lunedì, 08 settembre 2008
Pubblico di seguito un articolo che offre una chiave di lettura originale e controcorrente degli avvenimenti italiani.

E' un post apparso sul blog Ripensare Marx e firmato da Gianfranco La Grassa. Non ne condivido integralmente il contenuto (ad esempio, dissento dall'analisi e dal giudizio sprezzante, o comunque negativo, concernente le lotte del Sessantotto e del Settantasette), ma concordo su alcuni punti, anzitutto sulla valutazione espressa a proposito del ruolo destabilizzante svolto da Mani Pulite, un avvenimento interpretato come un golpe politico-istituzionale travestito sotto la nobile facciata di un'inchiesta giudiziaria.

Senza la bufera di Tangentopoli che nei primi anni '90 ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica (la corruzione e l'affarismo dilagano ancora oggi, in misura persino maggiore rispetto al passato, malgrado non esistano più i vecchi partiti di massa, i quali garantivano un argine in difesa della Costituzione e un minimo di partecipazione politica democratica), senza le campagne mediatiche che hanno scatenato un clima di aggressione squadrista, di caccia alle streghe, aizzando l'opinione pubblica nazionale, in Italia non sarebbe stato possibile attuare quelle svendite e privatizzazioni ad esclusivo vantaggio del capitalismo economico privato, di preziosi beni ed enti pubblici dello Stato, procedendo in pratica ad un'operazione eversiva di smantellamento totale della cosa pubblica, il cui ultimo bersaglio è costituito da Scuola e Sanità.

Un altro punto di convergenza con l'autore dell'articolo, riguarda la riflessione quasi "profetica" proposta da Pasolini rispetto al degrado storico-antropologico della realtà italiana a partire dal boom economico-consumistico degli anni '60. Un degrado socio-culturale crescente, di cui il berlusconismo è solo un effetto e non la causa.

E' POSSIBILE UNA SVOLTA?

di Gianfranco La Grassa

Ho detto molte volte, e lo ribadisco senza esitazioni, che il berlusconismo è prodotto e non causa del degrado politico – e del vero e proprio sprofondamento culturale –  prodottosi in Italia negli ultimi decenni, e acceleratosi senza dubbio dopo gli anni ’90 soprattutto successivamente a “mani pulite”.

Tale degrado è dunque un processo che precede e provoca l’ascesa di Berlusconi in campo politico e, di conseguenza, culturale. Del resto che Berlusconi non sia la causa dello sprofondamento in oggetto è dimostrato dal fatto che questo è generale in tutta Europa – pur se da noi conosce una particolare accentuazione – e, in generale, in tutto il capitalismo “occidentale” avanzato. Si parla spesso anche di americanizzazione.

Va detto allora che l’americanizzazione ha interessato pure gli Stati Uniti, poiché essi non sono stati per nulla caratterizzati negativamente in senso culturale, almeno fino agli ’70 circa.

Politicamente imperialisti, massacratori più o meno secondo gli standard di tutte le grandi potenze succedutesi nella storia dell’umanità, ma non depressi culturalmente: buona letteratura, buona (e nuova) musica, grande cinema, credo non abbiano sfigurato nemmeno … nelle arti figurative.

Inoltre, solo chi ha la puzza sotto il naso – in genere gli idealisti e gli hegeliani nostrani – sputano sulla filosofia; ad esempio quella pragmatista (Dewey, William James, e in più Pierce che è un notevole personaggio; più tanti altri).

Infine la scienza, che ha avuto i suoi massimi avanzamenti proprio in quel paese. Per merito di stranieri? Si anche, ma che sono stati accolti con facilità mettendo a loro disposizione enormi mezzi e istituzioni e laboratori avanzati per sviluppare le loro ricerche. Quindi, lasciamo perdere l’americanizzazione e il berlusconismo.

In realtà, aveva piena ragione Pasolini, certamente con particolare riferimento al nostro paese. Il degrado, rapido e devastante, è iniziato in definitiva nel ’68.

Se Pasolini avesse potuto vedere il ’77, sarebbe rimasto letteralmente inorridito, perché in quegli anni si è sprofondati nella notte più buia in specie “per merito“ di quei sedicenti ultrarivoluzionari di sinistra che furono gli “autonomi”, ancor oggi non placatisi e trasformatisi in varie guise, una più indecente e sragionante dell’altra.

Purtroppo, si è trattato di una buona dimostrazione del fatto che “il sonno della ragione genera mostri”. Da qui è derivata la nostra effettiva “catastrofe”, non dai “bottegai berlusconiani”.

Insomma, Pasolini aveva secondo me ragione da vendere nel giudizio negativo, morale più ancora che politico, espresso su quegli arroganti studentelli privi di qualsiasi idealità e valore, identificandoli quali “piccolo-borghesi” che volevano semplicemente sostituire i loro “padri”; certamente questi avevano messo in mostra gravi limiti e anche colpe, ma erano in genere dotati di uno spessore culturale, e spesso anche morale, che i pigmei e nanerottoli del ’68 (per non parlare appunto degli anni successivi) nemmeno sfioravano.

Probabilmente Pasolini commetteva errori politici (tattici) ed esagerava in qualche lode di troppo verso i poliziotti in quanto “contadini meridionali”. Certe repressioni feroci di quel periodo sono ben fisse nella nostra memoria; e del resto anche la Celere degli anni “di Scelba” non credo meriti la nostra riconoscenza!

Qui sto però solo giudicando del degrado politico-culturale indotto in Italia da certa sinistra che si finse rivoluzionaria. Poiché però quest’ultima mostrò presto il suo reale volto, fondamentalmente reazionario pur nell’ammodernamento dei “costumi” (più che altro quelli sessuali), riuscì nell’intento di impestare i media, sostituendo i “padri” in specie nei giornali, in TV, nell’editoria, ecc., anche grazie al fatto di essere cooptata da parte di una classe dirigente economica incapace di vera autonomia produttiva, sempre bisognosa di assistenza “pubblica” e di svendita allo straniero (predominante).

In questo modo, i “rivoluzionari” sessantotteschi e settantasettini – farseschi e drammatici nel contempo; veri eredi dei Demoni di Dostojevski – ebbero modo di produrre un autentico sconquasso presentato come “ammodernamento”, anzi come postmodernità.

L’attacco alla razionalità, alla scienza, all’idea di progresso, il catastrofismo oggi dilagante che si “predica” sia derivato dal “dominio della Tecnica”, provengono da questi settori reazionari; anche se poi seguiti da altri, che si collocano sul fronte apparentemente opposto, di una “destra” pur essa non istituzionale, che si crede erede delle correnti più radicali e “rivoluzionarie” del vecchio nazifascismo (settori rimasti però sempre in posizione secondaria rispetto a quelli “ultrasinistri”).

Infine, questi ultimi ebbero un altro colpo di fortuna. Crollò il sistema “socialista”, e dagli Usa (e dalla nostra GFeID, finanza e industria assistita) partì l’operazione “mani pulite” che “produsse” infine una sinistra – in entrambi i suoi rami: la moderata e la radicale – senza più le radici popolari del Pci; una sinistra che, per fortuna, comincia adesso ad essere abbandonata dalla Classe.

Questo marciume dilagante – effetto dello sprofondamento politico-culturale, ormai realizzatosi grazie al patrocinio della suddetta classe dirigente economico-finanziaria – ha confermato i suoi autori nel controllo dei canali di trasmissione di sedicente informazione e “cultura”; ed essi ne hanno approfittato per mascherarsi e diffondere del disastro un’interpretazione del tutto mistificante: la colpa è del berlusconismo.

Adesso veramente basta con questa menzogna; è indispensabile, innanzitutto, ristabilire la giusta sequenza dei processi “catastrofici”. La sinistra – quella dei movimenti del ’68, e ancor più del ’77, saldatisi nel ’92-‘93 con tutto il resto della sinistra sotto l’ala protettrice della GFeID legata ai predominanti statunitensi; sinistra divenuta sempre più un ammasso di “ceti medi”, soprattutto dei settori del “pubblico” – è la causa di questi processi, il resto ne è derivato ineluttabilmente. Si è dunque creato un bubbone “piccolo-borghese”, con a capo pochi acculturati senza scrupoli e ultra-ambiziosi, che manovrano schiere di lettori di brunovespaVespa e Camilleri (e magari di poco altro, ma non più della grande cultura classica e "borghese"), i quali hanno veramente provocato una frattura netta con le generazioni precedenti. Si tratta di quelli che predicano l’emozione contro la razionalità, la cultura del “corpo” messa in antitesi a quella dello spirito, il più disastroso dei relativismi condito di finta tolleranza, il più bieco lassismo anarcoide che ha disgregato ogni forma di reale e produttiva socialità. In certi momenti, sembra addirittura si sia interrotta una linea di civiltà che – in paesi di antica, millenaria, storia – rappresenta sempre un sedimento, un giacimento, cui si può attingere con effetti positivi perfino nelle epoche più buie. Invece oggi, questo è reso impossibile da questo gravissimo sprofondamento intuito dal grande Pierpaolo_Pasolini_2Pasolini, ma che ha poi progredito – grazie anche a quell’evento, un sostanziale “colpo di Stato” camuffato da operazione giudiziaria, prodottosi nel ’92-‘93 – a passi giganteschi. A me pare del tutto ovvio che la reazione a questa effettiva catastrofe non potesse che assumere, in Italia, le vesti pur esse meschine e squallide della cultura (e della politica) dei cosiddetti “bottegaio berlusconiano” e “industrialotto del nord-est”. A tutto questo è necessario reagire, pur sapendo che le volontà soggettive dovrebbero essere coadiuvate dall’evolvere di eventi capaci di mettere infine in moto processi storici di ben altro calibro e direzione. Tuttavia, i “soggetti” hanno intanto l’obbligo di ricominciare a pensare e, con le loro minime forze, di opporsi alle mistificazioni degli “intellettuali del degrado”. Bisogna affermare con forza: la conditio sine qua non di una possibile rigenerazione politico-culturale del nostro paese e del riannodarsi dei legami con il suo passato di grandi tradizioni culturali (e, lo ripeto, di civiltà) – rigenerazione che riuscirebbe, nel medesimo tempo, a combattere e superare anche la più sanguigna e concreta (meno parassitaria in ogni caso), ma comunque rozza, volgare e intellettualmente limitata, bossi-finisenzaconfini“classe dirigente” berlusconiana – è lo sbaraccamento definitivo di questa sinistra fatta di ceto medio (“piccolo-borghese”, soprattutto dei settori del “pubblico”); un ceto esattamente meschino, intellettualmente mediocre, e nel contempo protervo e arrogante, come lo dipinse Pasolini.Pasolini, 1975 Dobbiamo ricreare forze critiche, effettivamente contrarie a questo tipo di sistema sociale e politico, buttando però a mare questa sinistra, smettendo ogni tentativo di ricostituirla; perché ogni tentativo genera entità ancora più degenerate e ignobili. Non so quanta parte della sinistra, che pretende di essere comunista, abbia ancora un cervello pensante. Comunque, l’invito rivolto è precisamente in tal senso: abbandonate ogni velleitario tentativo di ricreare gruppetti e gruppetti di vecchi rigurgiti ideologici, ormai senza più appiglio con la realtà. Nello stesso tempo, smettetela con l’aggregazione ad una sinistra, più o meno moderata o invece finta radicale,Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil che è la causa reale del degrado, di cui indubbiamente la destra è poi il semplice riflesso speculare. Anzi, esiste proprio una vera cartina tornasole per saggiare se siamo o meno in presenza di puri mentitori e mistificatori: se si insiste oppure no sulla parola d’ordine dell’unirsi in nome dell’antiberlusconismo. Chiunque ancora la usi, è ipso facto il peggiore dei nemici, il vero obiettivo di un’azione di preliminare pulizia. Con quelli che hanno almeno capito questo imbroglio, si può ridiscutere; ma senza alcun tentativo di “rifondare il passato”. E’ necessario riemergere dallo sprofondamento culturale e politico di questi anni, per “costruire” qualcosa di nuovo e ancora impensato. Le piccole, infime, nostre forze s’impegneranno in questa direzione, con tutti coloro che hanno capito questi pochi punti. Non si creda di volerci creare ostacoli (“psicologici”) mostrando indignazione perché certi settori di “estrema destra” riportano alcune nostre analisi.

Noi ci rivolgiamo, puramente e semplicemente, agli individui che usano la ragione; a quelli che preferiscono utilizzare invece i soli “riflessi da cane di Pavlov”, senza valutare quello che noi diciamo – e senza prendere atto dello sforzo di rielaborazione teorica (nuova) che ci sta dietro, e che appare nel sito oltre che in libri e scritti vari su riviste – noi diciamo: non ci interessate, siete quelli della prevalenza delle emozioni sul cervello pensante, siete complici e conniventi con quella sinistra “intellettuale” che ha provocato lo sprofondamento politico-culturale da noi aborrito, facendolo passare per berlusconismo, un semplice effetto invece. Con voi abbiamo chiuso. Altrimenti, ricominciate a mettere in moto le sinapsi di quello che Woody Allen, spiritosamente, definì “il nostro secondo organo preferito”; se lo farete, siamo pronti al dialogo.

postato da: luciospartaco alle ore 18:59 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 07 settembre 2008
Il Sessantotto e altre valanghe

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, a sentirla parlare è facile capirlo: lei s'è formata nella nostra scuola, ha respirato l'aria che abbiamo respirato, ha pregi e limiti dei nostri studenti e può capitare: lei sbaglia bersaglio.

Dietro le sue ragioni, dietro la novità del maestro unico, la riscoperta delle miracolose virtù terapeutiche del grembiulino, dietro la favola della meritocrazia, non ci sono, come forse lei crede davvero, i quarant'anni che ci separano dal Sessantotto, ma i vent'anni che dalla sua adolescenza scivolano in malo modo sino a noi e ci precipitano addosso come una valanga.

 

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, la ragione con cui spiega le sue ragioni le dà torto: non è stato il Sessantotto a rovinare la scuola, ma ciò che di oscuro gli si è contrapposto in un Paese che lei ha trovato libero nascendo e il governo di cui fa parte pensa di asservire.

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, il progetto che intende realizzare non è suo. Lei chiude un cerchio aperto da altri negli anni della sua prima giovinezza. Dietro di lei ci sono l'autonomia scolastica e le mille deroghe alle norme un tempo vigenti in materia di contabilità dello Stato; dietro di lei ci sono le funzioni vitali dell'Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione affidate a istituzioni scolastiche ferite a morte da quella feroce ristrutturazione aziendale che furono i "piani di dimensionamento".

 

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, dietro di lei, che forse non ricorda, ci sono la flessibilità, i criteri puramente aziendalifabbrica-scuola di ottimizzazione delle risorse umane, la privatizzazione dei rapporti di lavoro, l'inflazione di insegnamenti opzionali, facoltativi o aggiuntivi, la subordinazione delle istanze formative a quelle della Confindustria e del mercato del lavoro, un bilancio che tiene più in conto i cannoni che le scuole, i capi d'Istituto svincolati dalla didattica, lo scempio delle risorse economiche trasferite dal pubblico al privato, la mortificazione retributiva e la precarizzazione del Controllopersonale docente. Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, lei giunge a governare istituzioni scolastiche brutalmente sacrificate a cieche ragioni di bilancio e poste di fronte a una feroce alternativa: sopravvivere, a danno della "concorrenza" in una lotta senza quartiere per la difesa dei "requisiti dimensionali", o perire sull'altare del risanamento di una spesa pubblicaLa scuola schioppa che continua ad accollarsi i costi inaccettabili della politica e i debiti e le disfunzioni di un capitalismo straccione. Un capitalismo malato, tanto più avido e parassita, quanto più apparentemente vittorioso dopo il crollo del muro di Berlino e la bancarotta della sinistra passata armi e bagagli nel campo delle destre. Il suo campo, Ministro. Le piaccia o no, dietro di lei, Ministro Gelmini, ci sono l'effimero trionfo della legge del profitto e il mito dell'età dell'oro, che avrebbe dovuto segnare la vittoria del "bene borghese" sul "male socialista". Questa è la storia. E lei lo sa, la storia non finisce. Le piaccia o meno, la storia siamo noi.

Giuseppe Aragno

 
Aderisci all'appello contro la privatizzazione della Scuola Pubblica
sabato, 02 febbraio 2008

Sulla questione della visita all’Università La Sapienza di Roma, HitleRatzingerRatzinger ha giocato astutamente ad atteggiarsi a vittima, ma è anche vero che i docenti che si opponevano alla sua visita hanno giocato a loro volta su una identificazione con Galileo che non aveva alcun fondamento storico. Nel processo di Galileo la questione dell’eliocentrismo e del geocentrismo fu marginale, poiché è ormai dimostrato che anche la teoria eliocentrica era ritenuta accettabile nell’ambito delle gerarchie ecclesiastiche, ed era stata persino utilizzata per risolvere alcuni problemi tecnici nella riforma del calendario operata dal papa Gregorio XIII nel 1582 (è lo stesso calendario che vige ancora adesso).

Lo scontro con Galileo fu determinato dal fatto che questi reclamava la sua autonomia come scienziato, cioè non accettava più una subordinazione gerarchica in cui ogni ricerca doveva essere condizionata dalla paternalistica accondiscendenza delle autorità ecclesiastiche. D’altra parte questa autonomia reclamata da Galileo si basava su un tipo di ricerca scientifica che poteva esercitarsi con risorse estremamente limitate.

Negli ultimi anni di vita, Galileo poté attuare importantissime ricerche di fisica con pochissimi soldi, cosa inconcepibile attualmente, dato che la ricerca dipende dai fondi che le vengono concessi e non certo dai permessi ecclesiastici.

Oggi la ricerca è finanziata da denaro pubblico, ma risponde  ad interessi privati. Questo intreccio tra denaro pubblico ed affarismo privato costituisce attualmente la vera forca caudina dello scienziato, perciò far finta di vivere ancora nel XVII secolo è un modo per non vedere ciò che accade oggi, ed anche per chiudere gli occhi di fronte al vero ruolo di un Ratzinger.

Quando a Stalin obiettarono che una sua decisione sarebbe dispiaciuta al papa, egli rispose con una domanda sarcastica : Mistici armati“Quante divisioni ha il papa?” La frase di stalinStalin era concreta, ma incompleta, in quanto avrebbe dovuto anche chiedere: “Quante banche ha il papa?” Ai tempi di Stalin la Chiesa Romana era ancora una potenza finanziaria in proprio, come lo era stata da sempre. Ancora prima che la Chiesa Cattolica diventasse  la religione di Stato dell’Impero Romano, questa identificazione tra Chiesa e Banca era essenziale, organica. Callisto I - da cui hanno preso il nome le famose catacombe e che fu papa dal 217 al 222 - era lo schiavo di un potente liberto imperiale, Carpoforo, anch’egli cristiano.

Sebbene  fosse giuridicamente uno schiavo, Callisto era a capo di una banca e fu protagonista di uno scandalo finanziario, per il quale venne anche arrestato, ma poi liberato proprio su pressione dei suoi creditori che speravano di riavere i loro soldi.

Papa Callisto I, banchiere e bancarottiere dei tempi eroici e pionieristici del cattolicesimo, oggi si rivolterebbe nella tomba se potesse vedere la sua creatura ridotta a potenza finanziaria subordinata, ad appendice e colonia della finanza tedesca.santi subito

Fatti fuori Sindona, papa Luciani e Calvi, la “finanza cattolica” non esiste praticamente più, ed il segno di questo tramonto è appunto la scomparsa dei papi italiani. papa-ratziRatzinger recita ad uso dei media la parte dell’intellettuale e del teologo, ma i suoi scritti sono dei collage di citazioni, tenute insieme da luoghi comuni e frasi fatte. Ratzinger non è lì in quanto “tradizionalista”, ma in quanto rappresentante dei poteri finanziari che oggi controllano la Chiesa Cattolica. Per un ricorso storico, la Germania espresse già agli inizi del XVI secolo una grave sfida finanziaria nei confronti del potere papale, quando Lutero, per conto dei Principi tedeschi, guidò la rivolta contro i tributi da versare a Roma sotto forma di indulgenze.

Grazie a quei soldi sottratti al papa, i Principi tedeschi lanciarono una terribile offensiva di classe contro le loro popolazioni contadine, stroncandone ogni tentativo di resistenza, fatto che lo stesso Lutero si incaricò di santificare, scrivendo che massacrare i contadini corrispondeva alla volontà divina.

Anche la storia della Riforma Protestante, è storia di denaro più che di idee religiose.

Fonte: www.comidad.org

domenica, 26 agosto 2007

Rapinatori legalizzati d'ogni tipo non fanno altro che intimare ai lavoratori: "o la borsa o la vita!"rapina in bancaLadri, ladroni e banchieri

Ladri e ladroni...colletti-bianchibanchieribanda_bassottiricaricabertone3bertoneecoborsaIl_peso_dei_debitipoveri_noilavoratoriRicchi e poveri...compagno cipputi

Come diceva il principe Antonio De Curtis, in arte Totò: "E io pago!"

giovedì, 16 agosto 2007

IL BUSINESS DELLA POVERTÀ

Il fatto che la crisi delle borse della scorsa settimana sia stata causata da un prodotto finanziario povero come i Mutui_casamutui per la casa, ha suscitato stupore; uno stupore del tutto immotivato se si considera che la povertà costituisce una condizione basilare del sistema affaristico. Anzitutto, il prodotto finanziario in questione è anche molto più povero di quello che si possa credere, poiché “casa” negli Stati Uniti non significa mattoni e cemento, ma un’intelaiatura con dei pannelli prefabbricati, prefabbricatoabitazioni che un incendio o una tromba d’aria si portano via in qualche secondo. Inoltre ci sono in circolazione prodotti finanziari anche più poveri dei mutui casa, in quanto negli Stati Uniti (ma ormai anche da noi) i consumi sono basati Il_peso_dei_debitisull’indebitamento. L’accumularsi delle insolvenze sui mutui ha determinato la crisi dei giorni scorsi, ma non è che queste insolvenze non fossero prevedibili e previste, solo che si sono verificate concentrandosi nello stesso momento. Le cose non stanno come hanno cercato di raccontarcele i giornalisti, non è che il credito è stato troppo di manica larga, insomma ancora una volta non è vero che i capitalisti si trovino in difficoltà per essere stati troppo buoni. Il fatto che in tanti non riescano a pagare il mutuo sino in fondo, costituisce il nerbo dell’affare, perché il capitalista, dopo aver incamerato anni di interessi dal cliente, può anche prendersi la sua casa in compensazione del restante del debito. Gli istituti di credito si sono così ritrovati proprietari usuraio_palazzinarodi molte case, ma, nel momento di andarle a rivendere, si è determinato un calo del valore degli immobili dovuto al fatto che non c’erano più abbastanza persone in grado di ricomprare. L’affare comportava un margine di rischio e qualche inconveniente c’è stato, ma nel complesso il sistema ci ha guadagnato, quindi queste crisi finanziarie non annunciano nessun Armageddon del capitalismo. C’è una pauperizzazione crescente, rispetto alla quale il sistema affaristico prende continuamente le misure per proseguire nello sfruttamento del fattore povertà. C’è un certo antimarxismo scadente - Karl Popper ne è stato il portabandiera più celebrato -, che accusa Marxmarx di aver fatto profezie, per di più sbagliate. Per anni ci si è detto che la più smentita di queste profezie sarebbe stata quella secondo cui la ricchezza tende a concentrarsi in poche mani a scapito di una maggioranza sempre più povera. In realtà Marx non aveva fatto nessuna profezia, si limitava a riscontrare una tendenza e a registrare un dato di fatto. Ancora nel 1891, nella sua enciclica “Rerum novarum”, il papa Leone XIII notava la stessa cosa:  i ricchi si fanno più ricchi, i poveri si fanno più poveri. Il punto è che nei confronti della tendenza alla pauperizzazione, si sono nel tempo costituite delle controtendenze. Le principali sono state: la nascita di un quarto statomovimento operaio organizzato, la formazione di un ceto medio del pubblico impiego dotato di garanzie giuridiche,  l’affermazione di una fiscalità centralizzata e indirizzata a colpire il reddito reale. Tutte e tre queste forze contrarie alla pauperizzazione sono oggi in grave crisi. La borghesia ha collocato i suoi uomini alla direzione delle grandi confederazioni sindacali (e ciò non da oggi: come si è potuto accettare che un Trentintrentin diventasse segretario della FIOM?). In tal modo la dirigenza sindacale ha potuto far finta di non accorgersi che quella che veniva chiamata “ristrutturazione” era in realtà una vera e propria deindustrializzazione. Alla deindustrializzazione ha anche contributo l’influenza del marxismo e la sua svista nel ritenere che la borghesia esprima una cultura  industriale. Dopo aver demolito il movimento operaio, la borghesia oggi attacca le garanzie del pubblico impiego, e non a caso si serve di uno che era già stato un suo Pietro Ichinoinfiltrato nella dirigenza della CGIL, Pietro Ichino. Uno dei maggiori fattori di povertà in passato era costituito dalla facoltà impositiva degli enti locali, soprattutto i municipi. Il municipio è considerato da alcuni come un organo meno statale e più vicino alla “gente”, mentre storicamente si è sempre dimostrato una macchina fiscale di una voracità senza uguali, una macchina che non si concentra su redditi reali, ma su qualsiasi appiglio, rendendo così impossibile ogni dignitosa povertà. Chi sia povero e possessore della casa dove abita, rischia continuamente di ritrovarsi espropriato del suo bene a causa della Imposta Comunale sugli Immobili.Scippo Non è poi un mistero che le esattorie comunali siano vere e proprie associazioni a delinquere tese ad escogitare ogni espediente per estorcere al contribuente anche ciò che non deve. È evidente che chi è più povero è anche meno in grado di difendersi dalle vessazioni, quindi costituisce il bersaglio ideale da depredare, proprio perché più debole. Non si è mai abbastanza poveri perché l’affaristaladro non riesca a derubarti di qualcosa. Si aggiunga che la progressività delle imposte sui redditi oggi in molti Paesi tende già a funzionare all’incontrario, per cui negli Stati Uniti più basso è il reddito più proporzionalmente si deve al fisco. Ciò non è strano, anzi è ovvio che la ricchezza abbia creato un’ideologia e una propaganda funzionali ad essa, per cui la ricchezza viene fatta percepire come una posizione di credibilità e di superiorità morale, mentre i poveri vengono presentati come potenziali ladri o invidiosi.

Fonte: www.comidad.org

giovedì, 07 giugno 2007

IL BUSINESS DELL’AFFOSSAMENTO DELL’ISTRUZIONE PUBBLICA  

Le recenti “Considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi,draghi_mario hanno riproposto tutti i luoghi comuni cari all’affarismo. Oggi che la carica di Governatore è di nomina politica, molto dell’alone mistico che emanava dalla sua figura è andato perso, perciò Draghi si è dovuto dare da fare per inseguire il consenso e compiacere gli opinionisti legati ai gruppi affaristici. Un punto delle “considerazioni” che ha suscitato però unanimità di consensi in ogni settore, è stato l’osservazione secondo cui il livello della nostra istruzione scolastica risulterebbe inferiore nel Meridione d’Italia. Razzismo antimeridionaleQui Draghi ha utilizzato astutamente il richiamo razzistico per rendere accettabile la prospettiva di consegnare l’istruzione pubblica al business del controllo dei risultati scolastici da parte di agenzie private. Oggi sono in molti ad essere preoccupati dell’invadenza distruttiva dell’affarismo, ma questa preoccupazione rimane astratta e moralistica dal  momento che non fa i conti con gli strumenti di propaganda e di manipolazione psicologica utilizzati dai gruppi affaristici.   Il razzismo antimeridionale è una di quelle suggestioni in grado di far scattare  automaticamente nell’opinione pubblica un atteggiamento di credulità incondizionata e malevola, che rende plausibile qualsiasi emergenza. Il razzismo antimeridionale è uno di quei valori fondanti e unanimemente condivisi che sono alla base dell’unità italiana, quindi gli stessi Meridionali non lo mettono in discussione. Anche nei confronti dell’istruzione pubblica in genere esiste un pregiudizio diffuso che non perde occasione di manifestarsi. Due pregiudizi combinati insieme creano una potenza propagandistica inarrestabile, che rompe ogni argine di buonsenso. pigUna delle sviste fondamentali del marxismo consiste nel ritenere che la borghesia esprima una cultura industriale, mentre in realtà l’essere borghesi si concretizza soltanto in due atteggiamenti: l’esclusivismo e l’affarismo. L’industrialismo moderno è soprattutto un effetto del militarismo e delle esigenze di potenza dello Stato nazionale. Fu proprio in una logica militaristica che nella seconda metà del XIX secolo, il cancelliere tedesco BismarckBismarck costruì le basi del moderno Stato sociale: la previdenza, l’assistenza sanitaria e l’istruzione pubblica. Anche l’istruzione pubblica italiana alla fine dell’800 fu costruita sul modello bismarckiano, e con l’assistenza e consulenza del governo tedesco. L’Italia si presentò perciò all’appuntamento della prima guerra mondiale con un numero sufficiente di diplomati sia per sostenere l’apparato industriale che per coprire i ruoli di ufficiale dell’esercito. Ovviamente, per la legge dell’ingratitudine umana, questo potenziale fu rivolto proprio contro la Germania. Un falso storiografico  consolidato è che l’impianto dell’istruzione pubblica italiana sia stato dato durante il fascismo dal ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile.Giovanni_Gentile In realtà la riforma Gentile si limitò a dare dei ritocchi in senso elitario al modello bismarckiano, ed in questo senso andò la “perla” della sua riforma, cioè il Liceo Classico, la scuola borghese per eccellenza. Come è noto, il Liceo Classico prevedeva l’abbandono dello studio della lingua straniera nel triennio finale, dando per scontato che le famiglie degli studenti potessero permettersi dei corsi di lingua privati. Il Liceo classico non insegnava nulla, neppure la lingua greca antica, che veniva appresa in modo non storico, senza tenere conto che il greco classico si sviluppa per molti secoli, per cui le parole cambiano di significato a seconda delle epoche e degli autori. liceo classicoLo scopo del Liceo Classico era soltanto quello di creare un ambiente elitario, in cui si affacciava ogni tanto qualche figlio della piccola borghesia che poteva essere poi pubblicamente umiliato con il rituale del rinfaccio del mancato pagamento delle tasse scolastiche. La riforma Gentile comunque non intaccò del tutto il modello bismarckiano di istruzione pubblica, che era tarato per funzionare in modo autosufficiente  e sullo standard della mediocrità, con una centralità dell’istruzione tecnica e professionale, e fu  ancora questo modello che consentì all’Italia di affrontare il boom economico. Dagli anni ’70 in poi si è invece andato affermando il modello americanistico,americanismo con gli organi collegiali, l’ingerenza sistematica delle famiglie, la didattica progettuale, l’autonomia scolastica e il “preside manager”. Per essere completato, questo sistema prevede appunto il business della privatizzazione dei controlli esterni. fabbrica-scuolaÈ ovvio che il sistema americanistico non può funzionare, ed infatti prevede una università che è un doppione del liceo, e, soprattutto, si sostiene con l’afflusso costante di immigrazione intellettuale dai Paesi dove il sistema scolastico ancora funziona. È altrettanto ovvio che un business tirerà l’altro, per cui mentre delle agenzie private si incaricheranno di affossare l’istruzione pubblica, altre si occuperanno di fare affari importando diplomati e laureati dai Paesi dell’Est, come già in parte avviene.  

Fonte: www.comidad.org