martedì, 01 luglio 2008
Sottopongo all'attenzione del lettore la "Presentazione" di un'interessante iniziativa editoriale del quotidiano Il Manifesto. storia_dcSi tratta di un contributo molto valido ed utile per la rievocazione e la ricostruzione degli avvenimenti più dirompenti e significativi del 1968, in occasione del suo quarantennale. Fu un anno che mise il mondo sottosopra, rovesciando e travolgendo istituzioni, leggi, norme, principi e valori del passato. Il '68 fu uno dei momenti fatidici e cruciali della storia, in cui i figli uccidono (metaforicamente) i padri, imprimendo una svolta radicale e rivoluzionaria al cammino dell'intera umanità.
 
Presentazione
 
Il decennale del 1968 non fu un anniversario. Proprio in quell’anno si concludeva infatti drammaticamente, con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro da parteBrigate_Rosse delle Brigate rosse, quel lungo ciclo di conflittualità sociali e tensioni politiche che si era messo in moto nella seconda metà degli anni ’60: il lungo ’68 italiano. Solo un anno prima, il 1977 aveva aperto nuove lacerazioni e messo in luce l’emergere di un panorama sociale frammentato, agitato dagli esordi inquietanti e incerti di un diverso sistema produttivo. I nuovi rivoltosi, i “non garantiti” (pionieri di una condizione che sarebbe diventata di massa ), segnavano già la differenza dai fratelli maggiori del ’68, dalla loro mentalità, dalle loro ideologie, dalle loro forme di organizzazione politica, ma non avevano operato una vera e propria soluzione di continuità, vivevano e agivano all’interno di quel medesimo ciclo – peraltro già fratturato al suo interno dalla rivoluzione femminista.
Il ‘68 non era ancora una data “storica”. Cosicché  fu il 1988, il ventennale, il primo anniversario della grande rivolta, l’anno in cui Il Manifesto produsse i dodici fascicoli, uno ogni mese, che oggi vi riproponiamo on line. L’aria era davvero cambiata, il ciclo compiuto, la “controrivoluzione neoliberista” trionfalmente in marcia, sebbene ancora inconclusa.
Gli anni ’80 volgevano ormai al termine ed erano stati teatro di una impietosa resa dei conti con il decennio precedente, laddove l’intreccio tra piazza_fontanafatti sanguinosi, trasformazioni sociali e presa di parola di nuove soggettività era stato dipanato dai tribunali, sciolto in una generale demonizzazione dei conflitti, nel culto della “governabilità” e in una totale diffidenza verso tutto ciò che proveniva “dal basso”.  La passione per gli “affari” sommergeva la politica, e un amore si chiamava ormai “investimento affettivo”. Tutto era cambiato e si poteva dunque cominciare a tracciare un bilancio, avviare una indagine storica, chiedersi cosa era stato, il come e il perché di quegli eventi e di quegli esiti. Senza nulla concedere a un autocelebrazione nostalgica, non si poteva rimanere silenziosi di fronte alla lettura cinica e sprezzante che i pentiti e i parvenus degli anni ’80 davano del decennio dei movimenti.
Si faceva storia ragionando politicamente e si ragionava politicamente guardando alla storia. Ci dedicammo, allora, con questi dodici fascicoli, a una ricostruzione minuziosa dei fatti, a un esame accurato delle idee, dei costumi, delle forme di comunicazione.
Guardando ai movimenti del ’68 su scala mondiale, cogliendone il carattere globale “ante litteram”, nonché le diverse temporalità. Il lungo ciclo di conflitti in Italia non ebbe, infatti, corrispondenti in altri paesi del mondo.
Il maggio francese bruciò in fretta, il movement americano declinò con la fine della guerra vietnamita nel 1975, in Germania restò uno strascico di radicalità isolata e un’eredità tinta di verde, in Cecoslovacchia i carri sovietici avevano chiuso la partita in pochi mesi.
I grandi miti terzomondisti erano caduti uno dietro l’altro. Certo non si poteva imputare a chi aveva manifestato sostenendo la lotta di popolo vietnamitaVietnam_napalm_19721 e cambogiana i boat people e i massacri di Pol Pot, ma quelli erano gli esiti sotto gli occhi di tutti e bisognava farci i conti senza omissioni o ipocrisie. Tuttavia, in quel ventennale, mancava ancora un anno per entrare pienamente nel tempo presente. Il 1989 fu considerato da alcuni come l’effetto di un mancato o interrotto ’68 nell’Europa dell’est, o come un frutto tardivo di quello mondiale; da altri, al contrario, come la certificazione storica della sua conclusione e della sua sconfitta. Certo anche nell’89 una cappa era stata infranta, molte libertà conquistate, una grande voglia di cambiamento si era messa in moto: anche i grigi paesi dell’est ebbero la loro “carnevalata” (così De Gaulle aveva definito il maggio francese).
Ma   avrebbero avuto anche la conseguente quaresima, e cioè il duro apprendistato dell’economia essodi mercato e gli orrori dei nazionalismi contemporanei. L’epoca senza qualità che si è aperta da allora e che ci ha transitati nel XXI secolo apre, all’indietro, nuove domande sull’epoché del  68 e sui suoi effetti, più dense e più ruvide di quelle che ad ogni anniversario puntualmente rispuntano nei media, riducendolo a un passaggio della modernizzazione e della democratizzazione riassorbito dalla storia sempre uguale del potere.
Un assaggio di queste domande, tratto dal numero speciale del 28 aprile 2006 sui trentacinque anni del “Manifesto” in cui già cominciammo a formularle, lo riproporremo a conclusione di questi dodici fascicoli sul 68. Ma poi  bisognerà  riparlarne il prossimo anno, celebrando il ventennale dell’89 che è già dietro l'angolo.
Fonte: Il Manifesto
martedì, 20 maggio 2008

1968 - Maggio Francese

Lo sciopero generale di 10 milioni di operai francesi nel maggio 1968 è stato il più grande sciopero della storia, e scatenò un'enorme ondata di lotte operaie dappertutto nel mondo, rompendo il periodo di controrivoluzione seguito alla fine dell'Ottobre 1917.

Il Maggio ‘68 e la prospettiva rivoluzionaria

Il fatto che i "sessantottini" più eminenti siano diventati oggi i porta parola del sistema capitalista viene presentato da alcuni come la prova che il Maggio ‘68 non sia stato affatto portatore di un messaggio rivoluzionario. Per gli ideologi borghesi dietro "l'evoluzione dei costumi" dopo il ‘68 c'è solo un "adattamento" ad una società capitalista più moderna e più progressista.

30 anni fa il Maggio francese. La ripresa storica della lotta di classe

giovedì, 01 maggio 2008

Come ogni anno, si rinnova la festa ai danni dei lavoratori...Lavoratori, tié

Morti bianche - Gianfalco
VARATO IL DECRETO SICUREZZA. La reazione di Montezemolo fa pensare che sia una buona notizia.Morti bianche - Tubal

 

infortuni_lavoro

TreGiorni

1° maggio 2008...

Precari - Tubal


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

contratto_globalizzato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il 1° maggio festeggiano anche i "lavoratori eccellenti"...

...E le coppie celebri...

briatore_gregoraci

Pier Ferdinando Casini e la convivente Azzurra Caltagirone

vauro.1

...Che fare?

 

 

domenica, 13 aprile 2008

Per "esorcizzare"  in modo sano ed efficace, la triste e grottesca, quanto subdola e diabolica campagna elettorale appena conclusa, credo che non ci sia una risposta più incisiva e salutare della satira. Pertanto, vi propongo alcune vignette che mi sono particolarmente piaciute, tra cui metto i piccoli e geniali capolavori partoriti dall'estro creativo di Vauro Senesi, in arte Vauro.



 
Infine, vi segnalo il seguente video su Veltrusconi a fumetti. Si tratta di un filmato davvero istruttivo ed illuminante.
sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
sabato, 15 marzo 2008

IL GOLPISMO VELTRUSCONIANO, I COMPLICI E LE COMPARSE

Tratto dal blog QUESTA VOLTA NO

Assieme a tante adesioni ci sono piovute addosso numerose critiche. Alcune di queste, davvero esemplari, le abbiamo pubblicate nel blog qui e qui.

Altri, malgrado l’appello pubblicato su Il Manifesto sia stato firmato con nomi e cognomi, ci chiedono: «Ma chi siete? Dite chi siete!». Siamo uno, nessuno, centomila. Vecchia talpaSiamo centinaia di uomini e donne, giovani e vecchi, astensionisti  imperituri e astensionisti per necessità, movimentisti e partitisti, comunisti e anarchici, trotskysti e stalinisti, incazzati e disillusi, belli e brutti, cani e porci.. ma tutti accomunati dalla medesima consapevolezza che questa volta più che mai solo una consistente crescita dell’astensione (quale che sia la modalità: non andando a votare, annullando la scheda) è il solo segnale davvero dirompente che possa far saltare il banco, la cui posta in palio è la fondazione di una terza repubblica bipartitica, presidenzialista, postdemocratica.

Una volta questo passaggio sarebbe stato chiamato colpo di Stato. Oggi i due blocchi sistemici possono fare a meno di ricorrere alla forza perché convinti di trascinare alle urne tv_fleboun popolo inebetito, assuefatto, addomesticato. Cionondimeno queste elezioni, il cui esito è già scritto, rappresentano un passaggio di fase eversivo. Un’astensionismo di massa delegittimerebbe e quindi fermerebbe questo plebiscito biforcuto simil-democratico. C’è chi ci ha risposto che si dovrebbe appunto votare o l’Arcobaleno oppure una delle diverse liste comuniste che si presenteranno. Ci dispiace, non siamo daccordo.


Analisi concreta della situazione concreta.
1° L’arcobaleno, è sotto gli occhi di tutti, regge il moccolo al PD e quindi sta al gioco. Invece di alzare barricate il ceto politico Arcobalenista punta solo a ritagliarsi una nicchia per tirare a campare nel futuro sistema golpista.

Ieri erano complici del massacro sociale di Prodi-Schioppa, oggi sono conniventi coi killer della Cosituzione. Un voto all’Arcobaleno è quindi, sia un goffo tentativo di legittimazione postuma dell’operato del governo Prodi, che un gesto di stolta correità, per quanto indiretta e in buona fede, con le due destre (Do you remember Fausto?).bertinotti-vauro

2° Potra’ arginare la minaccia incombente un due per cento che piglieranno le liste comuniste? Certo che no! Scommettiamo che chi le ha presentate canterà vittoria per avere magari superato la soglia dell’uno per cento. Non facciamo affatto spallucce su questa eventuale risicata affermazione.

Diciamo piuttosto che non c’è corrispondenza tra un risultato consolatorio e un risultato politicamente efficicace. Capiamo chi vuole affermare, non fosse che per dispetto, la propria alterità ideologica, ma anteporre questa affermazione identitaria (per altro con le modalità di un’accanita competizione intergruppettara) alla possibilità di dare un colpo letale (di massa) al golpismo veltrusconiano, significa essere politicamente irresponsabili.

Significa anteporre i propri interessi di bottega alla causa di un popolo, significa separarsi dalla parte più dinamica e sveglia di questo stesso popolo. Che la marea reazionaria montante non sia assimilabile al fascismo è ovvio. Tuttavia non sarebbe male che i comunisti di oggi imparassero dagli errori catastrofici compiuti da quelli di ieri negli anni ‘20 a causa del loro estremismo settario e parolaio.

Essi non seppero e non vollero vedere che l’avvento del fascismo non era soltanto un mero cambio di personale dirigente dello Stato liberale, che esso era la tomba della democrazia e quindi del movimento operaio. Si rifiutarono quindi sia di lottare armi in pugno coi fascisti, sia di costruire un fronte unito antifascista.

Si rifiutarono infine, nel 1924, di partecipare all’Aventino, ovvero di costruire un anti-parlamento che delegittimasse e sabotasse  quello dominato dai fascisti e dai monarchici. Preferirono restare in quello di Mussolini,Benito Mussolini aiutando il Duce nel suo tentativo si legittimare democraticamente la propria dittatura. Il fattore più importante della scena politica italiana sta infatti diventando il distacco di settori crescenti della popolazione dal sistema politico (non solo dalla casta). E’ proprio questo esodo, questo Aventino, a spingere l’oligarchia a fondare una terza repubblica in cui possa fare a meno di un trasparente e consapevole consenso democratico. Chi non sostiene questa tendenza di fondo, questo Aventino popolare in corso d’opera, chi deliberatamente si separa da esso invece di sposarlo e politicizzarlo, non avrà un grande avvenire.

Egli pagherà la decisione di aver accettato di fare la comparsa in una competizione truccata, dall’esito prestabilito, di averla legittimata come democratica.

postato da: luciospartaco alle ore 10:41 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, 13 marzo 2008

LA LEGGENDA DEL SANTO IMPRENDITORE

Una delle ultime decisioni del governo Prodiprodi è stata quella di inasprire le pene per gli imprenditori responsabili di incidenti sul lavoro.infortuni_lavoro Non può sfuggire il carattere puramente simbolico e astratto di questo provvedimento, mentre al contrario rimangono del tutto non affrontate le cause della mortalità sul lavoro. Neanche il più acritico degli estimatori delle virtù della magistratura, può infatti credere seriamente che una eventuale sentenza di condanna nei confronti di qualche esponente delle multinazionali possa davvero reggere i tre gradi di giudizio, poiché qualsiasi Corte avrebbe facile gioco ad arrendersi di fronte alla pioggia di perizie tecniche a favore degli imputati; perciò alla fine sarà al massimo qualche artigiano a fare il capro espiatorio da offrire all’opinione pubblica.

Frattanto la principale causa degli incidenti, cioè la dilatazione della giornata lavorativa, risulta ancora non toccata e intoccabile, dato che rimane sacro l’obiettivo della lavoratore flessibile“flessibilità” del lavoro. Nella ultima legge finanziaria, il governo Prodi ha previsto ulteriori sgravi fiscali per gli straordinari, così da portare di fatto la giornata lavorativa media ad un minimo di dieci o dodici ore, il che equivale a dire che ci sono altri incidenti mortali già annunciati. Comunque un sicuro effetto pratico questo provvedimento del governo lo avrà, cioè consente a tutti i media di rilanciare la campagna di propaganda tendente a presentare gli imprenditori come le vittime e gli incompresi della nostra società.

Nella Storia nessun gruppo sociale dominante e nessuna aristocrazia hanno mai potuto avvalersi di un supporto mitologico paragonabile a quello di cui si è sempre giovata la imprenditoria cosiddetta capitalistica.montescemolo In questo mito, l’imprenditore capitalistico è un instancabile creatore di ricchezza per se stesso e per tutta la società, un pioniere che continua a svolgere questo suo prezioso, insostituibile e provvidenziale compito nonostante che politici e sindacalisti gli pongano ad ogni passo lacci e lacciuoli. Come il poliziotto, anche l’imprenditore può sempre dire di avere le mani legate da tanti malintenzionati che vogliono impedirgli di fare il proprio dovere. Anche quella che i media hanno etichettato come Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil“sinistra radicale” si adatta a questo ruolo di sponda propagandistica del vittimismo padronale. Nel 2002 un referendum promosso da Rifondazione Comunista sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tendente ad allargare il licenziamento per “giusta causa” alle imprese al di sotto dei quindici dipendenti, servì solo ad avallare la leggenda secondo cui l’imprenditore non avrebbe la libertà di licenziare nelle aziende al di sopra dei quindici addetti.

In realtà l’articolo 18 impedisce il licenziamento solo nei casi di discriminazione sindacale, politica o religiosa, ma non pone nessun limite al licenziamento per motivi economici; questo è il motivo per il quale l’articolo 18 non risulta in alcun modo applicabile nelle piccole imprese, dove l’imprenditore può sempre giustificare anche un solo licenziamento con la necessità di ridurre i costi.

Storicamente l’imprenditoria capitalistica nasce, si sviluppa e si mantiene nell’intreccio con la spesa pubblica, la committenza pubblica, gli appalti pubblici ed i poteri pubblici, ma di tutto ciò l’opinione pubblica non sa e non deve sapere nulla; può sì venire a conoscenza di singoli casi, ma non è lecito nemmeno sospettare che la regola sia proprio questa in ogni caso.

Nel suo libro “Mein Kampf”, Hitler replicava a quelli che in Germania cercavano di avere buoni rapporti con l’Unione Sovietica opponendo loro questo argomento: che senso ha fare alleanze con un Paese in cui l’economia pubblica non è ormai in grado di produrre nemmeno un camion?

Si deve al politologo Giorgio Galli l’iniziativa di aver curato la ripubblicazione del “Mein Kampf”,antisemitismo consentendo così di scoprire che Hitler era una vera spugna della propaganda anglo-americana, al punto che oggi, cambiando solo la firma, egli potrebbe fare tranquillamente l’opinionista del “Corriere della sera” o de La Repubblica”, senza che nessuno si accorga di nulla; persino le opinioni di Hitler sugli Ebrei, tolta qualche espressione di ostilità, potrebbero portare comodamente la firma di un Magdi Allam, poiché entrambi si riferiscono agli Ebrei come se si trattasse di un unico soggetto culturale, nazionale e politico.

Come per i nostri opinionisti attuali, anche per Hitler solo la magica mediazione dell’imprenditore privato era in grado di permettere la transustanziazione delle materie prime in manufatti industriali, quindi egli spedì, sicuro di sé, le sue truppe verso il fronte russo, scoprendo troppo tardi che l’economia pubblica sovietica era in realtà capace di produrre tutti i camion e  tutte le armi che servivano.

Negli anni ’20 la stampa anglo-americana, e dietro di lei la stampa internazionale, erano compatte nel descrivere il disastro incombente dell’economia pubblica dell’Unione Sovietica, e non solo Hitler, ma persino seri economisti come Keynes prendevano sul serio queste profezie catastrofiche.

Poi, negli anni ’30, negli Stati Uniti il presidente Roosevelt fu invece costretto a porre sotto il controllo pubblico un’economia privata ormai allo sbando. D’altra parte, proprio l’esperienza del cosiddetto crollo dell’Unione Sovietica ha indicato che è dall’interno dell’apparato statale che sorgono le spinte affaristiche che conducono alla ri-privatizzazione dell’economia.

I funzionari pubblici possono cioè screditare se stessi in quanto pubblici funzionari, ma solo per accreditarsi come futuri imprenditori privati o come loro soci/complici in affari. È notizia di questi giorni che la guerra in Iraq è costata agli Stati Uniti tremila miliardi di dollari. Ma questa è solo una parte della questione, mentre l’altra può essere così riassunta: l’apparato statale americano ha pagato tremila miliardi alle ditte private legate a Bush, Cheney e Rumsfeld.

Prima di essere trombato, Rumsfeld ha privatizzato tutta la logistica delle forze armate statunitensi, creando ad hoc anche delle formazioni militari private. Rumsfeld supereroeÈ quindi dall’interno dell’apparato statale che possono essere organizzati questi colossali trasferimenti di denaro pubblico ad aziende private, che sono presentati sotto l’etichetta propagandistica di “liberismo”. L’affarismo nasce all’interno dei pubblici apparati, ma ha bisogno del mito propagandistico dell’imprenditore privato per potersi giustificare ogni volta. Questo è il motivo per il quale la mitologia imprenditoriale viene costantemente alimentata dai media.

Fonte: www.comidad.org

sabato, 08 marzo 2008

8 marzo 2008

Centenario della Giornata Internazionale della Donna

Non solo una festa ma una giornata di lotta

 

Quest’anno ricorre il centenario del tragico evento verificatosi l’8 marzo 1908 a Chicago, nel quale 129 operaie morirono bruciate nella loro fabbrica.

Da allora l’8 marzo è diventata la data simbolica della lotta delle donne, di una lotta di liberazione che per noi si colloca all’interno di tutte le lotte di uomini e donne, nella direzione di un progressivo e totale cambiamento di questa società.

Ormai da alcuni anni ricordiamo la giornata internazionale della donna con una riflessione collettiva su alcuni temi che riguardano più da vicino le donne, ma che in realtà investono la vita di tutti noi e soprattutto la reale natura dell’attuale sistema sociale, politico ed economico.

Se anche quest’anno ci troviamo “costretti” a discutere ancora di attacco al diritto di aborto e di precarietà del mondo del lavoro è perché questi rimangono temi centrali e attuali, che si legano ovviamente ad una riflessione di carattere più generale. In questi ultimi anni, silvio_generalegoverni di centro destra e di centro sinistraProdi_Presidente hanno condotto politiche finalizzate al progressivo depotenziamento della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, mirando non tanto ad un divieto o ad una cancellazione di un diritto goduto trasversalmente da tutte le donne, ricche e povere, di destra o di sinistra, quanto ad una sua tendenziale criminalizzazione.

La legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, che costringe migliaia di donne a sottoporsi a cure invasive e scelte forzate sui propri corpi è certo legge di inaudita violenza fisica sulle donne promulgata dal centro destra, ma la paladina della legge 194 Livia Turco ha forse fatto qualcosa per cambiarla?

No e anzi oggi, alla vigilia di nuove elezioni politiche dopo la caduta del suo Governo, si affretta a genuflettersi alla Chiesa (come tutti del resto…) promettendo misure volte a limitare l’uso della pillola Ru486, nonché il ricorso all’aborto terapeutico.

Accanto alla voce di queste donne, le uniche che alla fine si sentono davvero, si alzano poi tante altre voci di uomini, politici, giornalisti, uomini da salotto e “filosofi” che fanno a gara per giudicare, decidere, legiferare sul corpo delle donne, sulla loro vita e sulla loro libertà di autodeterminazione.

L’inguardabile Giuliano Ferrara lancia la campagna per la moratoria dell’aborto, equiparando le donne che decidono di abortire, già definite dalla HitleRatzingerChiesa “terroriste dal volto umano”, ad esecutrici della pena capitale. Il tema della maternità diviene ancora una volta oggetto di strumentalizzazione politica, merce da utilizzare in campagna elettorale, per svelare le contraddizioni insite in coalizioni politiche eterogenee, per mettere a nudo i pesanti conflitti interni, come quelli del Partito Democratico. E allora veltroni2Veltroni è costretto ad esibirsi in “schizofreniche” dichiarazioni che vanno dalla difesa formale della legge 194 alla dichiarata volontà di aggiornare quella legge sul diritto di aborto, definito “dramma da contrastare” (in termini simili, tipo “tragedia dell’umanità”, si espresse tra l’altro qualche anno fa riferendosi al comunismo…) Oltre a ciò, la “crociata” di Ferrara ha avuto altri pesanti effetti, come la garanzia dell’approvazione da parte della regione Lombardia di linee guida in materia di aborti.

Si tratta dell’estensione a tutti gli ospedali della regione di codici di autoregolamentazione che stabiliscono il limite di 21 0 22 settimane per praticare l’aborto terapeutico, dal momento che la 194 non ne stabilisce.

 

Si prevede anche la sostituzione della figura di un solo ginecologo ad opera di un’equipe di medici, tra cui anche uno psichiatra, che potrà così “scrutare” le menti delle donne che compiono una scelta spesso molto drammatica.

Da ricordare che la regione Lombardia già si distingueva per l’adozione della normativa volta ad autorizzare la sepoltura dei feti. In questo clima oscurantista si collocano, da un lato il raid della polizia nel reparto di ostetricia al Policlinico di Napoli contro una donna che aveva appena fatto ricorso all’aborto terapeutico e, dall’altro, un documento redatto da alcuni ginecologi romani per i quali il feto abortito va mantenuto in vita, anche contro la volontà della donna.

Il terreno culturale che la Chiesa e lo stato borghese vogliono e stanno preparando da tempo, è questo. Uno Stato che non riconosce il diritto di disporre della propria fallujamorte, con il divieto legale dell’eutanasia, ma che si arroga la pretesa di disporre del corpo e della vita delle donne è uno stato che non riconosce i diritti minimi, e che uomini e donne devono combattere con ogni mezzo necessario. Ma l’ipocrisia più grande che la società capitalista esprime sta proprio nell’invocare il diritto alla vita di un feto e contemporaneamente scatenare guerre imperialiste, guerre di potere e di profitto, che provocano ogni giorno stragi di bambini nati in paesi sfortunati, vittime di un sistema che li condanna alla morte fin dalla nascita.

Le politiche reazionarie e antipopolari portate avanti dai vari governi, sudditi di un sempre maggior interventismo del Vaticano, si concretizzano da anni in un attacco contro le masse popolari, e contro le donne in particolare.

Del resto oggi l’ostacolo maggiore alla maternità e all’incremento delle nascite non è certo la legge 194 che, pur riconoscendo un diritto minimo come quello di garantire la scelta e la libertà di donne e uomini di decidere di sé, delle proprie vite e di quelle che verranno, è legge nata limitata e condizionata.

Basti pensare all’obiezione di coscienza, che nei fatti ha da sempre ostacolato l’esercizio di un diritto pur riconosciuto legalmente. Il vero nemico di maternità e fertilità è molto spesso rappresentato dall’incertezza legata alla precarizzazione del lavoro.

La condizione di precarietà che costringe le nuove generazioni ad una insicurezza di lavoro e di vita, va infatti oltre la dimensione normativo/contrattuale per divenire dimensione “esistenziale”, come in altre occasioni abbiamo ribadito. Il nodo centrale è che tale condizione, sia per la retribuzione che per l’incertezza sulla stabilità del cipputiposto di lavoro, incide sulla scelta di avere un figlio. Spesso una donna rinuncia alla maternità nel lavoro precario, e un’eventuale maternità diventa fatale, semplicemente impedendo il rinnovo del contratto di lavoro… I dati statistici ci dicono che in Italia una donna su dieci lascia il lavoro al primo figlio, sia per licenziamento che per “dimissioni volontarie”, che spesso coincidono con dimissioni coatte fatte firmare in bianco dal padrone al momento dell’assunzione. Dagli anni novanta ad oggi, attraverso una politica concertativa portata avanti da governi di destra e di sinistra che ha prodotto, tra le tante cose, l’abolizione della scala mobile con i vergognosi accordi del ’92-‘93, il Pacchetto Treu, la legge TreGiorniBiagi, lo scippo del altan_tfrTFR…, siamo giunti ad un ulteriore tappa nel più generale percorso di arretramento di diritti e conquiste sociali. Nel luglio dello scorso anno, e come abbiamo ampiamente illustrato nel n. 10 di Primomaggio, il governo “amico” Prodi e MontezemoloProdi (… “amico sì ma dei padroni …” ) ha siglato un Protocolloprodi-epifani dai contenuti infami, e che rappresenta un ulteriore tassello nel processo di smantellamento della previdenza pubblica e della precarizzazione del lavoro. I contenuti degli accordi del luglio 2007, siglati ancora una volta alla vigilia della chiusura delle fabbriche, contengono una varietà di provvedimenti volti a colpire le scippoTFRpensioni, a rendere ancora più precario il lavoro (il riferimento è alla normativa relativa ai contratti a termine, tamponata solo in parte dalla finanziaria 2008), a “regalare” ai padroni, attraverso la detassazione dei premi aziendali e degli straordinari. Altro che lotta alla disoccupazione e incentivazione del lavoro giovanile! Le parole d’ordine di quel Protocollo sono: formazione continua (ossia perdita di tempo, energia, e soldi continua, che la facciano i padroni un po’ di formazione continua!); diminuzione del costo del lavoro (ossia sgravi alle imprese); aumento degli ammortizzatori sociali come l’indennità di disoccupazione (tanto per calmierare una situazione sempre più esplosiva); agevolazioni al credito per i precari (si aumenta la precarietà, ma viene concesso di “inchiodarsi” in misura agevolata…basta ricorrere a procacciatori se ti va bene, a usurai se ti va male…).

E poi il capitolo dedicato alle donne. La logica è ancora quella di agevolare i lavori lavoratore flessibileflessibili per conciliare meglio casa, attività di cura e lavoro, secondo una logica cara a destra e sinistra, e che vuole il ritorno a casa delle donne, una casa patriarcale ritagliata sugli interessi del capitale e dunque del profitto. Il ruolo dei sindacaticomitati_d_affari rispetto ai Protocolli di luglio si è reso ancora più evidente con il referendum-farsa dell’ottobre 2007, dove sono stati chiamati a votare i pensionati non coinvolti negli accordi ed esclusi i precari, pesantemente investiti dalle misure in essi contenuti. La “stabilizzazione” del lavoro precario e flessibile, che genera profitto e contemporaneamente alimenta la dimensione individuale a discapito di una eventuale conflittualità collettiva, ha pesanti ripercussioni in tema di salute e sicurezza del lavoro. Innanzitutto il ricatto della infortuni_lavoroprecarietà frena la pretesa dei lavoratori al rispetto di normative di sicurezza che restano eluse, assicurando agli imprenditori il risparmio sui costi ad esse legati. In secondo luogo i precari hanno in genere occupazioni più rischiose, peggiori condizioni di lavoro e ricevono scarsa informazione in materia di sicurezza. “Il malessere degli atipiciatipici” è alimentato dalla sequenza dei contratti, dall’incertezza del rinnovo, dal cambiamento di lavoro, che provocano una sensazione di marginalità, di stress e di vulnerabilità, che spesso si traducono in una maggior incidenza degli infortuni sul lavoro. Insomma, un mondo di “insicurezza” sul luogo di lavoro, e di rischi per la salute fisica e psichica di migliaia di lavoratori su cui i riflettori della televisione non sono puntati. E le vittime più numerose di questo “sepolcro imbiancato” che sono le normative sulla precarietà del lavoro? Le donne.

Ancor più degli uomini le donne sono flessibili, co.co.co., co.co.pro, rispondono a chiamata e sono intermittenti, “scadono”… Le loro vite sono a tempo, i loro progetti in bilico, in un impossibile equilibrio tra vita lavorativa, privata e familiare.

Ma questa non è vita, questa è la vita che vuole la società capitalista, in cui il profitto delle imprese diviene “valore” prioritario rispetto alla vita di lavoratori e lavoratrici, di uomini e donne, che continueranno a morire di lavoro, di guerre, di inquinamento, di mali sociali. Non ci stiamo. “Noi da una parte, i padroni dall’altra. O con noi o contro di noi”…

I compagni e le compagne del Laboratorio Marxista

laboratoriomarxista@virgilio.it

domenica, 06 gennaio 2008
Leggendo le parole di profonda e (visto il suo nome battesimale) sincera amarezza pronunciate dalla senatrice Franca Rame, la quale minaccia di dimettersi dal suo incarico istituzionale per ri-affermare (un pò in ritardo, forse) la propria coerenza ed onestà morale, intellettuale e politica, sorge spontaneo un interrogativo: ma davvero queste anime candide e pie pensavano di cambiare l'apparato del potere vigente, operando al suo interno, come si suol dire?
Ma bisogna coltivare un'ingenuità sconfinata per illudersi fino a tal punto! Infatti, oltre a Franca Rame altri parlamentari (ossia Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto, Fernando Rossi, l'ex disobbediente Francesco Caruso,caruso Willer Bordon, Mauro Bulgarelli) hanno ammesso di essere delusi dal governo e perciò negheranno il loro voto favorevole al premier. Comunque, ne è occorso di tempo per prendere finalmente atto di una verità talmente evidente da far impallidire lo stesso Monsieur De Lapalisse, almeno per chi già molto prima della vittoria elettorale dell’Unione aveva previsto quanto sarebbe accaduto. Non grazie a straordinarie virtù profetiche, ma semplicemente perchè tutti i segnali e le vicende antecedenti lasciavano presagire il delinearsi di una condizione di inevitabile debolezza e subalternità della "sinistra" rispetto ai settori più retrivi e moderati della compagine governativa, ossia agli interessi predominanti di un coacervo di poteri parassitari formati da settori industrialdecotti, bancarottieri e speculatori finanziari, coalizzati con le forze più avide, egoiste e pericolose del sistema politico-economico italiano.
Tuttavia, ancorché rinsavite, tali anime "resipiscenti" (di "sinistri" piuttosto "tardoni") dovrebbero pur decidersi: o fanno i poeti o fanno i politici. Le due cose sono purtroppo incompatibili, almeno nell'attuale sistema politico in cui la passione e gli ideali (a maggior ragione la sensibilità poetica, se c'è) sono divorati dal cinismo più sfrenato, dall'opportunismo e dal carrierismo più spregiudicato.

Persino dal punto di vista democratico-borghese, tale realtà è assunta come un assioma di un'evidenza inoppugnabile. E' ormai sempre più tangibile il processo di corruzione e degenerazione del concetto e dell'assetto della democrazia liberal-borghese nel nostro paese.

La democrazia dovrebbe essere soprattutto partecipazione popolare ai processi decisionali, mediante l'esercizio del voto e il ricorso ad altri canali di controllo, di espressione e di opposizione (se ci sono e se funzionano!), ma è anche possibilità di un'alternativa e di una trasformazione concreta del potere e della società, che è il presupposto essenziale e indispensabile per costruire una società effettivamente libera e democratica, equa e progredita, cioé per superare i limiti e le contraddizioni reali, le iniquità e le sperequazioni materiali, che caratterizzano l'odierno assetto economico-politico e sociale borghese.

Questo è sempre stato uno dei traguardi più ambiziosi della sinistra democratica e progressista, quindi anche delle forze comuniste e antagoniste inclini alla lotta di classe per la fuoriuscita dall'attuale quadro storico dominato dal peggiore capitalismo bancario e finanziario.

Purtroppo, il principale problema della sinistra, intesa come sinistra di classe ed anticapitalista, è sempre stato costituito più dal nemico interno che da quello esterno, più dagli opportunisti e dai rinnegati che si annidano tra le sue fila, dai sedicenti "Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dilcompagni" infiltrati tra i suoi quadri dirigenti, che si impongono e si riproducono in modo stalinista e verticista, diciamo pure fascista, censurando, reprimendo e perseguitando chi tenta di esporsi e di lottare per l'affermazione delle giuste cause dei proletari e delle masse popolari oppresse e sfruttate nel mondo. Il vero nemico sono i falsi compagni, coloro che si appigliano ad un cavillo burocratico per impedire e soffocare la crescita e l'avanzamento di un movimento schierato dalla parte degli operai e dei lavoratori. Il vero nemico è chi parla di regole ma le applica rigorosamente solo agli altri, che in nome di un presunto diritto, lo esercita e lo avoca solo per sé, negandolo agli altri.Il camerata Fausto Bertinotti

Inoltre, la sinistra odierna non deve adoperarsi esclusivamente per i privilegi riservati agli abitanti della sua nazione, ma deve adottare altre priorità, ossia le esigenze prioritarie legate alla sopravvivenzacongo-2 quotidiana degli esseri umani che popolano l'intero pianeta e alla sopravvivenza del pianeta stesso e delle principali specie viventi che lo abitano. La sinistra, e chi professa di appartenervi, non è onesta fino in fondo se si preoccupa e s'ingegna solo al servizio degli interessi dei lavoratori italiani o europei (benché attualmente non assolva nemmeno tale ruolo), ad esempio  a vantaggio degli incrementi salariali destinati agli operai del nostro paese, dei diritti o delle franchigie degli impiegati statali, sul fronte delle liquidazioni, della previdenza sociale e della sanità pubblica, e via discorrendo, mentre nel mondo oltre 35.000 persone muoiono di Famefame ogni giorno, mentre oltre un miliardo di individui versa nello stato di povertà più estrema, mentre in vaste regioni dell'Africa si muore di malaria, di morbillo o altre malattie infettive (da noi totalmente debellate) che con pochi euro si possono guarire! Una vera forza di sinistra deve battersi per tali doveri prioritari e abbandonare gli interessi meschini ed egoistici di una società occidentale che in effetti è la causa principale dell'estrema povertà diffusa in tante parti Bambino africanodel mondo. Il compito storico dei proletari e dei rivoluzionari che vivono nelle società occidentali, che ogni giorno hanno colazione pranzo e cena assicurati, è quello di schierarsi dalla parte dei veri poveri e costringere le società più opulente e consumiste a condividere e redistribuire equamente le risorse planetarie, a non depredare le ricchezze altrui, per impostare una giustizia sociale globale.

Le sinistre del terzo millennio devono prodigarsi e lottare per un mondo più equo e "pulito", in senso sia ecologico che morale, per attuare progetti di solidarietà e di giustizia sociale su scala mondiale.

Se non si risolve a realizzare tali obiettivi indubbiamente rivoluzionari e destabilizzanti dal punto di vista delle ricche società occidentali, se non dimostra simili intenti e requisiti, la sinistra vale nulla, rinnega semplicemente se stessa, limitandosi a difendere e conservare solo le meschinità e le vanità personali inseguite da BassolinoMunnezzapoliticanti arrivisti e traffichini, da falsi proletari che in effetti invidiano i ricchi e si disinteressano altamente di coloro che, a poche ore di distanza con un semplice viaggio aereo, non sanno se giungeranno vivi al tramonto. Pertanto, l'ispirazione della sinistra deve aggiornarsi e rinnovarsi esattamente nella direzione finora auspicata. Ma anche su tale versante, purtroppo, l'attuale "sinistra", quella con ambizioni (anzi, sarebbe più appropriato dire "velleità") Bertinotti contestatodi governo, ha fallito rovinosamente, avendo tradito le speranze  e le aspettative di migliaia di veri ed onesti pacifisti, di attivisti impegnati in numerose vertenze in funzione antimperialista. Inoltre, rammento che la sinistra, quella autentica, la sinistra realmente rivoluzionaria, nacque con una vocazione storica profondamente internazionalista. Il celebre slogan formulato da Marx ed Engelsmarx_engels "Proletari di tutto il mondo, unitevi" presuppone e reclama esattamente il principio prima enunciato. Una vocazione terzomondista che occorre riscoprire e rilanciare se non si vuole affossare l'idea stessa, i valori peculiari e le prerogative storiche della Sinistra militante con la S maiuscola. Infine, la sinistra dovrebbe riscoprire e riaffermare con forza un altro argomento di grande attualità in tempi bui e tristi come quelli che viviamo, in cui si continua a morire tragicamente in fabbrica.infortuni_lavoro Mi riferisco all'analisi marxiana che rivela come il filo conduttore, l'elemento costante e ricorrente nella storia, dall'antichità sino ad oggi, debba essere rinvenuto nell'asservimento e nello sfruttamento del lavoratore sociale: lo schiavo nel mondo antico, il servo della gleba nella società medievale e l'operaio salariato dell'età moderna risultano tre differenti versioni della medesima figura del lavoratore discorso_tipico_dello_schiavoasservito, ugualmente costretto - benché in forme diverse - a travagliare a beneficio di una ristretta minoranza composta da avidi e voraci sfruttatori del genere umano. Rileggendo e riscoprendo l'opera di Marx, sgombra da ogni incrostazione dogmatica, è possibile appurare come anche nella società moderna sopravviva una determinata forma di schiavitù, dai contorni quasi impercettibili: la "schiavitù salariata" degli operai che, essendo privi di ogni mezzo di produzione, sono costretti ad alienare la propria forza-lavoro e a (s)vendersi quotidianamente. Solo con l'abolizione dell'asservimento salariale e il collettivo_comunista_antonio_gramscisuperamento del modo di produzione capitalistico, sospeso in una sorta di "limbo" storico soggiogato dallo sfruttamento, l'intera umanità sarà in grado di proiettarsi verso un orizzonte di autentica libertà, riscatto e progresso generale.

Se durassimo in eterno
Tutto cambierebbe
Dato che siamo mortali
Molto rimane come prima.

(Bertold Brecht)

venerdì, 28 dicembre 2007

Confesso di non nutrire alcun rimpianto, specialmente di ordine politico, anzi. Mi si rimprovera di essere "nostalgico dell'opposizione per il gusto dell'opposizione". E se anche fosse, cosa ci sarebbe di male? Francamente cosa dovrei rimpiangere, di quale opposizione dovrei avere nostalgia?

Forse dovrei rimpiangere la finta opposizione esercitata (a chiacchiere) dal vecchio Partito (pseudo)comunista italiano, che nella prassi politica concreta del dopoguerra ha tradito e rinnegato  la sua lunga storia e la sua gloriosa tradizione, ha calpestato i nobili valori della resistenza-genovaResistenza antifascista, rivelando la sua reale natura opportunista, cinica e spregiudicata, fino ad inseguire e praticare il più becero compromesso consociativista con la peggiore Democrazia cristiana, almeno per quanto concerne i suoi quadri dirigenti? Francamente, rimango esterrefatto di fronte al cinismo e alla spudoratezza con cui viene ogni volta agitato lo spauracchio del "ritorno di BerlusconiIl ritorno del Monnezza al potere", al solo scopo di spaventare, imbavagliare ed imprigionare l'elettorato di sinistra, fingendo di contrastare (solo a chiacchiere) il tanto vituperato e demonizzato cavaliere nero, che non è Zorro, ma un bandito "spettrale" di Arcore. Il quale è stato legittimato e favorito, di fatto, proprio dai vertici del cosiddetto "centro-sinistra". Infatti, per vincere le elezioni serve il voto dell'elettorato di sinistra, che viene puntualmente estorto con l'inganno, ma all'atto pratico, ogni volta che si è andati al governo non si è stati capaci nemmeno di produrre una semplice leggina per risolvere il tanto esecrato e criticato (sempre e solo a chiacchiere) conflitto di interessi. Probabilmente, altri scelgono e perseguono cinicamente il potere fine a se stesso, ossia per il gusto del potere, accreditando in tal guisa il celebre aforisma andreottiandreottiano, secondo cui "il potere logora chi non ce l'ha". Francamente, valutando l'esperienza storica e quella personale, mi sono convinto che l'attuale sistema politico-economico borghese è talmente corrotto e corruttore da rendere vano, se non impossibile, ogni tentativo di "riforma" e di "rinnovamento" operato all'interno delle sue false e distorte istituzioni "liberal-democratiche". La storia ci dovrebbe insegnare che una forza politica autenticamente di sinistra (per non dire comunista), schierata apertamente e seriamente dalla parte delle classi lavoratriciquarto stato (o delle masse popolari), vale a dire un soggetto politico che si propone di rappresentare e tutelare gli interessi di un blocco sociale prevalentemente popolare (per non dire proletario, visto che persino la piccola borghesia intellettuale e statale si è ormai proletarizzata: si pensi, ad esempio, ai poveri insegnanti) non può e non deve partecipare al governo della società con altri soggetti ed altre forze politiche che rappresentano e salvaguardano un diverso blocco sociale, formato da classi collocate ai livelli superiori della gerarchia della ricchezza e del potere.

Insomma, non si può governare (o partecipare ad un governo, benché questo si spacci e si dichiari "progressista" e "riformatore", o addirittura "alternativo", sempre e solo a chiacchiere) nell'attuale quadro dei rapporti capitalistico-borghesi di produzione e di sfruttamentosfruttamento materiale del lavoro, nell'attuale assetto dei rapporti di forza e di potere, decisamente sbilanciati a vantaggio dei gruppi economici dominanti. Pertanto, preferisco mille volte restare all’opposizione piuttosto che sputtanarmi e sputtanare (ossia svendere e rinnegare) i miei principi ideali, con gente spregiudicata che disprezza e viola cinicamente ogni regola, pur camuffandosi e riparandosi dietro mentite spoglie "progressiste", "liberali" e "di sinistra". I principali mezzi di informazione di massa (stampa e televisione di regime) hanno coniato l’inFausta (!) formula Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil“sinistra radicale” per indicare i gruppi politici che si collocano a sinistra dello schieramento parlamentare e formano l’ala sinistra dell’Unione. Ma tale definizione è assolutamente astratta e inattendibile, in quanto rappresenta un’invenzione puramente arbitraria di origine mediatica (appunto), una vera mistificazione di natura ideologico-propagandistica. Invece, bisognerebbe usare un’altra espressione, senza dubbio più credibile e veritiera: quella di “sinistra tradita”. Tradita anzitutto dai suoi “fedeli” alleati di governo… A tale proposito vorrei sottoporvi un quesito: ma Lamberto lamberto-diniDini, che nella sua rinomata carriera ha ricoperto numerosi incarichi di prestigio e di potere nel mondo dell’economia e della finanza internazionali, è stato infatti direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, nonché Direttore Generale della Banca d’Italia, si poteva considerare un affidabile alleato della sinistra, ovvero un rappresentante serio e credibile degli interessi dei lavoratori? La stessa domanda vale per altri illustri esponenti della coalizione governativa, quali il super-Ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa.padoa_schiappa Il quale è stato amministratore delegato delle Assicurazioni Generali, si è laureato alla Bocconi di Milano, ha frequentato un Master in economia a Boston, negli Stati Uniti, ha lavorato presso la Banca d’Italia diventando Vice-Direttore Generale, e via discorrendo. Ebbene, con tutti questi autorevoli ex dirigenti della Banca d’Italia, presenti tra le sue fila, ci si meraviglia se il governo Prodi si è dimostrato totalmente asservito e subordinato agli interessi delle banche e delle assicurazioni!

Una sinistra tradita dai suoi stessi membri e dirigenti politico-parlamentari. Prigionieri dei vari ricatti imposti dall’esterno (dai cosiddetti “alleati”: vedi il caso di Dini, appunto) nonché dell’opportunismo, del Bertinotti contestatocarrierismo e dell’arrivismo diffusi al suo interno. Ma su questo punto dolente sarebbe opportuno stendere un velo pietoso. Pertanto, è necessario umiliarsi, scendere in basso, riprendere a frequentare la gente, per capire e conoscere i bisogni reali delle masse popolari, per rivolgersi e guardare altrove, non più verso la sinistra al potere che ha sempre carusotradito i suoi sostenitori e continuerà a farlo. Come testimoniano le preziose lezioni impartite dalla storia. Mi scuso con il lettore se mi sono un po’ dilungato in queste noiose rievocazioni storiche concernenti le prestigiose carriere professionali dei rappresentanti di governo, ma era utile farlo a beneficio di chi ha la memoria corta. Per gli “smemorati” vale sempre l'antico adagio latino "repetita iuvant". Ma vale anche un proverbio più "volgare" e meno "dotto", che recita: "non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire".