

E' un post apparso sul blog Ripensare Marx e firmato da Gianfranco La Grassa. Non ne condivido integralmente il contenuto (ad esempio, dissento dall'analisi e dal giudizio sprezzante, o comunque negativo, concernente le lotte del Sessantotto e del Settantasette), ma concordo su alcuni punti, anzitutto sulla valutazione espressa a proposito del ruolo destabilizzante svolto da Mani Pulite, un avvenimento interpretato come un golpe politico-istituzionale travestito sotto la nobile facciata di un'inchiesta giudiziaria.

Senza la bufera di Tangentopoli che nei primi anni '90 ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica (la corruzione e l'affarismo dilagano ancora oggi, in misura persino maggiore rispetto al passato, malgrado non esistano più i vecchi partiti di massa, i quali garantivano un argine in difesa della Costituzione e un minimo di partecipazione politica democratica), senza le campagne mediatiche che hanno scatenato un clima di aggressione squadrista, di caccia alle streghe, aizzando l'opinione pubblica nazionale, in Italia non sarebbe stato possibile attuare quelle svendite e privatizzazioni ad esclusivo vantaggio del capitalismo economico privato, di preziosi beni ed enti pubblici dello Stato, procedendo in pratica ad un'operazione eversiva di smantellamento totale della cosa pubblica, il cui ultimo bersaglio è costituito da Scuola e Sanità.
Un altro punto di convergenza con l'autore dell'articolo, riguarda la riflessione quasi "profetica" proposta da Pasolini rispetto al degrado storico-antropologico della realtà italiana a partire dal boom economico-consumistico degli anni '60. Un degrado socio-culturale crescente, di cui il berlusconismo è solo un effetto e non la causa.
E' POSSIBILE UNA SVOLTA?
di Gianfranco La Grassa
Ho detto molte volte, e lo ribadisco senza esitazioni, che il berlusconismo è prodotto e non causa del degrado politico – e del vero e proprio sprofondamento culturale – prodottosi in Italia negli ultimi decenni, e acceleratosi senza dubbio dopo gli anni ’90 soprattutto successivamente a “mani pulite”.

Tale degrado è dunque un processo che precede e provoca l’ascesa di Berlusconi in campo politico e, di conseguenza, culturale. Del resto che Berlusconi non sia la causa dello sprofondamento in oggetto è dimostrato dal fatto che questo è generale in tutta Europa – pur se da noi conosce una particolare accentuazione – e, in generale, in tutto il capitalismo “occidentale” avanzato. Si parla spesso anche di americanizzazione.
Va detto allora che l’americanizzazione ha interessato pure gli Stati Uniti, poiché essi non sono stati per nulla caratterizzati negativamente in senso culturale, almeno fino agli ’70 circa.

Politicamente imperialisti, massacratori più o meno secondo gli standard di tutte le grandi potenze succedutesi nella storia dell’umanità, ma non depressi culturalmente: buona letteratura, buona (e nuova) musica, grande cinema, credo non abbiano sfigurato nemmeno … nelle arti figurative.

Inoltre, solo chi ha la puzza sotto il naso – in genere gli idealisti e gli hegeliani nostrani – sputano sulla filosofia; ad esempio quella pragmatista (Dewey, William James, e in più Pierce che è un notevole personaggio; più tanti altri).
Infine la scienza, che ha avuto i suoi massimi avanzamenti proprio in quel paese. Per merito di stranieri? Si anche, ma che sono stati accolti con facilità mettendo a loro disposizione enormi mezzi e istituzioni e laboratori avanzati per sviluppare le loro ricerche. Quindi, lasciamo perdere l’americanizzazione e il berlusconismo.
In realtà, aveva piena ragione Pasolini, certamente con particolare riferimento al nostro paese. Il degrado, rapido e devastante, è iniziato in definitiva nel ’68.

Se Pasolini avesse potuto vedere il ’77, sarebbe rimasto letteralmente inorridito, perché in quegli anni si è sprofondati nella notte più buia in specie “per merito“ di quei sedicenti ultrarivoluzionari di sinistra che furono gli “autonomi”, ancor oggi non placatisi e trasformatisi in varie guise, una più indecente e sragionante dell’altra.

Purtroppo, si è trattato di una buona dimostrazione del fatto che “il sonno della ragione genera mostri”. Da qui è derivata la nostra effettiva “catastrofe”, non dai “bottegai berlusconiani”.

Insomma, Pasolini aveva secondo me ragione da vendere nel giudizio negativo, morale più ancora che politico, espresso su quegli arroganti studentelli privi di qualsiasi idealità e valore, identificandoli quali “piccolo-borghesi” che volevano semplicemente sostituire i loro “padri”; certamente questi avevano messo in mostra gravi limiti e anche colpe, ma erano in genere dotati di uno spessore culturale, e spesso anche morale, che i pigmei e nanerottoli del ’68 (per non parlare appunto degli anni successivi) nemmeno sfioravano.
Probabilmente Pasolini commetteva errori politici (tattici) ed esagerava in qualche lode di troppo verso i poliziotti in quanto “contadini meridionali”. Certe repressioni feroci di quel periodo sono ben fisse nella nostra memoria; e del resto anche
Qui sto però solo giudicando del degrado politico-culturale indotto in Italia da certa sinistra che si finse rivoluzionaria. Poiché però quest’ultima mostrò presto il suo reale volto, fondamentalmente reazionario pur nell’ammodernamento dei “costumi” (più che altro quelli sessuali), riuscì nell’intento di impestare i media, sostituendo i “padri” in specie nei giornali, in TV, nell’editoria, ecc., anche grazie al fatto di essere cooptata da parte di una classe dirigente economica incapace di vera autonomia produttiva, sempre bisognosa di assistenza “pubblica” e di svendita allo straniero (predominante).
In questo modo, i “rivoluzionari” sessantotteschi e settantasettini – farseschi e drammatici nel contempo; veri eredi dei Demoni di Dostojevski – ebbero modo di produrre un autentico sconquasso presentato come “ammodernamento”, anzi come postmodernità.
L’attacco alla razionalità, alla scienza, all’idea di progresso, il catastrofismo oggi dilagante che si “predica” sia derivato dal “dominio della Tecnica”, provengono da questi settori reazionari; anche se poi seguiti da altri, che si collocano sul fronte apparentemente opposto, di una “destra” pur essa non istituzionale, che si crede erede delle correnti più radicali e “rivoluzionarie” del vecchio nazifascismo (settori rimasti però sempre in posizione secondaria rispetto a quelli “ultrasinistri”).

Infine, questi ultimi ebbero un altro colpo di fortuna. Crollò il sistema “socialista”, e dagli Usa (e dalla nostra GFeID, finanza e industria assistita) partì l’operazione “mani pulite” che “produsse” infine una sinistra – in entrambi i suoi rami: la moderata e la radicale – senza più le radici popolari del Pci; una sinistra che, per fortuna, comincia adesso ad essere abbandonata dalla Classe.

Questo marciume dilagante – effetto dello sprofondamento politico-culturale, ormai realizzatosi grazie al patrocinio della suddetta classe dirigente economico-finanziaria – ha confermato i suoi autori nel controllo dei canali di trasmissione di sedicente informazione e “cultura”; ed essi ne hanno approfittato per mascherarsi e diffondere del disastro un’interpretazione del tutto mistificante: la colpa è del berlusconismo.
Adesso veramente basta con questa menzogna; è indispensabile, innanzitutto, ristabilire la giusta sequenza dei processi “catastrofici”. La sinistra – quella dei movimenti del ’68, e ancor più del ’77, saldatisi nel ’92-‘93 con tutto il resto della sinistra sotto l’ala protettrice della GFeID legata ai predominanti statunitensi; sinistra divenuta sempre più un ammasso di “ceti medi”, soprattutto dei settori del “pubblico” – è la causa di questi processi, il resto ne è derivato ineluttabilmente. Si è dunque creato un bubbone “piccolo-borghese”, con a capo pochi acculturati senza scrupoli e ultra-ambiziosi, che manovrano schiere di lettori di
Vespa e Camilleri (e magari di poco altro, ma non più della grande cultura classica e "borghese"), i quali hanno veramente provocato una frattura netta con le generazioni precedenti. Si tratta di quelli che predicano l’emozione contro la razionalità, la cultura del “corpo” messa in antitesi a quella dello spirito, il più disastroso dei relativismi condito di finta tolleranza, il più bieco lassismo anarcoide che ha disgregato ogni forma di reale e produttiva socialità. In certi momenti, sembra addirittura si sia interrotta una linea di civiltà che – in paesi di antica, millenaria, storia – rappresenta sempre un sedimento, un giacimento, cui si può attingere con effetti positivi perfino nelle epoche più buie. Invece oggi, questo è reso impossibile da questo gravissimo sprofondamento intuito dal grande
Pasolini, ma che ha poi progredito – grazie anche a quell’evento, un sostanziale “colpo di Stato” camuffato da operazione giudiziaria, prodottosi nel ’92-‘93 – a passi giganteschi. A me pare del tutto ovvio che la reazione a questa effettiva catastrofe non potesse che assumere, in Italia, le vesti pur esse meschine e squallide della cultura (e della politica) dei cosiddetti “bottegaio berlusconiano” e “industrialotto del nord-est”. A tutto questo è necessario reagire, pur sapendo che le volontà soggettive dovrebbero essere coadiuvate dall’evolvere di eventi capaci di mettere infine in moto processi storici di ben altro calibro e direzione. Tuttavia, i “soggetti” hanno intanto l’obbligo di ricominciare a pensare e, con le loro minime forze, di opporsi alle mistificazioni degli “intellettuali del degrado”. Bisogna affermare con forza: la conditio sine qua non di una possibile rigenerazione politico-culturale del nostro paese e del riannodarsi dei legami con il suo passato di grandi tradizioni culturali (e, lo ripeto, di civiltà) – rigenerazione che riuscirebbe, nel medesimo tempo, a combattere e superare anche la più sanguigna e concreta (meno parassitaria in ogni caso), ma comunque rozza, volgare e intellettualmente limitata,
“classe dirigente” berlusconiana – è lo sbaraccamento definitivo di questa sinistra fatta di ceto medio (“piccolo-borghese”, soprattutto dei settori del “pubblico”); un ceto esattamente meschino, intellettualmente mediocre, e nel contempo protervo e arrogante, come lo dipinse Pasolini.
Dobbiamo ricreare forze critiche, effettivamente contrarie a questo tipo di sistema sociale e politico, buttando però a mare questa sinistra, smettendo ogni tentativo di ricostituirla; perché ogni tentativo genera entità ancora più degenerate e ignobili. Non so quanta parte della sinistra, che pretende di essere comunista, abbia ancora un cervello pensante. Comunque, l’invito rivolto è precisamente in tal senso: abbandonate ogni velleitario tentativo di ricreare gruppetti e gruppetti di vecchi rigurgiti ideologici, ormai senza più appiglio con la realtà. Nello stesso tempo, smettetela con l’aggregazione ad una sinistra, più o meno moderata o invece finta radicale,
che è la causa reale del degrado, di cui indubbiamente la destra è poi il semplice riflesso speculare. Anzi, esiste proprio una vera cartina tornasole per saggiare se siamo o meno in presenza di puri mentitori e mistificatori: se si insiste oppure no sulla parola d’ordine dell’unirsi in nome dell’antiberlusconismo. Chiunque ancora la usi, è ipso facto il peggiore dei nemici, il vero obiettivo di un’azione di preliminare pulizia. Con quelli che hanno almeno capito questo imbroglio, si può ridiscutere; ma senza alcun tentativo di “rifondare il passato”. E’ necessario riemergere dallo sprofondamento culturale e politico di questi anni, per “costruire” qualcosa di nuovo e ancora impensato. Le piccole, infime, nostre forze s’impegneranno in questa direzione, con tutti coloro che hanno capito questi pochi punti. Non si creda di volerci creare ostacoli (“psicologici”) mostrando indignazione perché certi settori di “estrema destra” riportano alcune nostre analisi.

Noi ci rivolgiamo, puramente e semplicemente, agli individui che usano la ragione; a quelli che preferiscono utilizzare invece i soli “riflessi da cane di Pavlov”, senza valutare quello che noi diciamo – e senza prendere atto dello sforzo di rielaborazione teorica (nuova) che ci sta dietro, e che appare nel sito oltre che in libri e scritti vari su riviste – noi diciamo: non ci interessate, siete quelli della prevalenza delle emozioni sul cervello pensante, siete complici e conniventi con quella sinistra “intellettuale” che ha provocato lo sprofondamento politico-culturale da noi aborrito, facendolo passare per berlusconismo, un semplice effetto invece. Con voi abbiamo chiuso. Altrimenti, ricominciate a mettere in moto le sinapsi di quello che Woody Allen, spiritosamente, definì “il nostro secondo organo preferito”; se lo farete, siamo pronti al dialogo.

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nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei
“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. 
e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione
l’oppio afgano e il petrolio iracheno.
Saviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. 



nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. 

da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israeliana
sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento
D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);
Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.
autoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.



“Quante divisioni ha il papa?”
Stalin era concreta, ma incompleta, in quanto avrebbe dovuto anche chiedere: “Quante banche ha il papa?” 






potenti,
che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il
protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'
colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un 
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al 
corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo:
degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi 
classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei 


tante vicende di ordinaria amministrazione capitalistica. Un pubblico ministero donna dai saldi principi morali dedica la propria vita a combattere crimini politico-finanziari, a scapito del suo stesso equilibrio psichico e dei rapporti famigliari. Il potere che esercita sulla vita degli
imputati la fa sentire un paladino della società civile, ma pian piano comprenderà di non essere altro che una pedina sovra-determinata da un potere indipendente dalla sua volontà ed abbandonerà ogni velleità di "giustizia".
Il film vuole infatti mostrare come vi sia una logica sistemica che accomuna la sete di denaro dei pescecani della finanza a quella "giustizialista" di chi ne combatte le illegalità. Un intreccio di interessi conflittuali ma complementari, all'insegna dell’ipocrisia che anima la decrepita società borghese. Insomma, la commedia del potere…
cento miliardi di euro per sostenere le banche europee che hanno speculato sulla bolla edilizia e dei facili prestiti americani. La Federal Reserve ha tirato fuori meno d'un decimo per sostenere i truffatori d'oltre Oceano, cioè 12 miliardi di dollari. Le Borse europee hanno perduto fino ad ora circa 160 miliardi di euro in valore delle azioni. E non è finita quì. Cosa significa tutto questo? Che noi europei, intendo dire noi cittadini tutti d'Europa, abbiamo dato una mano - e che mano! - per consentire agli americani di indebitarsi ancora di più. Cioè abbiamo pagato di tasca nostra una truffa colossale che il sistema bancario-finanziari
George Bush ha regalato miliardi di dollari di tasse non pagate. Risulta che, subito dopo l'11 settembre 2001, la Banca Centrale Europea sborsò, allo stesso nobile scopo, "soltanto" 70 miliardi di euro. Stiglitz ha scritto su Repubblica che Alan Greenspan non poteva non sapere che stava truffando gli investitori di tutto il mondo. Lui, insieme a George Bush. Ma tutti insieme, con la complicità della finanza europea, sono andati avanti fino al
disastro. Disastro che si ripercuoterà su di noi, ma non su di loro. Anche perchè all'indebitamento americano non c'è una cura. E loro troveranno il modo di distrarci facendo un'altra bella guerra umanitaria e per i diritti umani. Tutto ciò conferma che gli Stati Uniti d'America sono diventati il bubbone infetto che sta trascinando il mondo intero in un disastro immane. Quanto tempo occorrerà perchè le classi dirigenti europee smettano di imitare gli speculatori americani e cerchino di salvare il salvabile prendendo le distanze dal casinò impazzito che domina Wall Street?
capitalismo. La colpa sarebbe di alcuni esponenti illustri, tanto politici che dell’alta finanza, i quali si comporterebbero, diciamo così, in maniera poco ortodossa. Naturalmente, il giornalista fa appello alla sana economia di mercato, alla libera mano smithiana che dovrebbe ricondurre ogni cosa al suo “naturale” equilibrio, a quella “panacea” (la solita ideologia “mercatistica” che copre la reale natura del conflitto tra dominanti) che crea i giusti anticorpi contro i giochi sporchi e le collusioni finanziario-politiche che danneggiano il paese. Riva parte dagli scandali più evidenti degli ultimi tempi per la sua invettiva e tira fuori il crack Parmalat nonché, en passant l’affaire Antonveneta-BPI e poi quello Unipol-BNL. Riva si chiede come mai in Italia ci siano tante mele marce e, soprattutto, perchè, nonostante la magistratura rivolga spesso le sue “premure” contro le alte sfere del potere, quando le magagne riguardano i “monarchi” dell’economia o della politica tutto finisce sotto la sabbia. E già, vallo a chiedere a
Prodi o a D’Alema o a Fassino. Come mai… Ma con chi ce l’ha davvero Riva? A cosa è dovuta questa requisitoria contro una parte del capitalismo italiano, quello più truffaldino che non rispetterebbe le regole del gioco? Il giornalista la prende alla lontana, ma l’oggetto della sua indignazione non è puramente sistemico quanto piuttosto riconducibile a certi uomini in carne ed ossa,
Fazio? Il giornalista lo chiama in causa perché era il deus ex machina delle scalate ordite dai furbetti del quartierino, ma in qualche modo costui ha già pagato le sue nefandezze con la discesa dalle scale di Palazzo Koch. Ovvio che il problema non è affatto l’ex governatore di Bankitalia,
Consorte e compagni di merende vari. Tutti i protagonisti di quella sfortunata stagione ribattezzata dei “furbetti del quartierino” secondo le parole di uno dei suoi protagonisti, hanno più o meno pagato il loro scotto con l’allontanamento dalle cariche prestigiose prima ricoperte (proprio tutti non direi, visto che i politici sfiorati da questi fattacci sono ben saldi al loro posto). Riva tira in ballo tutti questi personaggi solo perché gli serve una pietra di paragone per parlare di un altro pezzo da novanta, quello che al contrario dei Fazio o dei Consorte è ancora in voga. Chi? Geronzi, naturalmente. A Riva pare non andare a genio il fatto che uno degli accusati per il
crak Parmalat sia arrivato nel posto più alto di Piazzetta Cuccia. E sì, perché alla testa di Mediobanca è arrivato uno che più che un banchiere bisognerebbe definire un “bancarottiere”. Difatti, oltre a quel prestito da 50 milioni a Callisto Tanzi, in momento in cui l’impresa parmense era ai suoi ultimi rantoli, c’è questo “scaldaletto” della Italcase, per il quale il padrone di Capitalia ha ricevuto due interdizioni temporanee dalle attività da parte della magistratura. Certo Riva ha ragione a scandalizzarsi, ma che ci vuoi fare non tutti sono uguali nelle avversità, ubi major minor cessat, direbbero i latini. Ma le catilinarie proferite da Riva, con tanta fatua apprensione per le sorti del nostro capitalismo, le ho già sentite da qualche altra parte e con le stesse motivazioni. Ciò che più preoccupa il giornalista dell’Espresso è: “che l'uomo seduto al vertice dell'istituto di Piazzetta
Cuccia ha ricevuto tanto importante investitura da una compagine di azionisti nella quale figura una parte sostanziosa del gotha finanziario nazionale: gruppi quali Pirelli, Pesenti, Ligresti, Mediolanum oltre che, naturalmente, Unicredit e Capitalia. Né meno rilevante è l'elenco pur sommario delle società partecipate da Mediobanca sulle quali dalla sua poltrona
Cesare Geronzi è in grado di esercitare un'ampia gamma di condizionamenti. Innanzi tutto, il gigante assicurativo-bancario delle Generali, ma poi anche l'impresa editrice del 'Corriere della Sera' e
banca d'affari italiana che a sua volta è decisiva negli assetti di Generali (touchè!). “È da sempre pacificamente riconosciuto che il problema di Mediobanca consiste nell'esistenza di un conflitto di interessi con le banche azioniste. A me pare che il problema si aggravi passando da due banche a una sola, anche se con una partecipazione dimezzata […] o la nuova banca riduce in modo significativo la propria partecipazione in piazzetta Cuccia 