clinton, esigono all’unisono che la Cina proceda ipso facto alla rivalutazione della sua moneta, unico modo - a loro dire - per bloccare la “sleale concorrenza”, frenare le esportazioni cinesi e favorire quelle statunitensi. Ignorano che negli ultimi due anni il renmimbi si è rivalutato del 10% sul dollaro, ma questo non è servito a nulla, e il bilancio favorevole alla Cina continua a sfiorare i 27 miliardi. Ancora una volta: che fine ha fatto il libero mercato? Dalle cronache minimaliste di questa afosa fine estate, si apprende che la Cina avrebbe in mano il pallino. Con 1,3 bilioni di dollarsdollari stivati nelle sue riserve monetarie - di cui 900 miliardi in un mix di buoni della tesoreria e titoli - stringe in una morsa ferrea i testicoli della Riserva Federale. Come si muove, strilla. Bloccano gli “infetti” giocattoli Mattel? Rispondono mettendo al bando derivati agricoli arricchiti con troppo alluminio. Gli afoni vati della “volatilità” si affannano a spiegare che non c’è problema, che la Cina non può liberarsi a cuor leggero del cartaceo-USA senza deprezzare il suo malloppo, cioè senza danneggiare le sue esportazioni e riserve monetarie. In sostanza: chi ci smenerebbe di più? D’acchitto, però, balza alla vista che la salute degli god bless americaStati Uniti sta nelle mani dei barbari d’Oriente, e questo non è proprio un bel vedere! La sostanza sarebbe questa: i cinesi ci smenano di più accettando l’imposizione di rivalutare il renmimbi o liberandosi gradualmente dei titoli e della valuta degli Stati Uniti? Questa è la questione. Da una parte c’è la possibilità di scegliere tra rivalutazione della propria moneta o svalutazione di quella del debitore, ma dall’altra c’è solo la prospettiva della recessione e dell’eclisse definitivo del no_dollaridollaro. Comunque vadano le cose, da un lato si profila un perdente sicuro, dall’altro c’è un giocatore con varie giocate a disposizione, e che potrebbe limitare i propri danni. Fino a quando potranno contare sulle trasfusioni ematiche delle “autonome” Banche centrali del Giappone e dell’ Europa? La fiction globalista, dopo i fasti delle scorribande filibustiere che sbancavano le economie latino-americane e dei piccoli e grandi dragoni, ebbra di “effetti tequila e vodka”, oggi non può più occultare l’ingovernabilità di un caos che ha varcato persino il perimetro del santuario di Wall Street.wall street La plutocrazia finanziaria riparata sotto l’ombrello del G7, ha fatto del dogma neoliberista il suo grido di guerra, ma i dogmi vanno bene per le religioni, non per la politica economica, nè per armonizzare il mondo e rendere più vivibile l’esistenza del pianeta e degli umani. Giocano con la logica del “tutto o niente”, e brandiscono la mannaia apocalittica del “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Ormai, però, non sono più gli unici giocatori globali, né i più importanti: l’unilateralismo è fallito nella geopolitica, nella guerra e nell’economia. Attorno al tavolo ci sono almeno altri 4 giocatori globali. Gli Stati Uniti devono mettere ordine nei propri conti, abbandonare un sistema di vita sogno-americanodepredatore, e rassegnarsi che non si può vivere eternamente al di sopra dei propri mezzi. Sono passati 60 anni da quando producevano il 60% delle mercanzie circolanti nel globo; oggi sono il Paese più inebitato del mondo. Sarà sempre più difficile nel futuro sopravivere accumulando irresponsabilmente debiti. Non basta più un’economia cha ha come caposaldo la produzione di killer-colamanufatti bellici sofisticati, i loisirs di Hollywood, e la produzione incontrollata di cartamoneta e titoli. Né una geopolitica ispirata al vandalismo inconcludente e velleitario, che sistematicamente si sopravvaluta, ma è incapace di affermarsi persino su piccole nazioni rovinate da due guerre perdute, com’è quella iraqena. L’esportazione del suo sistema produttivo ha generato gran dipendenza e una innegabile vulnerabilità alle mosse di Pechino. E’ un segreto pubblico che è arrivato a conoscenza della plebe globale. E’ il caso di dire che “grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

Tito Pulsinelli

(1) Studio di Challenger, Gray and Christmas
(2) Bernard Connolly, da
The Daily Telegraph (20/8/07)

Fonte: Carmillaonline

mercoledì, 29 agosto 2007
IL CROLLO della borsa di wall street
 
IL Bubbone a stelle e strisce
Allora facciamo un pò di conti: la Banca Centrale Europea ha sganciato più di banconoteeurocento miliardi di euro per sostenere le banche europee che hanno speculato sulla bolla edilizia e dei facili prestiti americani. La Federal Reserve ha tirato fuori meno d'un decimo per sostenere i truffatori d'oltre Oceano, cioè 12 miliardi di dollari. Le Borse europee hanno perduto fino ad ora circa 160 miliardi di euro in valore delle azioni. E non è finita quì. Cosa significa tutto questo? Che noi europei, intendo dire noi cittadini tutti d'Europa, abbiamo dato una mano - e che mano! - per consentire agli americani di indebitarsi ancora di più. Cioè abbiamo pagato di tasca nostra una truffa colossale che il sistema bancario-finanziario americano e mondiale ha permesso di realizzare, a vantaggio dei super ricchi americani cui pabushoGeorge Bush ha regalato miliardi di dollari di tasse non pagate. Risulta che, subito dopo l'11 settembre 2001, la Banca Centrale Europea sborsò, allo stesso nobile scopo, "soltanto" 70 miliardi di euro. Stiglitz ha scritto su Repubblica che Alan Greenspan non poteva non sapere che stava truffando gli investitori di tutto il mondo. Lui, insieme a George Bush. Ma tutti insieme, con la complicità della finanza europea, sono andati avanti fino al usa_mortedisastro. Disastro che si ripercuoterà su di noi, ma non su di loro. Anche perchè all'indebitamento americano non c'è una cura. E loro troveranno il modo di distrarci facendo un'altra bella guerra umanitaria e per i diritti umani. Tutto ciò conferma che gli Stati Uniti d'America sono diventati il bubbone infetto che sta trascinando il mondo intero in un disastro immane. Quanto tempo occorrerà perchè le classi dirigenti europee smettano di imitare gli speculatori americani e cerchino di salvare il salvabile prendendo le distanze dal casinò impazzito che domina Wall Street?