martedì, 01 luglio 2008
Sottopongo all'attenzione del lettore la "Presentazione" di un'interessante iniziativa editoriale del quotidiano Il Manifesto. storia_dcSi tratta di un contributo molto valido ed utile per la rievocazione e la ricostruzione degli avvenimenti più dirompenti e significativi del 1968, in occasione del suo quarantennale. Fu un anno che mise il mondo sottosopra, rovesciando e travolgendo istituzioni, leggi, norme, principi e valori del passato. Il '68 fu uno dei momenti fatidici e cruciali della storia, in cui i figli uccidono (metaforicamente) i padri, imprimendo una svolta radicale e rivoluzionaria al cammino dell'intera umanità.
 
Presentazione
 
Il decennale del 1968 non fu un anniversario. Proprio in quell’anno si concludeva infatti drammaticamente, con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro da parteBrigate_Rosse delle Brigate rosse, quel lungo ciclo di conflittualità sociali e tensioni politiche che si era messo in moto nella seconda metà degli anni ’60: il lungo ’68 italiano. Solo un anno prima, il 1977 aveva aperto nuove lacerazioni e messo in luce l’emergere di un panorama sociale frammentato, agitato dagli esordi inquietanti e incerti di un diverso sistema produttivo. I nuovi rivoltosi, i “non garantiti” (pionieri di una condizione che sarebbe diventata di massa ), segnavano già la differenza dai fratelli maggiori del ’68, dalla loro mentalità, dalle loro ideologie, dalle loro forme di organizzazione politica, ma non avevano operato una vera e propria soluzione di continuità, vivevano e agivano all’interno di quel medesimo ciclo – peraltro già fratturato al suo interno dalla rivoluzione femminista.
Il ‘68 non era ancora una data “storica”. Cosicché  fu il 1988, il ventennale, il primo anniversario della grande rivolta, l’anno in cui Il Manifesto produsse i dodici fascicoli, uno ogni mese, che oggi vi riproponiamo on line. L’aria era davvero cambiata, il ciclo compiuto, la “controrivoluzione neoliberista” trionfalmente in marcia, sebbene ancora inconclusa.
Gli anni ’80 volgevano ormai al termine ed erano stati teatro di una impietosa resa dei conti con il decennio precedente, laddove l’intreccio tra piazza_fontanafatti sanguinosi, trasformazioni sociali e presa di parola di nuove soggettività era stato dipanato dai tribunali, sciolto in una generale demonizzazione dei conflitti, nel culto della “governabilità” e in una totale diffidenza verso tutto ciò che proveniva “dal basso”.  La passione per gli “affari” sommergeva la politica, e un amore si chiamava ormai “investimento affettivo”. Tutto era cambiato e si poteva dunque cominciare a tracciare un bilancio, avviare una indagine storica, chiedersi cosa era stato, il come e il perché di quegli eventi e di quegli esiti. Senza nulla concedere a un autocelebrazione nostalgica, non si poteva rimanere silenziosi di fronte alla lettura cinica e sprezzante che i pentiti e i parvenus degli anni ’80 davano del decennio dei movimenti.
Si faceva storia ragionando politicamente e si ragionava politicamente guardando alla storia. Ci dedicammo, allora, con questi dodici fascicoli, a una ricostruzione minuziosa dei fatti, a un esame accurato delle idee, dei costumi, delle forme di comunicazione.
Guardando ai movimenti del ’68 su scala mondiale, cogliendone il carattere globale “ante litteram”, nonché le diverse temporalità. Il lungo ciclo di conflitti in Italia non ebbe, infatti, corrispondenti in altri paesi del mondo.
Il maggio francese bruciò in fretta, il movement americano declinò con la fine della guerra vietnamita nel 1975, in Germania restò uno strascico di radicalità isolata e un’eredità tinta di verde, in Cecoslovacchia i carri sovietici avevano chiuso la partita in pochi mesi.
I grandi miti terzomondisti erano caduti uno dietro l’altro. Certo non si poteva imputare a chi aveva manifestato sostenendo la lotta di popolo vietnamitaVietnam_napalm_19721 e cambogiana i boat people e i massacri di Pol Pot, ma quelli erano gli esiti sotto gli occhi di tutti e bisognava farci i conti senza omissioni o ipocrisie. Tuttavia, in quel ventennale, mancava ancora un anno per entrare pienamente nel tempo presente. Il 1989 fu considerato da alcuni come l’effetto di un mancato o interrotto ’68 nell’Europa dell’est, o come un frutto tardivo di quello mondiale; da altri, al contrario, come la certificazione storica della sua conclusione e della sua sconfitta. Certo anche nell’89 una cappa era stata infranta, molte libertà conquistate, una grande voglia di cambiamento si era messa in moto: anche i grigi paesi dell’est ebbero la loro “carnevalata” (così De Gaulle aveva definito il maggio francese).
Ma   avrebbero avuto anche la conseguente quaresima, e cioè il duro apprendistato dell’economia essodi mercato e gli orrori dei nazionalismi contemporanei. L’epoca senza qualità che si è aperta da allora e che ci ha transitati nel XXI secolo apre, all’indietro, nuove domande sull’epoché del  68 e sui suoi effetti, più dense e più ruvide di quelle che ad ogni anniversario puntualmente rispuntano nei media, riducendolo a un passaggio della modernizzazione e della democratizzazione riassorbito dalla storia sempre uguale del potere.
Un assaggio di queste domande, tratto dal numero speciale del 28 aprile 2006 sui trentacinque anni del “Manifesto” in cui già cominciammo a formularle, lo riproporremo a conclusione di questi dodici fascicoli sul 68. Ma poi  bisognerà  riparlarne il prossimo anno, celebrando il ventennale dell’89 che è già dietro l'angolo.
Fonte: Il Manifesto
lunedì, 16 giugno 2008
In marcia (da Acerra a Napoli)
 
Ricevo e diffondo volentieri. I blogger campani sensibili al problema monnezza (e magari in sovrappeso) si mettano in marcia. Sarebbero gradite adesioni anche da blogger  sensibili residenti ai confini della Colonia e all'Estero.

Coordinamento Regionale Rifiuti della Campania
Rete Campana Salute e Ambiente
promuovono per il 21 Giugno 2008
 
LA MARCIA Acerra-Napoli
de "I 1000 del Sì" 
PER UN NUOVO PIANO RIFIUTI SUBITO
***
SÌ alla differenziata umido/secco
perché Impianti di Compostaggio e Trattamento Meccanico Biologico sono una alternativa reale e immediata a soluzioni nocive e costose basate su Inceneritori e Mega-Discariche
Con la differenziata il rifiuto diviene una risorsa. 
 SÌ alle bonifiche
per il Recupero e la Difesa dei nostri territori
devastati da milioni di tonnellate di rifiuti tossico-nocivi
per responsabilità di camorra e malapolitica
I Rifiuti Tossici avvelenano i nostri alimenti e l’acqua che beviamo provocando malformazioni e tumori. 
SÌ a diritti uguali per tutti
perché per i cittadini campani si intendono istituire leggi e tribunali speciali
La Campania fa da trampolino di lancio, col decreto n°90 del nuovo governo, ad iniziative per reprimere le opposizioni al regime.
 ***
Appuntamenti per il 21 Giugno
Ore 9.30 partenza de “I 1000 del Sì” dalla stazione ferroviaria di Acerra
Ore 15.00 arrivo a Piazza Garibaldi - Napoli
Ore 16.00 partenza del corteo regionale da Piazza Garibaldi
Ore 17.00 arrivo a Piazza Dante - Napoli
Ore 17.30 manifestazione nazionale con numerosi ospiti
Per informazioni e per aderire:
domenica, 25 maggio 2008
Ecco il racconto di una docente di Storia testimone oculare degli scontri dell'altra sera davanti alla discarica di Chiaiano: "Così ho visto i poliziotti scatenati picchiare donne e persone anziane"
"Ho avuto la netta sensazione che tutto fosse preordinato. Una carica non motivata. La gente aveva le braccia alte, quelli strappavano gli orologi per farle abbassare."
NAPOLI - Dalla professoressa Elisa Di Guida, docente di storia e filosofia in un liceo di Napoli,Cariche della polizia riceviamo questa testimonianza sugli scontri di ieri sera a Chiaiano: "Io sono nata in quella zona - ci ha raccontato per telefono - ma non abito più lì da tempo. Però mi sento legata a quella gente e a questa brutta vicenda. Così ieri sera ero lì e ho visto cose terribili. Ho avuto la sensazione che tutto fosse preparato, che la polizia abbia caricato improvvisamente senza una ragione, una scintilla. Perciò ho deciso di provare a scrivere quello che avevo visto".
Fonte: www.repubblica.it

<B>"Così ho visto i poliziotti scatenati<br>picchiare donne e persone anziane"</B>
Ecco il racconto della professoressa Di Guida
"Datemi voce e spazio perché sui giornali di domani non si leggerà quello che è accaduto. Si leggerà che i manifestanti di Chiaiano sono entrati in contatto con la polizia. Ma io ero lì. E la storia è un'altra".

<B>Scontri e molotov a Chiaiano<br>Il governo: "Non si cede un metro"</B>"Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme. In prima fila non solo uomini, ma donne di ogni età e persone anziane.
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Cittadini tenaci ma civili - davanti agli occhi vedo ancora le loro mani alzate - che, nel tratto estremo di via Santa Maria a Cubito, presidiavano un incrocio. Tra le 19,05 e le 20,20 i due schieramenti si sono solo fronteggiati. Poi la polizia, in tenuta antisommossa, ha iniziato a caricare.
La scena sembrava surreale: a guardarli dall'alto, i poliziotti sembravano solo procedere in avanti. Ma chi era per strada ne ha apprezzato la tecnica. Calci negli stinchi, colpi alle ginocchia con la parte estrema e bassa del manganello. I migliori strappavano orologi o braccialetti. Così, nel vano tentativo di recuperali, c'era chi abbassava le mani e veniva trascinato a terra per i polsi.
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La loro avanzata non ha risparmiato nessuno. Mi ha colpito soprattutto la violenza contro le donne: tantissime sono state spinte a terra, graffiate, strattonate.
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Dietro la plastica dei caschi, mi restano nella memoria gli occhi indifferenti, senza battiti di ciglia dei poliziotti. Quando sono scappata, più per la sorpresa che per la paura, trascinavano via due giovani uomini mentre tante donne erano sull'asfalto, livide di paura e rannicchiate.
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La gente urlava ma non rispondeva alla violenza, inveiva - invece - contro i giornalisti, al sicuro sul balcone di una pizzeria, impegnati nel fotografare".
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"Chiusa ogni via di accesso, alle 21, le camionette erano già almeno venti. Ma la gente di Chiaiano non se ne era andata. Alle 21.30, oltre 1000 persone erano ancora in strada. La storia è questa. Datemi voce e spazio. Perché si sappia quello che è accaduto.
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Lo stato di polizia e l'atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia".
Elisa Di Guida
(docente di Storia e Filosofia - Napoli)
mercoledì, 09 aprile 2008

Le restituisco la tessera elettorale e mi avvarrò del diritto-dovere di non-votare

…saremo sempre così coglioni da non riuscire più a capire che non esistono poteri buoni!  (Bertrand Russel)

Signor Presidente della Repubblica,

alle prossime elezioni ho scelto di avvalermi del mio diritto-dovere di non-votare, perciò Le restituisco la tessera elettorale e Le prometto di riprenderla quando le elezioni ridiventeranno uno strumento veramente democratico e non un modo per spartirsi posti e potere.

I motivi del mio non-voto sono gli stessi delle elezioni scorse, nulla sembra essere cambiato: i programmi elettorali sembrano confezionati proprio per non essere attuati, evitano di affrontare i problemi per i quali la gente aspetta soluzioni.

Il precariato, il caro vita, l’ambiente, le servitù militari e la partecipazione alle future guerre, la riforma elettorale… non rientrano nei programmi elettorali. monk3E poi le liste, e quindi gli eletti, sono imposti ancora una volta dall’alto, senza possibilità da parte degli elettori di esprimere le proprie preferenze; non è stata stimolata alcuna partecipazione della base dei partiti e della società civile alla composizione delle liste, anzi è stata offesa l’intelligenza degli italiani con la farsa delle primarie del PD e della scelta del nomeculo per quanto riguarda il partito di Berlusconi: nell’uno e nell’altro caso è stata solo la magnanimità del “sovrano” a concedere un po’ di partecipazione al sovrano vero che è il popolo! È da riformare il sistema elettorale antidemocratico, contro il quale in Parlamento nessuno si è opposto veramente perché conviene alle segreterie dei partiti, visto che sono loro a decidere gli eletti. È da mandare a casa, è quindi da non sostenere col voto, questa casta politica che è lontano anni luce dai problemi veri della gente e che si accapiglia solo per una poltrona o per uno strapuntino sulla giostra del potere, interessata esclusivamente all’aumento dei già sproporzionatamente ricchi stipendi e appannaggi, dei privilegi e dei finanziamenti.

Tutto questo crea una “distorsione della democrazia”, come dice il vescovo di Caserta mons. Raffaele Nogaro, e riduce le imposizioni dei partiti ad una sorta di “camorra politica”.

Signor Presidente non posso più farmi complice, con il voto, di chi ha ridotto l’Italia come la vediamo! Mi rifiuto di votare per il meno peggio, né voglio più turarmi il naso.

Non andrò a votare perché non mi sento rappresentato da nessuno schieramento; il mio non vuole essere qualunquismo, né la ricerca di una stupida purezza politica, e nemmeno disimpegno: è un gesto di amore politico verso il mio Paese che meriterebbe rappresentanti migliori.

Pensi: se in tantissimi non andassimo a votare! Sarebbe questo il vero “voto utile”: costringerebbe la “camorra politica” dei partiti ad una vera riflessione e ad un reale cambiamento!

Per fortuna c’è una Politica di base, fattiva e onesta, diffusa sul territorio e oscurata dalla politica dei politicanti, che andrebbe messa in evidenza. Da questa bisogna ripartire, tentando di “riportare alla luce” associazioni di volontariato, Vicenza contro la base di guerramovimenti di tutela dei territori, operatori sociali, singoli e gruppi, laici o cattolici, che sono la parte migliore e l’unica speranza per il nostro Paese. Dispiace che questi non vengano mai presi in considerazione dai partiti quando si tratta di comporre le liste elettorali: nemmeno alle prossime elezioni questi cittadini perbene e onesti, che di diritto dovrebbero essere candidati a rappresentarci, non hanno trovato posto né nelle liste della cosiddetta sinistra né, ovviamente, in quelle della destra.

Il mio non-voto, vuole essere un voto per tutti questi non-candidati che quotidianamente e senza clamore, tentano di costruire dal basso e per il basso una politica alternativa perchè un’Italia migliore, prima o poi, sia veramente possibile.   

Con cristiana franchezza 

don Vitaliano Della Sala

Fonte: www.donvitaliano.it

martedì, 08 aprile 2008

(In)utilmente al voto?

Il 13 e 14 aprile è prevista la spartizione delle spoglie di ciò che resta di un paese straziato, mutilato ed incarognito da 15 anni di governi che hanno applicato con cipiglio selvaggio le ricette avvelenate dello sfruttamento  neoliberista. Tutti gli schieramenti sono in cerca di legittimazione e di voti.

Ne ha bisogno la destra del PdL, che è consapevole della grande opportunità di poter tornare a governare per continuare gli scempiMi alzo e me ne vado! Si vergogni! che fino al 2006 aveva deliberatamente compiuto in tutti i campi, sociale, economico, politico ed istituzionale; ne ha bisogno il PD, nuovo soggetto interclassista del centro, che è consapevole della sua capacità di offrire nient’altro che un’immagine nuova rispetto al PdL, senza sottrarsi alle pressioni del capitalismo nostrano. Ne va in cerca l’UDCcasini papalina per riprendersi un posto centrale e al sole, e come lei la Sinistra Arcobaleno, priva di un progetto politico che non sia quello di non sparire dal parlamento. L’appello al voto di coalizione delle ultime elezioni cede oggi il passo alla ruffianeria del voto utile (votare PD per sconfiggere BerlusconiAnche i ricchi e i potenti soffrono e viceversa) o alla disperazione del richiamo del voto necessario ed identitario per una lista od partito che riflettano il più possibile inclinazioni e frammenti di opzioni etiche, ideologiche, religiose, localiste,  che catturino le allodole. Intanto stanno come gli avvoltoi le confederazioni padronali, inserendo loro rappresentanti in tutti e due i maggiori schieramenti, mentre le burocrazie di comitati_d_affariCgil-Cisl-Uil balbettano “PD, amico mio”, delegando ormai solo alla politica la ricerca di soluzioni compatibili  e espropriando i lavoratori di ogni voce in capitolo.  Ma questa volta non è più in gioco l’argine a Berlusconiberlusconi-12 e nemmeno lo scongiurare l’instaurarsi di un regime clerical-fascista, bensì l’affermarsi “bipartisan” di un blocco di potere di affaristi, caimani, tecnocrati di Stato e sfruttatori che hanno il solo scopo di vampirizzare l’intero tessuto sociale italiano. Tutte le leggi finanziarieVauro su evasione fiscale dal 1994 in poi sono lì a dimostrarlo, la stragrande maggioranza dei contratti di lavoro e gli accordi di partneriato in nulla hanno contrastato l’inarrestabile impoverimento della classe lavoratrice e la depredazione di servizi sociali e dell’ambiente. Non ci interessa dare patenti di  qualunquismo o considerare rivoluzionari coloro che decideranno di non votare per una critica radicale al sistema parlamentare o per la somiglianza tra i 2 maggiori schieramenti, né dare degli illusi a quelli che decideranno nonostante tutto  di esercitare il diritto di voto.

Quello che ci interessa è che il 13 e 14 aprile non siano la consacrazione finale di un modo di intendere la politica che affermi la supremazia del “palazzo”Io sono il signore dio tuo sulla società, la decisività dei giochi parlamentari sui conflitti sociali, le ragioni della mediazione inter-partitica sulle pressioni e sui movimenti dal basso della società. Il combinarsi di una legge elettorale garantista per vinti e vincitori e la tattica ricombinatoria del PD costringono ad una corsa centripeta verso il parlamento e verso il rafforzamento del potere esecutivo che ha il solo scopo di ridurre spazi ed inibire quei movimenti che possono ancora esprimere conflittualità sociale dal basso.

E che - per capacità di auto-organizzazione ed autogestione - possono rendersi protagonisti di incisive lotte_sindacalilotte anticapitaliste, operaie e sindacali, ecologiste ed ambientali, pacifiste ed antimilitariste, dei migranti e contro la repressione dello Stato, femministe e laiche ed anticlericali. Se da un lato oggi il compito urgente è quello di smascherare i disvalori del neoliberismo (l’individualismo, la competizione, l’arroganza, la corruzione, l’ignoranza, l’ingiustizia, la deregolamentazione della vita civile, la precarizzazione delle vite individuali...) che albergano nel PD come nel PdL, dall’altro è tutto da  rinnovare e praticare il valore della libertà nella solidarietà, nella difesa e nella pratica degli spazi di organizzazione, nella rivendicazione e tutela dei diritti individuali e collettivi delle persone, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei e delle migrantimigranti. Questi movimenti e queste lotte continuano ad avere  davanti a sé un futuro? Siamo certi di sì, se non si cadrà nell’illusione che le elezioni sono l’unica occasione di mutamento strutturale; siamo certi di sì, se avremo sedimentato la consapevolezza che il neoliberismo capitalista dei nostri tempi ha sempre uno Stato ed un governo su cui scommettere. Questa è la nostra opzione: lavorare per la capacità politica di esprimere auto-organizzazione e conflitto da parte di tutti i soggetti interessati ad un mutamento radicale della società in senso autogestionario ed egualitario.

 Noi, con il nostro modo caratteristico di far politica, dal basso e collettivo, assembleare ed autogestito, comunista ed anarchico, porteremo avanti il nostro impegno prima e dopo il 13-14 aprile, affinché viva, si organizzi e lotti la più vasta opposizione sociale ed in movimento per l’alternativa comunista e libertaria.

IL VERO VOTO UTILE E’ QUELLO CHE FAI QUANDO ORGANIZZI ED AUTOGESTISCI LE LOTTE PER I TUOI resistereDIRITTI INSIEME AGLI ALTRI

IL VERO VOTO NECESSARIO E’ QUELLO CHE FAI QUANDO COMBATTI COLLETTIVAMENTE PER FERMARE LA DESTRA ED IL NEOLIBERISMO, IL CLERICALISMO E LO SFRUTTAMENTO

IL VERO VOTO INUTILE E’ QUELLO CHE DAI ALLE BUROCRAZIE PARLAMENTARI DELLO STATO  E DELLA FINANZA

NON RINUNCIARE AI TUOI DIRITTI, NON DELEGARE IL TUO FUTURO LOTTA PER L’AUTOGESTIONE E LA REDISTRIBUZIONE DELLE RICCHEZZE OGGI

Federazione dei Comunisti Anarchici

www.fdca.it

domenica, 06 aprile 2008

I CATTIVI PENSIERI SU MALPENSA

Nelle discussioni di questi ultimi giorni circa il rischio di chiusura corso dall’aeroporto di Malpensa, è mancata l’osservazione della prossimità dell’aeroporto stesso alla base NATO di Solbiate Olona.

Questa base è in piena espansione, anche per la costruzione di alloggi per i militari, perciò tende ormai a sconfinare nella zona dell’aeroporto civile. Che l’operazione colonialistica di Air France sia stata in realtà preparata e favorita dal colonialismo statunitense, è un sospetto che poggia su dati concreti.

Il precedente costituito dagli ostacoli che la base di Sigonella in Sicilia sta creando da anni al traffico aereo civile e ad un aeroporto relativamente piccolo come quello di Fontanarossa, avrebbe dovuto avvisare sul fatto che la presenza nel Nord-Italia di tre basi delle dimensioni di Aviano, Vicenza e Solbiate Olona sarebbe andata inevitabilmente a chiudere lo spazio aereo al traffico civile, considerando che Malpensa ha invece il volume di traffico di un aeroporto intercontinentale.

È chiaro però che, nella cosiddetta “sinistra radicale”,cosa_rossa nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei 11_settembre“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. In effetti è vero che anche una superpotenza super-militarizzata come gli Stati Uniti, non potrebbe coprire con installazioni militari funzionanti tutto questo territorio. Ma allora perché occuparlo? Un discorso che avrebbe dovuto ridimensionare il problema, in realtà è quello che apre il vero problema.

Tutta questa presenza capillare di basi USAu-sapevamu e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione  e nonostante la garanzia di tanta impunità, gli americani siano esseri talmente superiori, sovrumani, puri ed angelici che non ne approfitterebbero mai per contrabbandare in Italia oppiol’oppio afgano e il petrolio iracheno. Con la sua solita impudenza, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, disse in un’intervista televisiva di due anni fa di aver impedito una campagna di stampa che si stava profilando contro di lui negli Stati Uniti, semplicemente minacciando di rivelare il ruolo che aveva svolto la mafia per conto degli USA nell’esproprio dei terreni agricoli utilizzati per la base di Comiso in Sicilia. Comiso costituisce un paradigma interessante dei rapporti che gli USA e la NATO intrattengono con la criminalità organizzata. Anche la base di Comiso non è più realmente operativa, eppure gli Stati Uniti si guardano bene dal mollarla.

Il paradigma-Comiso potrebbe risultare utile anche per analizzare la questione della camorra in Campania e, sino a quattro o cinque anni fa, persino un giornale come “il Manifesto” qualche articoletto sul nesso NATO-criminalità organizzata se lo lasciava ancora sfuggire. Oggi, invece, dopo il ciclone-Roberto Roberto SavianoSaviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. Il fenomeno di divismo che è stato costruito su Roberto Saviano è indice del rilievo che la “Psycological war” gli attribuisce. Saviano è diventato un simbolo di successo da offrire alle giovani generazioni e, non a caso, viene spesso difeso dalle critiche con lo stesso argomento a cui ricorrono i vertici confindustriali, cioè l’accusa di invidia che colpisce ormai ogni manifestazione di dissenso.

Oggi c’è troppo scontento, perciò la “Psycological war” deve cercare di deviarlo su bersagli fittizi, meglio ancora se il colpevole viene individuato fra le stesse vittime. Che “la colpa è nostra” è uno di quegli argomenti che funzionano sempre, dato che non possono essere mai del tutto smentiti per quanto sono generici. Spostare dissensi e discussioni su un piano astratto è quanto di meglio possa ottenere la “Psycological War”, perciò non è un caso che lo stesso editore di Saviano - Mondadori -, abbia pubblicato anche il libro in cui Giulio Tremonti esponeva le sue tesi di “no global” di destra.

Sono risultate  già indicative alcune delle critiche che sono state rivolte a Tremonti, critiche secondo cui l’attuale crisi economico-finanziaria non sarebbe dovuta, come invece sostiene Tremonti, ad eccesso di “mercatismo”, ma, al contrario, al fatto che vi è troppo poco Mercato.

In realtà, si può affermare con altrettanta attendibilità che la crisi sia dovuta ad eccesso di Mercato oppure a mancanza di Mercato, poiché il “Mercato” non esiste:Globo-colonizzazione nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. Anche la “globalizzazione” costituisce un’astrazione ed uno slogan, perciò si può anche essere  “no global” senza accorgersi che il colonialismo e l’affarismo passano per cose concrete come l’occupazione militare di un territorio.

 

FLASH COMIDAD  

 

Conversioni  (1)

La conversione al cattolicesimo del vicedirettore del Corriere della sera Magdi Allam, musulmano non praticante, ha fatto il giro del mondo.

Ma in realtà, il battesimo impartito in VaticanoHitleRatzinger da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israelianaPalestina sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento  e storicamente conflittuale…).

D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);  oppure tutti e tre, come ha fatto Magdi Cristiano Allam.

 

Conversioni (2)

I fondamentalisti del libero mercato sono in crisi, si riscopre il protezionismo, l’intervento statale (cioè il denaro pubblico) non è più un tabù.

Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.

 Il capo della Deutsche Bank, Josef Ackermann, confessa di non credere più nelle capacità di Crisiautoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 11:08 | Permalink | commenti
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sabato, 05 aprile 2008

'68, Capanna: "Cambiamento epocale, oggi va fatto di più"

ROMA - "Il '68 è stato il mondo che per la prima volta è riuscito a guardarsi e a vedersi scoprendo le lancinanti contraddizioni che lo attanagliavano e le possibilità di superamento e da allora lo sguardo su tutte le cose non è più uguale a prima. Ecco perché se ne parla ancora". Lo dice Mario Capanna, leader a Milano del Movimento studentesco sessantottino. Ora presidente della Fondazione diritti genetici, Capanna ricorda il sit-in degli studenti del 15 gennaio 1968, al quale partecipò in Piazza San Pietro a Roma, per protestare contro le espulsioni dall'Università raccontato dall'ANSA e nel suo libro 'Formidabili quegli anni' ripubblicato in questi giorni da Garzanti con una nuova prefazione.

"E' stato - dice Capanna - il mio primo viaggio politico in cui per la prima volta ho dormito anche in cuccetta da Milano a Roma. L'Ansa ha raccontato quel giorno con un'oggettività rara. Seduti sotto l'obelisco di piazza San Pietro eravamo decisi a farci portare via di peso dalla polizia ma il Vaticano non è una controparte come le altre.

Quando arrivò il buio non vennero accesi i lampioni della piazza. Volevano cancellare la protesta facendola inghiottire dalle tenebre, ma noi facemmo incetta di torce nei negozi vaticani trasformando il negativo in positivo, dando un'atmosfera unica alla manifestazione. Ce ne andammo però amareggiati dalla catastrofica notizia del terremoto del Belice, che avvenne proprio quel giorno".

Capanna sottolinea che oggi "nonostante la restaurazione dei poteri e il lamento sado-masochistico dei pentiti, nel luglio dell'anno scorso papa_anatema_satiraPapa Ratzinger, in vacanza sulle Dolomiti, ha parlato del Sessantotto facendo riferimento alla rivoluzione culturale di quegli anni. In senso opposto il presidente francese Nicolas Sarkozysarkozy quando cercava di braccare l'Eliseo disse che 'tutti i mali vengono dal '68' per riuscire a raggruppare i voti di destra con quelli dell'estrema destra. Questo dimostra che tutti devono misurarsi con quel grande cambiamento epocale". "Odio - precisa Capanna - l'amarcord ma questo non significa stare zitti. Quarant'anni è il tempo storico giusto per fare una rivisitazione storica scevra da passioni" e conclude: "guai a noi a pensare di riportare il '68.

Oggi occorre qualcosa di piu' e di meglio. Non disperiamo, succederà qualcosa come capita al nuotatore quando è sott'acqua da troppo tempo".

Fonte: Ansa

sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
sabato, 15 marzo 2008

IL GOLPISMO VELTRUSCONIANO, I COMPLICI E LE COMPARSE

Tratto dal blog QUESTA VOLTA NO

Assieme a tante adesioni ci sono piovute addosso numerose critiche. Alcune di queste, davvero esemplari, le abbiamo pubblicate nel blog qui e qui.

Altri, malgrado l’appello pubblicato su Il Manifesto sia stato firmato con nomi e cognomi, ci chiedono: «Ma chi siete? Dite chi siete!». Siamo uno, nessuno, centomila. Vecchia talpaSiamo centinaia di uomini e donne, giovani e vecchi, astensionisti  imperituri e astensionisti per necessità, movimentisti e partitisti, comunisti e anarchici, trotskysti e stalinisti, incazzati e disillusi, belli e brutti, cani e porci.. ma tutti accomunati dalla medesima consapevolezza che questa volta più che mai solo una consistente crescita dell’astensione (quale che sia la modalità: non andando a votare, annullando la scheda) è il solo segnale davvero dirompente che possa far saltare il banco, la cui posta in palio è la fondazione di una terza repubblica bipartitica, presidenzialista, postdemocratica.

Una volta questo passaggio sarebbe stato chiamato colpo di Stato. Oggi i due blocchi sistemici possono fare a meno di ricorrere alla forza perché convinti di trascinare alle urne tv_fleboun popolo inebetito, assuefatto, addomesticato. Cionondimeno queste elezioni, il cui esito è già scritto, rappresentano un passaggio di fase eversivo. Un’astensionismo di massa delegittimerebbe e quindi fermerebbe questo plebiscito biforcuto simil-democratico. C’è chi ci ha risposto che si dovrebbe appunto votare o l’Arcobaleno oppure una delle diverse liste comuniste che si presenteranno. Ci dispiace, non siamo daccordo.


Analisi concreta della situazione concreta.
1° L’arcobaleno, è sotto gli occhi di tutti, regge il moccolo al PD e quindi sta al gioco. Invece di alzare barricate il ceto politico Arcobalenista punta solo a ritagliarsi una nicchia per tirare a campare nel futuro sistema golpista.

Ieri erano complici del massacro sociale di Prodi-Schioppa, oggi sono conniventi coi killer della Cosituzione. Un voto all’Arcobaleno è quindi, sia un goffo tentativo di legittimazione postuma dell’operato del governo Prodi, che un gesto di stolta correità, per quanto indiretta e in buona fede, con le due destre (Do you remember Fausto?).bertinotti-vauro

2° Potra’ arginare la minaccia incombente un due per cento che piglieranno le liste comuniste? Certo che no! Scommettiamo che chi le ha presentate canterà vittoria per avere magari superato la soglia dell’uno per cento. Non facciamo affatto spallucce su questa eventuale risicata affermazione.

Diciamo piuttosto che non c’è corrispondenza tra un risultato consolatorio e un risultato politicamente efficicace. Capiamo chi vuole affermare, non fosse che per dispetto, la propria alterità ideologica, ma anteporre questa affermazione identitaria (per altro con le modalità di un’accanita competizione intergruppettara) alla possibilità di dare un colpo letale (di massa) al golpismo veltrusconiano, significa essere politicamente irresponsabili.

Significa anteporre i propri interessi di bottega alla causa di un popolo, significa separarsi dalla parte più dinamica e sveglia di questo stesso popolo. Che la marea reazionaria montante non sia assimilabile al fascismo è ovvio. Tuttavia non sarebbe male che i comunisti di oggi imparassero dagli errori catastrofici compiuti da quelli di ieri negli anni ‘20 a causa del loro estremismo settario e parolaio.

Essi non seppero e non vollero vedere che l’avvento del fascismo non era soltanto un mero cambio di personale dirigente dello Stato liberale, che esso era la tomba della democrazia e quindi del movimento operaio. Si rifiutarono quindi sia di lottare armi in pugno coi fascisti, sia di costruire un fronte unito antifascista.

Si rifiutarono infine, nel 1924, di partecipare all’Aventino, ovvero di costruire un anti-parlamento che delegittimasse e sabotasse  quello dominato dai fascisti e dai monarchici. Preferirono restare in quello di Mussolini,Benito Mussolini aiutando il Duce nel suo tentativo si legittimare democraticamente la propria dittatura. Il fattore più importante della scena politica italiana sta infatti diventando il distacco di settori crescenti della popolazione dal sistema politico (non solo dalla casta). E’ proprio questo esodo, questo Aventino, a spingere l’oligarchia a fondare una terza repubblica in cui possa fare a meno di un trasparente e consapevole consenso democratico. Chi non sostiene questa tendenza di fondo, questo Aventino popolare in corso d’opera, chi deliberatamente si separa da esso invece di sposarlo e politicizzarlo, non avrà un grande avvenire.

Egli pagherà la decisione di aver accettato di fare la comparsa in una competizione truccata, dall’esito prestabilito, di averla legittimata come democratica.

postato da: luciospartaco alle ore 10:41 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 14 marzo 2008

DECEREBRATI

Non so se avete osservato i risultati del sondaggio Ipr Marketing, pubblicato dal quotidiano Il Sole 24 ore utile come lettiera per gli uccellini in gabbia, sulle intenzioni di voto dei lavoratori dipendenti relativo a quella massa di decerebrati che costituiscono il 74,3% dei votanti (quelli che restano forse l’hanno capita).

Un capolavoro. Sostanzialmente i due molossi  si spartiscono i voti con una leggera prevalenza per il pifferaio romano, ma se andiamo ad osservare i dati relativi ai dipendenti con reddito medio basso beh allora vince il cavaliere con più di tre punti di scarto. Interessante il dato per coloro che appartengono alla fascia medio alta, infatti la situazione si ribalta con uno scarto di più del 10% per i veltroniani...

Se poi analizziamo i dati per i dipendenti pubblici notiamo un 40,5% per il pifferaio romano ed un 34,1 per il partitone di plastica. Ma se  scorriamo verso i dipendenti privati. ebbene nel loro complesso si ripartiscono con una leggera prevalenza per i berlusconiani. Ma veniamo alle armate brancaleone che insieme dovrebbero prendersi un poderoso 1,3% alla faccia degli arlecchini con il loro 8,5 % (cantano vittoria ma non si rendono conto che sono molto meno della somma dei tre partitini che hanno sostenuto un governo di merda).

Ma ciò che interessa non è il misero risultato potenziale dell’armata dei Branca ma la loro futilità, pensate non riescono nemmeno ad unirsi, si stanno facendo le scarpe per raccogliere le firme per la presentazione delle liste e sarebbero disponibili ad inserire anche il lettore di queste note nei loro elenchi. Ma non definirei nemmeno settarismo un tale comportamento ma solo il prodotto di un fallimento totale.

Si sa che quando una barca affonda tutti si ritirano e cercano di salvare se stessi a discapito dell’altro. I loro proclami poi… Interessante il dato degli imbecilli che ritengono di essere indecisi ossia a chi porgere il didietro che oscillano attorno al 17%. Non ritengo plausibili i dati dei sondaggi ma questo rivela chiaramente la condizione devastante che continuano ad alimentare i decerebrati per i quali dovremmo prospettare ed augurarci un futuro migliore.

Infine potrei aggiungere che il processo di lobotomizzazione dei lavoratori attratti dalla politica oscilla attorno al 67%. A voglia Grillogrillo a blaterare a dritta e a manca. A voglia osservare ogni giorno i lavoratori che crepano sul posto di lavoro, a voglia farsi venire la depressione osservando lo spettacolo dei rifiuti a Napoli, a voglia bestemmiare per i salari di merdaeconomia con le solite massaie intervistate che piangono per non arrivare alla fine del mese. A voglia fare manifestazioni contro il precariato o le inchieste sul problema della casa… A voglia. Tanto il fascino di andare ad inserire un pezzo di carta in un’urna resta sempre l’attività più qualificante per i lavoratori che come dei topi sperano che il pifferaio li porti verso il formaggio mentre sanno benissimo che precipiteranno in mare. Così continueremo a sorbirci le solite menate dell’autonomia, dell’autoorganizzazione, della coscienza di classe e di quant’altro rimane della chincaglieria dei minoritari.

Intanto il modo di produzione capitalistico si sta dimostrando non più in grado di riprodursi ed il cancro che lo attraversa logora con esso anche la materia cerebrale di coloro che dovrebbero prendere in mano i loro destini. Meglio andare al mare a prendere la tintarella. 

Antonio Pagliarone