| Cosa resterà di questo congresso di Chianciano del PRC? |
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Partiamo dalle immagini. La cosa più strabiliante sono stati gli otto minuti otto di applausi seguiti all´intervento di Fausto Bertinotti, il leader che ha scientificamente demolito il partito per traghettarne le macerie nel nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra Arcobaleno subendo una sconfitta catastrofica. ![]() Ebbene, questo signore non solo non è andato a rinchiudersi per sempre nel monastero del monte Athos, ma è tornato sul luogo del delitto dopo un brevissimo momento di auto-oscuramento per rendere più sensazionale la rentrée, ha spiegato a modo suo le ragioni della sconfitta, ha dettato la linea politica del nuovo soggetto, ha sponsorizzato il suo nuovo portavoce e ha ricevuto dai suoi adepti una standing ovation. E´ mancata solo la ola.
![]() E´ come se Edmondo Fabbri, commissario tecnico della nazionale italiana di calcio ai mondiali del 1966 in Gran Bretagna, al ritorno in Italia dopo la storica sconfitta con i dilettanti della Corea del Nord costata l´eliminazione dalle fasi finali del torneo, fosse stato accolto da ovazioni anziché da pomodori, uova e contumelie varie.
![]() Da notare che non c´è stato un quotidiano che abbia rilevato questa anomalia. Tutti si sono profusi in lodi sperticate per il semplice delegato di Cosenza, per
Fausto il rosso che torna e picchia duro. Tutti i quotidiani compresa Liberazione erano nettamente schierati con Bertinotti e Vendola, rappresentanti di quella sinistra pseudo-radicale che fa tanto comodo al PD e ai padroni. Tutti costoro, a maggior ragione dopo l´apoteosi con lacrime di Bertinotti, davano per certa l´elezione di don Niki Vendola alla segreteria del partito. Ma la fotografia più significativa del congresso di Chianciano rimarrà quella delle facce sbigottite e atterrite di Bertinotti, Vendola e di buona parte della nomenklatura che assiste incredula alla vittoria di Paolo Ferrero mentre più di metà sala col pugno alzato canta Bandiera rossa e invoca comunismo, comunismo. Dopo anni di demonizzazione del comunismo e di smantellamento ideologico del partito, di forzature staliniste per imporre il nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, dopo una consultazione degli iscritti ultrataroccata che avrebbe fatto inorridire persino la peggiore DC e nonostante il massiccio esodo in uscita di tanti onesti compagni, questi signori si accorgono di essere minoranza.
La Stampa scrive che Vendola deluso e arrabbiato... accusa i suoi avversari di aver usato linguaggi e strumenti di lotta volgari. Dice che ha sentito pulsioni plebeiste che non avevano mai avuto cittadinanza dentro Rifondazione.
Accusa Ferrero di slealtà perché si è candidato solo all´ultimo momento. E conclude lapidario: "Considero questo congresso come la fine della Rifondazione Comunista che ho contribuito a fondare, il compimento di una sconfitta elettorale, un arretramento culturale". Mentre
Bertinotti ritiene che Bandiera rossa è stata cantata in modo intimidatorio e confida: "Qui bisogna cominciare a temere per la nostra incolumità fisica, questi sono peggio di Di Pietro: riapriranno le galere." Il sempre bene informato Riccardo Barenghi su La Stampa di lunedì 28 luglio rivela che nella notte fra sabato e domenica nella hall del suo albergo, Vendola ha la faccia stravolta. Ha appena saputo che Ferrero era riuscito nel miracolo di mettere insieme le quattro mozioni. Si sfoga: "Roba da chiamare il 113 per come si comportano. Una cosa raccapricciante sono peggio della destra... ora faranno la costituente comunista. Lui ha vinto e noi che abbiamo guidato questo partito per 14 anni, non abbiamo capito come era fatto. E´ una comunità terapeutica. Dovrei fare la secessione della Puglia. Hanno preparato un documento delirante. Io mi ritiro".![]() Infine sempre Barenghi, un anticomunista che per anni ha diretto il giornale comunista Il manifesto, esprime tutto il suo disappunto per l´esito congressuale in un editoriale dal titolo Piccolo mondo antico e rimprovera ai suoi beniamini Bertinotti, Giordano e Vendola di non essere riusciti in 14 anni a trasformare la natura profonda del loro partito.
Invece, tutti i compagni del PRC che ho incontrato alla fiaccolata NO-TAV di lunedì sera 28 luglio a Sant´Antonino di Susa erano moderatamente soddisfatti dell´esito congressuale; alcuni ex iscritti mi hanno confessato che nel vedere la faccia stravolta di Bertinotti
hanno gioito come non gli succedeva da anni. Alla manifestazione valsusina erano rigorosamente assenti i rappresentanti torinesi del documento Vendola, notoriamente più che possibilisti sul TAV. Questa vicenda è esemplare per comprendere il ruolo del futuro soggetto unitario e plurale della sinistra. La banda Favaro, che ha governato per anni la federazione provinciale, ha abbandonato da tempo le manifestazioni di piazza preferendogli il tavolo istituzionale. Per rimarcare questa scelta ha scomunicato il circolo PRC di Bussoleno che da almeno dieci anni si batteva con intransigenza senza se e senza ma contro la realizzazione del TAV e ha aperto in Bassa Valle un altro circolo più sensibile alle esigenze della federazione torinese.
L´esigenza primaria dei dirigenti rifondaroli è quella di non rompere per nessun motivo con Chiamparino, Saitta e Bresso per non dover mollare le seggiole istituzionali. Ormai da tempo il PRC torinese svolge il ruolo che negli anni Settanta alla
Fiat Mirafiori era proprio degli "addetti alle relazioni sindacali". Costoro erano ambiziosi studenti-lavoratori o neo-laureati in Scienze Politiche alle dipendenze del capo del personale e fungevano da primo filtro delle rivendicazioni operaie, dovevano attutirne l´impatto, cercare insomma di raffreddare le patate bollenti. Negli intervalli delle trattative fraternizzavano con i delegati sindacali più disponibili alla macchinetta del caffé, magari spiegando che anche loro erano dei semplici lavoratori; una volta accorciate le distanze con la controparte, era più facile ammorbidire le richieste operaie. Gli operai avevano soprannominato queste figure professionali i vasellina. Chiusa parentesi NO-TAV, torniamo al PRC. Provo a fare qualche considerazione sul congresso e ad azzardare qualche previsione. Il congresso di Chianciano ha avuto l´esito più sensato e naturale.
Le sorprese semmai si sono verificate nei congressi di circolo che hanno rivelato un insospettato altissimo tasso di clientelismo, in particolare al sud dove ha stravinto il documento Vendola.
Nonostante gli aiutini esterni, Vendola non è riuscito ad ottenere il 50%+1 dei delegati che gli avrebbe consentito di imporre subito il soggetto unitario e plurale ed è stato costretto ad aprire una seconda campagna acquisti. Impensabile una trattativa con i tre documenti di minoranza troppo distanti politicamente e moralmente dallo stile Vendola, non restava che agganciare l´alleato di Ferrero, Claudio Grassi.
Ma avendo degli impegni stringenti con Sinistra Democratica, Vendola non poteva offrire nulla di consistente a Grassi, ad esempio sul mantenimento della falce e martello nel simbolo, che potesse giustificare una onorevole giravolta della corrente Essere Comunisti.
![]() Dal canto suo Ferrero, se voleva essere eletto segretario non aveva altra strada che trattare con le correnti di minoranza. Basta comparare il documento iniziale della corrente Ferrero e il documento finale approvato dal congresso per accorgersi della virata a sinistra, anche se, come ha ripetutamente dichiarato Ferrero, la costituente comunista non sta scritta da nessuna parte.
L´improvviso riaccendersi della passione comunista con il classico finale al canto di Bandiera rossa e pugni chiusi non deve trarre in inganno.
Solo due settimane fa ho ascoltato l´intervento al congresso provinciale torinese di un esponente di primo piano della corrente Ferrero che non ha perso l´occasione per ricordare tutti i crimini del comunismo.
In secondo luogo tutti sanno che di stupendi documenti come di buoni programmi sono sempre state rivestite le politiche istituzionali del PRC, con il risultato finale che sappiamo. La posta in gioco nel congresso era il controllo del partito.
Perché chi controlla il partito ha più possibilità d´accaparrarsi la cospicua eredità del defunto PRC, i suoi beni immobili, i finanziamenti statali e i rimborsi elettorali che giungeranno ancora per qualche anno, il simbolo che permette a quei rimborsi di arrivare ecc.
Chi si aspettava grandi analisi o revisioni sui cambiamenti nella società italiana, sulle questioni sociali o su quelle internazionali evidentemente non conosce la profonda natura opportunista e istituzionalista del PRC e il livello culturale dei dirigenti che hanno gestito il partito.
All´interno del PRC hanno sempre convissuto almeno dieci partiti diversi, ma esisteva ed esiste tuttora un undicesimo partito che attraversa gli altri dieci, il più potente di tutti, cioè quello che riunisce gli eletti nelle istituzioni, che sono poi coloro che hanno sempre pesantemente condizionato la linea politica del partito.
E adesso che succede? Per azzardare delle previsioni, occorre tenere ben presente il calendario politico. La corrente di Vendola Rifondazione per la sinistra ha già fissato a Roma una manifestazione o qualcosa di simile quasi o proprio in concomitanza con una convention della Costituente della sinistra organizzata dalla Sinistra Democratica di Claudio Fava.
Don Niki non può permettersi il lusso di far rifluire nel PD gli ultimi scappati di casa dei DS. Costoro essendo solo ceto politico valgono elettoralmente lo 0,1-0,2%, ma è importante la loro presenza perchè la nascita del nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, ampiamente sponsorizzato dal
PD, verrà giocata tutta dal punto di vista mediatico. Poi nel mese di ottobre sono previste altre due manifestazioni a Roma. Una è quella indetta già da tempo da Veltroni per tentare di rendere più coese le due o più anime del PD. L´altra è quella contro le politiche antipopolari del governo Berlusconi annunciata da Diliberto che vuole bissare la grande manifestazione comunista del 20 ottobre scorso indetta da PRC e PDCI e che fu boicottata da SD.Al momento è più che probabile che le date delle due manifestazioni non coincideranno. Questi due appuntamenti riveleranno lo stato di decomposizione e/o di avanzamento dei lavori nella sinistra.
Ad esempio, se Veltroni dovesse accentuare un pochino il carattere antiberlusconiano della sua iniziativa, un Vendola allergico alle falci e ai martelli ormai integrato con SD potrebbe optare per andare in piazza col PD. Intanto, Vendola e compari non si danno pace per la sconfitta congressuale e stanno attuando un pressing molto intenso orchestrato dal direttore di Liberazione l´amerikano doc Piero Sansonetti verso tutti i dirigenti del documento Ferrero.
Questa offensiva che può essere riassunta nel concetto ma che cosa ci azzeccate con i comunisti? è stata affidata a sottili intellettuali iscritti al PRC come la famosa Graziella Mascia, o a sponsor esterni come Marco Revelli e Alberto Asor Rosa sempre disponibili a perorare le cause perdenti, vedi la Sinistra l´Arcobaleno.
Tutte queste iniziative, queste manovre, sono in campo in vista della scadenza più importante di tutte, quella delle elezioni europee del maggio-giugno 2009. Detto in modo più esplicito, fra nove o dieci mesi si torna a votare.
E probabilmente, oggi tutto lascia supporre che ciò avverrà con una legge elettorale con sbarramento al 4%. Nella più ottimistica delle ipotesi a sinistra del PD saranno presenti due liste. Molto dipende soprattutto da cosa decide di fare da grande Paolo Ferrero.
![]() Dell´attacco alle libertà da parte del governo
Berlusconi, della crisi economica che ghermisce sempre più vasti strati di popolazione e di una alternativa secca al regime veltrusconiano ne parliamo dopo le ferie, per chi ci può andare. Nel frattempo fabbri e tesorieri sono sempre in allarme rosso, come le tasche della maggioranza degli italiani.Cesare Allara
Fonte: Mercante di Venezia
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Fausto il rosso
che torna e picchia duro. Tutti i quotidiani compresa Liberazione erano nettamente schierati con Bertinotti e Vendola, rappresentanti di quella sinistra pseudo-radicale che fa tanto comodo al PD e ai padroni. Tutti costoro, a maggior ragione dopo l´apoteosi con lacrime di Bertinotti, davano per certa l´elezione di don Niki Vendola alla segreteria del partito. Ma la fotografia più significativa del congresso di Chianciano rimarrà quella delle facce sbigottite e atterrite di
Bertinotti, Vendola e di buona parte della nomenklatura che assiste incredula alla vittoria di Paolo Ferrero mentre più di metà sala col pugno alzato canta Bandiera rossa e invoca comunismo, comunismo. Dopo anni di demonizzazione del comunismo e di smantellamento ideologico del partito, di forzature staliniste per imporre il nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, dopo una consultazione degli iscritti ultrataroccata che avrebbe fatto inorridire persino la peggiore DC e nonostante il massiccio esodo in uscita di tanti onesti compagni, questi signori si accorgono di essere minoranza.

Bertinotti ritiene che Bandiera rossa è stata cantata in modo intimidatorio e confida: "Qui bisogna cominciare a temere per la nostra incolumità fisica, questi sono peggio di Di Pietro: riapriranno le galere." Il sempre bene informato Riccardo Barenghi su La Stampa di lunedì 28 luglio rivela che nella notte fra sabato e domenica nella hall del suo albergo, Vendola ha la faccia stravolta. Ha appena saputo che Ferrero
era riuscito nel miracolo di mettere insieme le quattro mozioni. Si sfoga: "Roba da chiamare il 113 per come si comportano. Una cosa raccapricciante sono peggio della destra... ora faranno la costituente comunista. Lui ha vinto e noi che abbiamo guidato questo partito per 14 anni, non abbiamo capito come era fatto. E´ una comunità terapeutica. Dovrei fare la secessione della Puglia. Hanno preparato un documento delirante. Io mi ritiro"..jpg)

hanno gioito come non gli succedeva da anni. Alla manifestazione valsusina erano rigorosamente assenti i rappresentanti torinesi del documento Vendola, notoriamente più che possibilisti sul TAV. Questa vicenda è esemplare per comprendere il ruolo del futuro soggetto unitario e
plurale della sinistra. La banda Favaro, che ha governato per anni la federazione provinciale, ha abbandonato da tempo le manifestazioni di piazza preferendogli il tavolo istituzionale. Per rimarcare questa scelta ha scomunicato il circolo PRC di Bussoleno che da almeno dieci anni si batteva con intransigenza senza se e senza ma contro la realizzazione del TAV e ha aperto in Bassa Valle un altro circolo più sensibile alle esigenze della federazione torinese.
Fiat Mirafiori era proprio degli "addetti alle relazioni sindacali". Costoro erano ambiziosi studenti-lavoratori o neo-laureati in Scienze Politiche alle dipendenze del capo del personale e fungevano da primo filtro delle rivendicazioni operaie, dovevano attutirne l´impatto, cercare insomma di raffreddare le patate bollenti. Negli intervalli delle trattative
fraternizzavano con i delegati sindacali più disponibili alla macchinetta del caffé, magari spiegando che anche loro erano dei semplici lavoratori; una volta accorciate le distanze con la controparte, era più facile ammorbidire le richieste operaie. Gli operai avevano soprannominato queste figure professionali i vasellina. Chiusa parentesi NO-TAV, torniamo al PRC. Provo a fare qualche considerazione sul congresso e ad azzardare qualche previsione. Il congresso di Chianciano ha avuto l´esito più sensato e naturale.
Nonostante gli aiutini esterni, Vendola non è riuscito ad ottenere il 50%+1 dei delegati che gli avrebbe consentito di imporre subito il soggetto unitario e plurale ed è stato costretto ad aprire una seconda campagna acquisti. Impensabile una trattativa con i tre documenti di minoranza troppo distanti politicamente e moralmente dallo stile Vendola, non restava che agganciare l´alleato di Ferrero, Claudio Grassi.


In secondo luogo tutti sanno che di stupendi documenti come di buoni programmi sono sempre state rivestite le politiche istituzionali del PRC, con il risultato finale che sappiamo. La posta in gioco nel congresso era il controllo del partito.

All´interno del PRC hanno sempre convissuto almeno dieci partiti diversi, ma esisteva ed esiste tuttora un undicesimo partito che attraversa gli altri dieci, il più potente di tutti, cioè quello che riunisce gli eletti nelle istituzioni, che sono poi coloro che hanno sempre pesantemente condizionato la linea politica del partito.
PD, verrà giocata tutta dal punto di vista mediatico. Poi nel mese di ottobre sono previste altre due manifestazioni a Roma. Una è quella indetta già da tempo da Veltroni per tentare di rendere più coese le due o più anime del PD. L´altra è quella contro le politiche antipopolari del governo Berlusconi annunciata da Diliberto che vuole bissare la grande manifestazione comunista del 20 ottobre scorso indetta da PRC e PDCI e che fu boicottata da SD.



Ferrero, invece, se non vuole tornare con la coda fra le gambe all´interno della sua ex maggioranza bertinottiana, non ha altra strada che la ricomposizione della diaspora comunista come predica da tempo Diliberto.
Che non si risolve solo con l´accoppiamento PRC-PDCI, ma con il coinvolgimento paritario di Sinistra Critica e del PCL, sempre che Turigliatto e Ferrando non pensino ancora una volta di dichiararsi soddisfatti di una percentuale da prefisso telefonico.
Berlusconi, della crisi economica che ghermisce sempre più vasti strati di popolazione e di una alternativa secca al regime veltrusconiano ne parliamo dopo le ferie, per chi ci può andare. Nel frattempo fabbri e tesorieri sono sempre in allarme rosso, come le tasche della maggioranza degli italiani.
Si tratta di un contributo molto valido ed utile per la rievocazione e la ricostruzione degli avvenimenti più dirompenti e significativi del 1968, in occasione del suo quarantennale. Fu un anno che mise il mondo sottosopra, rovesciando e travolgendo istituzioni, leggi, norme, principi e valori del passato. Il '68 fu uno dei momenti fatidici e cruciali della storia, in cui i figli uccidono (metaforicamente) i padri, imprimendo una svolta radicale e rivoluzionaria al cammino dell'intera umanità.
delle Brigate rosse, quel lungo ciclo di conflittualità sociali e tensioni politiche che si era messo in moto nella seconda metà degli anni ’60: il lungo ’68 italiano. Solo un anno prima, il 1977 aveva aperto nuove lacerazioni e messo in luce l’emergere di un panorama sociale frammentato, agitato dagli esordi inquietanti e incerti di un diverso sistema produttivo. I nuovi rivoltosi, i “non garantiti” (pionieri di una condizione che sarebbe diventata di massa ), segnavano già la differenza dai fratelli maggiori del ’68, dalla loro mentalità, dalle loro ideologie, dalle loro forme di organizzazione politica, ma non avevano operato una vera e propria soluzione di continuità, vivevano e agivano all’interno di quel medesimo ciclo – peraltro già fratturato al suo interno dalla rivoluzione femminista.

fatti sanguinosi, trasformazioni sociali e presa di parola di nuove soggettività era stato dipanato dai tribunali, sciolto in una generale demonizzazione dei conflitti, nel culto della “governabilità” e in una totale diffidenza verso tutto ciò che proveniva “dal basso”. La passione per gli “affari” sommergeva la politica, e un amore si chiamava ormai “investimento affettivo”. Tutto era cambiato e si poteva dunque cominciare a tracciare un bilancio, avviare una indagine storica, chiedersi cosa era stato, il come e il perché di quegli eventi e di quegli esiti. Senza nulla concedere a un autocelebrazione nostalgica, non si poteva rimanere silenziosi di fronte alla lettura cinica e sprezzante che i pentiti e i parvenus degli anni ’80 davano del decennio dei movimenti.
Si faceva storia ragionando politicamente e si ragionava politicamente guardando alla storia. Ci dedicammo, allora, con questi dodici fascicoli, a una ricostruzione minuziosa dei fatti, a un esame accurato delle idee, dei costumi, delle forme di comunicazione.
Guardando ai movimenti del ’68 su scala mondiale, cogliendone il carattere globale “ante litteram”, nonché le diverse temporalità. Il lungo ciclo di conflitti in Italia non ebbe, infatti, corrispondenti in altri paesi del mondo.
e cambogiana i boat people e i massacri di Pol Pot, ma quelli erano gli esiti sotto gli occhi di tutti e bisognava farci i conti senza omissioni o ipocrisie. Tuttavia, in quel ventennale, mancava ancora un anno per entrare pienamente nel tempo presente. Il 1989 fu considerato da alcuni come l’effetto di un mancato o interrotto ’68 nell’Europa dell’est, o come un frutto tardivo di quello mondiale; da altri, al contrario, come la certificazione storica della sua conclusione e della sua sconfitta. Certo anche nell’89 una cappa era stata infranta, molte libertà conquistate, una grande voglia di cambiamento si era messa in moto: anche i grigi paesi dell’est ebbero la loro “carnevalata” (così De Gaulle aveva definito il maggio francese).
Ma avrebbero avuto anche la conseguente quaresima, e cioè il duro apprendistato dell’economia
di mercato e gli orrori dei nazionalismi contemporanei. L’epoca senza qualità che si è aperta da allora e che ci ha transitati nel XXI secolo apre, all’indietro, nuove domande sull’epoché del 68 e sui suoi effetti, più dense e più ruvide di quelle che ad ogni anniversario puntualmente rispuntano nei media, riducendolo a un passaggio della modernizzazione e della democratizzazione riassorbito dalla storia sempre uguale del potere.


rappresenta per le nuove generazioni. Le
quali lo hanno riscoperto grazie al celebre film diretto da 

"Anno Zero" (trasmessa il 1° maggio scorso), durante la quale l'irascibile e furioso Vittorio Sgarbi si è esplicato nelle sue consuete e grossolane esibizioni di intolleranza, nei suoi isterici e demenziali esercizi di "eleganza linguistica", suggerisco di rendere un caloroso omaggio e un pubblico encomio a quel fenomenale “campione” della
"libertà provvisoria", primatista mondiale di imbecillità, turpiloquio televisivo ed arroganza "demo(n)cratica" che è il folle assessore-teppista e squadrista, villano e nevrotico "critico d'arte" (si fa per dire), nonché esponente politico criptofascista. Dobbiamo restituirgli pan per focaccia. Per cui propongo di dedicargli una sequenza di insulti ed epiteti degni della sua "illustre" e "squisita" persona, in omaggio anche al suo cognome esplicitamente insolente.
V
da manuale, un idiota irrecuperabile, è uno psicolabile, un malato mentale affetto da demenza senile, è una latrina talmente sudicia e lorda da rendere estremamente arduo l'atto del defecare, è una merdaccia umana; è un cumulo di spazzatura napoletana: ci buttano dentro di tutto; quando Dio ha donato il cervello all'umanità, lui era in bagno; inoltre, Sgarbi ha talmente una faccia da culo che per curarsi le emorroidi si reca dal dentista; se la merda fosse oro, Sgarbi sarebbe un tesoro assai più prezioso e inestimabile delle opere d'arte che ha studiato (inutilmente, visti i risultati ottenuti), e via discorrendo.





nazionale, mentre i presunti attacchi e le cosiddette "sfuriate" di Beppe Grillo, che non erano neanche tanto calunniose o diffamanti, ma solo pesanti critiche (magari un pò eccessive nella forma), hanno destato forti reazioni di scandalo e sdegno al vertice della RAI (e non solo), confermando che esistono due pesi e due misure anche per esprimere giudizi ed istituire sanzioni disciplinari nei confronti di personaggi ugualmente famosi e potenti.










Resistenza partigiana contro l’occupazione e l’oppressione
Benito Mussolini, è nata la Carta Costituzionale ed è in qualche modo risorta la civiltà democratica del popolo italiano. 
Resistenza popolare partigiana contro l'invasione nazista e contro i fascisti che flagellarono e tormentarono l’Italia per un lungo, tragico ventennio, conducendo il nostro paese alla rovina materiale e spirituale, costringendo il nostro popolo alla sventura e alla catastrofe della seconda guerra mondiale, laddove intere generazioni di giovani proletari furono usati come carne da macello per arricchire ed ingrassare una ristretta minoranza di affaristi, speculatori e guerrafondai senza scrupoli.



e, dunque, cripto-fascista, si tenta di mettere in discussione, se non addirittura cancellare e negare alle giovani generazioni.
Gramsci, intitolato "Odio gli indifferenti", in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire "Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia (...) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti". Questo è senza dubbio il miglior messaggio che si possa offrire e trasmettere alle giovani generazioni, una sorta di inno che attesta in forma lirica e poetica, ma nel contempo, in modo fermo e inequivocabile, l'amore per la vita e la libertà, intese e tradotte in termini di partecipazione attiva, concreta e diretta alle decisioni che riguardano il destino dell'intera collettività umana.


l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e
multinazionali.". Ed io aggiungo: "delle imprese locali". 

Polis” (ossia: città), indica il senso della più nobile e sublime tra le attività proprie dell’uomo, denota la suprema manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell’essere umano in quanto essere sociale. Tale somma ed eccelsa capacità dell’uomo si estrinseca nella Politica in quanto organizzazione dell'autogoverno della Città. 

Resistenza da realizzare oggi è esattamente l'opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere in quanto appannaggio di una ristretta cerchia di potenti e di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. 
minoranza sempre più circoscritta, è la causa principale che ha generato un sentimento di crescente indifferenza e disaffezione dei cittadini verso le vicende della politica, ovvero del governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi di pochi affaristi e trafficoni, nella misura in cui tale vicende e tali attività sono recepite come estranee e distanti dagli interessi collettivi della gente.

utopia della democrazia diretta a livello locale, oggi non solo è possibile ma necessaria, di fronte al nuovo, prepotente fenomeno di natura autoritaria ed antidemocratica, determinato dall’avvento di un nuovo colonialismo che ha generato la crisi e il declino della sovranità democratica, seppure solo formale, degli Stati nazionali. I quali sono di fatto soppiantati dal potere smisurato di organismi economici sovranazionali che dirigono e controllano le dinamiche dell’economia di mercato e dei suoi assetti più propriamente bancari e finanziari, ormai affermati e dominanti su scala mondiale.














E poi le liste, e quindi gli eletti, sono imposti ancora una volta dall’alto, senza possibilità da parte degli elettori di esprimere le proprie preferenze; non è stata stimolata alcuna partecipazione della base dei partiti e della società civile alla composizione delle liste, anzi è stata offesa l’intelligenza degli italiani con la farsa delle primarie del PD e della scelta del nome
per quanto riguarda il partito di Berlusconi: nell’uno e nell’altro caso è stata solo la magnanimità del “sovrano” a concedere un po’ di partecipazione al sovrano vero che è il popolo! 




movimenti di tutela dei territori, operatori sociali, singoli e gruppi, laici o cattolici, che sono la parte migliore e l’unica speranza per il nostro Paese. Dispiace che questi non vengano mai presi in considerazione dai partiti quando si tratta di comporre le liste elettorali: nemmeno alle prossime elezioni questi cittadini perbene e onesti, che di diritto dovrebbero essere candidati a rappresentarci, non hanno trovato posto né nelle liste della cosiddetta sinistra né, ovviamente, in quelle della destra..jpg)

ROMA - "Il '68 è stato il mondo che per la prima volta è riuscito a guardarsi e a vedersi scoprendo le lancinanti contraddizioni che lo attanagliavano e le possibilità di superamento e da allora lo sguardo su tutte le cose non è più uguale a prima. Ecco perché se ne parla ancora". Lo dice Mario Capanna, leader a Milano del Movimento studentesco sessantottino. Ora presidente della Fondazione diritti genetici, Capanna ricorda il sit-in degli studenti del 15 gennaio 1968, al quale partecipò in Piazza San Pietro a Roma, per protestare contro le espulsioni dall'Università raccontato dall'ANSA e nel suo libro 'Formidabili quegli anni' ripubblicato in questi giorni da Garzanti con una nuova prefazione.
"E' stato - dice Capanna - il mio primo viaggio politico in cui per la prima volta ho dormito anche in cuccetta da Milano a Roma. L'Ansa ha raccontato quel giorno con un'oggettività rara. Seduti sotto l'obelisco di piazza San Pietro eravamo decisi a farci portare via di peso dalla polizia ma il Vaticano non è una controparte come le altre.

Papa Ratzinger, in vacanza sulle Dolomiti, ha parlato del Sessantotto facendo riferimento alla rivoluzione culturale di quegli anni. In senso opposto il presidente francese Nicolas Sarkozy
quando cercava di braccare l'Eliseo disse che 'tutti i mali vengono dal '68' per riuscire a raggruppare i voti di destra con quelli dell'estrema destra. Questo dimostra che tutti devono misurarsi con quel grande cambiamento epocale". "Odio - precisa Capanna - l'amarcord ma questo non significa stare zitti. Quarant'anni è il tempo storico giusto per fare una rivisitazione storica scevra da passioni" e conclude: "guai a noi a pensare di riportare il '68.
Oggi occorre qualcosa di piu' e di meglio. Non disperiamo, succederà qualcosa come capita al nuotatore quando è sott'acqua da troppo tempo".
In parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.
E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.
Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

disgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,
possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.
Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana,
don Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di
Woodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.



La ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il Vietnam
Giovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.
L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Fu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".
Aldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.
Non è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato 

Se in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.
I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.
A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Si chiama Claudio Bisio. Pubblico qui un suo interessante contributo che si inserisce nell'assurda disputa mediatica
che si sta consumando in questo periodo. Un falso dibattito intriso di rievocazioni mistiche e celebrazioni retoriche, menzogne e mistificazioni, criminalizzazioni e distorsioni, banalità e idiozie, ripensamenti e pentimenti, ipocrisie e perversioni... Claudio Bisio ci consegna un punto di vista senza dubbio originale che suggerisce una visione ironica e inconsueta del '68, di un movimento vissuto ed osservato attraverso un'angolatura che si potrebbe definire "minimalista", ma non lo è. Almeno non in senso letterale. Buona lettura.
Sono del ’57: 68 meno 57 fa 11. Tanto per far vedere che la matematica la so, anche se ho fatto il liceo (scientifico per altro) nei fatidici anni ‘70 e le scuole più che frequentarle le ho occupate, come scrisse un noto critico. Undici anni quindi, l’età attuale di mia figlia anche se, sto facendo ora i conti, lei frequenta la prima media, mentre io alla sua età ero già ben inserito in seconda, essendo andato a scuola a cinque anni. Mia madre, maestra elementare, sosteneva che a quattro anni sapevo già leggere e scrivere e all’asilo mi annoiavo. Come dubitare del giudizio di una mamma? Maestra elementare, per giunta.
Quindi elementari, private ovviamente, per via di quei cinque anni non omologabili in una scuola pubblica (solo la Moratti da ministra dell’istruzione sancirà il contrario). E per di più dalle suore, per motivi più topografici che fideistici essendo l’Istituto delle Madri Pie nello stesso isolato di casa mia. Tutto casa-scuola e catechismo, allora? Non esattamente.
Ma ecco esplodere la primavera del 1968, che mi vede in seconda media, ma con “Bandiera rossa” già ben salda nella mia playlist personale che conteneva anche Battisti e i Corvi, Drupi e i Giganti che ben presto sarebbero però stati sostituiti da Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini e alcuni Canti delle Mondine.

E un compagno di classe ripetente, quindi notevolmente più grande di me, che mi regalò il libretto rosso di Mao tse tung (che con gli anni non perderà solo carisma e smalto, ma pure il nome… tuttora non posso leggere “Maozedong” senza avere un brivido che mi corre lungo la schiena) e mi invitò un sabato pomeriggio all’Università Statale di via Festa del Perdono ad ascoltare il comizio di un certo Mario Capanna che arringava le masse (così si diceva allora, masse popolari) sulla guerra in Vietnam.
Lo so, oggi pensando al mio cranio implume fa ridere, ma è andata veramente così. Un regolamento di istituto redatto da un preside fascistoide prevedeva che i ragazzi dovessero portare la sfumatura alta (il ciuffo lungo sulla fronte era permesso, ma dietro la nuca no, si doveva essere ben rasati), le ragazze dovessero avere le gonne sempre sotto il ginocchio e nessuna coppia di studenti doveva farsi vedere dentro le mura scolastiche mano nella mano.
Quest’ultimo non era un divieto legato a motivi di decoro sessuale. Era piuttosto indirizzato alle ragazzine che erano solite viaggiare con i libri sottobraccio (di zainetti neanche l’ombra) e la mano ben stretta in quella dell’amichetta del cuore. Strano divieto comunque. Non potersi dare la mano nel corridoio durante l’intervallo. Noi la interpretammo subito come una paura da parte del “potere” di vedere i giovani fraternizzare troppo.
Divide et impera, insomma. Più avrebbe vinto l’individualismo tra i ragazzi e più sarebbe stato sconfitto il collettivismo tra i futuri adulti. Analisi molto spicciola, quasi banale. Ma a ripensarci forse conteneva qualche verità.

Mi ricordavo le parole di Jim Morrison: “Non accontentarti dell’orizzonte, cerca l’infinito”. Chi non ha utopie non ha sogni, chi non ha sogni non vive, sopravvive, pensavo. Di realpolitik si può anche morire, lentamente per giunta. E per un giovane, ultima citazione lo giuro, è meglio bruciare subito che spegnersi lentamente.
Detto, fatto. Contatto uno dei pochi anarchici della scuola che vestiva anche da anarchico... in mezzo a tanti eskimo e anfibi, lui girava con un mantello nero, la barba lunga e un cappello a larga tesa. Nero, ovviamente. Pareva di essere nell’Ottocento (quel ragazzo, tra l’altro, diventerà un ottimo insegnante steineriano e alcuni decenni dopo avrà tra i suoi alunni un certo Luigi Berlusconi. Casualità? Sfortuna? Nemesi storica?).
Ci vedete una mattina poco dopo l’alba, io e lui volantinare davanti alla Face Standard ad operai
che nel freddo del mattino invernale ci guardano a dir poco perplessi? Questa scena, occorre ammetterlo, ha qualcosa che sta tra il romantico e il ridicolo. Io allora vidi più il ridicolo del romantico e mi concentrai quindi sulla scuola, la mia scuola, con i “piccoli” problemi del caro libri, dei contenuti nozionistici, dei programmi scollati dalla bruciante attualità.
rivoluzionare prossemicamente la classe: non più file di banchi per due che guardavano il prof ma banchi disposti a ferro di cavallo, per vederci tutti in faccia e, se si lavorava in gruppo, uniti a gruppi di quattro. Eravamo anche così poco formali o schematici che quando intuimmo che un certo insegnante di religione, il plurilaureato Don Gualberto Gualerni tanto per non fare nomi, teneva dei corsi monografici di economia tra le due guerre in un’altra sezione ottimizzando al massimo la sua miserella ora settimanale, non esitammo a bigiare alcune noiose e inutili lezioni della nostra classe per seguire a bocca aperta le sue indimenticabili lezioni.
E pensare che tutto questo è accaduto negli anni Settanta, che saranno poi chiamati anni di piombo (purtroppo giustamente a causa di ultraminoranze assurdamente e inutilmente violente ed eversive). Per me invece, sono stati gli anni della cultura, dello studio, del confronto, dell’impegno senza maiuscole o virgolette. Durante un’occupazione riuscii a portare Dario Fo in aula magna a tenerci una lezione su Cielo d’Alcamo e la sua Rosa fresca aulentissima che praticamente fu un’anteprima di Mistero Buffo (gratis per giunta).
Ecco, per me il Nobel se l’è meritato fin da quella mattina, davanti a seicento studenti prima rumorosi e scettici, poi sempre più attenti, divertiti e interessati. Anni dopo (pochi per altro) ebbi l’occasione, e la fortuna, di assistere a prove aperte di suoi spettacoli invitato assieme ai Comitati Unitari di Base di cui facevo parte: Morte accidentale di un anarchico, Storia di una tigre e altre storie, Morte e resurrezione di un pupazzo... ed è stato lì che ho deciso che avrei provato a cimentarmi con quell’arte.