domenica, 07 settembre 2008
Il Sessantotto e altre valanghe

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, a sentirla parlare è facile capirlo: lei s'è formata nella nostra scuola, ha respirato l'aria che abbiamo respirato, ha pregi e limiti dei nostri studenti e può capitare: lei sbaglia bersaglio.

Dietro le sue ragioni, dietro la novità del maestro unico, la riscoperta delle miracolose virtù terapeutiche del grembiulino, dietro la favola della meritocrazia, non ci sono, come forse lei crede davvero, i quarant'anni che ci separano dal Sessantotto, ma i vent'anni che dalla sua adolescenza scivolano in malo modo sino a noi e ci precipitano addosso come una valanga.

 

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, la ragione con cui spiega le sue ragioni le dà torto: non è stato il Sessantotto a rovinare la scuola, ma ciò che di oscuro gli si è contrapposto in un Paese che lei ha trovato libero nascendo e il governo di cui fa parte pensa di asservire.

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, il progetto che intende realizzare non è suo. Lei chiude un cerchio aperto da altri negli anni della sua prima giovinezza. Dietro di lei ci sono l'autonomia scolastica e le mille deroghe alle norme un tempo vigenti in materia di contabilità dello Stato; dietro di lei ci sono le funzioni vitali dell'Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione affidate a istituzioni scolastiche ferite a morte da quella feroce ristrutturazione aziendale che furono i "piani di dimensionamento".

 

Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, dietro di lei, che forse non ricorda, ci sono la flessibilità, i criteri puramente aziendalifabbrica-scuola di ottimizzazione delle risorse umane, la privatizzazione dei rapporti di lavoro, l'inflazione di insegnamenti opzionali, facoltativi o aggiuntivi, la subordinazione delle istanze formative a quelle della Confindustria e del mercato del lavoro, un bilancio che tiene più in conto i cannoni che le scuole, i capi d'Istituto svincolati dalla didattica, lo scempio delle risorse economiche trasferite dal pubblico al privato, la mortificazione retributiva e la precarizzazione del Controllopersonale docente. Le piaccia o meno, Ministro Gelmini, lei giunge a governare istituzioni scolastiche brutalmente sacrificate a cieche ragioni di bilancio e poste di fronte a una feroce alternativa: sopravvivere, a danno della "concorrenza" in una lotta senza quartiere per la difesa dei "requisiti dimensionali", o perire sull'altare del risanamento di una spesa pubblicaLa scuola schioppa che continua ad accollarsi i costi inaccettabili della politica e i debiti e le disfunzioni di un capitalismo straccione. Un capitalismo malato, tanto più avido e parassita, quanto più apparentemente vittorioso dopo il crollo del muro di Berlino e la bancarotta della sinistra passata armi e bagagli nel campo delle destre. Il suo campo, Ministro. Le piaccia o no, dietro di lei, Ministro Gelmini, ci sono l'effimero trionfo della legge del profitto e il mito dell'età dell'oro, che avrebbe dovuto segnare la vittoria del "bene borghese" sul "male socialista". Questa è la storia. E lei lo sa, la storia non finisce. Le piaccia o meno, la storia siamo noi.

Giuseppe Aragno

 
Aderisci all'appello contro la privatizzazione della Scuola Pubblica
martedì, 01 luglio 2008
Sottopongo all'attenzione del lettore la "Presentazione" di un'interessante iniziativa editoriale del quotidiano Il Manifesto. storia_dcSi tratta di un contributo molto valido ed utile per la rievocazione e la ricostruzione degli avvenimenti più dirompenti e significativi del 1968, in occasione del suo quarantennale. Fu un anno che mise il mondo sottosopra, rovesciando e travolgendo istituzioni, leggi, norme, principi e valori del passato. Il '68 fu uno dei momenti fatidici e cruciali della storia, in cui i figli uccidono (metaforicamente) i padri, imprimendo una svolta radicale e rivoluzionaria al cammino dell'intera umanità.
 
Presentazione
 
Il decennale del 1968 non fu un anniversario. Proprio in quell’anno si concludeva infatti drammaticamente, con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro da parteBrigate_Rosse delle Brigate rosse, quel lungo ciclo di conflittualità sociali e tensioni politiche che si era messo in moto nella seconda metà degli anni ’60: il lungo ’68 italiano. Solo un anno prima, il 1977 aveva aperto nuove lacerazioni e messo in luce l’emergere di un panorama sociale frammentato, agitato dagli esordi inquietanti e incerti di un diverso sistema produttivo. I nuovi rivoltosi, i “non garantiti” (pionieri di una condizione che sarebbe diventata di massa ), segnavano già la differenza dai fratelli maggiori del ’68, dalla loro mentalità, dalle loro ideologie, dalle loro forme di organizzazione politica, ma non avevano operato una vera e propria soluzione di continuità, vivevano e agivano all’interno di quel medesimo ciclo – peraltro già fratturato al suo interno dalla rivoluzione femminista.
Il ‘68 non era ancora una data “storica”. Cosicché  fu il 1988, il ventennale, il primo anniversario della grande rivolta, l’anno in cui Il Manifesto produsse i dodici fascicoli, uno ogni mese, che oggi vi riproponiamo on line. L’aria era davvero cambiata, il ciclo compiuto, la “controrivoluzione neoliberista” trionfalmente in marcia, sebbene ancora inconclusa.
Gli anni ’80 volgevano ormai al termine ed erano stati teatro di una impietosa resa dei conti con il decennio precedente, laddove l’intreccio tra piazza_fontanafatti sanguinosi, trasformazioni sociali e presa di parola di nuove soggettività era stato dipanato dai tribunali, sciolto in una generale demonizzazione dei conflitti, nel culto della “governabilità” e in una totale diffidenza verso tutto ciò che proveniva “dal basso”.  La passione per gli “affari” sommergeva la politica, e un amore si chiamava ormai “investimento affettivo”. Tutto era cambiato e si poteva dunque cominciare a tracciare un bilancio, avviare una indagine storica, chiedersi cosa era stato, il come e il perché di quegli eventi e di quegli esiti. Senza nulla concedere a un autocelebrazione nostalgica, non si poteva rimanere silenziosi di fronte alla lettura cinica e sprezzante che i pentiti e i parvenus degli anni ’80 davano del decennio dei movimenti.
Si faceva storia ragionando politicamente e si ragionava politicamente guardando alla storia. Ci dedicammo, allora, con questi dodici fascicoli, a una ricostruzione minuziosa dei fatti, a un esame accurato delle idee, dei costumi, delle forme di comunicazione.
Guardando ai movimenti del ’68 su scala mondiale, cogliendone il carattere globale “ante litteram”, nonché le diverse temporalità. Il lungo ciclo di conflitti in Italia non ebbe, infatti, corrispondenti in altri paesi del mondo.
Il maggio francese bruciò in fretta, il movement americano declinò con la fine della guerra vietnamita nel 1975, in Germania restò uno strascico di radicalità isolata e un’eredità tinta di verde, in Cecoslovacchia i carri sovietici avevano chiuso la partita in pochi mesi.
I grandi miti terzomondisti erano caduti uno dietro l’altro. Certo non si poteva imputare a chi aveva manifestato sostenendo la lotta di popolo vietnamitaVietnam_napalm_19721 e cambogiana i boat people e i massacri di Pol Pot, ma quelli erano gli esiti sotto gli occhi di tutti e bisognava farci i conti senza omissioni o ipocrisie. Tuttavia, in quel ventennale, mancava ancora un anno per entrare pienamente nel tempo presente. Il 1989 fu considerato da alcuni come l’effetto di un mancato o interrotto ’68 nell’Europa dell’est, o come un frutto tardivo di quello mondiale; da altri, al contrario, come la certificazione storica della sua conclusione e della sua sconfitta. Certo anche nell’89 una cappa era stata infranta, molte libertà conquistate, una grande voglia di cambiamento si era messa in moto: anche i grigi paesi dell’est ebbero la loro “carnevalata” (così De Gaulle aveva definito il maggio francese).
Ma   avrebbero avuto anche la conseguente quaresima, e cioè il duro apprendistato dell’economia essodi mercato e gli orrori dei nazionalismi contemporanei. L’epoca senza qualità che si è aperta da allora e che ci ha transitati nel XXI secolo apre, all’indietro, nuove domande sull’epoché del  68 e sui suoi effetti, più dense e più ruvide di quelle che ad ogni anniversario puntualmente rispuntano nei media, riducendolo a un passaggio della modernizzazione e della democratizzazione riassorbito dalla storia sempre uguale del potere.
Un assaggio di queste domande, tratto dal numero speciale del 28 aprile 2006 sui trentacinque anni del “Manifesto” in cui già cominciammo a formularle, lo riproporremo a conclusione di questi dodici fascicoli sul 68. Ma poi  bisognerà  riparlarne il prossimo anno, celebrando il ventennale dell’89 che è già dietro l'angolo.
Fonte: Il Manifesto
martedì, 20 maggio 2008

1968 - Maggio Francese

Lo sciopero generale di 10 milioni di operai francesi nel maggio 1968 è stato il più grande sciopero della storia, e scatenò un'enorme ondata di lotte operaie dappertutto nel mondo, rompendo il periodo di controrivoluzione seguito alla fine dell'Ottobre 1917.

Il Maggio ‘68 e la prospettiva rivoluzionaria

Il fatto che i "sessantottini" più eminenti siano diventati oggi i porta parola del sistema capitalista viene presentato da alcuni come la prova che il Maggio ‘68 non sia stato affatto portatore di un messaggio rivoluzionario. Per gli ideologi borghesi dietro "l'evoluzione dei costumi" dopo il ‘68 c'è solo un "adattamento" ad una società capitalista più moderna e più progressista.

30 anni fa il Maggio francese. La ripresa storica della lotta di classe

giovedì, 01 maggio 2008

Come ogni anno, si rinnova la festa ai danni dei lavoratori...Lavoratori, tié

Morti bianche - Gianfalco
VARATO IL DECRETO SICUREZZA. La reazione di Montezemolo fa pensare che sia una buona notizia.Morti bianche - Tubal

 

infortuni_lavoro

TreGiorni

1° maggio 2008...

Precari - Tubal


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

contratto_globalizzato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il 1° maggio festeggiano anche i "lavoratori eccellenti"...

...E le coppie celebri...

briatore_gregoraci

Pier Ferdinando Casini e la convivente Azzurra Caltagirone

vauro.1

...Che fare?

 

 

martedì, 08 aprile 2008

(In)utilmente al voto?

Il 13 e 14 aprile è prevista la spartizione delle spoglie di ciò che resta di un paese straziato, mutilato ed incarognito da 15 anni di governi che hanno applicato con cipiglio selvaggio le ricette avvelenate dello sfruttamento  neoliberista. Tutti gli schieramenti sono in cerca di legittimazione e di voti.

Ne ha bisogno la destra del PdL, che è consapevole della grande opportunità di poter tornare a governare per continuare gli scempiMi alzo e me ne vado! Si vergogni! che fino al 2006 aveva deliberatamente compiuto in tutti i campi, sociale, economico, politico ed istituzionale; ne ha bisogno il PD, nuovo soggetto interclassista del centro, che è consapevole della sua capacità di offrire nient’altro che un’immagine nuova rispetto al PdL, senza sottrarsi alle pressioni del capitalismo nostrano. Ne va in cerca l’UDCcasini papalina per riprendersi un posto centrale e al sole, e come lei la Sinistra Arcobaleno, priva di un progetto politico che non sia quello di non sparire dal parlamento. L’appello al voto di coalizione delle ultime elezioni cede oggi il passo alla ruffianeria del voto utile (votare PD per sconfiggere BerlusconiAnche i ricchi e i potenti soffrono e viceversa) o alla disperazione del richiamo del voto necessario ed identitario per una lista od partito che riflettano il più possibile inclinazioni e frammenti di opzioni etiche, ideologiche, religiose, localiste,  che catturino le allodole. Intanto stanno come gli avvoltoi le confederazioni padronali, inserendo loro rappresentanti in tutti e due i maggiori schieramenti, mentre le burocrazie di comitati_d_affariCgil-Cisl-Uil balbettano “PD, amico mio”, delegando ormai solo alla politica la ricerca di soluzioni compatibili  e espropriando i lavoratori di ogni voce in capitolo.  Ma questa volta non è più in gioco l’argine a Berlusconiberlusconi-12 e nemmeno lo scongiurare l’instaurarsi di un regime clerical-fascista, bensì l’affermarsi “bipartisan” di un blocco di potere di affaristi, caimani, tecnocrati di Stato e sfruttatori che hanno il solo scopo di vampirizzare l’intero tessuto sociale italiano. Tutte le leggi finanziarieVauro su evasione fiscale dal 1994 in poi sono lì a dimostrarlo, la stragrande maggioranza dei contratti di lavoro e gli accordi di partneriato in nulla hanno contrastato l’inarrestabile impoverimento della classe lavoratrice e la depredazione di servizi sociali e dell’ambiente. Non ci interessa dare patenti di  qualunquismo o considerare rivoluzionari coloro che decideranno di non votare per una critica radicale al sistema parlamentare o per la somiglianza tra i 2 maggiori schieramenti, né dare degli illusi a quelli che decideranno nonostante tutto  di esercitare il diritto di voto.

Quello che ci interessa è che il 13 e 14 aprile non siano la consacrazione finale di un modo di intendere la politica che affermi la supremazia del “palazzo”Io sono il signore dio tuo sulla società, la decisività dei giochi parlamentari sui conflitti sociali, le ragioni della mediazione inter-partitica sulle pressioni e sui movimenti dal basso della società. Il combinarsi di una legge elettorale garantista per vinti e vincitori e la tattica ricombinatoria del PD costringono ad una corsa centripeta verso il parlamento e verso il rafforzamento del potere esecutivo che ha il solo scopo di ridurre spazi ed inibire quei movimenti che possono ancora esprimere conflittualità sociale dal basso.

E che - per capacità di auto-organizzazione ed autogestione - possono rendersi protagonisti di incisive lotte_sindacalilotte anticapitaliste, operaie e sindacali, ecologiste ed ambientali, pacifiste ed antimilitariste, dei migranti e contro la repressione dello Stato, femministe e laiche ed anticlericali. Se da un lato oggi il compito urgente è quello di smascherare i disvalori del neoliberismo (l’individualismo, la competizione, l’arroganza, la corruzione, l’ignoranza, l’ingiustizia, la deregolamentazione della vita civile, la precarizzazione delle vite individuali...) che albergano nel PD come nel PdL, dall’altro è tutto da  rinnovare e praticare il valore della libertà nella solidarietà, nella difesa e nella pratica degli spazi di organizzazione, nella rivendicazione e tutela dei diritti individuali e collettivi delle persone, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei e delle migrantimigranti. Questi movimenti e queste lotte continuano ad avere  davanti a sé un futuro? Siamo certi di sì, se non si cadrà nell’illusione che le elezioni sono l’unica occasione di mutamento strutturale; siamo certi di sì, se avremo sedimentato la consapevolezza che il neoliberismo capitalista dei nostri tempi ha sempre uno Stato ed un governo su cui scommettere. Questa è la nostra opzione: lavorare per la capacità politica di esprimere auto-organizzazione e conflitto da parte di tutti i soggetti interessati ad un mutamento radicale della società in senso autogestionario ed egualitario.

 Noi, con il nostro modo caratteristico di far politica, dal basso e collettivo, assembleare ed autogestito, comunista ed anarchico, porteremo avanti il nostro impegno prima e dopo il 13-14 aprile, affinché viva, si organizzi e lotti la più vasta opposizione sociale ed in movimento per l’alternativa comunista e libertaria.

IL VERO VOTO UTILE E’ QUELLO CHE FAI QUANDO ORGANIZZI ED AUTOGESTISCI LE LOTTE PER I TUOI resistereDIRITTI INSIEME AGLI ALTRI

IL VERO VOTO NECESSARIO E’ QUELLO CHE FAI QUANDO COMBATTI COLLETTIVAMENTE PER FERMARE LA DESTRA ED IL NEOLIBERISMO, IL CLERICALISMO E LO SFRUTTAMENTO

IL VERO VOTO INUTILE E’ QUELLO CHE DAI ALLE BUROCRAZIE PARLAMENTARI DELLO STATO  E DELLA FINANZA

NON RINUNCIARE AI TUOI DIRITTI, NON DELEGARE IL TUO FUTURO LOTTA PER L’AUTOGESTIONE E LA REDISTRIBUZIONE DELLE RICCHEZZE OGGI

Federazione dei Comunisti Anarchici

www.fdca.it

domenica, 06 aprile 2008

I CATTIVI PENSIERI SU MALPENSA

Nelle discussioni di questi ultimi giorni circa il rischio di chiusura corso dall’aeroporto di Malpensa, è mancata l’osservazione della prossimità dell’aeroporto stesso alla base NATO di Solbiate Olona.

Questa base è in piena espansione, anche per la costruzione di alloggi per i militari, perciò tende ormai a sconfinare nella zona dell’aeroporto civile. Che l’operazione colonialistica di Air France sia stata in realtà preparata e favorita dal colonialismo statunitense, è un sospetto che poggia su dati concreti.

Il precedente costituito dagli ostacoli che la base di Sigonella in Sicilia sta creando da anni al traffico aereo civile e ad un aeroporto relativamente piccolo come quello di Fontanarossa, avrebbe dovuto avvisare sul fatto che la presenza nel Nord-Italia di tre basi delle dimensioni di Aviano, Vicenza e Solbiate Olona sarebbe andata inevitabilmente a chiudere lo spazio aereo al traffico civile, considerando che Malpensa ha invece il volume di traffico di un aeroporto intercontinentale.

È chiaro però che, nella cosiddetta “sinistra radicale”,cosa_rossa nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei 11_settembre“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. In effetti è vero che anche una superpotenza super-militarizzata come gli Stati Uniti, non potrebbe coprire con installazioni militari funzionanti tutto questo territorio. Ma allora perché occuparlo? Un discorso che avrebbe dovuto ridimensionare il problema, in realtà è quello che apre il vero problema.

Tutta questa presenza capillare di basi USAu-sapevamu e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione  e nonostante la garanzia di tanta impunità, gli americani siano esseri talmente superiori, sovrumani, puri ed angelici che non ne approfitterebbero mai per contrabbandare in Italia oppiol’oppio afgano e il petrolio iracheno. Con la sua solita impudenza, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, disse in un’intervista televisiva di due anni fa di aver impedito una campagna di stampa che si stava profilando contro di lui negli Stati Uniti, semplicemente minacciando di rivelare il ruolo che aveva svolto la mafia per conto degli USA nell’esproprio dei terreni agricoli utilizzati per la base di Comiso in Sicilia. Comiso costituisce un paradigma interessante dei rapporti che gli USA e la NATO intrattengono con la criminalità organizzata. Anche la base di Comiso non è più realmente operativa, eppure gli Stati Uniti si guardano bene dal mollarla.

Il paradigma-Comiso potrebbe risultare utile anche per analizzare la questione della camorra in Campania e, sino a quattro o cinque anni fa, persino un giornale come “il Manifesto” qualche articoletto sul nesso NATO-criminalità organizzata se lo lasciava ancora sfuggire. Oggi, invece, dopo il ciclone-Roberto Roberto SavianoSaviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. Il fenomeno di divismo che è stato costruito su Roberto Saviano è indice del rilievo che la “Psycological war” gli attribuisce. Saviano è diventato un simbolo di successo da offrire alle giovani generazioni e, non a caso, viene spesso difeso dalle critiche con lo stesso argomento a cui ricorrono i vertici confindustriali, cioè l’accusa di invidia che colpisce ormai ogni manifestazione di dissenso.

Oggi c’è troppo scontento, perciò la “Psycological war” deve cercare di deviarlo su bersagli fittizi, meglio ancora se il colpevole viene individuato fra le stesse vittime. Che “la colpa è nostra” è uno di quegli argomenti che funzionano sempre, dato che non possono essere mai del tutto smentiti per quanto sono generici. Spostare dissensi e discussioni su un piano astratto è quanto di meglio possa ottenere la “Psycological War”, perciò non è un caso che lo stesso editore di Saviano - Mondadori -, abbia pubblicato anche il libro in cui Giulio Tremonti esponeva le sue tesi di “no global” di destra.

Sono risultate  già indicative alcune delle critiche che sono state rivolte a Tremonti, critiche secondo cui l’attuale crisi economico-finanziaria non sarebbe dovuta, come invece sostiene Tremonti, ad eccesso di “mercatismo”, ma, al contrario, al fatto che vi è troppo poco Mercato.

In realtà, si può affermare con altrettanta attendibilità che la crisi sia dovuta ad eccesso di Mercato oppure a mancanza di Mercato, poiché il “Mercato” non esiste:Globo-colonizzazione nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. Anche la “globalizzazione” costituisce un’astrazione ed uno slogan, perciò si può anche essere  “no global” senza accorgersi che il colonialismo e l’affarismo passano per cose concrete come l’occupazione militare di un territorio.

 

FLASH COMIDAD  

 

Conversioni  (1)

La conversione al cattolicesimo del vicedirettore del Corriere della sera Magdi Allam, musulmano non praticante, ha fatto il giro del mondo.

Ma in realtà, il battesimo impartito in VaticanoHitleRatzinger da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israelianaPalestina sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento  e storicamente conflittuale…).

D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);  oppure tutti e tre, come ha fatto Magdi Cristiano Allam.

 

Conversioni (2)

I fondamentalisti del libero mercato sono in crisi, si riscopre il protezionismo, l’intervento statale (cioè il denaro pubblico) non è più un tabù.

Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.

 Il capo della Deutsche Bank, Josef Ackermann, confessa di non credere più nelle capacità di Crisiautoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 11:08 | Permalink | commenti
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sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
giovedì, 20 marzo 2008

L’OCCIDENTE È UNA GERARCHIA RAZZIALE

In uno dei suoi discorsi elettorali, Berlusconisilvio_generale ha parlato della crisi che sta arrivando dagli Stati Uniti ed ha proposto come soluzione “lavorare di più”, tanto per cominciare una ulteriore defiscalizzazione degli straordinari che rischia di portare la giornata lavorativa a quattordici ore, e le infortuni_lavoromorti sul lavoro a cifre ora inimmaginabili. Un ambiente politico sempre pronto a gettarsi sulle gaffe di Berlusconi, ha accettato senza protestare l’assurdità insita nel suo discorso: visto che gli Stati Uniti ci hanno messo nei guai, allora continuiamo a fare quello che ci dicono. C’è la tentazione da parte di molti critici del sedicente “liberismo”, di considerare l’incombente crisi economica come un imminente Giorno del Giudizio, un’occasione per una collettiva presa di coscienza che consenta di superare almeno gli aspetti più biechi dell’attuale assetto economico mondiale.

Il punto è però che l’economia costituisce un’astrazione, un concetto di sintesi, mentre gli affari sono cose concrete, che portano nomi, cognomi, indirizzi e numeri di telefono.

L’affarismo non si fa fermare dalla crisi economica in sé, perché ogni affare mobilita denaro; un denaro che è in grado di produrre, attraverso i media, anche una realtà virtuale pronta a giustificare ulteriori incursioni affaristiche nella spesa pubblica.

Non è un caso quindi che le cosche affaristiche anglo-americane, che ci hanno condotto alla situazione attuale, vengano ancora una volta riconosciute come la leadership che ci dovrebbe guidare tra i marosi dell’inflazione, della depressione, della miseria e della disoccupazione.

Ognuno di questi mali può essere occasione di nuovo sfruttamento e nuovo business, e l’opinione pubblica può essere ogni volta convinta che la migliore soluzione del male è di affidarsi a chi l’ha provocato. L’attuale dibattito sulla crisi deve anche mettere sull’avviso coloro che si illudono che il raggiungimento della verità sull’1111 settembre settembre possa distruggere il mito su cui si fonda l’attuale sistema di dominio sovra-nazionale. La cosa più probabile è invece che una caduta della versione ufficiale sull’11 settembre venga salutata dai media come un’ennesima vittoria della democrazia americana.  Allo stesso modo in cui la scoperta che Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa, non ha delegittimato l’invasione dell’Iraq, così la scoperta che osama_bin_ladenBin Laden non c’entra nulla con l’11 settembre, non servirebbe a delegittimare l’attuale occupazione dell’Afghanistan. Il dominio coloniale sugli Iracheni e sugli Afgani non ha nessuna difficoltà ad essere giustificato dai media con la necessità di educare alla democrazia delle popolazioni che, senza la illuminata guida dell’Occidente, ritornerebbero all’originario oscurantismo. Persino la rivelazione che oggi è la NATO in prima persona a gestire in Afghanistan il traffico di droga ed in Campania il traffico di rifiuti tossici, in sé non cambierebbe nulla. Una rivelazione del genere farebbe la fine di quelle sulle torture nella prigione di Abu Ghraib: gli Stati Uniti dimostrano ancora una volta di essere capaci di superare i propri errori.

La stessa NATO venti anni fa si giustificava come alleanza necessaria a fronteggiare la minaccia sovietica, ma ora che questa minaccia non c’è più, nemmeno la cosiddetta cosa_rossa“sinistra radicale” si azzarda a proporre l’uscita dell’Italia dalla NATO, e ciò per puro timore delle accuse di antiamericanismo, che comporterebbero una vera e propria morte civile. In realtà l’11 settembre non è stato un mito fondante, ma una messinscena funzionale ad uno scopo specifico del momento, cioè consentire alla cosca Bush-Cheney-Rumsfeld di mettere le mani sul denaro pubblico americano, superando ogni opposizione delle altre cosche.

Il vero mito fondante del dominio coloniale non sta in questo o quell’episodio, ma in una ideologia onnipresente che non concede mai pause né sconti: il razzismo. Nella puntata di Report di domenica 16 marzo 2008, la comunicazione razzistica ha raggiunto livelli di sofisticazione tali da far passare GoebbelsGoebbels per un dilettante. Immagini iconografiche di un Robert Kennedy mistico e ispirato hanno preceduto il solito servizio sullo sfacelo amministrativo e antropologico di Napoli. L’accostamento del tutto arbitrario tra una evocazione mitologica ed una rappresentazione tendenziosa di dettagli grotteschi, costituisce un messaggio subliminale di razzismo, tanto più efficace perché si imprime nella mente come immagine invece che come concetto. Persone che rifiuterebbero la superiorità e l’inferiorità razziale come idee, poi le condividono come  presunti “dati di fatto”, proprio perché credono di “vederle” quotidianamente nella rappresentazione mediatica.

Se si va ad analizzare tutta la comunicazione politica di veltroni2Walter Veltroni, essa si riduce a mero culto della superiorità razziale delle èlite americane; ma non potrebbero risultare credibili i miti di superiorità senza l’analoga rappresentazione dell’inferiorità, perciò il culto americanistico risulta inscindibile dal razzismo antimeridionale.  Il cosiddetto “Occidente” è appunto una gerarchia razziale, che ha al suo vertice gli anglo-americani ed alla sua base i popoli meridionali.  Il razzismo funziona sempre in modo bilaterale, perciò se ci si sente superiori a qualcuno, è automatico che poi ci si possa sentire anche inferiori a qualcun altro.

Se, ad esempio, si è antimeridionali, è molto difficile che non si sia parallelamente dediti al culto della superiorità anglosassone.  Nel “Mein Kampf”, Hitler parlava in termini celebrativi degli Anglosassoni e, al tempo stesso, descriveva gli Italiani meridionali come una specie degenerata e inferiore: le stesse tesi di Milena Gabanelli, ma espresse in modo meno insinuante.

Il razzismo non regola soltanto i rapporti etnici e nazionali, ma anche e soprattutto quelli di classe. Le classi vengono cioè fatte percepire inconsciamente come razze, ed i mitici “imprenditori” - che poi non “imprendono” nulla, ma si limitano a “prendere” il denaro pubblico - si propongono non come un gruppo sociale, ma come una razza superiore, dotata di capacità miracolistiche.

Bakunin ha messo più volte in evidenza la immediata disponibilità delle borghesie nazionali al collaborazionismo con la colonizzazione straniera; ciò è logico se si considera che i cosiddetti “imprenditori” non si sentono in relazione sociale col resto della popolazione, ma percepiscono se stessi come una razza a parte.

Il razzismo costituisce quindi una falsa coscienza generalizzata, a cui l’affarismo può sempre fare appello. La superiorità “occidentale” è  data per scontata, quindi non si sospetta mai che dietro la rappresentazione razzistica che i media costruiscono contro altri popoli, possa esservi ogni volta un fine affaristico. Anche quando ciò viene dimostrato per il passato, questa esperienza non viene mai utilizzata come cautela per i messaggi mediatici del presente. Il rapporto con i media rimane ingenuo, cioè non li si coglie per quello che sono: un’arma di distruzione di massa.

           

COMMENTI FLASH

 

LUTTWAK
Durante la puntata della trasmissione “Enigma” dedicata al trentennale del delitto Moro, condotta dal paludato e un po’ intronato Corrado Augias, erano presenti fra gli altri la figlia di Moro e il professor Edward Luttwak, politologo e propagandista della superiorità morale, militare e politica degli USA.

La figlia di Moro lasciava capire in modo più che esplicito come suo padre fosse stato minacciato e intimidito da Kissingerbush_kissinger e compagnia proprio durante un viaggio in USA. Ad un certo punto Augias mette alle strette Luttwak chiedendogli se gli USA c’entrano qualcosa con Moro. L’ovvio diniego di Luttwak era talmente sfacciato e poco attendibile (“… gli americani non fanno queste cose..” ) da avere l’effetto di confermare ciò che si sa da sempre, e cioè che gli statua della morteUSA c’entrano e come. Ma il neocon Luttwak non va troppo per il sottile se è in grado di affermare: “Tutto il potere, tutta la partecipazione, è nelle mani di una piccola élite istruita, benestante e sicura, e quindi radicalmente differente dalla vasta maggioranza dei suoi concittadini – praticamente una razza a parte.” “Il nostro strumento sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa […] Le trasmissioni radio e televisive avranno lo scopo non già di fornire informazioni sulla situazione, bensì di controllarne gli sviluppi grazie al nostro monopolio sui media. “
[Edward Luttwak, “Strategia del colpo di Stato “ ]

 

LI DIFENDO IO
IL galletto Vallespluga della Confindustria, Montezemolo, ha dichiarato che i sindacati non riescono a tutelare gli interessi dei lavoratori. Come dargli torto?

A questo punto è chiaro che il povero imprenditore dovrà farsi carico di un nuovo impegno difendere anche gli interessi degli operai. Impegno non da poco, ma siamo sicuri che ci riusciranno. E mai come oggi sembra credibile il motto del papà di Emma Marcegaglia, neo-presidente della Confindustria: "imprenditori poveri di un'impresa ricca".

Fonte: www.comidad.org

giovedì, 13 marzo 2008

LA LEGGENDA DEL SANTO IMPRENDITORE

Una delle ultime decisioni del governo Prodiprodi è stata quella di inasprire le pene per gli imprenditori responsabili di incidenti sul lavoro.infortuni_lavoro Non può sfuggire il carattere puramente simbolico e astratto di questo provvedimento, mentre al contrario rimangono del tutto non affrontate le cause della mortalità sul lavoro. Neanche il più acritico degli estimatori delle virtù della magistratura, può infatti credere seriamente che una eventuale sentenza di condanna nei confronti di qualche esponente delle multinazionali possa davvero reggere i tre gradi di giudizio, poiché qualsiasi Corte avrebbe facile gioco ad arrendersi di fronte alla pioggia di perizie tecniche a favore degli imputati; perciò alla fine sarà al massimo qualche artigiano a fare il capro espiatorio da offrire all’opinione pubblica.

Frattanto la principale causa degli incidenti, cioè la dilatazione della giornata lavorativa, risulta ancora non toccata e intoccabile, dato che rimane sacro l’obiettivo della lavoratore flessibile“flessibilità” del lavoro. Nella ultima legge finanziaria, il governo Prodi ha previsto ulteriori sgravi fiscali per gli straordinari, così da portare di fatto la giornata lavorativa media ad un minimo di dieci o dodici ore, il che equivale a dire che ci sono altri incidenti mortali già annunciati. Comunque un sicuro effetto pratico questo provvedimento del governo lo avrà, cioè consente a tutti i media di rilanciare la campagna di propaganda tendente a presentare gli imprenditori come le vittime e gli incompresi della nostra società.

Nella Storia nessun gruppo sociale dominante e nessuna aristocrazia hanno mai potuto avvalersi di un supporto mitologico paragonabile a quello di cui si è sempre giovata la imprenditoria cosiddetta capitalistica.montescemolo In questo mito, l’imprenditore capitalistico è un instancabile creatore di ricchezza per se stesso e per tutta la società, un pioniere che continua a svolgere questo suo prezioso, insostituibile e provvidenziale compito nonostante che politici e sindacalisti gli pongano ad ogni passo lacci e lacciuoli. Come il poliziotto, anche l’imprenditore può sempre dire di avere le mani legate da tanti malintenzionati che vogliono impedirgli di fare il proprio dovere. Anche quella che i media hanno etichettato come Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil“sinistra radicale” si adatta a questo ruolo di sponda propagandistica del vittimismo padronale. Nel 2002 un referendum promosso da Rifondazione Comunista sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tendente ad allargare il licenziamento per “giusta causa” alle imprese al di sotto dei quindici dipendenti, servì solo ad avallare la leggenda secondo cui l’imprenditore non avrebbe la libertà di licenziare nelle aziende al di sopra dei quindici addetti.

In realtà l’articolo 18 impedisce il licenziamento solo nei casi di discriminazione sindacale, politica o religiosa, ma non pone nessun limite al licenziamento per motivi economici; questo è il motivo per il quale l’articolo 18 non risulta in alcun modo applicabile nelle piccole imprese, dove l’imprenditore può sempre giustificare anche un solo licenziamento con la necessità di ridurre i costi.

Storicamente l’imprenditoria capitalistica nasce, si sviluppa e si mantiene nell’intreccio con la spesa pubblica, la committenza pubblica, gli appalti pubblici ed i poteri pubblici, ma di tutto ciò l’opinione pubblica non sa e non deve sapere nulla; può sì venire a conoscenza di singoli casi, ma non è lecito nemmeno sospettare che la regola sia proprio questa in ogni caso.

Nel suo libro “Mein Kampf”, Hitler replicava a quelli che in Germania cercavano di avere buoni rapporti con l’Unione Sovietica opponendo loro questo argomento: che senso ha fare alleanze con un Paese in cui l’economia pubblica non è ormai in grado di produrre nemmeno un camion?

Si deve al politologo Giorgio Galli l’iniziativa di aver curato la ripubblicazione del “Mein Kampf”,antisemitismo consentendo così di scoprire che Hitler era una vera spugna della propaganda anglo-americana, al punto che oggi, cambiando solo la firma, egli potrebbe fare tranquillamente l’opinionista del “Corriere della sera” o de La Repubblica”, senza che nessuno si accorga di nulla; persino le opinioni di Hitler sugli Ebrei, tolta qualche espressione di ostilità, potrebbero portare comodamente la firma di un Magdi Allam, poiché entrambi si riferiscono agli Ebrei come se si trattasse di un unico soggetto culturale, nazionale e politico.

Come per i nostri opinionisti attuali, anche per Hitler solo la magica mediazione dell’imprenditore privato era in grado di permettere la transustanziazione delle materie prime in manufatti industriali, quindi egli spedì, sicuro di sé, le sue truppe verso il fronte russo, scoprendo troppo tardi che l’economia pubblica sovietica era in realtà capace di produrre tutti i camion e  tutte le armi che servivano.

Negli anni ’20 la stampa anglo-americana, e dietro di lei la stampa internazionale, erano compatte nel descrivere il disastro incombente dell’economia pubblica dell’Unione Sovietica, e non solo Hitler, ma persino seri economisti come Keynes prendevano sul serio queste profezie catastrofiche.

Poi, negli anni ’30, negli Stati Uniti il presidente Roosevelt fu invece costretto a porre sotto il controllo pubblico un’economia privata ormai allo sbando. D’altra parte, proprio l’esperienza del cosiddetto crollo dell’Unione Sovietica ha indicato che è dall’interno dell’apparato statale che sorgono le spinte affaristiche che conducono alla ri-privatizzazione dell’economia.

I funzionari pubblici possono cioè screditare se stessi in quanto pubblici funzionari, ma solo per accreditarsi come futuri imprenditori privati o come loro soci/complici in affari. È notizia di questi giorni che la guerra in Iraq è costata agli Stati Uniti tremila miliardi di dollari. Ma questa è solo una parte della questione, mentre l’altra può essere così riassunta: l’apparato statale americano ha pagato tremila miliardi alle ditte private legate a Bush, Cheney e Rumsfeld.

Prima di essere trombato, Rumsfeld ha privatizzato tutta la logistica delle forze armate statunitensi, creando ad hoc anche delle formazioni militari private. Rumsfeld supereroeÈ quindi dall’interno dell’apparato statale che possono essere organizzati questi colossali trasferimenti di denaro pubblico ad aziende private, che sono presentati sotto l’etichetta propagandistica di “liberismo”. L’affarismo nasce all’interno dei pubblici apparati, ma ha bisogno del mito propagandistico dell’imprenditore privato per potersi giustificare ogni volta. Questo è il motivo per il quale la mitologia imprenditoriale viene costantemente alimentata dai media.

Fonte: www.comidad.org

sabato, 08 dicembre 2007

Gli operai: turni infernali

TORINO - Dopo il dolore, la rabbia. infortuni_lavoroGli operai della Thyssenkrupp, l'acciaieria in cui hanno perso la vita quattro operai e altri tre lottano disperatamente contro la morte, ribadiscono con più forza le loro accuse: troppi straordinari, poca manutenzione. Per i sindacati, la produzione potrà ripartire solo dopo che in tutto lo stabilimento saranno effettuati controlli, vogliono "una certificazione scritta". A Torino, intanto, arrivano i ministri damianoCesare Damiano e Livia Turco. "Per scongiurare il ripetersi di gravi incidenti sul lavoro, come quello avvenuto alla Thyssenkrupp, è necessario aumentare i controlli delle Asl nelle fabbriche", dice il ministro della Salute che ha convocato l'azienda per lunedì. Damiano partecipa a un vertice in Prefettura con i rappresentanti delle istituzioni locali e i sindacati. Il ministro del Lavoro spiega che "gli ispettori del lavoro e le Asl hanno già avviato le verifiche e che queste continueranno la prossima settimana, in stretto coordinamento con la magistratura".

"Eravamo costretti a fare fino ad otto ore di straordinario. Se non accettavamo, l'azienda ci faceva dei rapporti disciplinari. C'é un operaio che, dopo due richiami, ha deciso di licenziarsi", racconta Giuseppe Lia, 27 anni davanti all'Unione Industriale, dove i sindacati incontrano l'azienda.

 

Il giovane operaio parla di "condizioni di lavoro abominevoli, con turni infernali", dice che "da un anno non si faceva manutenzione" e che "la magistratura deve andare a vedere le condizioni degli impianti, verificare se sono a norma".

 

I rapporti sindacali erano tesi da tempo: in vista della  chiusura della fabbrica torinese, prevista per giugno, l'organico era stato dimezzato dai 400 di addetti di maggio scorso a 200. Ma nelle ultime settimane il lavoro era aumentato perché lo stabilimento di Terni, dove sarà concentrata tutta l'attività produttiva, non era in grado di fare fronte a tutte le commesse.

L'azienda aveva imposto unilateralmente il lavoro al sabato al laminatoio a caldo, il reparto in cui nel 2002 c'era stato un incendio, ma il sindacato non era d'accordo. Così da tre settimane, il sabato gli metalmeccanicioperai scioperavano otto ore e l'astensione dal lavoro era già stata proclamata, prima dell'incidente, per oggi. Sempre per oggi era stato chiesto un incontro all'azienda, che però aveva rifiutato. "Hanno accettato di incontrarci solo dopo l'incidente e la morte degli operai. E' un comportamento gravissimo", dicono Ciro Argentino e Fabio Carletti della Fiom. "Gli strumenti per prevenire gli incidenti sul lavoro ci sono. Il problema è quello di farli applicare, e soprattutto quello di ottenere che tutti facciano la loro parte, inclusi i datori di lavoro", afferma Livia Turco,ferrero mentre il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, invita la Confindustria "a espellere le aziende inadempienti sul fronte della sicurezza come ha fatto con quelle che pagano il pizzo". Torino si prepara alla giornata di lutto e di mobilitazione indetta per lunedì. Il corteo si aprirà con il gonfalone della Città e lo striscione di Cgil, Cisl e Uil, con su scritto 'Basta con le morti sul lavoro'.

"Vogliamo che sia una giornata di raccoglimento, ma anche di lotta - spiega il segretario della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - per chiedere che si accertino le responsabilità dell'incidente. Vogliamo che i responsabili paghino e non finisca tutto come con l'indulto che ha compreso anche i reati per le morti bianche".

Fonte: Ansa

Speciale sicurezza. Per la Thyssenkrupp, la Fiom parte civile
di Stefano Angelofiom

Giorgio Cremaschi,cremaschi segretario nazionale e responsabile dell’Ufficio Salute e Sicurezza della Fiom (Federazione impiegati operai metallurgici), ha dichiarato che l’incidente avvenuto nell’acciaieria della Thyssenkrupp non è stato una fatalità. La multinazionale stava smantellando l’impianto di Torino per trasferire la produzione nello stabilimento di Terni. Gli inquirenti dovranno appurare se le attività di manutenzione ordinaria siano state ridotte al punto da elevare il rischio di incidenti sul lavoro.omicidi bianchi Inoltre sembrerebbe che l’impianto di Torino non avesse più i responsabili della sicurezza, a seguito dello snellimento degli organici. Ora c’è da chiedersi con che criterio i manager di una acciaieria inizino la dismissione di un impianto ad alto rischio partendo proprio dal taglio delle spese che riguardano il fattore più importante, la sicurezza. Un operaio racconta che da ottobre le commissioni a Terni erano aumentate al punto da farle dirottare nuovamente su Torino. L’inversione di tendenza, con l’incremento di produttività, non sarebbe stata accompagnata dal ripristino dei necessari standard di sicurezza.Vignetta di Vauro sugli omicidi bianchi Così ai pochi operai rimasti è stato chiesto di fare straordinari massacranti, senza tutele. In pratica gli operai sono stati abbandonati, messi in subordine dalla logica del profitto. Poi resta la questione del non perfetto funzionamento dei sistemi antincendio, come estintori (circa 300), manichette e idranti. Chi doveva eseguire i controlli?FIOM L’omissione è stata frutto della negligenza o rientrava nel taglio delle spese? Giorgio Airaudo, segretario provinciale della Fiom, dice che anche alcuni telefoni erano mal funzionanti. Gli unici provvedimenti che erano stati presi di recente dalla Thyssenkrupp, in seguito alle denunce dei rappresentanti sindacali, riguardavano la rimozione di macchie d’olio, che possono rappresentare un rischio di innesco per gli incendi. E gli estintori? Che in un ambiente del genere vengono utilizzati spesso, dovrebbero sempre essere ricaricati anche dopo un parziale utilizzo, per mantenerne alta l’efficienza.

Ma gli operai sostengono che molti erano difettosi. Le Asl fanno controlli periodici nelle aziende, ma a quanto pare anche loro hanno un organico che non riesce a far fronte all’immenso carico di lavoro. Se è vero, come denuncia “La Stampa”, che a Torino ci sono circa 30 ispettori Asl per 68 mila imprese (tra industria e artigianato) dire che nel sistema “qualcosa non va” è dire ben poco.

Assunzioni a tempo indeterminato

Intanto la Fiom si costituisce parte civile nel procedimento penale in corso, il ministro della salute Livia Turco incontrerà lunedì i rappresentanti della Tyssenkrupp e il ministro del lavoro, Cesare Damiano, annuncia severi controlli nei confronti della multinazionale.

Mentre al Capo dello Stato non resta che osservare il solito minuto di silenzio.

Fonte: Comincialitalia.net