sabato, 13 settembre 2008

In tempi di svolte e controsvolte in senso eversivo, autoritario e conservatore, di restaurazioni e nostalgie reazionarie, di stampo clerico-fascistaIl cazzaro nerocriptofascista o postfascista, di ritorni e resurrezioni (cito un solo esempio su/per tutti: la controriforma Gelmini nel mondo della riforma_scuolascuola pubblica, che ormai si avvia verso lo smantellamento totale o, nella "migliore" delle ipotesi, verso un processo di neofascistizzazione), di revisionismi storici e sdoganamenti politici, parlare di "antifascismo" ha ancora un senso pratico-politico, a parte la mera difesa verbale e la proclamazione puramente retorica dei valori democratici e dei principi formalmente sanciti dalla (tuttora) vigente Carta costituzionale? Ha ancora un senso concreto appellarsi alla retorica antifascista, richiamando e sostenendo con enfasi solo verbale il dettato costituzionale?

Non c'è alcuna corrispondenza e alcun riscontro nella prassi politica concreta e nella realtà quotidiana da parte dell'antifascismo parolaio ostentato da quel ceto politico-parassitario-industrial-decotto-speculativo-finanziario oggi dominante, la cosiddetta GFeID, un apparato capitalistico corrotto, assistenzialista ed affarista, che fa capo al Partito sedicente "Democratico".
Una posizione assolutamente poco chiara e trasparente, per nulla coerente e coraggiosa, anzi molto ambigua, ipocrita ed opportunista, di complicità effettiva e di finta opposizione rispetto alle decisioni politicamente nefaste, sovversive e scellerate, assunte dal governo del neoduce di Arcore,berlusconi vale a dire la posizione adottata dai vertici del Partito Democratico, può ancora definirsi "antifascista"? Personalmente, sin dall'atto di nascita del PD ho sempre denunciato la reale natura autoritaria, antioperaia e neoconsociativa, del "nuovo" soggetto politico, nato per favorire ed accelerare un processo destabilizzante di americanizzazione e, quindi, di stabilizzazione conservatrice del quadro politico italiano.
Il PD (inclusa la falsa bertinotti-vauro"sinistra radicale" ad esso subalterna) si è rivelato una forza politica nata esclusivamente per gestire e conservare stabilmente il potere, incapace dunque di esercitare un'azione di opposizione, ancor meno un ruolo di lotta antifascista, un partito indissolubilmente legato al sistema di potere (ex?) storia_dcdemocristiano-massonico-malavitoso. Un partito anti-democratico che in un articolo scritto in occasione delle elezioni primarie "vinte" da Veltr(usc)oni, ho definito come "il peggior avversario politico dei diritti, degli scopi e degli interessi della classe operaia e dei lavoratori salariati in Italia, soprattutto dei giovani lavoratori precari ed extracomunitari". Pertanto, credo che possa risultare in qualche modo interessante ed istruttivo proporre la lettura di un articolo di Pier Paolo PasoliniPierpaolo_Pasolini_2 pubblicato il 24 giugno 1974 sul Corriere della Sera col titolo "Il Potere senza volto". Buona lettura.

Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo

di Pier Paolo Pasolini

Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija. Invece non è così. E non è neanche la cultura della quarto statoclasse dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per emigrantimolti secoli, in Italia, queste culture sono state distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. Scrivo "Potere" con la P maiuscola - cosa che Maurizio Ferrarà accusa di irrazionalismo, su «l’Unità» (12-6-1974) - solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate.

Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transnazionale).

Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo" : produrre e consumare.

L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto.

Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre.

La strategia della tensione è una spia, anche se sostanzialmente anacronistica, di tutto questo. Maurizio Ferrara, nell’articolo citato (come del resto Ferrarotti, in «Paese Sera», 14-6-1974) mi accusa di estetismo. E tende con questo a escludermi, a recludermi. Va bene: la mia può essere l’ottica di un «artista», cioè, come vuole la buona borghesia, di un matto.chaucer-pasolini Ma il fatto per esempio che due rappresentanti del vecchio Potere (che servono però ora, in realtà, benché interlocutoriamente, il Potere nuovo) si siano ricattati a vicenda a proposito dei finanziamenti ai Partiti e del caso Montesi, può essere anche una buona ragione per fare impazzire: cioè screditare talmente una classe dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di «anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.

Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento.depressione Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (come rozzamente insinua Ferrara), ma perché conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza. Per tornare così all’inizio del nostro discorso, mi sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo - completamente convenzionalizzato e estremamente povero - di linguaggio verbale.

È a un tale livello di comunicazione linguistica che si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione a un unico modello. Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi;trashtv2 conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali. Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa che era ancora possibile nel 1968.

I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista (cfr. «l’Unità », 4-6-1974).

Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi? Eccone per esempio uno. Nell’articolo che ha suscitato questa polemica («Corriere della sera», 10-6-1974) dicevo che i responsabili reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state. È un luogo comune.

Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla: 1) perché parlare di «Strage di Stato» non divenisse un luogo comune, e tutto si fermasse lì; 2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero.

Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza. In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/4/45/Strage_di_Bologna_Carosso.jpg

E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male.

E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione. Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra spaventosa giustificazione.

Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito saputo distinguere, tra tutti quelli che si erano ammassati nella sua cella, Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più orribile e a sopportare il più disumano dolore.

Pensate (se ne avete la forza) a quel ragazzo o a quei ragazzi che sono andati a mettere le bombe nella piazza dì Brescia. Non c’era da alzarsi e da andare a prosternarsi davanti a loro? Ma erano giovani con capelli lunghi, oppure con baffetti tipo primo Novecento, avevano in testa bende oppure scopolette calate sugli occhi, erano pallidi e presuntuosi, il loro problema era vestirsi alla moda tutti allo stesso modo, avere Porsche o Ferrari, oppure motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con dietro le ragazze ornamentali, si, ma moderne, e a favore del divorzio, della liberazione della donna, e in generale dello sviluppo...

Erano insomma giovani come tutti gli altri: niente li distingueva in alcun modo. Anche se avessimo voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.

Pier Paolo PasoliniMcMerda

Mi permetto umilmente di chiosare la conclusione provocatoria (e geniale) di Pasolini, suggerendo una riflessione finale. I giovani neofascisti di cui parla PasoliniPasolini, 1975 nell'articolo sono gli stessi di oggi? Hanno gli stessi problemi, gli stessi desideri, gli stessi bisogni, le stesse caratteristiche e gli stessi comportamenti di allora? Sono banditi ed emarginati razzisticamente dal resto della società? Oppure sono accettati e godono dell'approvazione sociale? Ad essere esatti direi che sono stati sdoganati. Oggi i criptofascisti, i fascisti maldestramente travestiti da antifascisti o postfascisti, non solo detengono il potere politico, la guida del governo nazionale e di importanti amministrazioni locali (si pensi alla Giunta capitolina), ma esercitano un ruolo (con esiti che sembrano duraturi) di egemonia culturalevauro20 in vari settori della società italiana. Oggi i fascisti dilagano dappertutto, infestano persino la malinconica, uggiosa e piovosa città di Avellino, roccaforte tradizionale del demitismo, del potere democristiano, delle logiche trasformiste ed affariste del centro-sinistro, un sistema storico di potere che ormai si è trasferito stabilmente nelle mani del Partito (anti)democratico. E' un segno dei tempi? Cito ancora Pasolini che scriveva "il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascismo". Gianfranco Fini docet.

santanche_dito
lunedì, 08 settembre 2008
Pubblico di seguito un articolo che offre una chiave di lettura originale e controcorrente degli avvenimenti italiani.

E' un post apparso sul blog Ripensare Marx e firmato da Gianfranco La Grassa. Non ne condivido integralmente il contenuto (ad esempio, dissento dall'analisi e dal giudizio sprezzante, o comunque negativo, concernente le lotte del Sessantotto e del Settantasette), ma concordo su alcuni punti, anzitutto sulla valutazione espressa a proposito del ruolo destabilizzante svolto da Mani Pulite, un avvenimento interpretato come un golpe politico-istituzionale travestito sotto la nobile facciata di un'inchiesta giudiziaria.

Senza la bufera di Tangentopoli che nei primi anni '90 ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica (la corruzione e l'affarismo dilagano ancora oggi, in misura persino maggiore rispetto al passato, malgrado non esistano più i vecchi partiti di massa, i quali garantivano un argine in difesa della Costituzione e un minimo di partecipazione politica democratica), senza le campagne mediatiche che hanno scatenato un clima di aggressione squadrista, di caccia alle streghe, aizzando l'opinione pubblica nazionale, in Italia non sarebbe stato possibile attuare quelle svendite e privatizzazioni ad esclusivo vantaggio del capitalismo economico privato, di preziosi beni ed enti pubblici dello Stato, procedendo in pratica ad un'operazione eversiva di smantellamento totale della cosa pubblica, il cui ultimo bersaglio è costituito da Scuola e Sanità.

Un altro punto di convergenza con l'autore dell'articolo, riguarda la riflessione quasi "profetica" proposta da Pasolini rispetto al degrado storico-antropologico della realtà italiana a partire dal boom economico-consumistico degli anni '60. Un degrado socio-culturale crescente, di cui il berlusconismo è solo un effetto e non la causa.

E' POSSIBILE UNA SVOLTA?

di Gianfranco La Grassa

Ho detto molte volte, e lo ribadisco senza esitazioni, che il berlusconismo è prodotto e non causa del degrado politico – e del vero e proprio sprofondamento culturale –  prodottosi in Italia negli ultimi decenni, e acceleratosi senza dubbio dopo gli anni ’90 soprattutto successivamente a “mani pulite”.

Tale degrado è dunque un processo che precede e provoca l’ascesa di Berlusconi in campo politico e, di conseguenza, culturale. Del resto che Berlusconi non sia la causa dello sprofondamento in oggetto è dimostrato dal fatto che questo è generale in tutta Europa – pur se da noi conosce una particolare accentuazione – e, in generale, in tutto il capitalismo “occidentale” avanzato. Si parla spesso anche di americanizzazione.

Va detto allora che l’americanizzazione ha interessato pure gli Stati Uniti, poiché essi non sono stati per nulla caratterizzati negativamente in senso culturale, almeno fino agli ’70 circa.

Politicamente imperialisti, massacratori più o meno secondo gli standard di tutte le grandi potenze succedutesi nella storia dell’umanità, ma non depressi culturalmente: buona letteratura, buona (e nuova) musica, grande cinema, credo non abbiano sfigurato nemmeno … nelle arti figurative.

Inoltre, solo chi ha la puzza sotto il naso – in genere gli idealisti e gli hegeliani nostrani – sputano sulla filosofia; ad esempio quella pragmatista (Dewey, William James, e in più Pierce che è un notevole personaggio; più tanti altri).

Infine la scienza, che ha avuto i suoi massimi avanzamenti proprio in quel paese. Per merito di stranieri? Si anche, ma che sono stati accolti con facilità mettendo a loro disposizione enormi mezzi e istituzioni e laboratori avanzati per sviluppare le loro ricerche. Quindi, lasciamo perdere l’americanizzazione e il berlusconismo.

In realtà, aveva piena ragione Pasolini, certamente con particolare riferimento al nostro paese. Il degrado, rapido e devastante, è iniziato in definitiva nel ’68.

Se Pasolini avesse potuto vedere il ’77, sarebbe rimasto letteralmente inorridito, perché in quegli anni si è sprofondati nella notte più buia in specie “per merito“ di quei sedicenti ultrarivoluzionari di sinistra che furono gli “autonomi”, ancor oggi non placatisi e trasformatisi in varie guise, una più indecente e sragionante dell’altra.

Purtroppo, si è trattato di una buona dimostrazione del fatto che “il sonno della ragione genera mostri”. Da qui è derivata la nostra effettiva “catastrofe”, non dai “bottegai berlusconiani”.

Insomma, Pasolini aveva secondo me ragione da vendere nel giudizio negativo, morale più ancora che politico, espresso su quegli arroganti studentelli privi di qualsiasi idealità e valore, identificandoli quali “piccolo-borghesi” che volevano semplicemente sostituire i loro “padri”; certamente questi avevano messo in mostra gravi limiti e anche colpe, ma erano in genere dotati di uno spessore culturale, e spesso anche morale, che i pigmei e nanerottoli del ’68 (per non parlare appunto degli anni successivi) nemmeno sfioravano.

Probabilmente Pasolini commetteva errori politici (tattici) ed esagerava in qualche lode di troppo verso i poliziotti in quanto “contadini meridionali”. Certe repressioni feroci di quel periodo sono ben fisse nella nostra memoria; e del resto anche la Celere degli anni “di Scelba” non credo meriti la nostra riconoscenza!

Qui sto però solo giudicando del degrado politico-culturale indotto in Italia da certa sinistra che si finse rivoluzionaria. Poiché però quest’ultima mostrò presto il suo reale volto, fondamentalmente reazionario pur nell’ammodernamento dei “costumi” (più che altro quelli sessuali), riuscì nell’intento di impestare i media, sostituendo i “padri” in specie nei giornali, in TV, nell’editoria, ecc., anche grazie al fatto di essere cooptata da parte di una classe dirigente economica incapace di vera autonomia produttiva, sempre bisognosa di assistenza “pubblica” e di svendita allo straniero (predominante).

In questo modo, i “rivoluzionari” sessantotteschi e settantasettini – farseschi e drammatici nel contempo; veri eredi dei Demoni di Dostojevski – ebbero modo di produrre un autentico sconquasso presentato come “ammodernamento”, anzi come postmodernità.

L’attacco alla razionalità, alla scienza, all’idea di progresso, il catastrofismo oggi dilagante che si “predica” sia derivato dal “dominio della Tecnica”, provengono da questi settori reazionari; anche se poi seguiti da altri, che si collocano sul fronte apparentemente opposto, di una “destra” pur essa non istituzionale, che si crede erede delle correnti più radicali e “rivoluzionarie” del vecchio nazifascismo (settori rimasti però sempre in posizione secondaria rispetto a quelli “ultrasinistri”).

Infine, questi ultimi ebbero un altro colpo di fortuna. Crollò il sistema “socialista”, e dagli Usa (e dalla nostra GFeID, finanza e industria assistita) partì l’operazione “mani pulite” che “produsse” infine una sinistra – in entrambi i suoi rami: la moderata e la radicale – senza più le radici popolari del Pci; una sinistra che, per fortuna, comincia adesso ad essere abbandonata dalla Classe.

Questo marciume dilagante – effetto dello sprofondamento politico-culturale, ormai realizzatosi grazie al patrocinio della suddetta classe dirigente economico-finanziaria – ha confermato i suoi autori nel controllo dei canali di trasmissione di sedicente informazione e “cultura”; ed essi ne hanno approfittato per mascherarsi e diffondere del disastro un’interpretazione del tutto mistificante: la colpa è del berlusconismo.

Adesso veramente basta con questa menzogna; è indispensabile, innanzitutto, ristabilire la giusta sequenza dei processi “catastrofici”. La sinistra – quella dei movimenti del ’68, e ancor più del ’77, saldatisi nel ’92-‘93 con tutto il resto della sinistra sotto l’ala protettrice della GFeID legata ai predominanti statunitensi; sinistra divenuta sempre più un ammasso di “ceti medi”, soprattutto dei settori del “pubblico” – è la causa di questi processi, il resto ne è derivato ineluttabilmente. Si è dunque creato un bubbone “piccolo-borghese”, con a capo pochi acculturati senza scrupoli e ultra-ambiziosi, che manovrano schiere di lettori di brunovespaVespa e Camilleri (e magari di poco altro, ma non più della grande cultura classica e "borghese"), i quali hanno veramente provocato una frattura netta con le generazioni precedenti. Si tratta di quelli che predicano l’emozione contro la razionalità, la cultura del “corpo” messa in antitesi a quella dello spirito, il più disastroso dei relativismi condito di finta tolleranza, il più bieco lassismo anarcoide che ha disgregato ogni forma di reale e produttiva socialità. In certi momenti, sembra addirittura si sia interrotta una linea di civiltà che – in paesi di antica, millenaria, storia – rappresenta sempre un sedimento, un giacimento, cui si può attingere con effetti positivi perfino nelle epoche più buie. Invece oggi, questo è reso impossibile da questo gravissimo sprofondamento intuito dal grande Pierpaolo_Pasolini_2Pasolini, ma che ha poi progredito – grazie anche a quell’evento, un sostanziale “colpo di Stato” camuffato da operazione giudiziaria, prodottosi nel ’92-‘93 – a passi giganteschi. A me pare del tutto ovvio che la reazione a questa effettiva catastrofe non potesse che assumere, in Italia, le vesti pur esse meschine e squallide della cultura (e della politica) dei cosiddetti “bottegaio berlusconiano” e “industrialotto del nord-est”. A tutto questo è necessario reagire, pur sapendo che le volontà soggettive dovrebbero essere coadiuvate dall’evolvere di eventi capaci di mettere infine in moto processi storici di ben altro calibro e direzione. Tuttavia, i “soggetti” hanno intanto l’obbligo di ricominciare a pensare e, con le loro minime forze, di opporsi alle mistificazioni degli “intellettuali del degrado”. Bisogna affermare con forza: la conditio sine qua non di una possibile rigenerazione politico-culturale del nostro paese e del riannodarsi dei legami con il suo passato di grandi tradizioni culturali (e, lo ripeto, di civiltà) – rigenerazione che riuscirebbe, nel medesimo tempo, a combattere e superare anche la più sanguigna e concreta (meno parassitaria in ogni caso), ma comunque rozza, volgare e intellettualmente limitata, bossi-finisenzaconfini“classe dirigente” berlusconiana – è lo sbaraccamento definitivo di questa sinistra fatta di ceto medio (“piccolo-borghese”, soprattutto dei settori del “pubblico”); un ceto esattamente meschino, intellettualmente mediocre, e nel contempo protervo e arrogante, come lo dipinse Pasolini.Pasolini, 1975 Dobbiamo ricreare forze critiche, effettivamente contrarie a questo tipo di sistema sociale e politico, buttando però a mare questa sinistra, smettendo ogni tentativo di ricostituirla; perché ogni tentativo genera entità ancora più degenerate e ignobili. Non so quanta parte della sinistra, che pretende di essere comunista, abbia ancora un cervello pensante. Comunque, l’invito rivolto è precisamente in tal senso: abbandonate ogni velleitario tentativo di ricreare gruppetti e gruppetti di vecchi rigurgiti ideologici, ormai senza più appiglio con la realtà. Nello stesso tempo, smettetela con l’aggregazione ad una sinistra, più o meno moderata o invece finta radicale,Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil che è la causa reale del degrado, di cui indubbiamente la destra è poi il semplice riflesso speculare. Anzi, esiste proprio una vera cartina tornasole per saggiare se siamo o meno in presenza di puri mentitori e mistificatori: se si insiste oppure no sulla parola d’ordine dell’unirsi in nome dell’antiberlusconismo. Chiunque ancora la usi, è ipso facto il peggiore dei nemici, il vero obiettivo di un’azione di preliminare pulizia. Con quelli che hanno almeno capito questo imbroglio, si può ridiscutere; ma senza alcun tentativo di “rifondare il passato”. E’ necessario riemergere dallo sprofondamento culturale e politico di questi anni, per “costruire” qualcosa di nuovo e ancora impensato. Le piccole, infime, nostre forze s’impegneranno in questa direzione, con tutti coloro che hanno capito questi pochi punti. Non si creda di volerci creare ostacoli (“psicologici”) mostrando indignazione perché certi settori di “estrema destra” riportano alcune nostre analisi.

Noi ci rivolgiamo, puramente e semplicemente, agli individui che usano la ragione; a quelli che preferiscono utilizzare invece i soli “riflessi da cane di Pavlov”, senza valutare quello che noi diciamo – e senza prendere atto dello sforzo di rielaborazione teorica (nuova) che ci sta dietro, e che appare nel sito oltre che in libri e scritti vari su riviste – noi diciamo: non ci interessate, siete quelli della prevalenza delle emozioni sul cervello pensante, siete complici e conniventi con quella sinistra “intellettuale” che ha provocato lo sprofondamento politico-culturale da noi aborrito, facendolo passare per berlusconismo, un semplice effetto invece. Con voi abbiamo chiuso. Altrimenti, ricominciate a mettere in moto le sinapsi di quello che Woody Allen, spiritosamente, definì “il nostro secondo organo preferito”; se lo farete, siamo pronti al dialogo.

postato da: luciospartaco alle ore 18:59 | Permalink | commenti (1)
categoria:pasolini, libero pensiero, dibattiti, capitalismo, lotta di classe, banche armate, governo ladro, terrorismo di stato, mercato delle vacche, vandalismi e devastazioni, terrorismo mediatico, squola e squali, cosche e famiglie, mafiat, opportunismo politico, scippi e rapine, potere criminale, sindacomitati daffari, golpismo camuffato, sfascismo, padroni e padrini, fascismo e leghismo, gabinetti ministeriali, machiavellismi, clientelismo politico, illuminati e oscurati, affarismo criminale, telecrazia, cretinismo parlamentare, furti senza destrezza, corruzione politica, guerre interne, golpe istituzionale, il potere logora chi non ce lha, fregature eterne, fango e discredito, pubblica d-istruzione, assicurazioni banche scuole, firme dautore, complotti globali, sinistre e sinistri, partiti alla deriva, turbocapitalismo sfrenato, nuovi populismi, alienazione sociale, rigurgiti neofascisti, menzogne e mistificazioni, fallimenti politici, banche e usurai, lobbies e logge, precarietà proletaria, spazi sociali occupati, teatrini politico-istituzionali, propaganda ideologica borghese, sovversivismo autoritario, banca-rott-ieri, panacea miracolosa, panza e finanza, cani e pescecani, conformismo e trasformismo, anticonformismo di sinistra, affarismo e buonismo, sinistra benpensante e perbenist, televisione e omologazione, mitologia del capitale, speculazioni e sperequazioni, autoritarismo e criptofascismo, forchettoni rossi, rottamazione della scuola, mani sporche sullo stato
lunedì, 26 maggio 2008
Speciale “Nigger” (1): antologia del pensiero razzistico, discriminatorio e gerarchico
  
NEGROsfruttamento
“È  un animale che mangia il più possibile e lavora il meno possibile”
Benjamin FRANKLIN, citato in Gobineau, “Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane”, 1853-55
“Il negro del Texas ha tutti gli istinti selvaggi del Cheroki senza possedere una sola delle sue virtù.
Non rotto ancora al Bambino africanogiogo della civiltà, comprende a stento il significato del codice morale, contratto sociale o legge della famiglia. Per lui l’industria domestica è una finzione, la famiglia un’iperbole. Moralmente si eleva appena al livello del Kiciapu, che lo supera di molto in intelligenza… Gli annali del crimine sono spaventosi in Texas; ma la parte più vasta e più cupa di questi appartiene ai Neri. L’intelligenza dell’Africano è fra le più ristrette.
Mi è stato confermato che attualmente l’infanticidio è altrettanto comune nelle paludi negreschiavitù che in una strada cinese o in una steppa tartara. Ecco la vera questione negra. Quelli che, penetrati da un pietoso zelo, hanno dato la libertà ai negri, non ne hanno forse, nella loro ignoranza delle leggi della natura, decretato il lento ma inesorabile sterminio? La natura ha dato al Bianco più intelligenza e forza, più genio inventivo, coraggio e perseveranza che al negro."
Hepwort DIXON, "La Conquista bianca”, 1877
“Per ora, è un bruto, non cattivo, è vero, ma fradicio di vizi. Quando lavora una settimana, si riposa la settimana successiva; mente per il piacere di mentire; ignora le leggi della dignità umana. Non si sposa, o quasi, e cambia donna come un animale."
Jules HURET, De New York à la Nouvelle Orléans, riportando le dichiarazioni del governatore della Lousiana, 1904Fame
 
ANCHE GLI OPERAI SONO NEGRI
“Vivere alla giornata, spendere tutto ciò che si guadagna, Comune di Parigispesso anche con anticipi, tale è lo stile di vita più diffuso tra la popolazione operaia di Parigi. Quelli che, tra gli operai, hanno salari sufficientemente elevati perché in tre giorni di lavoro possano procurarsi di che vivere per tutta la settimana, passano di solito gli altri quattro giorni nell’ozio e nella dissipazione."
C.M.T. DUCHATEL,  "Della Carità", 1926
E concludo contro quel sofista di Proudhon vivelacommuneche gli operai non hanno alcun bisogno di un tribuno per sostenere i loro interessi, perché non sono mai stati oppressi in Francia.” 
A.    FRANCON,  "Cause della grandezza e della decadenza dei Romani", 1867
“È stato stabilito da lungo tempo, attraverso calcoli non contestabili, che i minatori di Anzin sarebbero i principali azionisti e padroni della miniera, che gli operai metallurgici del Creusot sarebbero i principali azionisti e padroni dello stabilimento, se solo avessero risparmiato per comprare dei titoli quello che hanno sperperato per intossicarsi."
Urbain GOHIER,  Pour être sages, 1914
SIAMO TUTTI NEGRI TRANNE…
Uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, Benjamin Franklin, per sostenere che gli anglosassoni fossero “il nucleo principale del popolo puramente bianco” (“purely white people”), affermava che “Spagnoli, italiani, francesi, russi e svedesi generalmente tendono ad essere di colore vagamente scuro.”
Benjamin Franklin, Writings, Library of America, New York 1987, p.374bossi-finisenzaconfini
MA SI RISCHIA DI ESSERE EBREIriforma_pensioni
“I fondatori della Espansionismo sionistanazione inglese, anch’essi, discendevano dalle tribù perdute d’Israele, dato che Saxon è con ogni evidenza una corruzione di Isaac’s son, figlio d’Isacco.”
Citato in Pall Mall Gazette, 3 aprile 1984
“È l’ebreo che trasuda attraverso i pori dell’Inglese.”
Louis MARTIN, L’Anglais est-il un Juif? 1896
“L’Ebreo non crea, non produce, sfrutta. È il grande negoziante, il grande intermediario universale, come un tempo i Fenici che erano giudei, e gli Inglesi, moderni Fenici, che discendono forse dagli Ebrei.”
Docteur CELTICUS , Le Diciannove Tare corporali per riconoscere un Ebreo, Librairie antisemite, 1903
FLASH COMIDAD
1968 FNAC
Chi, in questi giorni, si dovesse trovare a fare acquisti in uno dei negozi FNAC di Parigi, ne uscirebbe con una busta di plastica su cui campeggia un pugno chiuso dal significato inequivocabile.
In effetti la FNAC, la catena multinazionale francese che distribuisce libri, cd, dvd e altri ninnoli tecnologici, si è davvero scatenata in occasione del quarantennale del Maggio.
Un putiferio di libri sul '68, a favore e contro, per chi c'era e per chi se l'è perso (sic), ristampe di dischi dell'epoca, video e dibattiti in quantità industriali. L'anno del Maggio francese è diventato un vero e proprio contenitore mediatico in cui ognuno mette ciò che vuole.
I fastosi depliant illustrativi della rassegna titolano: "68  court toujours", oppure "L'esprit de Mai est à la  FNAC". Quindi lo spirito del Maggio sarebbe andato a  finire alla FNAC.
 Il direttore della catena spiega che la FNAC stessa non sfuggì all'ondata di lotte e  scioperi dell'epoca, e infatti venne più volte occupata dai lavoratori; quindi il direttore ritiene che la FNAC non possa esimersi dal commemorare ciò che  ha vissuto direttamente.
Visto che dopo quaranta anni i lavoratori della FNAC sono sempre più sfruttati e precarizzati, è qui evidente il tentativo di trasformare il '68 in un evento puramente mitologico, una narrazione funzionale ad un intrattenimento fine a se stesso, priva di qualsiasi aggancio con la realtà storica e sociale.
1968 GLUKSMANN
In una intervista per la presentazione del suo nuovo libro scritto insieme al figlio Raphaël: "Il Maggio 68 spiegato a Sarkozy", l'ex- "nouveau philosophe" André Gluksmann ci offre una chiave di lettura davvero originale.
Gluksmann afferma che il movimento del '68 fu essenzialmente anticomunista e quindi non lo si può considerare concluso, visto che c'è ancora la Cina contro cui lottare. Insomma, ci sarebbe un '68 per ogni stagione e per ogni esigenza.
Il filosofo racconta che il figlio - che sarà dotato delle stesse capacità intuitive del padre - non riusciva a capire il '68, nonostante le spiegazioni di cotanto genitore; ma quando si trovò ad assistere alla famosa rivoluzione (fasulla) in Ucraina, allora ebbe l'illuminazione e capì il vero spirito del '68.
La destra lo ascolterà? Ma la cosa veramente grave è che questo nuovo slogan di guerra psicologica - il '68 anticomunista - troverà a sinistra sicuramente qualcuno disposto a prenderlo sul serio.
1968 SARKOZY
Il presidente della Repubblica francese sarkozySarkozy ha affermato di recente che tutti i mali provengono dal '68. Ne consegue logicamente che anche Sarkozy proverrebbe dal '68.
N.B. Chi volesse consultare i capitoli precedenti del Manuale del Piccolo Colonialista, può reperirli sul sito www.comidad.org sotto la voce “Documenti”.
sabato, 26 aprile 2008
RESISTENZA E LIBERAZIONE, COSTITUZIONE E DEMOCRAZIA DIRETTA
Quest'anno ricorre il 60° anniversario della Costituzione italiana del 1948: 60 anni ben portati, si potrebbe dire...
Personalmente, sono convinto che la nostra Costituzione non abbia bisogno di lifting o rifacimenti, non debba essere aggiornata o revisionata, tanto meno abolita (come insinuano i suoi detrattori), ma deve essere semplicemente e finalmente attuata.
Solo applicando nella realtà concreta i dettami costituzionali sarà possibile far rinascere il nostro paese, sarà possibile un’effettiva emancipazione in senso progressista della società in cui viviamo, liberando le straordinarie potenzialità civili, culturali, artistiche e spirituali presenti in essa, ma anche le forze materiali e produttive che sono imprigionate ed umiliate nell’attuale fase storica di conservazione politica, se non di reazione e di imbarbarimento vigente su scala non solo nazionale, ma internazionale.
Tuttavia, se devo essere sincero, sono piuttosto perplesso e pessimista a riguardo.
 Anzitutto, perché ho sempre pensato che la nostra bella Carta Costituzionale sia in qualche misura eversiva ed inapplicabile nell’attuale ordinamento economico-capitalistico, segnato da profonde ed insanabili contraddizioni, disuguaglianze ed ingiustizie sociali e materiali, che si possono eliminare solo abbattendo e rovesciando l’intero sistema economico-politico e sociale che le ha generate e contribuisce a riprodurle e perpetuarle nel tempo.
In secondo luogo, con il quadro parlamentare appena uscito dalle recenti elezioni politiche, francamente non riesco a far finta di nulla e non posso non nutrire seri dubbi sulla possibilità di attuare finalmente il dettato costituzionale.
Invece, mi pare più facile immaginare e prefigurare un’iniziativa per stravolgere il testo della Costituzione attraverso una sorta di “grande inciucio”, cioè un’ampia intesa parlamentare di stampo “veltrusconiano” sul versante delle cosiddette “riforme costituzionali” (ma sarebbe più corretto definirle “controriforme costituzionali”), tanto attese ed invocate (non solo) dalla coalizione di centro-destra guidata da Berlusconi, Bossi e Fini.
Tuttavia, a parte queste riflessioni politiche pessimistiche, faccio prevalere ciò che gramsciGramsci designava come “l’ottimismo della volontà”. Per cui, non solo in qualità di semplice cittadino, ma anche in veste di insegnante, sono interessato a trasmettere alle nuove generazioni i valori ideali insiti nella Costituzione. Di cui occorre far conoscere ed apprezzare, in chiave anche formativa, anche la bellezza estetica e poetica della sua scrittura. Non a caso, alla stesura del testo costituzionale contribuirono alcune tra le migliori menti politiche e letterarie dell’epoca (tra i vari nomi, voglio rievocare la figura emblematica di Piero Calamandrei).
La Costituzione è senza dubbio la madre della democrazia italiana, una democrazia scalcagnata, monca e malandata per vari motivi. La Costituzione ne incarna idealmente il ricco patrimonio etico-valoriale, e leggerla e rileggerla (magari fino alla nausea) è il miglior modo per festeggiarla e proporla ai giovani, ed è forse il miglior modo per educare ed ispirare le nuove generazioni.
Pertanto, approfitto della ricorrenza per denunciare una grave mistificazione ideologico-strumentale che si perpetua da anni nel nostro sciagurato paese. Quella di occultare le origini della democrazia in Italia, benché istituita solo sulla carta.
E' dunque opportuno ricordare che la Costituzione del 1948 (e, con essa, la democrazia italica, sebbene solo formale) affonda le sue radici storiche e ideali nella PartigianiResistenza partigiana contro l’occupazione e l’oppressione nazi-fascista imposta durante la seconda guerra mondiale. Dalle ceneri della monarchia sabauda e della dittatura fascista di Benito MussoliniBenito Mussolini, è nata la Carta Costituzionale ed è in qualche modo risorta la civiltà democratica del popolo italiano. Il 25 aprile è senza dubbio una festa partigiana, ossia di parte, e non può essere diversamente. Pretendere che il 25 aprile diventi una "festa di tutti", una sorta di ricorrenza "neutrale ed imparziale", equivale a snaturare e cancellare il valore simbolico e politico di quella che rappresenta la Festa per antonomasia della Resistenza partigiana, la Festa antifascista per eccellenza.
Infatti, il 25 aprile si festeggia, vale a dire si dovrebbe rievocare (e, in qualche misura, si dovrebbe rinnovare) la vittoria della resistenza-genovaResistenza popolare partigiana contro l'invasione nazista e contro i fascisti che flagellarono e tormentarono l’Italia per un lungo, tragico ventennio, conducendo il nostro paese alla rovina materiale e spirituale, costringendo il nostro popolo alla sventura e alla catastrofe della seconda guerra mondiale, laddove intere generazioni di giovani proletari furono usati come carne da macello per arricchire ed ingrassare una ristretta minoranza di affaristi, speculatori e guerrafondai senza scrupoli.
Da quella Liberazione nacque la Costituzione del nostro paese, scritta non tanto con la penna quanto con il sangue di numerose donne e uomini che sacrificarono coraggiosamente la propria vita per la libertà delle generazioni successive: donne e uomini chiamati "partigiani" proprio in quanto schierati e militanti da una parte ben precisa, ossia contro il fascismo, l'imperialismo e la guerra.
Il carattere profondamente antifascista e partigiano, democratico e pluralista, egualitario e progressista, ma anche pacifista e internazionalista della Costituzione, la rende un testo all’avanguardia, se non addirittura eversivo e rivoluzionario sul piano politico internazionale, ma è anche il motivo principale per cui essa è assai temuta e osteggiata nei settori politicamente più oltranzisti e reazionari della società italiana, ed è la medesima ragione per cui essa è tradita e disattesa nella realtà concreta.
Non intendo elencare i vari articoli della Costituzione che sono ripetutamente negati e violati, a cominciare dall’art. 11, in cui emerge lo spirito nettamente pacifista e internazionalista della nostra Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra (…)”, è l’incipit dell'articolo.
Questa è una lezione assai preziosa della nostra storia che oggi, in tempi alquanto bui, segnati dall'indifferenza e dal fatalismo, dall'apatia e dall'antipatia politica, da più fronti e posizioni di stampo revisionistaForza_Nuova e, dunque, cripto-fascista, si tenta di mettere in discussione, se non addirittura cancellare e negare alle giovani generazioni. Questo "fatalismo", tanto diffuso oggi tra la gente, è il peggior nemico della gente stessa, nella misura in cui induce a pensare che nulla possa cambiare e che tutto sia già deciso da una sorta di destino superiore, da una forza trascendente, contro cui i miserabili e gli umili sarebbero assolutamente impotenti, ma così non è. In tema di fatalismo, indifferenza e apatia politica, non si può non citare un famoso pezzo giovanile di Antonio gramsciGramsci, intitolato "Odio gli indifferenti", in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire  "Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia (...) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti". Questo è senza dubbio il miglior messaggio che si possa offrire e trasmettere alle giovani generazioni, una sorta di inno che attesta in forma lirica e poetica, ma nel contempo, in modo fermo e inequivocabile, l'amore per la vita e la libertà, intese e tradotte in termini di partecipazione attiva, concreta e diretta alle decisioni che riguardano il destino dell'intera collettività umana.
Sempre in materia di assenteismo e di non partecipazione alla vita politica, rammento un bellissimo pezzo di Bertold Brecht, che scriveva: "Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico". Non c'è nulla di più vero e di più saggio.
Brecht sostiene che l'analfabeta politico "non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell'affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche.
L'analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa,berlusconi_tricolore l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e Bush e Berlusconimultinazionali.". Ed io aggiungo: "delle imprese locali". Nella circostanza odierna mi preme rilanciare ed esaltare la Politica (con la P maiuscola) in quanto espressione della volontà popolare e della libera creatività dell’animo umano, che si realizza nel confronto interpersonale, nella pacifica convivenza sociale e nella dialettica democratica e pluralista tra persone libere ed uguali sul versante economico-materiale, ma ovviamente diverse sotto il profilo etico-spirituale e culturale.
Inoltre, la Politica dovrebbe essere soprattutto un mezzo di aggregazione e di partecipazione sociale, uno strumento concreto, diretto e corale per intervenire sui processi decisionali che interessano l’intera comunità; è una modalità di socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di socialità umana.
Del resto, l’antica etimologia del termine, dal greco socrate_grandePolis” (ossia: città), indica il senso della più nobile e sublime tra le attività proprie dell’uomo, denota la suprema manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell’essere umano in quanto essere sociale. Tale somma ed eccelsa capacità dell’uomo si estrinseca nella Politica in quanto organizzazione dell'autogoverno della Città. Il senso originario della Politica si è ormai deteriorato, tralignando nella più ignobile e squallida “professione”, ovvero nell’esercizio del potere fine a se stesso, un potere riservato a pochi “addetti ai lavori”, ai carrieristi e agli affaristi della politica (con la p minuscola).
Quella che un tempo era considerata una nobile arte ed un’occupazione elevata dell’uomo, la Politica con la “P” maiuscola, si è totalmente svuotata di senso ed oggi è percepita e praticata quale mezzo per impadronirsi della città e delle sue risorse, umane, materiali e territoriali, ossia una carriera da intraprendere se si vuole mettere le proprie luride mani sulle ricchezze del bilancio economico del Comune che, come tale, dovrebbe appartenere a tutti, un bene gestito direttamente dalla comunità dei cittadini.
La Nuova resistereResistenza da realizzare oggi è esattamente l'opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere in quanto appannaggio di una ristretta cerchia di potenti e di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. Tale situazione va respinta e contrastata con forza, perché quel soggetto organizzato in gruppo, comitato o partito politico, convenzionalmente definito “ceto politico dirigente” (ma sarebbe più giusto chiamarlo "digerente"), non appena ha conquistato il privilegio derivante dal potere esclusivo sulla Città, si disinteressa altamente del bene comune per occuparsi semplicemente dei propri loschi affari di casta, di corporazione o di élite, oppure di singoli individui.
Questo stato di corruzione della politica, che non è più un’esperienza di autogoverno della comunità dei cittadini, ma un interesse privato ed egoistico di una vertice2007minoranza sempre più circoscritta, è la causa principale che ha generato un sentimento di crescente indifferenza e disaffezione dei cittadini verso le vicende della politica, ovvero del governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi di pochi affaristi e trafficoni, nella misura in cui tale vicende e tali attività sono recepite come estranee e distanti dagli interessi collettivi della gente.
Pertanto, occorre rilanciare l’idea dell’autogestione popolare e dell’autogoverno della comunità dei cittadini, guardando alla viva esperienza dei Municipi autonomi zapatisti e sperimentando nella realtà delle piccole comunità locali l’idea della politica come rifiuto e critica radicali del potere scisso dalla collettività, ossia come partecipazione diretta di aree sempre più vaste della popolazione ai processi decisionali, a cominciare dai canali di controllo e gestione delle spese economiche del bilancio comunale.
La grandiosa utopiautopia della democrazia diretta a livello locale, oggi non solo è possibile ma necessaria, di fronte al nuovo, prepotente fenomeno di natura autoritaria ed antidemocratica, determinato dall’avvento di un nuovo colonialismo che ha generato la crisi e il declino della sovranità democratica, seppure solo formale, degli Stati nazionali. I quali sono di fatto soppiantati dal potere smisurato di organismi economici sovranazionali che dirigono e controllano le dinamiche dell’economia di mercato e dei suoi assetti più propriamente bancari e finanziari, ormai affermati e dominanti su scala mondiale.
Questo fenomeno di globocolonizzazione neocapitalista ha determinato un pauroso incremento e un’ascesa inarrestabile del potere dei gruppi capitalistico-finanziari più forti, in modo particolare delle corporation multinazionali, con danni e costi inimmaginabili e irreparabili per i diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei lavoratori del sistema economico-produttivo, di quello industriale prima di tutto, la cui condizione si fa sempre più precaria, vulnerabile e facilmente ricattabile.
venerdì, 25 aprile 2008

LE CASTE NON SI COMPORTANO COSÌ  

Per spiegare il crollo elettorale della lista di bertinottiBertinotti, è stato spesso evocato in questi giorni un soggetto fantasmatico: l’elettorato. In realtà, anche se esiste una quota di voto “sciolto”, d’opinione, in democrazia però è sempre il voto organizzato a fare la differenza. Le grandi ristrutturazioni politiche - come il passaggio di consegne dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia - sono state spesso segnate dalla morte misteriosa di baroni del voto, come Toni Bisaglia in Veneto, Salvo Lima in Sicilia, Carmine Mensorio in Campania.
Lo strano annegamento di Toni Bisaglia aprì a suo tempo la strada per il passaggio di una quota considerevole del voto democristiano al neonato leghismo; successivamente gran parte di questa massa di voti ha costituito anche il perno del berlusconismo.
Il fratello di Bisaglia - un prete che indagava su quella morte - morì, manco a dirlo, anche lui annegato in circostanze altrettanto non chiarite. Persino la cosiddetta “sinistra” si sostiene soprattutto sul voto organizzato, ed è noto che la Lega delle Cooperative e la CGIL controllano milioni di voti.
Una quota non cospicua, ma comunque consistente, di questi voti è sempre andata a sostenere Bertinotti, che spesso si è mostrato ricattabile a causa di questa dipendenza. Nel 1995 Rifondazione Comunista non poté far mancare al governo lamberto-diniDini i suoi voti di fiducia, proprio perché questa dipendenza gli fu fatta pesare dai dirigenti della CGIL. L’entrata nella Caricatura di BertinottiSinistra Arcobaleno di due ex-dirigenti DS del calibro di Mussi e Salvi avrebbe dovuto garantire Bertinotti che l’ulteriore annacquamento del suo messaggio politico e la rinuncia alla falce e martello, sarebbero stati comunque compensati da voti gestiti dalla stessa CGIL e dalla Lega delle Cooperative. Mussi e Salvi hanno invece recato solo danni, disorientando il tradizionale voto di appartenenza e di bandiera, e non portando nessuna frazione di voto organizzato.
In più, anche Bertinotti è stato lasciato a secco dagli ex-colleghi della CGIL. La cosa era persino risaputa, tanto che il segretario dei Comunisti Italiani, Diliberto, ha colto un pretesto per rinunciare alla candidatura e non esporsi alla figuraccia di essere trombato alle elezioni.
In questi giorni furoreggia nelle librerie un altro best-seller che ci intrattiene sulle magagne dell'altra “casta”: i sindacati, che sono diventati vere e proprie aziende di Stato, che gestiscono grosse quote di salario operaio ed anche di denaro pubblico.








Ora, proprio questa “casta” non aveva nessun interesse ad affidarsi esclusivamente a Veltroni e a liquidare definitivamente non soltanto Bertinotti, cosa_rossaDiliberto, Mussi e Salvi, ma persino Boselli. Una posizione di potere e di privilegio garantita ai dirigenti sindacali dal controllo di un ente come l’INPS, è oggi esposta ai pericoli di una privatizzazione, che potrebbe verificarsi anche a vantaggio di agenzie finanziare internazionali che devono compensare lo sfuggire di altri business, a causa della crisi finanziaria di origine statunitense.

Di fronte ad un rischio del genere, avere qualche appoggio in più in Parlamento avrebbe fatto comodo ai dirigenti sindacali, che invece hanno portato tutti i voti da loro gestiti ai piedi dell’altare veltroniano. Mentre i dirigenti della Lega delle Cooperative possono essere stati convinti a sostenere esclusivamente veltroni2Veltroni dietro la promessa di altri affari a cui partecipare, ciò non può essere avvenuto con i dirigenti sindacali, i quali possono vedersi sfuggire le loro galline dalle uova d’oro proprio a causa della crescente invadenza dell’affarismo privato e dalla ingerenza delle multinazionali. Nella scelta di presentarsi alle elezioni senza gli alleati tradizionali, la malafede di Veltroni è stata evidente nel momento in cui non si è limitato a mollare la cosiddetta “sinistra radicale”, ma ha condannato alla sparizione anche i socialisti del mite e remissivo Boselli, rispetto al quale non aveva nessuna differenza “programmatica”.
Veltroni ha rivendicato perciò una posizione di monopolio assoluto a sinistra. Fidarsi di un unico padrone non è saggio, e nessuna “casta” ha mai consentito volentieri all’accumulo di un tale potere personale. Oggi si parla sempre della “Storia” intesa come una sorta di categoria dello spirito, un astratto tribunale che pronuncerebbe sentenze che i media si incaricano di rivelarci.
Nel frattempo, l’esperienza storica - cioè il ricorrere di certi comportamenti, il verificarsi di certe costanti - viene tranquillamente ignorata e rimossa. L’esperienza storica dice che le caste non si comportano così, non si legano mani e piedi ad un unico padrone, a meno di non esservi costrette.
Come spesso accade, la denuncia pubblica delle nefandezze di una oligarchia - di una “casta” -, è conseguente proprio al declino di quella oligarchia, al fatto che è stata espugnata e sottomessa da altri poteri, in questo caso il potere colonialistico degli Stati Uniti. Infatti si è scoperta la pedofilia dei preti allorché il potere finanziario del Vaticano era ormai in declino irreversibile.
Quando un RatzingerHitleRatzinger - ormai così artificiosamente pomposo da sembrare il Bonifacio VIII di Dario Fo - si presenta all’ONU per sostituire i Vangeli con la Dichiarazione d’Indipendenza degli zio_samStati Uniti d’America, va a mettere in crisi proprio i miti di cui si è sempre avvolta la casta clericale, che non ha mai parlato di “diritti umani” concessi direttamente dal Creatore, ma ha sempre posto l’enfasi sul proprio specifico ruolo di mediazione, in quanto rappresentante in Terra di Cristo.
Il calo di brache - o di sottane - di Ratzinger trova quindi corrispondenza in altri cali di brache nei confronti del colonialismo statunitense che si stanno verificando in questo periodo in Italia e in Europa.
Fonte: www.comidad.org
domenica, 13 aprile 2008

Per "esorcizzare"  in modo sano ed efficace, la triste e grottesca, quanto subdola e diabolica campagna elettorale appena conclusa, credo che non ci sia una risposta più incisiva e salutare della satira. Pertanto, vi propongo alcune vignette che mi sono particolarmente piaciute, tra cui metto i piccoli e geniali capolavori partoriti dall'estro creativo di Vauro Senesi, in arte Vauro.



 
Infine, vi segnalo il seguente video su Veltrusconi a fumetti. Si tratta di un filmato davvero istruttivo ed illuminante.
venerdì, 11 aprile 2008
LETTERA A VELTRUSCONI

Caro Silvio/Walter (*),

mi permetto di usare lo stesso tono amichevole e affettuoso adoperato nella missiva pre-elettorale che hai recentemente spedito al mio recapito personale. Pertanto, mi consentirai di rivolgermi a te in modo confidenziale, dandoti del tu. Ovviamente, ti ringrazio per aver pensato (anche) al sottoscritto, malgrado ciò avvenga solo nelle (pur frequenti) circostanze pre-elettorali.

Io sto bene, spero altrettanto per te e la tua famiglia.Povero Silvio Ti rispondo per comunicarti benevolmente la convinzione che ho maturato in merito alle prossime (s)elezioni politiche nazionali. Ho deciso di appoggiarti con il mio voto (a perdere) per le ragioni che proverò a spiegarti brevemente. Anzitutto, ho molto apprezzato la “intrepida” scelta di “correre da solo” (benché apparentato con le varie “compagnie comiche” di Fede/Vespa, Di Pietro/Bossi/Fini, anch’essi perfettamente intercambiabili tra loro), attraversando in lungo e in largo la nostra penisola (e le isole?).

Altro che giro d’Italia in bicicletta di prodi-ciclistaprodiana memoria! Francamente mi sono preoccupato per le condizioni della tua cagionevole salute, non vorrei che ti fossi affaticato per lo sforzo sostenuto negli ultimi tempi, data l’età anagrafica non più tanto giovane. Ma noto che sei in perfetta forma, gagliardo, resistente e battagliero come sempre, in grado di sopportare la tensione nervosa, affrontando con impeto lo stress logorante dell’ennesima, difficile campagna elettorale.

 

Una competizione elettorale che a me è parsa, a dire il vero, piuttosto fiacca e soporifera, una sorta di efficacissimo narcotico di massa: il nuovo “oppio dei popoli”...

Comunque, ti confesso che sono un veltrusconiano convinto della prima ora, sin dai tempi della Prima Repubblica, quella del famigerato C.A.F., quando il veltrusconismo ante litteram era appannaggio esclusivo della vecchia Democrazia Cristiana di Giulio nazionaleGiulio (non Tremonti, ma andreotti_omissisAndreotti) e degli altri “amici, compari e picciotti”. All’epoca ricordo che si chiamava consociativismo”, ma sempre inciuci e affari” erano. Non ti nascondo la mia gioia e il mio stupore quando ho ricevuto la tua lettera tanto affabile e garbata. Proprio non me l’aspettavo. Sono rimasto sorpreso da un gesto così affettatamente gentile e compiacente.

Restituisco volentieri la cortesia, per cui ho deciso di offrirti il mio voto (a perdere). Un voto (in)utile ma necessario a far risorgere la nostra scalcagnata Repubblica dalle macerie spirituali in cui è sprofondata. Affido cordialmente a Il ritorno del Monnezzate la mia procura morale, consegno nelle tue mani il mio prezioso investimento per l’avvenire, con la speranza di vederti trionfare e regnare per i prossimi lustri. Per mantenere tutte le promessebrambilla e gli impegni sbandierati ai quattro venti. Per elargire favori a clientele, clan, cosche, consorterie e comitati d’affari (vostri). Io sono un cittadino della sventurata e martoriata Campania. Sommersa dalla spazzatura, dal fango e dal disonore. Tra le altre cose, prometti di “liberare Napoli e la Campania dalla montagna di rifiuti sotto la quale sono sepolte. Le accuse sono reciproche e perfettamente sovrapponibili e intercambiabili. Così pure le promesse e i programmi elettorali. Che si senta davvero il tanfo di un “grande inciucio?

Rimetto ai posteri la (nemmeno tanto) ardua sentenza.

Con stima e affetto sinceri,

(*) Tanto i due sono intercambiabili tra loro.

mercoledì, 09 aprile 2008

Le restituisco la tessera elettorale e mi avvarrò del diritto-dovere di non-votare

…saremo sempre così coglioni da non riuscire più a capire che non esistono poteri buoni!  (Bertrand Russel)

Signor Presidente della Repubblica,

alle prossime elezioni ho scelto di avvalermi del mio diritto-dovere di non-votare, perciò Le restituisco la tessera elettorale e Le prometto di riprenderla quando le elezioni ridiventeranno uno strumento veramente democratico e non un modo per spartirsi posti e potere.

I motivi del mio non-voto sono gli stessi delle elezioni scorse, nulla sembra essere cambiato: i programmi elettorali sembrano confezionati proprio per non essere attuati, evitano di affrontare i problemi per i quali la gente aspetta soluzioni.

Il precariato, il caro vita, l’ambiente, le servitù militari e la partecipazione alle future guerre, la riforma elettorale… non rientrano nei programmi elettorali. monk3E poi le liste, e quindi gli eletti, sono imposti ancora una volta dall’alto, senza possibilità da parte degli elettori di esprimere le proprie preferenze; non è stata stimolata alcuna partecipazione della base dei partiti e della società civile alla composizione delle liste, anzi è stata offesa l’intelligenza degli italiani con la farsa delle primarie del PD e della scelta del nomeculo per quanto riguarda il partito di Berlusconi: nell’uno e nell’altro caso è stata solo la magnanimità del “sovrano” a concedere un po’ di partecipazione al sovrano vero che è il popolo! È da riformare il sistema elettorale antidemocratico, contro il quale in Parlamento nessuno si è opposto veramente perché conviene alle segreterie dei partiti, visto che sono loro a decidere gli eletti. È da mandare a casa, è quindi da non sostenere col voto, questa casta politica che è lontano anni luce dai problemi veri della gente e che si accapiglia solo per una poltrona o per uno strapuntino sulla giostra del potere, interessata esclusivamente all’aumento dei già sproporzionatamente ricchi stipendi e appannaggi, dei privilegi e dei finanziamenti.

Tutto questo crea una “distorsione della democrazia”, come dice il vescovo di Caserta mons. Raffaele Nogaro, e riduce le imposizioni dei partiti ad una sorta di “camorra politica”.

Signor Presidente non posso più farmi complice, con il voto, di chi ha ridotto l’Italia come la vediamo! Mi rifiuto di votare per il meno peggio, né voglio più turarmi il naso.

Non andrò a votare perché non mi sento rappresentato da nessuno schieramento; il mio non vuole essere qualunquismo, né la ricerca di una stupida purezza politica, e nemmeno disimpegno: è un gesto di amore politico verso il mio Paese che meriterebbe rappresentanti migliori.

Pensi: se in tantissimi non andassimo a votare! Sarebbe questo il vero “voto utile”: costringerebbe la “camorra politica” dei partiti ad una vera riflessione e ad un reale cambiamento!

Per fortuna c’è una Politica di base, fattiva e onesta, diffusa sul territorio e oscurata dalla politica dei politicanti, che andrebbe messa in evidenza. Da questa bisogna ripartire, tentando di “riportare alla luce” associazioni di volontariato, Vicenza contro la base di guerramovimenti di tutela dei territori, operatori sociali, singoli e gruppi, laici o cattolici, che sono la parte migliore e l’unica speranza per il nostro Paese. Dispiace che questi non vengano mai presi in considerazione dai partiti quando si tratta di comporre le liste elettorali: nemmeno alle prossime elezioni questi cittadini perbene e onesti, che di diritto dovrebbero essere candidati a rappresentarci, non hanno trovato posto né nelle liste della cosiddetta sinistra né, ovviamente, in quelle della destra.

Il mio non-voto, vuole essere un voto per tutti questi non-candidati che quotidianamente e senza clamore, tentano di costruire dal basso e per il basso una politica alternativa perchè un’Italia migliore, prima o poi, sia veramente possibile.   

Con cristiana franchezza 

don Vitaliano Della Sala

Fonte: www.donvitaliano.it

domenica, 06 aprile 2008

I CATTIVI PENSIERI SU MALPENSA

Nelle discussioni di questi ultimi giorni circa il rischio di chiusura corso dall’aeroporto di Malpensa, è mancata l’osservazione della prossimità dell’aeroporto stesso alla base NATO di Solbiate Olona.

Questa base è in piena espansione, anche per la costruzione di alloggi per i militari, perciò tende ormai a sconfinare nella zona dell’aeroporto civile. Che l’operazione colonialistica di Air France sia stata in realtà preparata e favorita dal colonialismo statunitense, è un sospetto che poggia su dati concreti.

Il precedente costituito dagli ostacoli che la base di Sigonella in Sicilia sta creando da anni al traffico aereo civile e ad un aeroporto relativamente piccolo come quello di Fontanarossa, avrebbe dovuto avvisare sul fatto che la presenza nel Nord-Italia di tre basi delle dimensioni di Aviano, Vicenza e Solbiate Olona sarebbe andata inevitabilmente a chiudere lo spazio aereo al traffico civile, considerando che Malpensa ha invece il volume di traffico di un aeroporto intercontinentale.

È chiaro però che, nella cosiddetta “sinistra radicale”,cosa_rossa nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei 11_settembre“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. In effetti è vero che anche una superpotenza super-militarizzata come gli Stati Uniti, non potrebbe coprire con installazioni militari funzionanti tutto questo territorio. Ma allora perché occuparlo? Un discorso che avrebbe dovuto ridimensionare il problema, in realtà è quello che apre il vero problema.

Tutta questa presenza capillare di basi USAu-sapevamu e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione  e nonostante la garanzia di tanta impunità, gli americani siano esseri talmente superiori, sovrumani, puri ed angelici che non ne approfitterebbero mai per contrabbandare in Italia oppiol’oppio afgano e il petrolio iracheno. Con la sua solita impudenza, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, disse in un’intervista televisiva di due anni fa di aver impedito una campagna di stampa che si stava profilando contro di lui negli Stati Uniti, semplicemente minacciando di rivelare il ruolo che aveva svolto la mafia per conto degli USA nell’esproprio dei terreni agricoli utilizzati per la base di Comiso in Sicilia. Comiso costituisce un paradigma interessante dei rapporti che gli USA e la NATO intrattengono con la criminalità organizzata. Anche la base di Comiso non è più realmente operativa, eppure gli Stati Uniti si guardano bene dal mollarla.

Il paradigma-Comiso potrebbe risultare utile anche per analizzare la questione della camorra in Campania e, sino a quattro o cinque anni fa, persino un giornale come “il Manifesto” qualche articoletto sul nesso NATO-criminalità organizzata se lo lasciava ancora sfuggire. Oggi, invece, dopo il ciclone-Roberto Roberto SavianoSaviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. Il fenomeno di divismo che è stato costruito su Roberto Saviano è indice del rilievo che la “Psycological war” gli attribuisce. Saviano è diventato un simbolo di successo da offrire alle giovani generazioni e, non a caso, viene spesso difeso dalle critiche con lo stesso argomento a cui ricorrono i vertici confindustriali, cioè l’accusa di invidia che colpisce ormai ogni manifestazione di dissenso.

Oggi c’è troppo scontento, perciò la “Psycological war” deve cercare di deviarlo su bersagli fittizi, meglio ancora se il colpevole viene individuato fra le stesse vittime. Che “la colpa è nostra” è uno di quegli argomenti che funzionano sempre, dato che non possono essere mai del tutto smentiti per quanto sono generici. Spostare dissensi e discussioni su un piano astratto è quanto di meglio possa ottenere la “Psycological War”, perciò non è un caso che lo stesso editore di Saviano - Mondadori -, abbia pubblicato anche il libro in cui Giulio Tremonti esponeva le sue tesi di “no global” di destra.

Sono risultate  già indicative alcune delle critiche che sono state rivolte a Tremonti, critiche secondo cui l’attuale crisi economico-finanziaria non sarebbe dovuta, come invece sostiene Tremonti, ad eccesso di “mercatismo”, ma, al contrario, al fatto che vi è troppo poco Mercato.

In realtà, si può affermare con altrettanta attendibilità che la crisi sia dovuta ad eccesso di Mercato oppure a mancanza di Mercato, poiché il “Mercato” non esiste:Globo-colonizzazione nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. Anche la “globalizzazione” costituisce un’astrazione ed uno slogan, perciò si può anche essere  “no global” senza accorgersi che il colonialismo e l’affarismo passano per cose concrete come l’occupazione militare di un territorio.

 

FLASH COMIDAD  

 

Conversioni  (1)

La conversione al cattolicesimo del vicedirettore del Corriere della sera Magdi Allam, musulmano non praticante, ha fatto il giro del mondo.

Ma in realtà, il battesimo impartito in VaticanoHitleRatzinger da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israelianaPalestina sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento  e storicamente conflittuale…).

D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);  oppure tutti e tre, come ha fatto Magdi Cristiano Allam.

 

Conversioni (2)

I fondamentalisti del libero mercato sono in crisi, si riscopre il protezionismo, l’intervento statale (cioè il denaro pubblico) non è più un tabù.

Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.

 Il capo della Deutsche Bank, Josef Ackermann, confessa di non credere più nelle capacità di Crisiautoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 11:08 | Permalink | commenti
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giovedì, 27 marzo 2008

Per il popolo del Tibet e contro il feudalesimo lamaista
Cosa era il Tibet prima dell'avvento del socialismo?

Il Tibet è uno dei luoghi più remoti del pianeta. E' un altopiano nel cuore dell'Asia, separato dal sud Asia dalle più alte montagne del mondo, l'Himalaya.

Sei catene montuose dividono la regione in valli isolate. Il Tibet era appartenuto alla Cina da circa 700 anni, ma la mancanza di comunicazioni l'aveva isolato dalla Cina e dal mondo.

Il buddismo penetrò nel Tibet nel secolo VII [1]. Il principe Strong-tsan-gampo, artefice dell'unità del Tibet, usò questa religione nella sua opera di unificazione. Per molto tempo il buddismo fu la religione dell'aristocrazia feudale mentre il popolo praticava riti di sciamani e di clan (religione Bon o Bon-po). A partire dal secolo IX il buddismo si diffuse nel popolo sotto la forma mahayana.

All'inizio del secolo X il partito antibuddista sostenuto dalla vecchia aristocrazia feudale diede vita a persecuzioni contro i buddisti. Ma i buddisti riuscirono ad assassinare il re Lang-darma e vincere. Nel secolo XI il buddismo vinse definitivamente sotto la forma di una nuova corrente denominata tantrismo.

Durante i secoli XI e XII furono costruiti in Tibet numerosi monasteri buddisti con una moltitudine di monaci denominati lama.

Nel 1271 Kublai Khan, fondatore della dinastia mongola degli Yuan (1270-1370), nominò ministro degli affari civili e religiosi il capo della setta buddista più importante del Tibet. La dinastia cinese dei Ming, che regnò dal 1368 al 1644, protesse similmente la religione buddista ma attuò una politica di frammentazione del paese che la indebolì.

Sorse una corrente buddista riformatrice che impose una disciplina monacale severa e l'obbligo portare vestiti e protezioni gialle. Tutto il potere si concentrò nelle mani di due gerarchi supremi: il Panchem-rimpoche e il Dalai-rimpoche (futuro Dalai Lama).

Entrambi furono dichiarati incarnazioni delle divinità buddiste più venerate. Nominalmente l'autorità massima del Tibet era rappresentata dagli imperatori cinesi che riscuotevano le tasse e nominavano funzionari incaricati prelevarle, però i gerarchi buddisti avevano localmente molta influenza. Nel 1639-1640 il mongolo Gushi assassinò il principe locale e trasferì tutto il potere secolare al Dalai Lama.

All'inizio della dinastia dei manchú la Cina ristabilì la relativa sovranità sul Tibet ma il potere reale rimase nelle mani del Dalai Lama e, pricipalmente, nelle mani dei lama supremi che lo circondavano.

Nel Tibet si affermò una forma particolare di regime feudale nella quale i grandi signori (monaci e secolari) dominavano una massa di contadini privati dei diritti e il potere politico era monopolizzato dai gerarchi buddisti.

Al vertice della gerarchia c'era il Panchem-Lama considerato padre spirituale del Dalai Lama che era quello che esercitava il potere temporale. Un autore cinese ha scritto che solo 626 persone possedevano il 93% della terra e della ricchezza nazionale e 70% dei yakes [2] nel Tibet.

Fra loro 333 erano capi dei monasteri e autorità religiose e 287 autorità secolari (contando la nobiltà e l'esercito) e sei ministri di gabinetto [3]. La classe alta era formata da circa il 2% della popolazione e il 3% erano i loro agenti: soprintendenti, amministratori della loro proprietà e comandanti dei loro eserciti privati. L'80% erano servi, il 5% gli schiavi e 10% erano monaci poveri che lavoravano come contadini per gli abati e pregavano.

Nonostante la presunta regola lamaísta della non violenza questi monaci erano frustati continuamente. Oggi, l'attuale Dalai Lama si presenta al mondo come un uomo sacro al quale non interessano le cose materiali. La realtà è che era il proprietario principale dei servi del Tibet.

Secondo la legge era proprietario di tutto il paese ed i relativi abitanti. In pratica la sua famiglia disponeva di 27 proprietà immobiliari, 36 prati, 6.170 servi e 102 schiavi.
Le orribili condizioni di vita delle masse popolari.
La vita dei servi di tibetanos prima di 1949 era breve e durissima. Tanto gli uomini che le donne lavoravano nelle mansioni più sacrificate e nel lavoro forzato, chiamato ulag, per 16 o 18 ore al giorno.

Dovevano dare ai proprietari (che non lavoravano) il 70% della raccolta. Non potevano usare le stesse sedie, le stesse parole, né gli utensili dei proprietari. Erano puniti con le frustate se toccavano una certa cosa del proprietario. Non povano sposarsi né lasciare una proprietà senza permesso del padrone. I servi e le donne erano considerati animali parlanti che non avevano diritto di guardare in faccia i padroni.

 L'esperto studioso del Tibet A. Tom Grunfeld riferisce di una una figlia dei proprietari i cui servi la alzavano per farla salire e scendere le scale [4]. Gli schiavi erano percossi, non li nutrivano e li uccidevano di lavoro. Nella capitale Lhasa i bambini si compravano e si vendevano. La parola donna, kimen, significava stato inferiore di nascita. Le donne dovevano pregare "che io abbandoni questo corpo femminile e rinasca come uomo". I gerarchi religiosi impedivano loro di alzare gli occhi oltre il ginocchio di un uomo.

Era comune bruciare le donne per essere "streghe", spesso perché esse praticavano i rituali della religione Bon. Partorire gemelli era prova che una donna si era accoppiata con uno spirito malvagio e nella campagna era frequente che bruciavano la madre e i gemelli appena nati.

Un uomo ricco poteva avere molte spose e un nobile con poca terra doveva dividere una donna con i propri fratelli. Il popolo ha sofferto costantemente di freddo e di fame. Prima della liberazione nel Tibet non c'era elettricità né strade né ospedali né quasi scuole.

Molti servi diventavano malati a causa della denutrizione mentre alcuni monasteri accumulavano ricchezze ed bruciavano quantità elevate di alimenti come offerte. La maggior parte dei neonati moriva prima di compiere un anno. La mortalità infantile nel 1950 era del 43%. Il vaiolo colpiva un terzo della popolazione e nel 1925 sterminò 7 mila abitanti di Lhasa. La lebbra, la tubercolosi, il gozzo, il tetano, la cecità, le malattie veneree e le ulcere causavano grande mortalità.

La speranza di vita nel 1950 era di 35 anni. Le superstitioni diffuse dai monaci li convincevano ad essere contro agli antibiotici. Essi dicevano ai servi che le malattie e la morte erano causati dai peccati e che l'unica maniera di prevenire le malattie era pregare e dare i soldi ai monaci.

 I signori feudali mantenevano il popolo nell'ignoranza più completa per meglio sottometterlo e per lavargli il cervello. Nel 1951 il 95% della popolazione era analfabeta. La lingua scritta serviva solo per il culto religioso. Il sistema feudale impediva lo sviluppo delle forze produttive. Non permetteva l'uso degli aratri di ferro, estrarre il carbone, pescare, cercare, né realizzare innovazioni sanitarie di nessun tipo.

Non c'erano nè comunicazioni nè commercio né nessuna industria pur elementare. Mille anni prima, quando il buddismo è stato introdotto, si calcola che nel Tibet vivevano 10 milioni di persone, ma nel 1950 ce n'erano solo due o tre milioni.


Come è arrivato il Socialismo nel Tibet?
Il partito comunista della Cina (PCC) si pose un problema rispetto al Tibet: il tremendo ritardo e la dominazione feudale rendeva impossibile lo scoppio di una ribellione dei servi senza un aiuto esterno. Ma era necessario intervenire nel Tibet prima che si trasformasse in un fortezza della controrivoluzione da dove le classi dominanti cinesi abbattute, i signori feudali locali e l'imperialismo potessero mettere in pericolo la giovane Repubblica Popolare Cinese (RPC).

I feudali lamaisti erano stati compiacenti con i colonialisti britannici che entrarono a Lhasa nel 1904 dall'India e con il tentativo nordamericano di riconoscere il Tibet "indipendente" nel 1949 con una rappresentanza all'ONU.

L'esperienza pratica lasciava prevedere che, come in altri posti, la classe dominante locale si sarebbe alleata con le forze imperialistiche per combattere il nemico comune, la rivoluzione socialista trionfante. I comunisti sapevano che la rivoluzione non può essere esportata in un altro paese con le baionette di un esercito occupante ed è per questo che si adoperarono con tatto e prudenza per creare le condizioni di un movimento rivoluzionario ben radicato nelle masse popolari tibetane.

L'esercito popolare di Liberazione (EPL), esercito di contadini rivoluzionari forgiati durante 20 anni di combattimenti e diretti dal PCC, avanzò verso le pianure tibetane nell'ottobre del 1950. Nel Chambo sconfisse facilmente l'esercito inviato dai feudali tibetani ma là arrestò la sua avanzata e trasmise loro un messaggio con una proposta: se il Tibet si fosse integrato nella Repubblica popolare cinese (RPC) il governo dei proprietari dei servi (chiamato di Kashag) avrebbe potuto continuare a governare nel tempo sotto la direzione del governo centrale popolare.

I comunisti non avrebbero abolito le pratiche feudali né avrebbero preso misure contro la religione fino a che la popolazione non avesse sostenuto i cambiamenti rivoluzionari. L'EPL avrebbe protetto le frontiere per evitare un intervento imperialistico.

Il governo feudale accettò la proposta e firmò "l'accordo dei 17 punti" che riconosceva la sovranità cinese e si applicava nelle zone suttomesse al Kashag e non in altre zone tibetane, dove viveva la metà della popolazione [5]. Il 26 di ottobre del 1951 l'EPL entrò pacificamente a Lhasa guidato dal generale Zhang Guojua.


La cospirazione controarivoluzionaria dei lamaisti nobili.
Logicamente i feudali non accolsero i comunisti con le braccia aperte, ma cominciarono a cospirare per provare a perpetuare il loro sistema di dominazione. Fecero il possibile per rendere nemico ai loro servi l'EPL: sparsero voce che i comunisti usavano il sangue dei bambini tibetani come combustibile per i loro camion, li accusavano di "uccidere i cani" per eliminare i cani rabbiosi che terrorizzavano la gente…

Determinati monasteri furono trasformati in centri di attività controrivoluzionaria e in magazzini segreti di armi che la CIA nordamericana inviava dall'India. La mierdaCIA stabilì un centro di addestramento degli agenti tibetani nel campo Hale delle Montagne Rocciose in Colorado per la sua grande altitudine. Inoltre tibetani mercenari furono addestrati nelle basi yanki di Guam e di Okinawa [6]. Complessivamente gli USA hanno addestrato militarmente 1.700 tibetanos durante gli anni 50 e 60. L'EPL aveva l'ordine rigoroso di rispettare la popolazione, la sua cultura e le sue credenze, persino i suoi timori superstiziosi che non potevano essere sradicati rapidamente. I servi furono sorpresi quando furono contrattati per una paga per costruire una strada che collegasse il Tibet con le province centrali. Parecchi servi giovani furono incoraggiati ad istruirsi negli istituti per le minoranze nazionali nelle città dell'est della Cina e imparare la lettura, la scrittura e la contabilità.

Cominciarono ad arrivare merci che migliorarono la vita della popolazione come tè e fosforo, arrivarono i primi telefoni, telegrafi, trasmettitori e le presse e le prime scuole. Nel 1957 6.000 allievi frequentavono 79 scuole primarie. Gruppi di medici cominciarono a trattare e curare la gente compresi i nobili e le mentalità cominciarono a cambiare.

I latifondisti feudali videro in pericolo il loro potere ed organizzarono le prime ribellioni armate nel 1956. Nelle zone in cui vigeva l'accordo dei 17 punti i comunisti incoraggiavano i servi a smettere di pagare il fitto ai monasteri ed ai nobili, la qualcosa esasperava questi ultimi. Nel marzo del 1959 avvenne una ribellione in grande scala sostenuta dalla CIA che che inviò i suoi agenti addestrati e lanciò carichi di munizioni e di mitragliatrici dai velivoli C-130 dell'aeronautica nordamericana.

I monaci e i loro agenti armati attaccarono la guarnigione dell' EPL a Lhasa. I comunisti risposero non solo militarmente ma pricipalmente politicamente. Mille studenti tibetani ritornarono rapidamente dagli istituti per le minoranze nazionali per partecipare ad una grande campagna di cambiamenti rivoluzionari.


La sconfitta del feudalisimo nel Tibet.
Il governo del Kashag che aveva sostenuto la ribellione fu sciolto. In tutte le regioni si crearono degli organi di potere chiamati "uffici per reprimere la sommossa". Il nuovo governo si chiamò "comitato preparatorio per la regione indipendente del Tibet". Fu abolito l'ulag, il lavoro forzato e la servitù.
Gli schiavi dei nobili furono liberati. I conspiratori principali furono arrestati. La donna fu liberata dalla poligamia e della poliandria. I servi smisero di pagare l'affitto ai monasteri e la metà di questi dovettero chiudere. I nomadi di un isolato accampamento chiamato Pala si levarono in armi contro il partito del Dalai Lama [7].

La giornalista britannica Sara Flounders scrive che "milioni di contadini poveri si mobilitarono per espellere gli antichi latifondisti" [8]. I servi anziani hanno ricevuto 20 mila scritture e bestiame della terra, decorati con le bandierine rosse e l'immagine del presidente Mao.

Dopo la sconfitta della ribellione, il Dalai Lama numero 14, chiamato Tenzin Gyatso, fuggì in esilio accompagnato da 13 mila persone della nobiltà e dell'alto clero lamaista con i propri schiavi, guardie armate e carovane dei muli caricati di ricchezze.

La CIA lo trasformò in un simbolo della guerra contro la rivoluzione socialista ed il Partito Comunista. Il Dalai Lama istituì nella città dell'India di Dharamsala "un governo in esilio". A partire dal 1964 figura nella lista dei salariati della CIA che gli assegnò un importo annuale di 180 mila dollari nel quadro di un programma per demolire i regimi comunisti. Il suo "governo" riceveva annualmente 1.7 milione dollari.

Durante gli anni 90 continua a ricevere i soldi della CIA. Da allora questo reazionario continua ad avere un grande supporto dalla lobby anticinese nordamericana, dall'industria di Hollywood che produce le pellicole della propaganda a suo favore [9], dalla Fondazione Nazionale per la Democrazia (schermo della CIA) che finanzia il Fondo Tibet, la radio Voce del Tibet e la campagna internazionale per il Tibet. Nel 1987 fu ricevuto dalla commissione "dei diritti umani" del senato nordamericano. Nell'agosto del 1999 il Dipartimento di stato nordamericano organizzò la sua visita a New York.

I settori anti-comunisti occidentali, come il giudice spagnolo Garzón, denunciano pubblicamente la Cina per il presunto "genocidio" commesso nel Tibet dal 1959. Questo "genocidio" compare nella propaganda anticinese ma nessuno ha fornito la più piccola prova. Tali settori sono quelli che spinsero nel 1989 affinché gli fosse assegnato il premio Nobel "della pace" [10], premio che hanno ricevuto criminali di guerra ben noti come il Henry bush_kissingerKissinger, Menahem Beguin e Simón Peres. Anche se il buddismo proibisce uccidere e tutte le forme di violenza, l'attuale Dalai Lama ha sostenuto calorosamente la guerra della NATO contro la Iugoslavia del 1999. Durante quell'anno a Santiago del Cile si dichiarò contro la persecuzione del criminale PinochetAugusto Pinochet. Egli si trova posizionato perfettamente nel campo degli sfruttatori e dei nemici del popolo. Anche se gode di un'aureola di santità ed è considerato un dio, non è più che uno strumento efficace della controrivoluzione e dell'imperialismo. Per essere accettato dai suoi alleati ha riformato alcune delle tradizioni più orribili ed ha adottato il discorso cinico "dei diritti umani" che ripetono anche gli assassini del governo d'Israele,Militarismo israeliano i militari fascisti colombiani e altri vassalli degli statunitensi, ma il sistema politico che rappresenta è una dittatura religiosa nella quale non esistono diritti politici per le donne né per chi dubita della sua autorità. Per esempio, la setta tibetana dei Shugden formata da cento mila persone esiliate in India che non riconoscono questa autorità è sistematicamente emarginata e perseguitata.

Molti occidentali afflitti e disorientati dalla società borghese, si sentono illusamente attratti dal misticismo lamaista, che provoca il beneficio di buoni commerci dei tibetani. Le autorità cinesi gli offrono di aprire il dialogo in cambio del riconoscimento dell'appartenenza del Tibet alla RPC.


Il Tibet oggi.
Nel 1980 il segretario generale del PCC Hu Yaobang ha visitato Lhasa. Nel settembre del 1987 ebbe luogo a Lhasa un' insurrezione dei monaci nazionalisti che assalirono una stazione di polizia. Nel 1988 ci furono altri disordini. Nella primavera di 1989, nel contesto di un movimento controrivoluzionario in tutta la Cina, sostenuto dall'imperialismo, avvenne una nuova ribellione a Lhasa che portò ad arresti ed alla proclamazione della legge marziale.

Nel 1996 e 1997 a Lhasa esplosero bombe. La tragedia che hanno conosciuto le popolazioni dell'ex URSS alle quali la controrivoluzione capitalistica ha strappato tutti i propri diritti e che hanno subito guerre civili di devastazione (ci ricordiamo delle guerre di Chechenia, Daguestán, Moldavia, la Georgia, Tayikistán, Nagorno-Karabaj,…) è stata evitata dalla decisa determinazionee del PCC sostenuto dalle masse popolari. L'accusa che la RPC forza la popolazione a limitare la sua crescita demografica è negata da entrambi gli antropologi nordamericani che abbiamo citato e che hanno fatto indagini nel Tibet nel 1985 e nel 1988 per incarico della National Geographic Society [11]. Le donne tibetane non sono forzate ad avere un unico figlio, come è il caso della maggioranza del popolo cinese.

Il Tibet è oggi una regione indipendente dell'ovest della RPC che, come tutta la parte occidentale del paese, conosce un minore sviluppo economico e sociale rispetto alle province della costa dell'est. Il 15% della popolazione è povero ma solo 3 distretti della regione appartiengonoe ai 63 più poveri della RPC.

Un Fondo per la riduzione della povertà nel Tibet sviluppa programmi contro la povertà. Il governo prova a innescare il progresso economico di questa regione. Nel 1967 funzionavano 67 fabbriche in tutto il Tibet; nel 1975 250 aziende producevano beni di consumo di base: pentole a pressione, attrezzi, piccoli oggetti elettrici… Nel 1993 c'erano 41.830 piccole imprese. A Lhasa oggi sono attive parecchie fabbriche (di ceramica, di cemento e di birra) e numerosi stabilimenti e officine (tessile, di mobili, tappeti…). E' stata costruita la ferrovia più alta del mondo che mette fine all'isolamento storico tibetano.

Dal 1999 al 2020 si prevede di aumentare la produzione elettrica 3 volte e quella industriale 14 volte. Internet permette agli abitanti delle valli più appartate, ubicate a 4.500 metri di altitudine, di collegarsi con il mondo. I militanti comunisti tibetani sono promossi [12]. L'80% dei quadri dirigenti sono tibetani. La lingua e la cultura tibetana godono di protezione speciale. Si prova a dare impulso al turismo come fonte di sviluppo economico.

I contadini tibetani, liberati della servitù feudale, sviluppano nel regime di contratto familiare, le parcelle di terreno che sfruttano per l'agricoltura e il bestiame. Il PCC considera con ragione che la religione deve essere sottomessa all'ordine sociale socialista [13] e non essere un ariete per la controrivoluzione e la guerra civile come è accaduto nei vecchi paesi socialisti dei Balcani, della Polonia, del Caucaso, dell'Afghanistan e del centro dell'Asia. È per questo che la religione lamaista è autorizzata e rispettata purchè non si trasformi in in un centro organizzato della lotta contro l'ordine socialista che conseguentemente significa appartenenza del Tibet alla RPC.

Le donne tibetane godono di molti più diritti che nell'India, nel Pakistan, nel Nepal e nell'Afghanistan e di moltissimi più diritti che nell'antico Tibet feudale. Le masse in generale similmente godono di più diritti: nel 1999 c'erano 2.632 medici, 95 ospedali comunali e 770 cliniche. La mortalità infantile è nel 1998 del 3%. La speranza di vita è di 65 anni.

C' è un operatore sanitario ogni 200 abitanti. Nel 1997 a Lhasa è stato inaugurato un ospedale moderno. La scolarizzazione dei bambini arriva all' 82% e si realizza in cinese e tibetano. I cittadini cinesi della nazionalità di maggioranza si sono stabiliti nelle città del Tibet e i tibetani emigrano nelle zone più sviluppate alla ricerca di un maggiore benessere economico.

E' possibile trovare degli oggetti di arte e decorativi tibetani nelle vie del centro di Chang-Chun, provincia cinese di Jilin (che si trova nella parte opposta della Cina n.d.t.). Ma il Tibet non è "invaso" da 2 milioni di coloni (di etnia) Han (la più numerosa tra le etnie che popolano la vasta Cina, n.d.t.) come dice la propaganda anticinese.

Secondo il censimento dell'ottobre 1995 il Tibet conta 2.389.000 abitanti dei quali soltanto il 3.3% è di origine Han [14], meno che nel 1990 che era del 3,7% [15]. Nel 1949 si aveva l' 1% di Han. Secondo un rapporto del servizio di investigazione del congresso nordamericano la popolazione Han nel Tibet era nel 1989 del 5%.


Popolazione tibetana (in milioni) in base ai censimenti fatti dalla RPC.
1964 1982 1990 1995
Regione Autonoma Tibet 1.209 1.706 2.096 2.389
Popolazione tibetana 2.501 3.874 4.593
Jose Antonio Egido (*)

***

NOTE     

[1] Serguei Tokarev, Historia de la religión, Editorial Progreso, Moscú, 1990, p.338.
[2] Animales de montaña que parecen vacas peludas.
[3] Han Suyin, Lhasa, the Open City-A Journey to Tibet, Putnam, 1977.

[4] The Making of Modern Tibet, Zed Books, 1987.
[5] Aun hoy la mitad de la población tibetana no vive en el Tibet sino en las provincias de Ganshu, Sicuani y Qinghai.
[6] Chicago Tribune, "La guerra secreta de la CIA en el Tibet", 25 enero 1997, Newsweek, "La guerra secreta en el techo del mundo", 16 agosto 1999 que describe la intervención de la CIA en apoyo a los feudales tibetanos de 1957 a 1965.


[7] Según documentan los antropólogos de la Universidad de Cleveland expertos en Tibet Melvyn C. Goldstein y Cynthia M. Beall en su libro Nomads of Western Tibet,1990.
[8] "La CIA y el Dalai Lama",
www.anti-imperialism.net/lai/Imperialism
[9] Ya en los años 30 produjo "Horizontes perdidos". En 1997 Martin Scorses dirigio "Kundun" considerada una burda falsificación. La película "Siete años en el Tibet" se basa en el libro del nazi austriaco convencido Heinrich Harrer, asesor personal del Dalai Lama.
[10] Este premio, lejos de ser neutral, es concedido por una fundación privada apoyada por el gobierno noruego que representa los intereses de ciertas grandes industrias, que obtiene grandes beneficios de la venta de armas y de las inversiones en Bolsa y que expresa los intereses del capitalismo occidental. Léase "La otra cara de los Premios Nóbel", El País, 21 diciembre 2003.

[11] Dossier elaborado por estos científicos de la revista Asian Survey en 1991.
[12] En 1987 el PCC informó que tenía 40 mil militantes en Tibet.
[13] Véase el informe de Jian Zemin en el XVI Congreso del PCC en el 2003,
www.chinaorg.cn.


[14] Han: nacionalidad ampliamente mayoritaria en China.
[15] Beijing Information, 2 septiembre 1996. 

(*) studioso ed esperto dei problemi delle nazionalità, per diversi anni è stato il responsabile esteri di Herri Batasuna.
Fonte: www.contropiano.org