domenica, 07 settembre 2008
Il Sessantotto e altre valanghe

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, a sentirla parlare è facile capirlo: lei s'è formata nella nostra scuola, ha respirato l'aria che abbiamo respirato, ha pregi e limiti dei nostri studenti e può capitare: lei sbaglia bersaglio.

Dietro le sue ragioni, dietro la novità del maestro unico, la riscoperta delle miracolose virtù terapeutiche del grembiulino, dietro la favola della meritocrazia, non ci sono, come forse lei crede davvero, i quarant'anni che ci separano dal Sessantotto, ma i vent'anni che dalla sua adolescenza scivolano in malo modo sino a noi e ci precipitano addosso come una valanga.

 

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, la ragione con cui spiega le sue ragioni le dà torto: non è stato il Sessantotto a rovinare la scuola, ma ciò che di oscuro gli si è contrapposto in un Paese che lei ha trovato libero nascendo e il governo di cui fa parte pensa di asservire.

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, il progetto che intende realizzare non è suo. Lei chiude un cerchio aperto da altri negli anni della sua prima giovinezza. Dietro di lei ci sono l'autonomia scolastica e le mille deroghe alle norme un tempo vigenti in materia di contabilità dello Stato; dietro di lei ci sono le funzioni vitali dell'Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione affidate a istituzioni scolastiche ferite a morte da quella feroce ristrutturazione aziendale che furono i "piani di dimensionamento".

 

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, dietro di lei, che forse non ricorda, ci sono la flessibilità, i criteri puramente aziendalifabbrica-scuola di ottimizzazione delle risorse umane, la privatizzazione dei rapporti di lavoro, l'inflazione di insegnamenti opzionali, facoltativi o aggiuntivi, la subordinazione delle istanze formative a quelle della Confindustria e del mercato del lavoro, un bilancio che tiene più in conto i cannoni che le scuole, i capi d'Istituto svincolati dalla didattica, lo scempio delle risorse economiche trasferite dal pubblico al privato, la mortificazione retributiva e la precarizzazione del Controllopersonale docente. Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, lei giunge a governare istituzioni scolastiche brutalmente sacrificate a cieche ragioni di bilancio e poste di fronte a una feroce alternativa: sopravvivere, a danno della "concorrenza" in una lotta senza quartiere per la difesa dei "requisiti dimensionali", o perire sull'altare del risanamento di una spesa pubblicaLa scuola schioppa che continua ad accollarsi i costi inaccettabili della politica e i debiti e le disfunzioni di un capitalismo straccione. Un capitalismo malato, tanto più avido e parassita, quanto più apparentemente vittorioso dopo il crollo del muro di Berlino e la bancarotta della sinistra passata armi e bagagli nel campo delle destre. Il suo campo, Ministro. Le piaccia o no, dietro di lei, Ministro Gelmini, ci sono l'effimero trionfo della legge del profitto e il mito dell'età dell'oro, che avrebbe dovuto segnare la vittoria del "bene borghese" sul "male socialista". Questa è la storia. E lei lo sa, la storia non finisce. Le piaccia o meno, la storia siamo noi.

Giuseppe Aragno

 
Aderisci all'appello contro la privatizzazione della Scuola Pubblica
domenica, 04 maggio 2008

SGARBI IN GALERA!

Dopo aver assistito all'ultima puntata di annozero"Anno Zero" (trasmessa il 1° maggio scorso), durante la quale l'irascibile e furioso Vittorio Sgarbi si è esplicato nelle sue consuete e grossolane esibizioni di intolleranza, nei suoi isterici e demenziali esercizi di "eleganza linguistica", suggerisco di rendere un caloroso omaggio e un pubblico encomio a quel fenomenale “campione” della trashtv2"libertà provvisoria", primatista mondiale di imbecillità, turpiloquio televisivo ed arroganza "demo(n)cratica" che è il folle assessore-teppista e squadrista, villano e nevrotico "critico d'arte" (si fa per dire), nonché esponente politico criptofascista. Dobbiamo restituirgli pan per focaccia. Per cui propongo di dedicargli una sequenza di insulti ed epiteti degni della sua "illustre" e "squisita" persona, in omaggio anche al suo cognome esplicitamente insolente. Dunque, proclamo che sgarbi e rifiuti televisiviVittorio Sgarbi (naturalmente sono graditi e ben accetti vari suggerimenti in tal senso): è una discarica abusiva, un fesso esemplare, un immenso infame, è un zoticone e un cafone, un coglione incommensurabile e un emerito stronzo, una colossale testa di minchia, è un pirla all'ennesima potenza, un picio senza speranza, è un cretinoChe cervellone! da manuale, un idiota irrecuperabile, è uno psicolabile, un malato mentale affetto da demenza senile, è una latrina talmente sudicia e lorda da rendere estremamente arduo l'atto del defecare, è una merdaccia umana; è un cumulo di spazzatura napoletana: ci buttano dentro di tutto; quando Dio ha donato il cervello all'umanità, lui era in bagno; inoltre, Sgarbi ha talmente una faccia da culo che per curarsi le emorroidi si reca dal dentista; se la merda fosse oro, Sgarbi sarebbe un tesoro assai più prezioso e inestimabile delle opere d'arte che ha studiato (inutilmente, visti i risultati ottenuti), e via discorrendo.

Solo ora mi rendo conto di aver scritto una sequela di innocui eufemismi almeno rispetto ai feroci vilipendi adoperati normalmente dallo specialista del turpiloquio Vittorio Sgarbi. Perciò ho deciso di incalzare ed intensificare l'invettiva verbale, rafforzando il tiro al bersaglio.

Parafrasando il celebre sonetto "picaresco" scritto dal poeta dialettale Giuseppe Gioacchino Belli, intitolato "Er Padre de li Santi", aggiungo in vernacolo romanesco che:

Sgarbi se pò ddì rradica, uscello
Ciscio, nerbo, tortore, pennarolo,
Pezzo de carne, manico, scetrolo,
Asperge, cucuzzola e stennarello.

Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
Er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
Attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
inguilla, torciorecchio, e mmanganello

Zeppa e bbatocco, cavola e tturaccio,
E mmaritozzo, e cannella, e ppipino,
E ssalame, e sarsiccia, e ssanguinaccio.

Poi scafa, canocchiale, arma, bbambino:
Poi torzo, cesscimmano, catenaccio,
Mànnola, e mmi'-fratello piccinino.

E tte lascio perzino
Ch'er mi dottore lo chiama cotale,
Fallo, asta, verga, e mmembro naturale.

Cuer vecchio de spezziale
Disce Priapo; e la su' mojje pene,
Seggno per dio che nun je torna bbene.

Sono profondamente offeso e incazzato! Non è possibile tollerare la sfilza di beceri improperi e di oltraggiose contumelie lanciate da Sgarbi all'indirizzo del povero e gentile Marco Travaglio e del pubblico, costretti a sopportare ad oltranza la sua infinita e ingiuriosa maleducazione, le sue continue offese e provocazioni verbali.

Le volgari intemperanze del "critico d'arte" più stupido e irritante d'Italia, non hanno indignato nessun esponente dell’establishment politico-televisivo grillonazionale, mentre i presunti attacchi e le cosiddette "sfuriate" di Beppe Grillo, che non erano neanche tanto calunniose o diffamanti, ma solo pesanti critiche (magari un pò eccessive nella forma), hanno destato forti reazioni di scandalo e sdegno al vertice della RAI (e non solo), confermando che esistono due pesi e due misure anche per esprimere giudizi ed istituire sanzioni disciplinari nei confronti di personaggi ugualmente famosi e potenti.

Anche questa ambiguità di valutazione è una concreta ed obbrobriosa testimonianza della pericolosa deriva autoritaria e liberticida assunta dalla nostra società. E non potrebbe essere diversamente visto che siamo rovinosamente capitati in quella scalcagnata "Repubblica delle banane" governata dal Popolo della Libertà... provvisoria!

lunedì, 28 aprile 2008

Un punto di vista eclettico sulle elezioni

di Valerio Evangelisti

Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaiala-classe-operaia alla Lega Nord. Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa quarto statoriferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento. Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale).

Una fase avanzata del capitalismocapitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che, prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la fabbrica. Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta, numerosi teorici “estremisti” (gli tonynegri“operaisti”) si accorsero che la classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La caduta del Muro di muro_di_berlinoBerlino e la globalizzazione permisero di impiantare attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con migrantil’immigrazione massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di reggerla. Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne troverete mai più. In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei metalmeccanici della FIOMFIOM, ma quanti sono oggi gli operai della categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di “coscienza di classe” ? No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi persino come categoria. I sindacati che comitati_d_affaridicono di rappresentarli (e che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli: flessibilizzazione,lavoratore flessibile decentramento, allungamento dell’orario di lavoro attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro (gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria. Il voto alla bossi-finisenzaconfiniLega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia, a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti delle classi subalterne. La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978.

Braverman, un ex operaio americano, scriveva che la metalmeccaniciclasse lavoratrice protesta e si sottomette, si ribella o si lascia integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati dal processo di accumulazione. TreGiorniEssa è presa, abbandonata, gettata in varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp. 379-380). Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo, falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori, importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente perché la loro sfruttamentocondizione non diventi mai regolare – ciò che condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni. Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i “lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da quella delle loro imprese.

Andrebbe capito il ruolo sociale di un “call center”, nella sussunzione reale. Si tratta di aggiungere valore alle merci unendovi la comunicazione e l’informazione.

Un “Tonno X” è identico a un “Tonno Y”, sugli scaffali. Ma se io faccio in modo che “X” sia legato alla nozione stessa di tonno, il “Tonno Y” resterà invenduto, al di là del suo valore d’uso, mentre il “Tonno X” andrà a ruba.Lavoratori, tié Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia, immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a riposo.

Buona parte delle attività precarie è indirizzata a questa conquista. Antitetica alla vecchia formula socialista “Otto ore per lavorare, otto ore per istruirsi, otto ore per riposare”. Istruirsi e lavorare (nel senso di aggiungere valore alle merci) è diventato la stessa cosa.

Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati. Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono “immateriali”.

Invece la finanza si è completamente staccata dalle attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle singole aziende. In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da aree depresse, il proletariatoclandestini bisognerebbe andarlo a cercare tra chi sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei “call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti inseriti nella “scuola-impresa”,fabbrica-scuola figure effimere che transitano da un lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra, “demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.

Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi,discesa in campo che in qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”, non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che, suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile, la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di Triplice_sindacaleCGIL-CISL-UIL) ne è il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le poltrone. bertinotti-vauroBertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente filosofica. Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”. Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza territoriale.

Le aree che costituiscono la composizione proletaria presente ed egemonica non vanno nemmeno alle urne, per votare un partito comunista qualsiasi, tra i quattro o cinque in lizza. In chi mai dovrebbero identificarsi?

Nessuno sembra capire le loro istanze e l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?Vecchia talpa Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o grilloBeppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola. La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene. Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni.

Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli. Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.

Fonte: www.carmillaonline.com

giovedì, 10 aprile 2008

INCUBI RICORRENTIIl ritorno del MonnezzaIl cazzaro nero

PUBBLICHE EREZIONI

ESTERNAZIONI ONIRICHEberlusca_icibossi

 

 

 

 

 

VOTO A PERDERE

URNE CHIUSE PER SONNO

ELEZIONI: IL NUOVO "OPPIO DEI POPOLI"

INSONNIA E TORPORE

IL LETARGO DEGLI IGNAVIgaleazzitv_flebo

domenica, 06 aprile 2008

I CATTIVI PENSIERI SU MALPENSA

Nelle discussioni di questi ultimi giorni circa il rischio di chiusura corso dall’aeroporto di Malpensa, è mancata l’osservazione della prossimità dell’aeroporto stesso alla base NATO di Solbiate Olona.

Questa base è in piena espansione, anche per la costruzione di alloggi per i militari, perciò tende ormai a sconfinare nella zona dell’aeroporto civile. Che l’operazione colonialistica di Air France sia stata in realtà preparata e favorita dal colonialismo statunitense, è un sospetto che poggia su dati concreti.

Il precedente costituito dagli ostacoli che la base di Sigonella in Sicilia sta creando da anni al traffico aereo civile e ad un aeroporto relativamente piccolo come quello di Fontanarossa, avrebbe dovuto avvisare sul fatto che la presenza nel Nord-Italia di tre basi delle dimensioni di Aviano, Vicenza e Solbiate Olona sarebbe andata inevitabilmente a chiudere lo spazio aereo al traffico civile, considerando che Malpensa ha invece il volume di traffico di un aeroporto intercontinentale.

È chiaro però che, nella cosiddetta “sinistra radicale”,cosa_rossa nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei 11_settembre“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. In effetti è vero che anche una superpotenza super-militarizzata come gli Stati Uniti, non potrebbe coprire con installazioni militari funzionanti tutto questo territorio. Ma allora perché occuparlo? Un discorso che avrebbe dovuto ridimensionare il problema, in realtà è quello che apre il vero problema.

Tutta questa presenza capillare di basi USAu-sapevamu e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione  e nonostante la garanzia di tanta impunità, gli americani siano esseri talmente superiori, sovrumani, puri ed angelici che non ne approfitterebbero mai per contrabbandare in Italia oppiol’oppio afgano e il petrolio iracheno. Con la sua solita impudenza, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, disse in un’intervista televisiva di due anni fa di aver impedito una campagna di stampa che si stava profilando contro di lui negli Stati Uniti, semplicemente minacciando di rivelare il ruolo che aveva svolto la mafia per conto degli USA nell’esproprio dei terreni agricoli utilizzati per la base di Comiso in Sicilia. Comiso costituisce un paradigma interessante dei rapporti che gli USA e la NATO intrattengono con la criminalità organizzata. Anche la base di Comiso non è più realmente operativa, eppure gli Stati Uniti si guardano bene dal mollarla.

Il paradigma-Comiso potrebbe risultare utile anche per analizzare la questione della camorra in Campania e, sino a quattro o cinque anni fa, persino un giornale come “il Manifesto” qualche articoletto sul nesso NATO-criminalità organizzata se lo lasciava ancora sfuggire. Oggi, invece, dopo il ciclone-Roberto Roberto SavianoSaviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. Il fenomeno di divismo che è stato costruito su Roberto Saviano è indice del rilievo che la “Psycological war” gli attribuisce. Saviano è diventato un simbolo di successo da offrire alle giovani generazioni e, non a caso, viene spesso difeso dalle critiche con lo stesso argomento a cui ricorrono i vertici confindustriali, cioè l’accusa di invidia che colpisce ormai ogni manifestazione di dissenso.

Oggi c’è troppo scontento, perciò la “Psycological war” deve cercare di deviarlo su bersagli fittizi, meglio ancora se il colpevole viene individuato fra le stesse vittime. Che “la colpa è nostra” è uno di quegli argomenti che funzionano sempre, dato che non possono essere mai del tutto smentiti per quanto sono generici. Spostare dissensi e discussioni su un piano astratto è quanto di meglio possa ottenere la “Psycological War”, perciò non è un caso che lo stesso editore di Saviano - Mondadori -, abbia pubblicato anche il libro in cui Giulio Tremonti esponeva le sue tesi di “no global” di destra.

Sono risultate  già indicative alcune delle critiche che sono state rivolte a Tremonti, critiche secondo cui l’attuale crisi economico-finanziaria non sarebbe dovuta, come invece sostiene Tremonti, ad eccesso di “mercatismo”, ma, al contrario, al fatto che vi è troppo poco Mercato.

In realtà, si può affermare con altrettanta attendibilità che la crisi sia dovuta ad eccesso di Mercato oppure a mancanza di Mercato, poiché il “Mercato” non esiste:Globo-colonizzazione nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. Anche la “globalizzazione” costituisce un’astrazione ed uno slogan, perciò si può anche essere  “no global” senza accorgersi che il colonialismo e l’affarismo passano per cose concrete come l’occupazione militare di un territorio.

 

FLASH COMIDAD  

 

Conversioni  (1)

La conversione al cattolicesimo del vicedirettore del Corriere della sera Magdi Allam, musulmano non praticante, ha fatto il giro del mondo.

Ma in realtà, il battesimo impartito in VaticanoHitleRatzinger da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israelianaPalestina sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento  e storicamente conflittuale…).

D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);  oppure tutti e tre, come ha fatto Magdi Cristiano Allam.

 

Conversioni (2)

I fondamentalisti del libero mercato sono in crisi, si riscopre il protezionismo, l’intervento statale (cioè il denaro pubblico) non è più un tabù.

Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.

 Il capo della Deutsche Bank, Josef Ackermann, confessa di non credere più nelle capacità di Crisiautoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 11:08 | Permalink | commenti
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giovedì, 06 marzo 2008

BASSOLINO, UN UOMO PER TUTTE LE MISTIFICAZIONI

Il rinvio a giudizio del Governatore Antonio BassolinoAntonio_Bassolino per la gestione dei rifiuti in Rifiuti in CampaniaCampania, costituisce la ovvia conclusione della campagna mediatica organizzata in questi mesi, ma ciò non vuol dire che in tale incriminazione vi sia una logica immediatamente riconoscibile. Perché è stato incriminato soltanto Bassolino e non i Commissari straordinari per l’emergenza-rifiuti in Campania succedutisi in questi tredici anni? E in base a quale valutazione l’uomo che a quel tempo i media nazionali e internazionali presentavano come l’autore del “rinascimento bassoliniano”, fu invece esautorato della gestione dei rifiuti?

Le contraddizioni si spiegano se si considera Bassolino per quello che realmente è sempre stato: un uomo di paglia, un prestanome. A metà degli anni ’90, la celebrazione mediatica dell’inesistente “rinascimento bassoliniano” servì a coprire la privatizzazione della finanza locale operata a Napoli dallo stesso Bassolino.

Oggi il crescente prelievo fiscale esercitato dai Comuni e dalle Regioni non è in funzione della erogazione di servizi alla cittadinanza, ma va da un  lato per i profitti delle esattorie private, dall’altro per il pagamento degli interessi sui BOC (Buoni Ordinari Comunali). I due lati alla fine possono essere anche lo stesso, poiché, per il consueto gioco delle scatole cinesi, i veri padroni delle esattorie sono spesso anche i detentori dei BOC.

Negli anni ’90 i BOC del Comune di Napoli furono comunque piazzati in tutto il mondo, soprattutto in fondi di investimento statunitensi, cosa che procurò all’allora sindaco di bassolinoNapoli grandissime lodi mediatiche. Un altro motivo per il quale Bassolino è stato presentato per anni dalla stampa come un eroe, è che egli ha, silenziosamente e progressivamente, alienato la maggior parte del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli  a favore di agenzie immobiliari come la Pirelli. Bassolino è stato un portabandiera delle privatizzazioni anche nel campo della questione rifiuti, dove ha sempre avallato l’appalto a ditte private della rimozione e dello smaltimento dei rifiuti stessi. Si potrebbe quindi pensare che il crollo d’immagine di Bassolino possa esser dovuto al fatto che oggi egli sia andato in qualche modo contro gli interessi dei gruppi affaristici che ha sempre favorito in passato, ma non risulta nulla del genere. Il punto è che Il re della monnezzaAntonio Bassolino costituisce un capro espiatorio ideale, poiché è un uomo prevedibile e meccanico in ogni parola ed in ogni gesto, cioè un tipico prodotto delle scuole-quadri del Partito Comunista Italiano degli anni ’60. Chi lo ha conosciuto quand’era dirigente del Partito Comunista a Napoli, lo ricorda come un uomo incapace di pronunciare anche una sola frase che non avesse ripassato e memorizzato in precedenza. Pasolini, 1975La sua funzione nel Partito era quella del poliziotto contro il dissenso interno, un dissenso peraltro inesistente, e che egli credeva di scorgere anche solo in un’espressione troppo pensosa, o in un look troppo intellettuale, o persino in una frase troppo lunga. Il suo aspetto di proletario rozzo e ruspante, i suoi modi sbrigativi e brutali, rendevano Bassolino un castigamatti perfetto per fustigare gli intellettualini del PCI, spesso costretti a subire da lui quella che era la sua sceneggiata preferita: il ritiro della tessera, strappata poi sulla faccia del malcapitato di turno.

La sua fama di “ingraiano” duro e puro conferiva al suo rigido conformismo un alone eroico e disinteressato, perciò negli anni ’70 e ’80 Bassolino rappresentava la “faccia pulita” del PCI napolitanonapoletano, in confronto ad altri dirigenti locali notoriamente con le mani in pasta, come Geremicca. La cosa oggi può far ridere, ma Bassolino iniziò la sua ascesa, da semplice sbirro di partito a grande dirigente, identificandosi con la necessità di riscatto morale della città e, in base a queste premesse, fu eletto sindaco di Napoli e poi presidente della Regione. Che nesso c’è fra il Bassolino “moralizzatore” e l’attuale BassolinoMunnezzaBassolino “amerikano”, uomo di paglia delle multinazionali americane e della U.S. Navy che scaricano rifiuti tossici nel territorio campano? Il nesso è evidente se si considera che il PCI adottò dal 1976 in poi la questione morale come bandiera ideologica totalizzante a causa dello scandalo Lockheed, partito dagli Stati Uniti all’inizio del 1976, ufficialmente per opera della commissione presieduta dal senatore Church.

L’affare Lockheed costituì un’operazione ideologica di portata “epocale”, poiché gli Stati Uniti cambiarono le carte in tavola al punto da far apparire a tutto il mondo il loro colonialismo commerciale nei confronti dei Paesi “alleati” come una questione di disonestà dei popoli da loro colonizzati.

I governi “alleati” degli Stati Uniti che furono coinvolti nello scandalo - Giappone, Germania, Olanda, Italia - erano accusati di aver acquistato dalla multinazionale americana Lockheed degli aerei militari da trasporto e di aver intascato per questo delle tangenti.

In realtà i trattati di “alleanza” degli Stati Uniti sono veri trattati commerciali coercitivi, con i quali i Paesi “alleati” si impegnano ad ammodernare il loro armamento rifornendosi dalle multinazionali degli stessi Stati Uniti. Ciò spiega in gran parte anche l’attuale smania di pabushoBush di allargare la NATO ai Paesi dell’ex impero sovietico, dato che a questi Paesi, insieme al trattato di alleanza da firmare, viene fornita anche la lista delle armi che devono acquistare dallo stesso Bush. Lo scandalo Lockheed trasformò il colonialismo commerciale statunitense anche in colonialismo ideologico, tanto da modificare l’ideologia del Partito Comunista Italiano, il cui segretario di allora, Berlinguer, arrivò a sostituire il socialismo con il “governo degli onesti”.

Quindi l’evoluzione del PCI nell’attuale Partito Democratico iniziò proprio con Berlinguer, il quale accettò senza discutere l’idea di una superiorità morale degli Stati Uniti.

Nessuno in Italia notò il paradosso di una superpotenza che prima costringe i suoi alleati a diventare suoi clienti e poi li etichetta di disonestà. Nessuno notò la contraddizione di un capitalismo che si presenta come rapporto di mercato e poi invece si alimenta di commesse militariWar news senza concorrenza e di operazioni commerciali estorte ai clienti. Nessuno notò neppure la falsità del luogo comune secondo cui gli Stati Uniti si accollerebbero generosamente le spese per la difesa dei loro “alleati”, come l’Italia. La stampa e la magistratura si accanirono invece nella ricerca della “Antelope Cobbler” - nome in codice dell’ignoto percettore di tangenti interno al governo italiano -, senza volersi accorgere che la “tangente” era in realtà una mancia, dato che i governi in questione non avevano alcuna facoltà di opporsi all’acquisto degli aerei.

Neppure Aldo Moro, nel famoso discorso del 1977 alla Camera per decidere dell’autorizzazione a procedere contro gli ex ministri della Difesa Gui e Tanassi, si soffermò su questa assurda pretesa statunitense di trasformare in superiorità morale il loro colonialismo commerciale.

È chiaro che la questione dello scarico dei rifiuti tossici - comprese le scorie nucleari dei sommergibili atomici attraccati nel porto di Napoli - non riguarda direttamente né bassolino_antonioBassolino, né la camorra, ma direttamente il governo italiano, il quale è da anni presente nell’operazione con un suo Commissario. Per quanto servile, Bassolino non viene ritenuto in grado di occuparsene in prima persona. Il suo ruolo attuale è appunto quello del parafulmine su cui dirottare l’indignazione di una popolazione costretta a subire una falsa emergenza, il cui scopo è di reperire sempre nuove discariche da riempire con sempre nuovi rifiuti tossici.

 

COMMENTI FLASH

Fiori e cannoni (kenia 1)
La presentatrice televisiva Licia Colò, che conduce un programma popolar-turistico, ha invitato gli spettatori ad acquistare qualche fiore in più per aiutare la popolazione del Kenia in preda alla guerra civile.

In effetti il Kenia produce una percentuale consistente dei fiori venduti in Europa. Peccato che la produzione sia in mano alle solite multinazionali che, oltre ad aver impoverito il paese con le monocolture, lo riempiono di armi per consentire ai kenioti di scannarsi tra loro con le solite provocazioni etniche, quelle provocazioni organizzate da improbabili leader locali etero-diretti.

Alcuni telegiornali hanno riportato con enfasi il fatto che i Kikuiu - una delle “etnie” in lotta- sono dediti a particolari rituali magici di appartenenza; sarà un caso, ma si tratta della stessa storia che i giornali inglesi riportavano negli anni ’50 all’epoca del massacro dei Mau Mau, ovvero proprio dei Kikuiu, da parte delle truppe coloniali britanniche.


Democrazia all’arancia (kenia 2)
Kibaki e Odinga sono i due leader principali che si contendono il potere in Kenia.

Mentre Kibaki ha vinto delle elezioni sfacciatamente truccate, il leader dell’opposizione, Odinga, controlla la maggioranza del parlamento con il suo movimento ODM (Orange Democratic Mouvement).

Il signor Odinga, dal passato sufficientemente delinquenziale, annovera tra i suoi più importanti consiglieri per la comunicazione lo statunitense Dick Morris, mai troppo lodato regista e sceneggiatore della fasulla “rivoluzione arancione” in Ucraina nel 2004.

Visto che il Kenia è partner strategico di Washington nella “lotta al terrorismo” nel corno d’Africa , e che è uno dei paesi che potrebbero ospitare in futuro la sede dell’Africom, il comando militare che gli USA sono sul punto di installare sul continente, si può capire chi abbia le mani in pasta nella situazione attuale del Kenia.


Mercatino del lavoro
La crisi delle industrie automobilistiche USA continua.
La Ford passa dal secondo al terzo posto fra i colossi del settore e decide di liberarsi di 54mila operai.

Il metodo seguito in questa ristrutturazione è almeno apparentemente nuovo. I lavoratori in esubero vengono messi all’asta e ceduti al miglior offerente nell’ambito di kermesse definite senza ironia Festival del lavoro.

Sembra che i giovani lavoratori della Ford in esubero siano entusiasti di questa trovata neo-schiavile. Si può esser certi che il PD, dopo la tempestiva adesione all’idea della castrazione chimica e altre proposte sadiche delle destre, non vorrà farsi sfuggire questa nuova lezione di democrazia che ci arriva da oltreoceano.


Camp 1
La coltivazione più diffusa e redditizia in California non è quella dei vigneti ma della marijuana.

La crescita esponenziale della produzione interna, dicono sia dovuta alle difficoltà di importare la cannabis dal Messico e dal Canada per l’aumento dei controlli. Naturalmente il governo ha lanciato la sua campagna contro la coltivazione di marijuana, Camp (Campaign against marijuana planting), che avrà gli stessi risultati di quella contro il narcotraffico colombiano, ovvero l’aumento della produzione e del consumo.

Se si tiene conto che gli USA consumano oltre il 50% della droga prodotta al mondo (solo in California, più dell’11% della popolazione fuma marijuana) e che una percentuale rilevante degli oltre due milioni di detenutiSegregazione carceraria nelle carceri USA vi si trova per reati legati alla droga, si può capire come la droga sia una vera manna per il sistema di controllo e per l’affarismo criminale statunitense.

Camp 2
Ormai sembra certo che gli USA siano sul punto di raggiungere un nuovo record: più dell’1% della popolazione dietro le sbarre (oltre due milioni e trecentomila persone); anche l’Italia si difende bene con i suoi 60.000 detenuti. Ma i contribuenti statunitensi possono dormire sonni tranquilli, visto che il costo dei detenuti non si trasformerà in aumento di imposte.

La maggior parte delle carceri USA è infatti in mano ai privati che, comprensibilmente, cercano di rendere proficuo lo sfruttamento del lavoro dei detenuti. Prima si guadagna sul traffico di droga e poi sul lavoro dei detenuti per reati connessi alla droga.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 16:03 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 11 gennaio 2008

Ri(af)fondazione: "Forza De Gennaro!!"

Scritto da Ri(af)fondazione Comunista   


Giovanni Russo Spena, presidente Gruppo PRC Senato della Repubblica

da "la Repubblica" del 9 gennaio 2008

"… questa prova difficile a cui è stato chiamato ora, può riscattarlo sul piano della professionalità».

Giovanni Russo Spena, nato ad Acerra, (Napoli)

Gennaro Migliore, presidente Gruppo PRC Camera dei Deputati

dal "Corriere della Sera" del 10 gennaio 2008

"Per noi il suo nome era un nome problematico, ma su altre vicende. Sulla questione rifiuti stiamo al merito, e il nostro giudizio è positivo: il governo ha fatto il primo passo per una soluzione strutturale»."

Gennaro Migliore, nato a Napoli

Tommaso Sodano, vicepresidente Gruppo PRC Senato della Repubblica e presidente Commissione Ambiente del Senato

dal Tg2 del 9 gennaio 2008

Intervistato al "Tg2 Punto di Vista" Tommaso Sodano, senatore di Rifondazione Comunista e presidente della Commissione Ambiente, ribadisce la sua convinzione sulla necessità di riaprire le discariche e condanna le manifestazioni popolari... Interrogato poi sulla nomina di De Gennaro a commissario straordinario prende le distanze da quanti nel suo partito come Francesco Caruso, Haidi Giuliani ed Elettra Deiana, hanno criticato la scelta ricordando la gestione del G8, e afferma: «sono posizioni individuali che io condanno e critico. Il G8 di Genova non c'entra nulla con l'emergenza di oggi. Ora c'è massima collaborazione. Il mio partito è al fianco del nuovo commissario».

Tommaso Sodano, nato a Pomigliano d'Arco (Napoli)

Fonte: www.mercantedivenezia.org

domenica, 16 dicembre 2007

BERTINOTTI IL MANGIAPADRONI

Abbiamo da sempre considerato Fausto Bertinottibertinotti un "comunista borghese" che si è rivelato un guerrafondaio nazionalista. Non ci stupisce ne ci scandalizza il suo dialogo con Berlusconi. Vuole difendere il sistema politico della borghesia in Italia. Il pagliaccio è sempre più sputtanato

Fausto sfida «i benpensanti» della sinistra

Porgendo la mano a Silvio Berlusconi,berlusconi_dux aveva messo tutto in conto. Ora Fausto Bertinotti è diventato bersaglio di critiche e censure. La colpa di Bertinottibr_bertinotti è di aver accettato il dialogo con il Cavaliere. E dinanzi all'accusa il presidente della Camera lancia una sfida di «politica culturale» agli intellettuali di sinistra benpensanti, li invita a superare «i pregiudizi», a smetterla con gli «integralismi », e a sostenere il dialogo sulle riforme, strada che è comunque intenzionato a percorrere fino in fondo. Perché la partita va al di là della trattativa sulla legge elettorale: «Possibile non si capisca? Possibile non si avverta il sentimento profondo del Paese? Possibile non si comprenda che la classe dirigente corre il rischio dell'apartheid? Possibile non si veda che se non ce la facciamo, stavolta falliamo tutti e soprattutto cade tutto?».

Bertinotti confida che attraverso questa chiave di lettura possa essere compreso il significato della sua mano tesa verso Berlusconi,berlusconi descritto da molti nel centrosinistra come un «nemico» con cui non si deve parlare per non perdere la propria verginità politica. Si rende conto delle ostilità che incontra, ne parla quotidianamente al telefono con veltroni e il suo walter egoWalter Veltroni, vittima anche lui di allusioni e battute tendenziose. Ma resta fiducioso: «Sono fiducioso per disperazione». Concetto terribile, espresso di getto, quasi volesse levarsi un peso. A suo dire, d'altronde, se il dialogo fallisse, dopo non ci sarebbe nulla, tranne l'immagine del dramma di Torino alla ThyssenKrupp, dove «ho percepito una separazione, un cancello, tra gli operai che stavano dentro la fabbrica e si sentivano soli, e noi che venivamo visti come quelli che stanno fuori e non muoiono bruciati».

È il pericolo dell'«apartheid» che lo preoccupa. E se ieri, con incredibile coincidenza, Giampaolo Pansa sull'Espresso lo ha disegnato come «il grande puffo», Furio Colombo sull'Unità lo ha intruppato nello «schieramento dei super partes berlusconiani», e la senatrice comunista Manuela Palermi su Liberazione l'ha accusato di sacrificare la Cosa rossa sull'altare dell'intesa con Veltroni e il Cavaliere, Bertinotti non ha ceduto alla tentazione di voltare le spalle alle critiche.

Ha preferito la fatica del confronto, che è diventata sfida: «È una sfida di politica culturale. Io penso infatti che il dialogo sia necessario per rinnovare il nostro sistema e agganciarlo al grande processo di trasformazione dei partiti che è in atto in Europa. La legge elettorale è solo un tassello, il primo passo. E per compierlo bisogna rischiare».

«Io rischio», dice bertinotti-vauroBertinotti:Il Faust «Iniziamo a rischiare tutti. Iniziamo a rompere le logiche opportunistiche, a superare i settarismi, ad abbandonare interessi di piccolo cabotaggio, in base ai quali, io che sono girotondino non ci sto, io che sono un piccolo partito non ci sto, io che punto a preservare una posizione di potere non ci sto. Con la politica del "non ci sto" siamo diventati "politiglia", come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere. Perciò sono convinto che sia giusto dialogare con tutti, anche con Berlusconi». In fondo, come ha spiegato ai suoi, il dialogo porta a un processo di «auto-responsabilizzazione » del Cavaliere: la mano tesa è un segno di fiducia, toccherà a lui non dilapidarla.

È l'unica strategia per uscire dal pantano, «lo penso anch'io che sono forse il più prevenuto di tutti verso berlusconi_clownBerlusconi», dice Ciriaco De Mita,Ciriaco De Mita infastidito dagli «attacchi pretestuosi» al presidente della Camera: «Questa purtroppo è la prova che si fa fatica a vincere la stupidità. Perché il Cavaliere stavolta ha compiuto davvero un gesto di straordinaria intelligenza politica, prestandosi al dialogo. Finalmente accetta di confrontarsi senza sotterfugi, e apre la strada a un bipolarismo adulto. Per questo dovremmo essere tutti contenti». Bertinotti, venuto a conoscenza delle parole di De Mita, ha sorriso come a voler sottoscrivere il ragionamento dell'ex segretario democristiano.

Caricature di De Mita

La sfida culturale oltre che politica a sinistra è lanciata, «io ho deciso di rischiare». BertinottiCaricatura di Bertinottibertinotti è consapevole che il fallimento non rappresenterebbe la sconfitta di qualcuno ma di tutti. E spera che, a forza di insistere, in futuro sarà buona regola tenere cordiali rapporti con l'avversario pur tenendo la distanza. Oggi qualsiasi gesto distensivo desta invece scandalo. E figurarsi dunque cosa direbbero in quel mondo che si nutre di livore verso «il nemico», se sapessero di una telefonata che il presidente della Camera volle fare per solidarizzare con il Cavaliere. Erano i giorni in cui impazzavano su tutti i quotidiani e i settimanali le foto pruriginose che ritraevano l'ex premier in compagnia di alcune starlette, ospiti della sua villa in Sardegna, e sedute sulle sue gambe.

BertinottiFaust 22giu2006 lesse commenti di condanna e analisi politiche irridenti, perciò decise di alzare la cornetta: «Presidente — esordì — mi spiace molto, perché queste sono cose fastidiose. È già sgradevole che si scavi nella vita privata e si violi la privacy. Lo è ancor di più se tutto ciò viene usato come appiglio per attaccare l'avversario politico». È collusione morale, quella di Bertinotti?Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutista E le regole di garanzia che ha chiesto per il «deputato Berlusconi» al procuratore di Napoli, sono un segno di complicità? Fabio Mussi, che pure non è del tutto convinto delle mosse di «Fausto», appoggia la sua sfida di «cultura politica»: «È ora di rifuggire dall'idea che non si parla con il nemico. E spero finiscano i tentativi di epurazione e di denigrazione. Sono retaggi che appartengono... al tempo che fu». Purtroppo sono «retaggi» che resistono.
Francesco Verderami

Fonte: www.operaicontro.it

sabato, 03 novembre 2007

Squadristi contro i rumeni con bastoni, spranghe e coltelli

Il supermercato del raid a Tor Bella Monaca - foto Ansa - 220*200 - 03-11-07
Italiani armati di bastoni, spranghe e coltelli hanno aggredito tre romeni a Torre Angela, alla periferia a sud-est di Roma. Il raid è scattato alle 20.30 di venerdì, tra via Casilina e via di Torraccio di Torrenova, in un parcheggio di un supermercato, dove bivaccano solitamente parecchi cittadini stranieri.brutti-sporchi-e-cattivi Secondo le testimonianze raccolte dai carabinieri, che si occupano delle indagini, il raid è stato compiuto da otto-dieci italiani, tutti con i volti coperti da caschi e passamontagna. Dei tre cittadini romeni, uno, Emil Marcu, di 47 anni, è ricoverato in prognosi riservata, ma non corre pericolo di vita, al Policlinico di Tor Vergata. I medici gli hanno riscontrato una profonda ferita alla schiena provocata da una coltellata e un trauma contusivo alla testa molto forte. Gli altri due feriti sono stati invece ricoverati nell'ospedale di Frascati per contusioni ed escoriazioni su tutto il corpo.
Il luogo dove è avvenuto il pestaggio (foto Toiati)
Nel parcheggio, tra una quindicina di auto in sosta, sono rimasti vetri rotti e bottiglie spaccate ed in un lato, in terra, bottiglie di vetro, lattine e cartaccia, un secchio della spazzatura, un maglione e fogli di giornali che testimoniano come quell'area fosse un luogo di ritrovo degli immigrati, quindi un luogo cuii gli squadristi sono andati a colpo sicuro. guerra_tra_poveri«Dalla mattina alla sera stanno seduti a bere o a mangiare, ma anche in attesa di qualche lavoretto. Stanno buttati da una parte - racconta un uomo - e spesso litigano anche tra di loro». «La sera a volte si ha veramente paura a prendere il trenino» aggiunge una ragazza riferendosi alla linea regionale Roma-Pantano, che dalla periferia sud della capitale porta fino alla stazione Termini, percorrendo tutta la via Casilina. «C'è bisogno di controlli - ribatte un altro abitante - perchè la gente qui ha bisogno di sicurezza».
Foto Donna seviziata a Roma grave ma stazionaria
 
A molti in città è venuto il sospetto che il raid possa essere la «risposta» all'aggressione mortale di Giovanna Reggiani, di cui è accusato proprio un romeno, soprattutto dopo le urla della destra in questi ultimi giorni. Gli investigatori non confermano, soprattutto perchè Torre Angela è a sud-est della città e Tor di Quinto, dove è stata uccisa la Reggiani, a nord. Tra le due zone ci sono oltre 20 chilometri di distanza e in comune non hanno nulla.
mercoledì, 31 ottobre 2007

Volontè, Udc: Bisogna prevedere il reato di apologia del comunismo

Il capogruppo dell'Udc alla Camera lancia una proposta 'choc': bisogna prevedere il reato di apologia del comunismo.

 

Ma dal mondo politico arriva un coro di 'no'. "Martedì mattina - annuncia Volontè - ogni deputato, rappresentate del popolo italiano, riceverà in casella il modulo di adesione alla nostra proposta di legge di riforma costituzionale per inserire il divieto di apologia del comunismo insieme al reato già previsto per il fascismo". "Piazza San Pietro - prosegue in un'altra nota Volontè - è il luogo della verità laica e storica. Oggi si innalzano agli altari 498 martiri cristiani del comunismo spagnolo. Cento milioni sono i morti della vergogna comunista figlia della ideologia di Marx, Engelsmarx_engels e Lenin. I comunisti italiani non solo mantengono i simboli e il nome di tale macabra ed omicida dottrina ma addirittura si recheranno in 'pellegrinaggio' alla piazza Rossa. Una vergogna e una menzogna senza precedenti, pari solo alle celebrazioni del Festival del Cinema di Veltroni tributata al macellaio Che Guevara". "Il principio di libertà di espressione - secondo il deputato centrista - deve prevedere gli stessi vincoli per il nazifascismo ma anche per il comunismo. La verità, almeno quella storica, non può ammettere eccezioni. E' inaccettabile una alleanza di governo con protagonisti adepti della setta sanguinaria comunista". Immediate le repliche dalla maggioranza e dall'opposizione.

clemenza_mastella

Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, sottolinea: "Divieto di apologia del comunismo? Volontè si rilegga la storia della Repubblica Italiana e lì troverà la risposta sul ruolo che i comunisti hanno avuto in Italia. I comunisti hanno dato la vita per la Liberazione del nostro Paese dal nazifascismo e per ripristinare la libertà in Italia". "Paragonare il comunismo al fascismo - prosegue Sgobio - significa misconoscere la stessa Carta Costituzionale, nata grazie al contributo di tutte le forze democratiche e antifasciste italiane, comunisti compresi. Il capogruppo dell'Udc si rilegga la storia. Rispetto alle alleanze di governo, inoltre, Volontè si guardi attorno: troverà accanto a sé non solo gli eredi ma anche i sostenitori convinti del fascismo, inviso e combattuto dalla stessa DC, suo partito d'origine politica". Il vicepresidente leghista del Senato wanted-calderoli-itRoberto Calderoli rileva: "Seppur condivisibile è superflua o comunque tardiva la proposta dell'onorevole Volontè di istituire il divieto di apologia del comunismo: la XII norma transitoria finale della Costituzione dispone che 'E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista'. Ma fascismo e comunismo non solo altro che le due facce della stessa moneta ed è inverosimile che questa moneta, fuori corso in tutto il resto del mondo, lo sia restata ancora solo in Italia". "Ma come il Paese a suo tempo seppe attuare una resistenza contro il fascismo oggi la sta organizzando anche contro il comunismo. Resistere, resistere, resistere!", conclude Calderoli. Infine Gianfranco Rotondi, segretario della Democrazia Cristiana per le Autonomie, commenta le parole dell'esponente dell'Udc: "Non condivido l'iniziativa dell'amico Volonté: non esiste il comunismo, ma tanti partiti comunisti. Il comunismo italiano non ci ha negato la libertà, ma ce l'ha portata col sangue dei partigiani".


Una breve chiosa finale: francamente, credo sia urgente proporre il divieto di apologia della stupidità, che costituisce un reato molto grave e socialmente pericoloso! Per saperne di più sull'argomento potete consultare i seguenti link: canisciolti  forum studenti  repubblica  universonews.