martedì, 01 luglio 2008
Sottopongo all'attenzione del lettore la "Presentazione" di un'interessante iniziativa editoriale del quotidiano Il Manifesto. storia_dcSi tratta di un contributo molto valido ed utile per la rievocazione e la ricostruzione degli avvenimenti più dirompenti e significativi del 1968, in occasione del suo quarantennale. Fu un anno che mise il mondo sottosopra, rovesciando e travolgendo istituzioni, leggi, norme, principi e valori del passato. Il '68 fu uno dei momenti fatidici e cruciali della storia, in cui i figli uccidono (metaforicamente) i padri, imprimendo una svolta radicale e rivoluzionaria al cammino dell'intera umanità.
 
Presentazione
 
Il decennale del 1968 non fu un anniversario. Proprio in quell’anno si concludeva infatti drammaticamente, con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro da parteBrigate_Rosse delle Brigate rosse, quel lungo ciclo di conflittualità sociali e tensioni politiche che si era messo in moto nella seconda metà degli anni ’60: il lungo ’68 italiano. Solo un anno prima, il 1977 aveva aperto nuove lacerazioni e messo in luce l’emergere di un panorama sociale frammentato, agitato dagli esordi inquietanti e incerti di un diverso sistema produttivo. I nuovi rivoltosi, i “non garantiti” (pionieri di una condizione che sarebbe diventata di massa ), segnavano già la differenza dai fratelli maggiori del ’68, dalla loro mentalità, dalle loro ideologie, dalle loro forme di organizzazione politica, ma non avevano operato una vera e propria soluzione di continuità, vivevano e agivano all’interno di quel medesimo ciclo – peraltro già fratturato al suo interno dalla rivoluzione femminista.
Il ‘68 non era ancora una data “storica”. Cosicché  fu il 1988, il ventennale, il primo anniversario della grande rivolta, l’anno in cui Il Manifesto produsse i dodici fascicoli, uno ogni mese, che oggi vi riproponiamo on line. L’aria era davvero cambiata, il ciclo compiuto, la “controrivoluzione neoliberista” trionfalmente in marcia, sebbene ancora inconclusa.
Gli anni ’80 volgevano ormai al termine ed erano stati teatro di una impietosa resa dei conti con il decennio precedente, laddove l’intreccio tra piazza_fontanafatti sanguinosi, trasformazioni sociali e presa di parola di nuove soggettività era stato dipanato dai tribunali, sciolto in una generale demonizzazione dei conflitti, nel culto della “governabilità” e in una totale diffidenza verso tutto ciò che proveniva “dal basso”.  La passione per gli “affari” sommergeva la politica, e un amore si chiamava ormai “investimento affettivo”. Tutto era cambiato e si poteva dunque cominciare a tracciare un bilancio, avviare una indagine storica, chiedersi cosa era stato, il come e il perché di quegli eventi e di quegli esiti. Senza nulla concedere a un autocelebrazione nostalgica, non si poteva rimanere silenziosi di fronte alla lettura cinica e sprezzante che i pentiti e i parvenus degli anni ’80 davano del decennio dei movimenti.
Si faceva storia ragionando politicamente e si ragionava politicamente guardando alla storia. Ci dedicammo, allora, con questi dodici fascicoli, a una ricostruzione minuziosa dei fatti, a un esame accurato delle idee, dei costumi, delle forme di comunicazione.
Guardando ai movimenti del ’68 su scala mondiale, cogliendone il carattere globale “ante litteram”, nonché le diverse temporalità. Il lungo ciclo di conflitti in Italia non ebbe, infatti, corrispondenti in altri paesi del mondo.
Il maggio francese bruciò in fretta, il movement americano declinò con la fine della guerra vietnamita nel 1975, in Germania restò uno strascico di radicalità isolata e un’eredità tinta di verde, in Cecoslovacchia i carri sovietici avevano chiuso la partita in pochi mesi.
I grandi miti terzomondisti erano caduti uno dietro l’altro. Certo non si poteva imputare a chi aveva manifestato sostenendo la lotta di popolo vietnamitaVietnam_napalm_19721 e cambogiana i boat people e i massacri di Pol Pot, ma quelli erano gli esiti sotto gli occhi di tutti e bisognava farci i conti senza omissioni o ipocrisie. Tuttavia, in quel ventennale, mancava ancora un anno per entrare pienamente nel tempo presente. Il 1989 fu considerato da alcuni come l’effetto di un mancato o interrotto ’68 nell’Europa dell’est, o come un frutto tardivo di quello mondiale; da altri, al contrario, come la certificazione storica della sua conclusione e della sua sconfitta. Certo anche nell’89 una cappa era stata infranta, molte libertà conquistate, una grande voglia di cambiamento si era messa in moto: anche i grigi paesi dell’est ebbero la loro “carnevalata” (così De Gaulle aveva definito il maggio francese).
Ma   avrebbero avuto anche la conseguente quaresima, e cioè il duro apprendistato dell’economia essodi mercato e gli orrori dei nazionalismi contemporanei. L’epoca senza qualità che si è aperta da allora e che ci ha transitati nel XXI secolo apre, all’indietro, nuove domande sull’epoché del  68 e sui suoi effetti, più dense e più ruvide di quelle che ad ogni anniversario puntualmente rispuntano nei media, riducendolo a un passaggio della modernizzazione e della democratizzazione riassorbito dalla storia sempre uguale del potere.
Un assaggio di queste domande, tratto dal numero speciale del 28 aprile 2006 sui trentacinque anni del “Manifesto” in cui già cominciammo a formularle, lo riproporremo a conclusione di questi dodici fascicoli sul 68. Ma poi  bisognerà  riparlarne il prossimo anno, celebrando il ventennale dell’89 che è già dietro l'angolo.
Fonte: Il Manifesto
martedì, 24 giugno 2008
In concomitanza con le rievocazioni (sovente troppo enfatizzanti, retoriche e celebrative, oppure infamanti e demonizzanti) del "mitico"  Sessantotto (pardon! chiedo venia per il Pasolini, 1975lapsus - non freudiano -, il termine mi è sfuggito... intenzionalmente, eh eh), vi propongo un'originale e saggia riflessione di Francesco "Baro" Barilli, apparsa sul sito Reti-Invisibili il 22 settembre 2005, in vista dell'allora imminente ricorrenza del 30esimo anniversario della morte del grande poeta, scrittore, artista e regista Pier Paolo Pasolini. La cui opera, assolutamente geniale e "profetica", quanto incompresa, fraintesa o bistrattata, presenta aspetti che sono ancora oggi di inquietante attualità, ad oltre 30 anni di distanza dalla morte dell'illustre intellettuale, sulle cui cause "misteriose" bisognerebbe far luce una volta per tutte.
Giugno 1968 - "Il PCI ai giovani"
Ovvero: storia di una poesia poco compresa e di una strumentalizzazione ben riuscita...
Nel giugno del 1968 Pierpaolo_Pasolini_2Pasolini scrisse una delle sue poesie più discusse, più famose, più ricordate (spesso strumentalmente), ma anche paradossalmente meno capite: "Il PCI ai giovani". Il dibattito sulle lotte studentesche in corso in tutto il mondo arrivava anche in Italia; Pasolini scrisse alcuni versi che gli attirarono pesanti critiche da parte del movimento studentesco e, in generale, dei partiti della sinistra. Questi i versi maggiormente "incriminati":
"... Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. (...)

Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all'altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. ..."
Già nella poesia si poteva capire quanta ironia e quanti livelli di lettura ci fossero nel testo, ma in molti non seppero cogliere queste sfumature.

Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero in diversi scritti; grazie ad un bell'articolo di Angela Molteni, apparso su http://www.pasolini.net/, ne riporto alcuni stralci datati 17 maggio 1969: "quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. ... i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale ...".
Il discorso lo si potrebbe anche chiudere qui, non fosse che di quella poesia, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, nella "testa vuota della massa consumatrice" ANCORA OGGI è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura.

Anche in tempi recenti si è cercato di strumentalizzare quelle parole quasi fossero una semplicistica ed acritica presa di posizione a favore dei celerini e contro gli studenti, e quasi le si potesse usare come una clava virtuale per demolire la nuova stagione di rinnovate lotte sociali. Per questi motivi è giusto approfondire la questione: voglio provare a farlo a modo mio, cominciando col raccontarvi una storia.

Io sono figlio di un poliziotto. I più superficiali potranno restare stupiti da questa "rivelazione", chiedendosi cosa ci faccia il figlio di un celerino in un sito come Reti-Invisibili, e magari s'interrogheranno su quali intricati percorsi psicologici ed affrontando quali sensi di colpa io sia arrivato ad essere uno degli animatori di questo sito. Niente di tutto questo, ma vediamo di fare un po' di chiarezza. Mio padre, classe 1926, partigiano e comunista, decimo di 12 figli, dopo la fine della guerra entrò nella Polizia di Stato.

 Suppongo si trattasse di una delle poche opzioni lavorative che gli si presentarono all'epoca. Suppongo pure che non sia stato il solo giovane ex partigiano a fare quella scelta, e ci sarebbe da fare un'analisi ben più seria su questo fenomeno; probabilmente nell'immediato dopoguerra al "problema" dato dall'avere in circolazione un buon numero di giovani armati e "incazzati" fu contrapposta una serie di soluzioni: arruolarli nelle forze dell'ordine fu una di queste.

Non parlai mai con mio padre di come e perchè entrò nella Polizia di Stato; parlai invece di come e perché ne uscì; nel 1971 (se non erro), con tre figli da mantenere, scelse di entrare in fabbrica come operaio tornitore: troppo difficile per un comunista essere un poliziotto, mi disse. Non indagai oltre; non sembrò mai aver voglia di raccontarmi altro, in merito.

Io del resto da bambino non m'interrogavo certo sul perché mio padre avesse cambiato lavoro (semplicemente, nella mia ingenuità di bambino, mi dispiaceva non vedere più quell'omone in divisa con la fondina per la pistola); da ragazzo mi rivolsi a lui con la superficialità e la supponenza di un giovane contestatore cui poco interessano le scelte dei propri genitori, e lui si rivolse a me con diffidenza.

Non fu facile sciogliere il ghiaccio che si frapponeva fra l'affetto e l'incomunicabilità generazionale, e da adulto il mio interesse si rivelò purtroppo tardivo per entrambi... Ma non è questo il punto: mio padre poteva avere cento pregi e cento difetti, come tutti, ma io non sono fra quelli che ritengono i figli depositari in linea ereditaria dei pregi e dei difetti dei padri. Il punto sta in due riflessioni. In primo luogo tutto questo ha contribuito ad insegnarmi che la realtà è fatta di mille sfumature, anche quando ci viene presentata con la semplificazione di una contrapposizione fra due fazioni.

In secondo luogo mi ha insegnato che le valutazioni personali sulle persone appartenenti a certe strutture (o sulle motivazioni e le circostanze che hanno determinato quelle appartenenze) vanno tenute distinte dalle valutazioni di merito sulle strutture stesse, e viceversa. E qui torniamo a Pasolini, che non era certo uno sprovveduto. Sapeva che le forze dell'ordine, in Italia come all'estero, si erano ferocemente distinte per numerosi omicidi a danni di manifestanti, e questo ancora prima del 1968.

Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. Sapeva, in altre parole, che sicuramente esistevano poliziotti "buoni" e poliziotti "cattivi", ma che, in quanto tutori di un dato ordine costituito, TUTTI i poliziotti rappresentavano un'unica entità omogenea, usata come strumento di repressione.

La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.

Ma se la scandalosa strumentalizzazione delle parole di Pasolini da parte della destra è comprensibile, nella perversa logica della lotta politica "all'italiana" (fatta spesso NON di fatti e di idee, ma di uso distorto dei primi e delle seconde), la miopia della sinistra di fronte all'articolata presa di posizione dell'intellettuale risulta meno scusabile; e soprattutto sembra avere avuto effetti anche più disastrosi.

E' opportuno precisare che il modello di poliziotto "sottoproletario e malpagato" da tempo non è più attuale, ma è innegabile che a sinistra non ci si sia resi conto di quanto importante fosse la battaglia per arrivare ad un maggiore "spirito democratico" interno alle forze dell'ordine e ad una loro formazione non-violenta, rassegnandosi ad assegnare alle forze di polizia il ruolo di "nemico" a priori.

A questo proposito, per darvi un ulteriore elemento di riflessione chiudo questo articolo riportando di seguito un estratto dell'intervista da me fatta a Stefano Tassinari, scrittore bolognese autore di "I segni sulla pelle", romanzo imperniato sui tragici giorni di luglio 2001 a Genova (l'intervista completa la trovate qui: http://www.ecomancina.com/tassinari.htm): "Io credo abbiano fatto una selezione preventiva sulle persone da mandare a Pestaggi della polizia a Genova nel luglio 2001Genova. ... Io credo che in questi anni si sia sbagliato nel non continuare la battaglia iniziata nei primi anni 80, per una polizia più "democratica". Dopo la smilitarizzazione della Polizia li abbiamo lasciati da soli, abbiamo pensato che il lavoro fosse finito... Invece, specie negli ultimi anni, è cominciato dalla parte contraria un lavoro metodico di selezione e formazione politica delle nuove reclute. ..."
Fonte: Reti-Invisibili

martedì, 20 maggio 2008

1968 - Maggio Francese

Lo sciopero generale di 10 milioni di operai francesi nel maggio 1968 è stato il più grande sciopero della storia, e scatenò un'enorme ondata di lotte operaie dappertutto nel mondo, rompendo il periodo di controrivoluzione seguito alla fine dell'Ottobre 1917.

Il Maggio ‘68 e la prospettiva rivoluzionaria

Il fatto che i "sessantottini" più eminenti siano diventati oggi i porta parola del sistema capitalista viene presentato da alcuni come la prova che il Maggio ‘68 non sia stato affatto portatore di un messaggio rivoluzionario. Per gli ideologi borghesi dietro "l'evoluzione dei costumi" dopo il ‘68 c'è solo un "adattamento" ad una società capitalista più moderna e più progressista.

30 anni fa il Maggio francese. La ripresa storica della lotta di classe

venerdì, 09 maggio 2008

Per non dimenticare Peppino Impastato

 

Oggi ricorre il 30esimo anniversario dell'omicidio politico di peppino_impastatoPeppino Impastato, assassinato brutalmente da sicari mafiosi. La mafia ha ridotto a brandelli il suo corpo ma non ha fermato le sue idee, né piegato il suo coraggio interiore e la sua onestà intellettuale, non ha spezzato la sua dignità, né dissolto la sua energia spirituale. La mafia ha ucciso Peppino ma non ha soppresso la libertà e i diritti che egli ha sempre propugnato e difeso con tutte le sue forze, battendosi contro l'ingerenza e il controllo oppressivo esercitato dalla criminalità organizzata sulla vita dei cittadini, contro l'occupazione militare mafiosa del territorio e della società, contro la speculazione edilizia, il malaffare e la corruzione politica.
La mafia non è riuscita ad annientare  il simbolo ideale e politico che ancora oggi, a distanza di trent'anni, Peppinocentopassi rappresenta per le nuove generazioni. Le giordanaquali lo hanno riscoperto grazie al celebre film diretto da Marco Tullio Giordana, "I cento passi", nel quale il ruolo  di Peppino è magistralmente interpretato dal brillante attore Luigi Lo Cascio. Per chiunque voglia saperne di più su Peppino, in omaggio alla sua memoria e alle sue idee intramontabili, vi propongo una raccolta di link.

PEPPINO IMPASTATOimpastato_peppino

UCCISO IL 9 MAGGIO 1978

LE SUE IDEE NON MORIRANNO MAI

"LA MAFIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA" 

"I CENTO PASSI"   

Infine, suggerisco di consultare i seguenti siti:impastato

www.peppinoimpastato.com

www.centroimpastato.it

www.retedigreen.com/index-8.html

HASTA SIEMPRE PEPPINO!

giovedì, 01 maggio 2008

Come ogni anno, si rinnova la festa ai danni dei lavoratori...Lavoratori, tié

Morti bianche - Gianfalco
VARATO IL DECRETO SICUREZZA. La reazione di Montezemolo fa pensare che sia una buona notizia.Morti bianche - Tubal

 

infortuni_lavoro

TreGiorni

1° maggio 2008...

Precari - Tubal


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

contratto_globalizzato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il 1° maggio festeggiano anche i "lavoratori eccellenti"...

...E le coppie celebri...

briatore_gregoraci

Pier Ferdinando Casini e la convivente Azzurra Caltagirone

vauro.1

...Che fare?

 

 

sabato, 26 aprile 2008
RESISTENZA E LIBERAZIONE, COSTITUZIONE E DEMOCRAZIA DIRETTA
Quest'anno ricorre il 60° anniversario della Costituzione italiana del 1948: 60 anni ben portati, si potrebbe dire...
Personalmente, sono convinto che la nostra Costituzione non abbia bisogno di lifting o rifacimenti, non debba essere aggiornata o revisionata, tanto meno abolita (come insinuano i suoi detrattori), ma deve essere semplicemente e finalmente attuata.
Solo applicando nella realtà concreta i dettami costituzionali sarà possibile far rinascere il nostro paese, sarà possibile un’effettiva emancipazione in senso progressista della società in cui viviamo, liberando le straordinarie potenzialità civili, culturali, artistiche e spirituali presenti in essa, ma anche le forze materiali e produttive che sono imprigionate ed umiliate nell’attuale fase storica di conservazione politica, se non di reazione e di imbarbarimento vigente su scala non solo nazionale, ma internazionale.
Tuttavia, se devo essere sincero, sono piuttosto perplesso e pessimista a riguardo.
 Anzitutto, perché ho sempre pensato che la nostra bella Carta Costituzionale sia in qualche misura eversiva ed inapplicabile nell’attuale ordinamento economico-capitalistico, segnato da profonde ed insanabili contraddizioni, disuguaglianze ed ingiustizie sociali e materiali, che si possono eliminare solo abbattendo e rovesciando l’intero sistema economico-politico e sociale che le ha generate e contribuisce a riprodurle e perpetuarle nel tempo.
In secondo luogo, con il quadro parlamentare appena uscito dalle recenti elezioni politiche, francamente non riesco a far finta di nulla e non posso non nutrire seri dubbi sulla possibilità di attuare finalmente il dettato costituzionale.
Invece, mi pare più facile immaginare e prefigurare un’iniziativa per stravolgere il testo della Costituzione attraverso una sorta di “grande inciucio”, cioè un’ampia intesa parlamentare di stampo “veltrusconiano” sul versante delle cosiddette “riforme costituzionali” (ma sarebbe più corretto definirle “controriforme costituzionali”), tanto attese ed invocate (non solo) dalla coalizione di centro-destra guidata da Berlusconi, Bossi e Fini.
Tuttavia, a parte queste riflessioni politiche pessimistiche, faccio prevalere ciò che gramsciGramsci designava come “l’ottimismo della volontà”. Per cui, non solo in qualità di semplice cittadino, ma anche in veste di insegnante, sono interessato a trasmettere alle nuove generazioni i valori ideali insiti nella Costituzione. Di cui occorre far conoscere ed apprezzare, in chiave anche formativa, anche la bellezza estetica e poetica della sua scrittura. Non a caso, alla stesura del testo costituzionale contribuirono alcune tra le migliori menti politiche e letterarie dell’epoca (tra i vari nomi, voglio rievocare la figura emblematica di Piero Calamandrei).
La Costituzione è senza dubbio la madre della democrazia italiana, una democrazia scalcagnata, monca e malandata per vari motivi. La Costituzione ne incarna idealmente il ricco patrimonio etico-valoriale, e leggerla e rileggerla (magari fino alla nausea) è il miglior modo per festeggiarla e proporla ai giovani, ed è forse il miglior modo per educare ed ispirare le nuove generazioni.
Pertanto, approfitto della ricorrenza per denunciare una grave mistificazione ideologico-strumentale che si perpetua da anni nel nostro sciagurato paese. Quella di occultare le origini della democrazia in Italia, benché istituita solo sulla carta.
E' dunque opportuno ricordare che la Costituzione del 1948 (e, con essa, la democrazia italica, sebbene solo formale) affonda le sue radici storiche e ideali nella PartigianiResistenza partigiana contro l’occupazione e l’oppressione nazi-fascista imposta durante la seconda guerra mondiale. Dalle ceneri della monarchia sabauda e della dittatura fascista di Benito MussoliniBenito Mussolini, è nata la Carta Costituzionale ed è in qualche modo risorta la civiltà democratica del popolo italiano. Il 25 aprile è senza dubbio una festa partigiana, ossia di parte, e non può essere diversamente. Pretendere che il 25 aprile diventi una "festa di tutti", una sorta di ricorrenza "neutrale ed imparziale", equivale a snaturare e cancellare il valore simbolico e politico di quella che rappresenta la Festa per antonomasia della Resistenza partigiana, la Festa antifascista per eccellenza.
Infatti, il 25 aprile si festeggia, vale a dire si dovrebbe rievocare (e, in qualche misura, si dovrebbe rinnovare) la vittoria della resistenza-genovaResistenza popolare partigiana contro l'invasione nazista e contro i fascisti che flagellarono e tormentarono l’Italia per un lungo, tragico ventennio, conducendo il nostro paese alla rovina materiale e spirituale, costringendo il nostro popolo alla sventura e alla catastrofe della seconda guerra mondiale, laddove intere generazioni di giovani proletari furono usati come carne da macello per arricchire ed ingrassare una ristretta minoranza di affaristi, speculatori e guerrafondai senza scrupoli.
Da quella Liberazione nacque la Costituzione del nostro paese, scritta non tanto con la penna quanto con il sangue di numerose donne e uomini che sacrificarono coraggiosamente la propria vita per la libertà delle generazioni successive: donne e uomini chiamati "partigiani" proprio in quanto schierati e militanti da una parte ben precisa, ossia contro il fascismo, l'imperialismo e la guerra.
Il carattere profondamente antifascista e partigiano, democratico e pluralista, egualitario e progressista, ma anche pacifista e internazionalista della Costituzione, la rende un testo all’avanguardia, se non addirittura eversivo e rivoluzionario sul piano politico internazionale, ma è anche il motivo principale per cui essa è assai temuta e osteggiata nei settori politicamente più oltranzisti e reazionari della società italiana, ed è la medesima ragione per cui essa è tradita e disattesa nella realtà concreta.
Non intendo elencare i vari articoli della Costituzione che sono ripetutamente negati e violati, a cominciare dall’art. 11, in cui emerge lo spirito nettamente pacifista e internazionalista della nostra Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra (…)”, è l’incipit dell'articolo.
Questa è una lezione assai preziosa della nostra storia che oggi, in tempi alquanto bui, segnati dall'indifferenza e dal fatalismo, dall'apatia e dall'antipatia politica, da più fronti e posizioni di stampo revisionistaForza_Nuova e, dunque, cripto-fascista, si tenta di mettere in discussione, se non addirittura cancellare e negare alle giovani generazioni. Questo "fatalismo", tanto diffuso oggi tra la gente, è il peggior nemico della gente stessa, nella misura in cui induce a pensare che nulla possa cambiare e che tutto sia già deciso da una sorta di destino superiore, da una forza trascendente, contro cui i miserabili e gli umili sarebbero assolutamente impotenti, ma così non è. In tema di fatalismo, indifferenza e apatia politica, non si può non citare un famoso pezzo giovanile di Antonio gramsciGramsci, intitolato "Odio gli indifferenti", in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire  "Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia (...) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti". Questo è senza dubbio il miglior messaggio che si possa offrire e trasmettere alle giovani generazioni, una sorta di inno che attesta in forma lirica e poetica, ma nel contempo, in modo fermo e inequivocabile, l'amore per la vita e la libertà, intese e tradotte in termini di partecipazione attiva, concreta e diretta alle decisioni che riguardano il destino dell'intera collettività umana.
Sempre in materia di assenteismo e di non partecipazione alla vita politica, rammento un bellissimo pezzo di Bertold Brecht, che scriveva: "Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico". Non c'è nulla di più vero e di più saggio.
Brecht sostiene che l'analfabeta politico "non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell'affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche.
L'analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa,berlusconi_tricolore l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e Bush e Berlusconimultinazionali.". Ed io aggiungo: "delle imprese locali". Nella circostanza odierna mi preme rilanciare ed esaltare la Politica (con la P maiuscola) in quanto espressione della volontà popolare e della libera creatività dell’animo umano, che si realizza nel confronto interpersonale, nella pacifica convivenza sociale e nella dialettica democratica e pluralista tra persone libere ed uguali sul versante economico-materiale, ma ovviamente diverse sotto il profilo etico-spirituale e culturale.
Inoltre, la Politica dovrebbe essere soprattutto un mezzo di aggregazione e di partecipazione sociale, uno strumento concreto, diretto e corale per intervenire sui processi decisionali che interessano l’intera comunità; è una modalità di socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di socialità umana.
Del resto, l’antica etimologia del termine, dal greco socrate_grandePolis” (ossia: città), indica il senso della più nobile e sublime tra le attività proprie dell’uomo, denota la suprema manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell’essere umano in quanto essere sociale. Tale somma ed eccelsa capacità dell’uomo si estrinseca nella Politica in quanto organizzazione dell'autogoverno della Città. Il senso originario della Politica si è ormai deteriorato, tralignando nella più ignobile e squallida “professione”, ovvero nell’esercizio del potere fine a se stesso, un potere riservato a pochi “addetti ai lavori”, ai carrieristi e agli affaristi della politica (con la p minuscola).
Quella che un tempo era considerata una nobile arte ed un’occupazione elevata dell’uomo, la Politica con la “P” maiuscola, si è totalmente svuotata di senso ed oggi è percepita e praticata quale mezzo per impadronirsi della città e delle sue risorse, umane, materiali e territoriali, ossia una carriera da intraprendere se si vuole mettere le proprie luride mani sulle ricchezze del bilancio economico del Comune che, come tale, dovrebbe appartenere a tutti, un bene gestito direttamente dalla comunità dei cittadini.
La Nuova resistereResistenza da realizzare oggi è esattamente l'opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere in quanto appannaggio di una ristretta cerchia di potenti e di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. Tale situazione va respinta e contrastata con forza, perché quel soggetto organizzato in gruppo, comitato o partito politico, convenzionalmente definito “ceto politico dirigente” (ma sarebbe più giusto chiamarlo "digerente"), non appena ha conquistato il privilegio derivante dal potere esclusivo sulla Città, si disinteressa altamente del bene comune per occuparsi semplicemente dei propri loschi affari di casta, di corporazione o di élite, oppure di singoli individui.
Questo stato di corruzione della politica, che non è più un’esperienza di autogoverno della comunità dei cittadini, ma un interesse privato ed egoistico di una vertice2007minoranza sempre più circoscritta, è la causa principale che ha generato un sentimento di crescente indifferenza e disaffezione dei cittadini verso le vicende della politica, ovvero del governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi di pochi affaristi e trafficoni, nella misura in cui tale vicende e tali attività sono recepite come estranee e distanti dagli interessi collettivi della gente.
Pertanto, occorre rilanciare l’idea dell’autogestione popolare e dell’autogoverno della comunità dei cittadini, guardando alla viva esperienza dei Municipi autonomi zapatisti e sperimentando nella realtà delle piccole comunità locali l’idea della politica come rifiuto e critica radicali del potere scisso dalla collettività, ossia come partecipazione diretta di aree sempre più vaste della popolazione ai processi decisionali, a cominciare dai canali di controllo e gestione delle spese economiche del bilancio comunale.
La grandiosa utopiautopia della democrazia diretta a livello locale, oggi non solo è possibile ma necessaria, di fronte al nuovo, prepotente fenomeno di natura autoritaria ed antidemocratica, determinato dall’avvento di un nuovo colonialismo che ha generato la crisi e il declino della sovranità democratica, seppure solo formale, degli Stati nazionali. I quali sono di fatto soppiantati dal potere smisurato di organismi economici sovranazionali che dirigono e controllano le dinamiche dell’economia di mercato e dei suoi assetti più propriamente bancari e finanziari, ormai affermati e dominanti su scala mondiale.
Questo fenomeno di globocolonizzazione neocapitalista ha determinato un pauroso incremento e un’ascesa inarrestabile del potere dei gruppi capitalistico-finanziari più forti, in modo particolare delle corporation multinazionali, con danni e costi inimmaginabili e irreparabili per i diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei lavoratori del sistema economico-produttivo, di quello industriale prima di tutto, la cui condizione si fa sempre più precaria, vulnerabile e facilmente ricattabile.
venerdì, 25 aprile 2008
25 Aprile: Ora e sempre Resistenza!
Il tracollo della Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil"sinistra parlamentare" alle elezioni politiche del 2008 segna la scomparsa, ad oggi definitiva, della rappresentanza delle lotte e degli antagonismi sociali in Parlamento. Questo è ora in mano alla destra più feroce, clientelare, populista, razzista e xenofoba che si sia mai vista in questo paese, favorita da una finta opposizione che, nonostante gli appelli strumentali al "voto utile", ha ricevuto l’ennesimo schiaffo dal popolo italiano e dai suoi settori più disagiati e sfruttati: il suo gioco al Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutista"poliziotto buono" non ha pagato. In questo contesto l’attacco a quei pochi diritti sociali (istruzione, sanità, diritto a manifestare il proprio pensiero e dissenso, etc.) e alla gestione pubblica delle risorse del nostro paese si farà feroce e passerà attraverso leggi antisociali (esternalizzazioni, precarizzazione, privatizzazioni, speculazioni edilizie, elemosine per donne e bambini, etc) e inevitabilmente arriverà ad attaccare e smantellare la nostra Costituzione e la memoria storica di chi, con il proprio sangue, ha combattuto ed è morto per far risollevare l’Italia dalla dittatura fascista: i partigiani, la resistenza-genovaResistenza. Questo 25 aprile diviene allora per noi giovani, studenti e antifascisti, non l’ennesima commemorazione, ma un nuovo inizio di lotta politica e battaglia culturale attiva per diffondere e far vivere ancora quel modo di pensare e fare la politica: ribadirne i fondamenti di partecipazione solidale e democratica nell’antifascismo, l’esperienza della partigianilotta armata e la riconquista (spesso passata per esperienze drammatiche come il confino, la tortura, il carcere, gli stupri) delle libertà formali (parola, stampa, opinione, manifestazione del dissenso, etc) e delle libertà sostanziali (diritto ai beni primari come la casa, la salute, l’istruzione, etc). Vorremmo così ribadire che non si comprende il passato se non si guarda al presente e viceversa: e il nostro presente è fatto di innumerevoli esperienze popolari di Resistenza (dai teatri di guerra del Medio Oriente di Iraq, Afghanistan, PalestinaPalestina, etc ai fronti di lotta e resistenza antimperialista in America Latina) che possono essere per noi esempio vivo di lotta: dobbiamo uscire dal provincialismo del “magari lì è anche possibile, ma qui...” perché la storia ha dimostrato che è possibile anche qui! Ed è allora proprio l’Università il luogo di produzione e condivisione della cultura: lasciamo le aule senza dialogo e i tempi folli dell’esamificio e riprendiamoci la parola, la coscienza, la storia!Laurea
Ricordiamo e attiviamo il nostro passato, costruiamo il nostro futuro di uomini di coscienza, di lotta e di lavoro! La Resistenza ci lascia un’eredità di inestimabile valore: la libertà come partecipazione.
E’ una libertà di cultura, di gramsciazione, di rivolta e sovversione contro uno stato di cose profondamente ingiusto e drammaticamente violento. È condivisione, solidarietà, lotta per la costruzione di un "nuovo umanesimo", per dirla con Gramsci. Per questo abbiamo voluto dar vita ad un momento di dibattito pubblico ricordando un grande uomo e partigiano come giovanni pesceGiovanni Pesce e con lui sua moglie Nori Brambilla, che misero il loro pensiero e la loro azione al servizio della libertà e della giustizia sociale, combattendo l’oppressione razziale, politica, economica, le barbariche ideologie di sterminio e di morte del nazifascismo e ridando all’Italia una nuova vita. Di questa lunga storia, starà a noi raccogliere e continuare la sfida, la lotta.
Resistenza Universitaria, Collettivo A Pugno Chiuso, Collettivo R-Evoluzione, Collettivo di Ingegneria, Collettivo Villa Mirafiori in Mobilitazione
sabato, 05 aprile 2008

'68, Capanna: "Cambiamento epocale, oggi va fatto di più"

ROMA - "Il '68 è stato il mondo che per la prima volta è riuscito a guardarsi e a vedersi scoprendo le lancinanti contraddizioni che lo attanagliavano e le possibilità di superamento e da allora lo sguardo su tutte le cose non è più uguale a prima. Ecco perché se ne parla ancora". Lo dice Mario Capanna, leader a Milano del Movimento studentesco sessantottino. Ora presidente della Fondazione diritti genetici, Capanna ricorda il sit-in degli studenti del 15 gennaio 1968, al quale partecipò in Piazza San Pietro a Roma, per protestare contro le espulsioni dall'Università raccontato dall'ANSA e nel suo libro 'Formidabili quegli anni' ripubblicato in questi giorni da Garzanti con una nuova prefazione.

"E' stato - dice Capanna - il mio primo viaggio politico in cui per la prima volta ho dormito anche in cuccetta da Milano a Roma. L'Ansa ha raccontato quel giorno con un'oggettività rara. Seduti sotto l'obelisco di piazza San Pietro eravamo decisi a farci portare via di peso dalla polizia ma il Vaticano non è una controparte come le altre.

Quando arrivò il buio non vennero accesi i lampioni della piazza. Volevano cancellare la protesta facendola inghiottire dalle tenebre, ma noi facemmo incetta di torce nei negozi vaticani trasformando il negativo in positivo, dando un'atmosfera unica alla manifestazione. Ce ne andammo però amareggiati dalla catastrofica notizia del terremoto del Belice, che avvenne proprio quel giorno".

Capanna sottolinea che oggi "nonostante la restaurazione dei poteri e il lamento sado-masochistico dei pentiti, nel luglio dell'anno scorso papa_anatema_satiraPapa Ratzinger, in vacanza sulle Dolomiti, ha parlato del Sessantotto facendo riferimento alla rivoluzione culturale di quegli anni. In senso opposto il presidente francese Nicolas Sarkozysarkozy quando cercava di braccare l'Eliseo disse che 'tutti i mali vengono dal '68' per riuscire a raggruppare i voti di destra con quelli dell'estrema destra. Questo dimostra che tutti devono misurarsi con quel grande cambiamento epocale". "Odio - precisa Capanna - l'amarcord ma questo non significa stare zitti. Quarant'anni è il tempo storico giusto per fare una rivisitazione storica scevra da passioni" e conclude: "guai a noi a pensare di riportare il '68.

Oggi occorre qualcosa di piu' e di meglio. Non disperiamo, succederà qualcosa come capita al nuotatore quando è sott'acqua da troppo tempo".

Fonte: Ansa

sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
venerdì, 28 marzo 2008

Prosegue il mio curioso e instancabile viaggio nel "fatidico" 1968.

Un'escursione virtuale già intrapresa in un precedente post, provando ad esplorare e far conoscere un anno formidabile che è durato all'incirca un decennio ed ha cambiato in modo radicale la vita e il costume (ma non l'organizzazione politico-economica) della nostra società negli ultimi 40 anni. Mi sono messo alla ricerca dei protagonisti e delle gesta che hanno segnato la poderosa rivolta di un'intera generazione. Per caso mi sono imbattuto in una simpatica e singolare testimonianza, offerta da un noto attore "comico".

Si chiama Claudio Bisio. Pubblico qui un suo interessante contributo che si inserisce nell'assurda disputa mediaticabrunovespa che si sta consumando in questo periodo. Un falso dibattito intriso di rievocazioni mistiche e celebrazioni retoriche, menzogne e mistificazioni, criminalizzazioni e distorsioni, banalità e idiozie, ripensamenti e pentimenti, ipocrisie e perversioni... Claudio Bisio ci consegna un punto di vista senza dubbio originale che suggerisce una visione ironica e inconsueta del '68, di un movimento vissuto ed osservato attraverso un'angolatura che si potrebbe definire "minimalista", ma non lo è. Almeno non in senso letterale. Buona lettura.

Quando Avevo I Capelli Lunghi

di Claudio Bisio

Iniziamo col dire che avevo undici anni. Nel ’68, intendo.

Sono del ’57: 68 meno 57 fa 11. Tanto per far vedere che la matematica la so, anche se ho fatto il liceo (scientifico per altro) nei fatidici anni ‘70 e le scuole più che frequentarle le ho occupate, come scrisse un noto critico. Undici anni quindi, l’età attuale di mia figlia anche se, sto facendo ora i conti, lei frequenta la prima media, mentre io alla sua età ero già ben inserito in seconda, essendo andato a scuola a cinque anni. Mia madre, maestra elementare, sosteneva che a quattro anni sapevo già leggere e scrivere e all’asilo mi annoiavo. Come dubitare del giudizio di una mamma? Maestra elementare, per giunta.

Quindi elementari, private ovviamente, per via di quei cinque anni non omologabili in una scuola pubblica (solo la Moratti da ministra dell’istruzione sancirà il contrario). E per di più dalle suore, per motivi più topografici che fideistici essendo l’Istituto delle Madri Pie nello stesso isolato di casa mia. Tutto casa-scuola e catechismo, allora? Non esattamente.

Ho imparato “Bandiera rossa dalle suore. Cantare “Avanti popolo alla riscossa” dalle ultime file del pullman che ci stava portando a visitare l’Abbazia di Chiaravalle in presenza della Madre Superiora è stato per me il primo chiaro segno di ribellione. E siamo ancora nel 1965.

 Ma ecco esplodere la primavera del 1968, che mi vede in seconda media, ma con “Bandiera rossa” già ben salda nella mia playlist personale che conteneva anche Battisti e i Corvi, Drupi e i Giganti che ben presto sarebbero però stati sostituiti da Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini e alcuni Canti delle Mondine.

Per me furono galeotti gli echi del Maggio francese e una professoressa di italiano col figlio al liceo Parini che ci aggiornava quotidianamente sullo “scandalo” della “Zanzara”, un giornalino scolastico che si era permesso di pubblicare un’inchiesta sul sesso tra i giovani.

E un compagno di classe ripetente, quindi notevolmente più grande di me, che mi regalò il libretto rosso di Mao tse tung (che con gli anni non perderà solo carisma e smalto, ma pure il nome… tuttora non posso leggere “Maozedong” senza avere un brivido che mi corre lungo la schiena) e mi invitò un sabato pomeriggio all’Università Statale di via Festa del Perdono ad ascoltare il comizio di un certo Mario Capanna che arringava le masse (così si diceva allora, masse popolari) sulla guerra in Vietnam.

Ebbene sì, la prima volta che ho messo piede in una università è stato per ascoltare Capanna, lo ammetto. Ma il punto di non ritorno del mio definirmi “impegnato” e “alternativo” è stato quando fui espulso per avere i capelli troppo lunghi.

Lo so, oggi pensando al mio cranio implume fa ridere, ma è andata veramente così. Un regolamento di istituto redatto da un preside fascistoide prevedeva che i ragazzi dovessero portare la sfumatura alta (il ciuffo lungo sulla fronte era permesso, ma dietro la nuca no, si doveva essere ben rasati), le ragazze dovessero avere le gonne sempre sotto il ginocchio e nessuna coppia di studenti doveva farsi vedere dentro le mura scolastiche mano nella mano.

Quest’ultimo non era un divieto legato a motivi di decoro sessuale. Era piuttosto indirizzato alle ragazzine che erano solite viaggiare con i libri sottobraccio (di zainetti neanche l’ombra) e la mano ben stretta in quella dell’amichetta del cuore. Strano divieto comunque. Non potersi dare la mano nel corridoio durante l’intervallo. Noi la interpretammo subito come una paura da parte del “potere” di vedere i giovani fraternizzare troppo.

Divide et impera, insomma. Più avrebbe vinto l’individualismo tra i ragazzi e più sarebbe stato sconfitto il collettivismo tra i futuri adulti. Analisi molto spicciola, quasi banale. Ma a ripensarci forse conteneva qualche verità.

Anni dopo scrissi un libro il cui titolo fu poco capito da chiunque, editore compreso, ed era: “Prima comunella, poi comunismo”. Ecco, forse era davvero così, non ci permettevano di fare comunella per paura del comunismoComunque io mi beccai i miei bei tre giorni di sospensione con conseguente sette in condotta nella pagella successiva per aver trascurato il barbiere.

Questo è il mio ricordo sul 1968 propriamente detto, ma quando si parla dipiazza_fontana Movimento del ‘68, spesso si parla del ‘69, dell’autunno caldo, di Piazza Fontana e degli anni seguenti e allora lì i ricordi si fanno più vivi, partecipati. Non più medie inferiori, ma liceo. Il mitico (almeno per me) liceo scientifico “Luigi Cremona”, di Milano ovviamente, zona Affori-Bovisa-Comasina, pochi fighetti tanto per capirci. Il mio primo approccio alla vita pubblica, la mia prima identificazione politica, è stata l’anarchia. “Ma è un’utopia!” ci obbiettavano quasi tutti... “Ma è proprio quello il suo bello” pensavo io.

Mi ricordavo le parole di Jim Morrison: “Non accontentarti dell’orizzonte, cerca l’infinito”. Chi non ha utopie non ha sogni, chi non ha sogni non vive, sopravvive, pensavo. Di realpolitik si può anche morire, lentamente per giunta. E per un giovane, ultima citazione lo giuro, è meglio bruciare subito che spegnersi lentamente.

Detto, fatto. Contatto uno dei pochi anarchici della scuola che vestiva anche da anarchico... in mezzo a tanti eskimo e anfibi, lui girava con un mantello nero, la barba lunga e un cappello a larga tesa. Nero, ovviamente. Pareva di essere nell’Ottocento (quel ragazzo, tra l’altro, diventerà un ottimo insegnante steineriano e alcuni decenni dopo avrà tra i suoi alunni un certo Luigi Berlusconi. Casualità? Sfortuna? Nemesi storica?).

Ci vedete una mattina poco dopo l’alba, io e lui volantinare davanti alla Face Standard ad operaimetalmeccanici che nel freddo del mattino invernale ci guardano a dir poco perplessi? Questa scena, occorre ammetterlo, ha qualcosa che sta tra il romantico e il ridicolo. Io allora vidi più il ridicolo del romantico e mi concentrai quindi sulla scuola, la mia scuola, con i “piccoli” problemi del caro libri, dei contenuti nozionistici, dei programmi scollati dalla bruciante attualità.

Beh, non ho mai studiato tanto in vita mia come in quegli anni di liceo dove, durante le occupazioni, si organizzavano gruppi di studio, lavori interdisciplinari... Eravamo persino riusciti a don milanirivoluzionare prossemicamente la classe: non più file di banchi per due che guardavano il prof ma banchi disposti a ferro di cavallo, per vederci tutti in faccia e, se si lavorava in gruppo, uniti a gruppi di quattro. Eravamo anche così poco formali o schematici che quando intuimmo che un certo insegnante di religione, il plurilaureato Don Gualberto Gualerni tanto per non fare nomi, teneva dei corsi monografici di economia tra le due guerre in un’altra sezione ottimizzando al massimo la sua miserella ora settimanale, non esitammo a bigiare alcune noiose e inutili lezioni della nostra classe per seguire a bocca aperta le sue indimenticabili lezioni.

E pensare che tutto questo è accaduto negli anni Settanta, che saranno poi chiamati anni di piombo (purtroppo giustamente a causa di ultraminoranze assurdamente e inutilmente violente ed eversive). Per me invece, sono stati gli anni della cultura, dello studio, del confronto, dell’impegno senza maiuscole o virgolette. Durante un’occupazione riuscii a portare Dario Fo in aula magna a tenerci una lezione su Cielo d’Alcamo e la sua Rosa fresca aulentissima che praticamente fu un’anteprima di Mistero Buffo (gratis per giunta).

Ecco, per me il Nobel se l’è meritato fin da quella mattina, davanti a seicento studenti prima rumorosi e scettici, poi sempre più attenti, divertiti e interessati. Anni dopo (pochi per altro) ebbi l’occasione, e la fortuna, di assistere a prove aperte di suoi spettacoli invitato assieme ai Comitati Unitari di Base di cui facevo parte: Morte accidentale di un anarchico, Storia di una tigre e altre storie, Morte e resurrezione di un pupazzo... ed è stato lì che ho deciso che avrei provato a cimentarmi con quell’arte.

Quarant’anni dopo sono ancora qui, a lottare per un senso, un senso delle cose che si fanno del perché le si fa, del come le si fa. E quel senso altro non può essere se non, di volta in volta: la bellezza, l’amore, la poesia, l’armonia.utopia Tutte utopie, non meno irraggiungibili dell’anarchia. “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela”. Tanto per citare anche Oscar Wilde e smentirmi ancora una volta...

Fonte: www.claudiobisio.it