| Cosa resterà di questo congresso di Chianciano del PRC? |
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Partiamo dalle immagini. La cosa più strabiliante sono stati gli otto minuti otto di applausi seguiti all´intervento di Fausto Bertinotti, il leader che ha scientificamente demolito il partito per traghettarne le macerie nel nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra Arcobaleno subendo una sconfitta catastrofica. ![]() Ebbene, questo signore non solo non è andato a rinchiudersi per sempre nel monastero del monte Athos, ma è tornato sul luogo del delitto dopo un brevissimo momento di auto-oscuramento per rendere più sensazionale la rentrée, ha spiegato a modo suo le ragioni della sconfitta, ha dettato la linea politica del nuovo soggetto, ha sponsorizzato il suo nuovo portavoce e ha ricevuto dai suoi adepti una standing ovation. E´ mancata solo la ola.
![]() E´ come se Edmondo Fabbri, commissario tecnico della nazionale italiana di calcio ai mondiali del 1966 in Gran Bretagna, al ritorno in Italia dopo la storica sconfitta con i dilettanti della Corea del Nord costata l´eliminazione dalle fasi finali del torneo, fosse stato accolto da ovazioni anziché da pomodori, uova e contumelie varie.
![]() Da notare che non c´è stato un quotidiano che abbia rilevato questa anomalia. Tutti si sono profusi in lodi sperticate per il semplice delegato di Cosenza, per
Fausto il rosso che torna e picchia duro. Tutti i quotidiani compresa Liberazione erano nettamente schierati con Bertinotti e Vendola, rappresentanti di quella sinistra pseudo-radicale che fa tanto comodo al PD e ai padroni. Tutti costoro, a maggior ragione dopo l´apoteosi con lacrime di Bertinotti, davano per certa l´elezione di don Niki Vendola alla segreteria del partito. Ma la fotografia più significativa del congresso di Chianciano rimarrà quella delle facce sbigottite e atterrite di Bertinotti, Vendola e di buona parte della nomenklatura che assiste incredula alla vittoria di Paolo Ferrero mentre più di metà sala col pugno alzato canta Bandiera rossa e invoca comunismo, comunismo. Dopo anni di demonizzazione del comunismo e di smantellamento ideologico del partito, di forzature staliniste per imporre il nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, dopo una consultazione degli iscritti ultrataroccata che avrebbe fatto inorridire persino la peggiore DC e nonostante il massiccio esodo in uscita di tanti onesti compagni, questi signori si accorgono di essere minoranza.
La Stampa scrive che Vendola deluso e arrabbiato... accusa i suoi avversari di aver usato linguaggi e strumenti di lotta volgari. Dice che ha sentito pulsioni plebeiste che non avevano mai avuto cittadinanza dentro Rifondazione.
Accusa Ferrero di slealtà perché si è candidato solo all´ultimo momento. E conclude lapidario: "Considero questo congresso come la fine della Rifondazione Comunista che ho contribuito a fondare, il compimento di una sconfitta elettorale, un arretramento culturale". Mentre
Bertinotti ritiene che Bandiera rossa è stata cantata in modo intimidatorio e confida: "Qui bisogna cominciare a temere per la nostra incolumità fisica, questi sono peggio di Di Pietro: riapriranno le galere." Il sempre bene informato Riccardo Barenghi su La Stampa di lunedì 28 luglio rivela che nella notte fra sabato e domenica nella hall del suo albergo, Vendola ha la faccia stravolta. Ha appena saputo che Ferrero era riuscito nel miracolo di mettere insieme le quattro mozioni. Si sfoga: "Roba da chiamare il 113 per come si comportano. Una cosa raccapricciante sono peggio della destra... ora faranno la costituente comunista. Lui ha vinto e noi che abbiamo guidato questo partito per 14 anni, non abbiamo capito come era fatto. E´ una comunità terapeutica. Dovrei fare la secessione della Puglia. Hanno preparato un documento delirante. Io mi ritiro".![]() Infine sempre Barenghi, un anticomunista che per anni ha diretto il giornale comunista Il manifesto, esprime tutto il suo disappunto per l´esito congressuale in un editoriale dal titolo Piccolo mondo antico e rimprovera ai suoi beniamini Bertinotti, Giordano e Vendola di non essere riusciti in 14 anni a trasformare la natura profonda del loro partito.
Invece, tutti i compagni del PRC che ho incontrato alla fiaccolata NO-TAV di lunedì sera 28 luglio a Sant´Antonino di Susa erano moderatamente soddisfatti dell´esito congressuale; alcuni ex iscritti mi hanno confessato che nel vedere la faccia stravolta di Bertinotti
hanno gioito come non gli succedeva da anni. Alla manifestazione valsusina erano rigorosamente assenti i rappresentanti torinesi del documento Vendola, notoriamente più che possibilisti sul TAV. Questa vicenda è esemplare per comprendere il ruolo del futuro soggetto unitario e plurale della sinistra. La banda Favaro, che ha governato per anni la federazione provinciale, ha abbandonato da tempo le manifestazioni di piazza preferendogli il tavolo istituzionale. Per rimarcare questa scelta ha scomunicato il circolo PRC di Bussoleno che da almeno dieci anni si batteva con intransigenza senza se e senza ma contro la realizzazione del TAV e ha aperto in Bassa Valle un altro circolo più sensibile alle esigenze della federazione torinese.
L´esigenza primaria dei dirigenti rifondaroli è quella di non rompere per nessun motivo con Chiamparino, Saitta e Bresso per non dover mollare le seggiole istituzionali. Ormai da tempo il PRC torinese svolge il ruolo che negli anni Settanta alla
Fiat Mirafiori era proprio degli "addetti alle relazioni sindacali". Costoro erano ambiziosi studenti-lavoratori o neo-laureati in Scienze Politiche alle dipendenze del capo del personale e fungevano da primo filtro delle rivendicazioni operaie, dovevano attutirne l´impatto, cercare insomma di raffreddare le patate bollenti. Negli intervalli delle trattative fraternizzavano con i delegati sindacali più disponibili alla macchinetta del caffé, magari spiegando che anche loro erano dei semplici lavoratori; una volta accorciate le distanze con la controparte, era più facile ammorbidire le richieste operaie. Gli operai avevano soprannominato queste figure professionali i vasellina. Chiusa parentesi NO-TAV, torniamo al PRC. Provo a fare qualche considerazione sul congresso e ad azzardare qualche previsione. Il congresso di Chianciano ha avuto l´esito più sensato e naturale.
Le sorprese semmai si sono verificate nei congressi di circolo che hanno rivelato un insospettato altissimo tasso di clientelismo, in particolare al sud dove ha stravinto il documento Vendola.
Nonostante gli aiutini esterni, Vendola non è riuscito ad ottenere il 50%+1 dei delegati che gli avrebbe consentito di imporre subito il soggetto unitario e plurale ed è stato costretto ad aprire una seconda campagna acquisti. Impensabile una trattativa con i tre documenti di minoranza troppo distanti politicamente e moralmente dallo stile Vendola, non restava che agganciare l´alleato di Ferrero, Claudio Grassi.
Ma avendo degli impegni stringenti con Sinistra Democratica, Vendola non poteva offrire nulla di consistente a Grassi, ad esempio sul mantenimento della falce e martello nel simbolo, che potesse giustificare una onorevole giravolta della corrente Essere Comunisti.
![]() Dal canto suo Ferrero, se voleva essere eletto segretario non aveva altra strada che trattare con le correnti di minoranza. Basta comparare il documento iniziale della corrente Ferrero e il documento finale approvato dal congresso per accorgersi della virata a sinistra, anche se, come ha ripetutamente dichiarato Ferrero, la costituente comunista non sta scritta da nessuna parte.
L´improvviso riaccendersi della passione comunista con il classico finale al canto di Bandiera rossa e pugni chiusi non deve trarre in inganno.
Solo due settimane fa ho ascoltato l´intervento al congresso provinciale torinese di un esponente di primo piano della corrente Ferrero che non ha perso l´occasione per ricordare tutti i crimini del comunismo.
In secondo luogo tutti sanno che di stupendi documenti come di buoni programmi sono sempre state rivestite le politiche istituzionali del PRC, con il risultato finale che sappiamo. La posta in gioco nel congresso era il controllo del partito.
Perché chi controlla il partito ha più possibilità d´accaparrarsi la cospicua eredità del defunto PRC, i suoi beni immobili, i finanziamenti statali e i rimborsi elettorali che giungeranno ancora per qualche anno, il simbolo che permette a quei rimborsi di arrivare ecc.
Chi si aspettava grandi analisi o revisioni sui cambiamenti nella società italiana, sulle questioni sociali o su quelle internazionali evidentemente non conosce la profonda natura opportunista e istituzionalista del PRC e il livello culturale dei dirigenti che hanno gestito il partito.
All´interno del PRC hanno sempre convissuto almeno dieci partiti diversi, ma esisteva ed esiste tuttora un undicesimo partito che attraversa gli altri dieci, il più potente di tutti, cioè quello che riunisce gli eletti nelle istituzioni, che sono poi coloro che hanno sempre pesantemente condizionato la linea politica del partito.
E adesso che succede? Per azzardare delle previsioni, occorre tenere ben presente il calendario politico. La corrente di Vendola Rifondazione per la sinistra ha già fissato a Roma una manifestazione o qualcosa di simile quasi o proprio in concomitanza con una convention della Costituente della sinistra organizzata dalla Sinistra Democratica di Claudio Fava.
Don Niki non può permettersi il lusso di far rifluire nel PD gli ultimi scappati di casa dei DS. Costoro essendo solo ceto politico valgono elettoralmente lo 0,1-0,2%, ma è importante la loro presenza perchè la nascita del nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, ampiamente sponsorizzato dal
PD, verrà giocata tutta dal punto di vista mediatico. Poi nel mese di ottobre sono previste altre due manifestazioni a Roma. Una è quella indetta già da tempo da Veltroni per tentare di rendere più coese le due o più anime del PD. L´altra è quella contro le politiche antipopolari del governo Berlusconi annunciata da Diliberto che vuole bissare la grande manifestazione comunista del 20 ottobre scorso indetta da PRC e PDCI e che fu boicottata da SD.Al momento è più che probabile che le date delle due manifestazioni non coincideranno. Questi due appuntamenti riveleranno lo stato di decomposizione e/o di avanzamento dei lavori nella sinistra.
Ad esempio, se Veltroni dovesse accentuare un pochino il carattere antiberlusconiano della sua iniziativa, un Vendola allergico alle falci e ai martelli ormai integrato con SD potrebbe optare per andare in piazza col PD. Intanto, Vendola e compari non si danno pace per la sconfitta congressuale e stanno attuando un pressing molto intenso orchestrato dal direttore di Liberazione l´amerikano doc Piero Sansonetti verso tutti i dirigenti del documento Ferrero.
Questa offensiva che può essere riassunta nel concetto ma che cosa ci azzeccate con i comunisti? è stata affidata a sottili intellettuali iscritti al PRC come la famosa Graziella Mascia, o a sponsor esterni come Marco Revelli e Alberto Asor Rosa sempre disponibili a perorare le cause perdenti, vedi la Sinistra l´Arcobaleno.
Tutte queste iniziative, queste manovre, sono in campo in vista della scadenza più importante di tutte, quella delle elezioni europee del maggio-giugno 2009. Detto in modo più esplicito, fra nove o dieci mesi si torna a votare.
E probabilmente, oggi tutto lascia supporre che ciò avverrà con una legge elettorale con sbarramento al 4%. Nella più ottimistica delle ipotesi a sinistra del PD saranno presenti due liste. Molto dipende soprattutto da cosa decide di fare da grande Paolo Ferrero.
![]() Dell´attacco alle libertà da parte del governo
Berlusconi, della crisi economica che ghermisce sempre più vasti strati di popolazione e di una alternativa secca al regime veltrusconiano ne parliamo dopo le ferie, per chi ci può andare. Nel frattempo fabbri e tesorieri sono sempre in allarme rosso, come le tasche della maggioranza degli italiani.Cesare Allara
Fonte: Mercante di Venezia
Link correlati: Il Pane e le rose - Bellaciao - Sinistra Critica - Senza Soste - Area Critica - Arianna Editrice - Bergamo Blog
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Fausto il rosso
che torna e picchia duro. Tutti i quotidiani compresa Liberazione erano nettamente schierati con Bertinotti e Vendola, rappresentanti di quella sinistra pseudo-radicale che fa tanto comodo al PD e ai padroni. Tutti costoro, a maggior ragione dopo l´apoteosi con lacrime di Bertinotti, davano per certa l´elezione di don Niki Vendola alla segreteria del partito. Ma la fotografia più significativa del congresso di Chianciano rimarrà quella delle facce sbigottite e atterrite di
Bertinotti, Vendola e di buona parte della nomenklatura che assiste incredula alla vittoria di Paolo Ferrero mentre più di metà sala col pugno alzato canta Bandiera rossa e invoca comunismo, comunismo. Dopo anni di demonizzazione del comunismo e di smantellamento ideologico del partito, di forzature staliniste per imporre il nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, dopo una consultazione degli iscritti ultrataroccata che avrebbe fatto inorridire persino la peggiore DC e nonostante il massiccio esodo in uscita di tanti onesti compagni, questi signori si accorgono di essere minoranza.

Bertinotti ritiene che Bandiera rossa è stata cantata in modo intimidatorio e confida: "Qui bisogna cominciare a temere per la nostra incolumità fisica, questi sono peggio di Di Pietro: riapriranno le galere." Il sempre bene informato Riccardo Barenghi su La Stampa di lunedì 28 luglio rivela che nella notte fra sabato e domenica nella hall del suo albergo, Vendola ha la faccia stravolta. Ha appena saputo che Ferrero
era riuscito nel miracolo di mettere insieme le quattro mozioni. Si sfoga: "Roba da chiamare il 113 per come si comportano. Una cosa raccapricciante sono peggio della destra... ora faranno la costituente comunista. Lui ha vinto e noi che abbiamo guidato questo partito per 14 anni, non abbiamo capito come era fatto. E´ una comunità terapeutica. Dovrei fare la secessione della Puglia. Hanno preparato un documento delirante. Io mi ritiro"..jpg)

hanno gioito come non gli succedeva da anni. Alla manifestazione valsusina erano rigorosamente assenti i rappresentanti torinesi del documento Vendola, notoriamente più che possibilisti sul TAV. Questa vicenda è esemplare per comprendere il ruolo del futuro soggetto unitario e
plurale della sinistra. La banda Favaro, che ha governato per anni la federazione provinciale, ha abbandonato da tempo le manifestazioni di piazza preferendogli il tavolo istituzionale. Per rimarcare questa scelta ha scomunicato il circolo PRC di Bussoleno che da almeno dieci anni si batteva con intransigenza senza se e senza ma contro la realizzazione del TAV e ha aperto in Bassa Valle un altro circolo più sensibile alle esigenze della federazione torinese.
Fiat Mirafiori era proprio degli "addetti alle relazioni sindacali". Costoro erano ambiziosi studenti-lavoratori o neo-laureati in Scienze Politiche alle dipendenze del capo del personale e fungevano da primo filtro delle rivendicazioni operaie, dovevano attutirne l´impatto, cercare insomma di raffreddare le patate bollenti. Negli intervalli delle trattative
fraternizzavano con i delegati sindacali più disponibili alla macchinetta del caffé, magari spiegando che anche loro erano dei semplici lavoratori; una volta accorciate le distanze con la controparte, era più facile ammorbidire le richieste operaie. Gli operai avevano soprannominato queste figure professionali i vasellina. Chiusa parentesi NO-TAV, torniamo al PRC. Provo a fare qualche considerazione sul congresso e ad azzardare qualche previsione. Il congresso di Chianciano ha avuto l´esito più sensato e naturale.
Nonostante gli aiutini esterni, Vendola non è riuscito ad ottenere il 50%+1 dei delegati che gli avrebbe consentito di imporre subito il soggetto unitario e plurale ed è stato costretto ad aprire una seconda campagna acquisti. Impensabile una trattativa con i tre documenti di minoranza troppo distanti politicamente e moralmente dallo stile Vendola, non restava che agganciare l´alleato di Ferrero, Claudio Grassi.


In secondo luogo tutti sanno che di stupendi documenti come di buoni programmi sono sempre state rivestite le politiche istituzionali del PRC, con il risultato finale che sappiamo. La posta in gioco nel congresso era il controllo del partito.

All´interno del PRC hanno sempre convissuto almeno dieci partiti diversi, ma esisteva ed esiste tuttora un undicesimo partito che attraversa gli altri dieci, il più potente di tutti, cioè quello che riunisce gli eletti nelle istituzioni, che sono poi coloro che hanno sempre pesantemente condizionato la linea politica del partito.
PD, verrà giocata tutta dal punto di vista mediatico. Poi nel mese di ottobre sono previste altre due manifestazioni a Roma. Una è quella indetta già da tempo da Veltroni per tentare di rendere più coese le due o più anime del PD. L´altra è quella contro le politiche antipopolari del governo Berlusconi annunciata da Diliberto che vuole bissare la grande manifestazione comunista del 20 ottobre scorso indetta da PRC e PDCI e che fu boicottata da SD.



Ferrero, invece, se non vuole tornare con la coda fra le gambe all´interno della sua ex maggioranza bertinottiana, non ha altra strada che la ricomposizione della diaspora comunista come predica da tempo Diliberto.
Che non si risolve solo con l´accoppiamento PRC-PDCI, ma con il coinvolgimento paritario di Sinistra Critica e del PCL, sempre che Turigliatto e Ferrando non pensino ancora una volta di dichiararsi soddisfatti di una percentuale da prefisso telefonico.
Berlusconi, della crisi economica che ghermisce sempre più vasti strati di popolazione e di una alternativa secca al regime veltrusconiano ne parliamo dopo le ferie, per chi ci può andare. Nel frattempo fabbri e tesorieri sono sempre in allarme rosso, come le tasche della maggioranza degli italiani.


In realtà la borghesia ha sempre mistificato il significato profondo di quegli avvenimenti e gli storici borghesi (di destra o di sinistra non fa differenza) lo hanno sempre presentato come la ”rivolta studentesca", la più importante di un movimento che si ebbe anche in Italia, negli USA, e un po' in tutti i paesi più industrializzati.
Oggi la borghesia sta addirittura cercando di snaturare il significato della Rivoluzione d'ottobre, presentata come il colpo di Stato dei bolscevichi assetati di sangue e di potere invece che per quello che fu veramente: il più grandioso tentativo di una classe sfruttata di dare “l'assalto al cielo", di prendere il potere politico per cominciare a trasformare la società in senso comunista, cioè verso l'abolizione di ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Lo fa per esorcizzare il pericolo che la memoria storica costituisce come arma per il proletariato. E proprio perché per il proletariato la conoscenza delle proprie esperienze passate è indispensabile per preparare le battaglie presenti e future, tocca ai rivoluzionari, all'avanguardia politica di questa classe, ricordarle e riproporle all'insieme del proletariato.


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alla Lega Nord. Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa
riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento. Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale).
Una fase avanzata del
capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che, prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la fabbrica. Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta, numerosi teorici “estremisti” (gli
“operaisti”) si accorsero che la classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La caduta del Muro di
Berlino e la globalizzazione permisero di impiantare attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con
l’immigrazione massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di reggerla. Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne troverete mai più. In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei metalmeccanici della
FIOM, ma quanti sono oggi gli operai della categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di “coscienza di classe” ? No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi persino come categoria. I sindacati che
dicono di rappresentarli (e che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli: flessibilizzazione,
decentramento, allungamento dell’orario di lavoro attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro (gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria. Il voto alla
Lega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia, a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti delle classi subalterne. La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978.
classe lavoratrice “protesta e si sottomette, si ribella o si lascia integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati dal processo di accumulazione.
Essa è presa, abbandonata, gettata in varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp. 379-380). Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo, falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori, importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente perché la loro
condizione non diventi mai regolare – ciò che condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni. Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i “lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da quella delle loro imprese.

Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia, immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a riposo.
Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati. Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono “immateriali”.
Invece la finanza si è completamente staccata dalle attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle singole aziende. In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da aree depresse, il proletariato
bisognerebbe andarlo a cercare tra chi sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei “call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti inseriti nella “scuola-impresa”,
figure effimere che transitano da un lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra, “demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.
Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi,
che in qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”, non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che, suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile, la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di
CGIL-CISL-UIL) ne è il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le poltrone.
Bertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente filosofica. Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”. Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza territoriale.
Nessuno sembra capire le loro istanze e l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?
Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o
Beppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola. La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene. Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni.
Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli. Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.

con l’instaurazione della dittatura e l’espulsione violenta delle forze di opposizione presenti nel Parlamento dell’epoca, in modo particolare del partito comunista e di quello socialista. Con la differenza, non secondaria, che nel caso odierno non c’è 
permesso tutte le forme di
autolesionismo possibile ed immaginabile, tutto ciò che si poteva concedere all’avversario 







la sinistra di classe è da sempre il mondo delle lotte


In parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.
Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.
E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.
Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

disgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,
possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.
Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana,
don Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di
Woodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.
In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.



La ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il Vietnam
che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di
Giovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.
Fu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".
Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire
Aldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.
Non è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato 

Se in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.
A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.
Altri, malgrado l’appello pubblicato su Il Manifesto sia stato firmato con nomi e cognomi, ci chiedono: «Ma chi siete? Dite chi siete!». Siamo uno, nessuno, centomila.
Una volta questo passaggio sarebbe stato chiamato colpo di Stato. Oggi i due blocchi sistemici possono fare a meno di ricorrere alla forza perché convinti di trascinare alle urne
un popolo inebetito, assuefatto, addomesticato. Cionondimeno queste elezioni, il cui esito è già scritto, rappresentano un passaggio di fase eversivo. Un’astensionismo di massa delegittimerebbe e quindi fermerebbe questo plebiscito biforcuto simil-democratico. C’è chi ci ha risposto che si dovrebbe appunto votare o l’Arcobaleno oppure una delle diverse liste comuniste che si presenteranno. Ci dispiace, non siamo daccordo.











con le solite massaie intervistate che piangono per non arrivare alla fine del mese. A voglia fare manifestazioni contro il precariato o le inchieste sul problema della casa… A voglia. Tanto il fascino di andare ad inserire un pezzo di carta in un’urna resta sempre l’attività più qualificante per i lavoratori che come dei topi sperano che il pifferaio li porti verso il formaggio mentre sanno benissimo che precipiteranno in mare. Così continueremo a sorbirci le solite menate dell’autonomia, dell’autoorganizzazione, della coscienza di classe e di quant’altro rimane della chincaglieria dei minoritari.
Ma bisogna coltivare un'ingenuità sconfinata per illudersi fino a tal punto! Infatti, oltre a Franca Rame altri parlamentari (ossia Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto, Fernando Rossi, l'ex disobbediente Francesco Caruso,
Willer Bordon, Mauro Bulgarelli) hanno ammesso di essere delusi dal governo e perciò negheranno il loro voto favorevole al premier. 
Persino dal punto di vista democratico-borghese, tale realtà è assunta come un assioma di un'evidenza inoppugnabile. E' ormai sempre più tangibile il processo di corruzione e degenerazione del concetto e dell'assetto della democrazia liberal-borghese nel nostro paese.
La democrazia dovrebbe essere soprattutto partecipazione popolare ai processi decisionali, mediante l'esercizio del voto e il ricorso ad altri canali di controllo, di espressione e di opposizione (se ci sono e se funzionano!), ma è anche possibilità di un'alternativa e di una trasformazione concreta del potere e della società, che è il presupposto essenziale e indispensabile per costruire una società effettivamente libera e democratica, equa e progredita, cioé per superare i limiti e le contraddizioni reali, le iniquità e le sperequazioni materiali, che caratterizzano l'odierno assetto economico-politico e sociale borghese.
Questo è sempre stato uno dei traguardi più ambiziosi della sinistra democratica e progressista, quindi anche delle forze comuniste e antagoniste inclini alla lotta di classe per la fuoriuscita dall'attuale quadro storico dominato dal peggiore capitalismo bancario e finanziario.
Purtroppo, il principale problema della sinistra, intesa come sinistra di classe ed anticapitalista, è sempre stato costituito più dal nemico interno che da quello esterno, più dagli opportunisti e dai rinnegati che si annidano tra le sue fila, dai sedicenti "
quotidiana degli esseri umani che popolano l'intero pianeta e alla sopravvivenza del pianeta stesso e delle principali specie viventi che lo abitano. La sinistra, e chi professa di appartenervi, non è onesta fino in fondo se si preoccupa e s'ingegna solo al servizio degli interessi dei lavoratori italiani o europei (benché attualmente non assolva nemmeno tale ruolo), ad esempio a vantaggio degli incrementi salariali destinati agli operai del nostro paese, dei diritti o delle franchigie degli impiegati statali, sul fronte delle liquidazioni, della previdenza sociale e della sanità pubblica, e via discorrendo, mentre nel mondo oltre 35.000 persone muoiono di
fame ogni giorno, mentre oltre un miliardo di individui versa nello stato di povertà più estrema, mentre in vaste regioni dell'Africa si muore di malaria, di morbillo o altre malattie infettive (da noi totalmente debellate) che con pochi euro si possono guarire! Una vera forza di sinistra deve battersi per tali doveri prioritari e abbandonare gli interessi meschini ed egoistici di una società occidentale che in effetti è la causa principale dell'estrema povertà diffusa in tante parti
del mondo. Il compito storico dei proletari e dei rivoluzionari che vivono nelle società occidentali, che ogni giorno hanno colazione pranzo e cena assicurati, è quello di schierarsi dalla parte dei veri poveri e costringere le società più opulente e consumiste a condividere e redistribuire equamente le risorse planetarie, a non depredare le ricchezze altrui, per impostare una giustizia sociale globale.
Le sinistre del terzo millennio devono prodigarsi e lottare per un mondo più equo e "pulito", in senso sia ecologico che morale, per attuare progetti di solidarietà e di giustizia sociale su scala mondiale.
Se non si risolve a realizzare tali obiettivi indubbiamente rivoluzionari e destabilizzanti dal punto di vista delle ricche società occidentali, se non dimostra simili intenti e requisiti, la sinistra vale nulla, rinnega semplicemente se stessa, limitandosi a difendere e conservare solo le meschinità e le vanità personali inseguite da
politicanti arrivisti e traffichini, da falsi proletari che in effetti invidiano i ricchi e si disinteressano altamente di coloro che, a poche ore di distanza con un semplice viaggio aereo, non sanno se giungeranno vivi al tramonto. Pertanto, l'ispirazione della sinistra deve aggiornarsi e rinnovarsi esattamente nella direzione finora auspicata. Ma anche su tale versante, purtroppo, l'attuale "sinistra", quella con ambizioni (anzi, sarebbe più appropriato dire "velleità")
"Proletari di tutto il mondo, unitevi" presuppone e reclama esattamente il principio prima enunciato. Una vocazione terzomondista che occorre riscoprire e rilanciare se non si vuole affossare l'idea stessa, i valori peculiari e le prerogative storiche della Sinistra militante con la S maiuscola. Infine, la sinistra dovrebbe riscoprire e riaffermare con forza un altro argomento di grande attualità in tempi bui e tristi come quelli che viviamo, in cui si continua a morire tragicamente in fabbrica.
asservito, ugualmente costretto - benché in forme diverse - a travagliare a beneficio di una ristretta minoranza composta da avidi e voraci sfruttatori del genere umano. Rileggendo e riscoprendo l'opera di Marx, sgombra da ogni incrostazione dogmatica, è possibile appurare come anche nella società moderna sopravviva una determinata forma di schiavitù, dai contorni quasi impercettibili: la "schiavitù salariata" degli operai che, essendo privi di ogni mezzo di produzione, sono costretti ad alienare la propria forza-lavoro e a (s)vendersi quotidianamente. Solo con l'abolizione dell'asservimento salariale e il
superamento del modo di produzione capitalistico, sospeso in una sorta di "limbo" storico soggiogato dallo sfruttamento, l'intera umanità sarà in grado di proiettarsi verso un orizzonte di autentica libertà, riscatto e progresso generale.
Resistenza antifascista, rivelando la sua reale natura opportunista, cinica e spregiudicata, fino ad inseguire e praticare il più becero compromesso 


Il 