giovedì, 28 agosto 2008

L’AMERICAN DREAM DEI REAZIONARI EUROPEI

La guerra in Georgia ha costituito un indiretto insuccesso militare degli zio_samStati Uniti, che è stato interpretato da alcuni come un segno significativo del declino americano, cosa che, sempre secondo alcuni, potrebbe favorire uno sganciamento dell’Europa dal dominio USA. Non c’è dubbio che la vittoria russa in Georgia abbia incontrato una malcelata simpatia nei gruppi dirigenti europei, stanchi dei soprusi statunitensi ed ansiosi di ritrovare un margine di manovra tramite il contrappeso russo.

Il problema è però che il dominio americano non rappresenta un semplice riflesso della Potere alienopotenza militare ed economica degli USA. Anzi, sin dal 1946 - anno di inizio di ciò che è impropriamente definito “impero americano” - le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti per realizzare i propri progetti di dominio globale sono risultate sempre più evidenti. La storia militare statunitense di questi ultimi sessanta anni è, infatti, più una storia di insuccessi militari che di vittorie. Già prima delle sconfitte nella guerra di Corea, i marines americani diedero prove disastrose sul terreno quando accorsero in appoggio di Chiang Kai-shek  nella guerra civile cinese, che vide poi la vittoria dei comunisti di Mao Tse Tung.

Fu nella guerra di Corea che il comandante in capo delle forze USA e ONU, Mc Arthur, inventò la formula propagandistica per la quale gli eroici soldati statunitensi venivano defraudati della vittoria dai loro pavidi dirigenti politici, timorosi di vincere davvero la guerra.

Questo tipo di propaganda vittimistica fu utilizzato poi massicciamente durante la guerra del Vietnam e negli anni successivi a quella guerra. Il vittimismo militare americano costituì infatti l’oggetto di famosi film come “Apocalypse Now”, in cui un pelato Marlon Brando pronunciava un monologo in cui attribuiva la sconfitta in Vietnam all’incapacità americana di emulare i Vietnamiti in fatto di crudeltà, e si richiamava ad un episodio in cui i Vietcong avrebbero tagliato un braccio a dei Vietnam_napalm_19721bambini loro connazionali, colpevoli di essersi lasciati vaccinare dai soccorrevoli soldati americani; questo episodio di crudeltà dei Vietcong non ha nessun riscontro in nessuna delle cronache dell’epoca, perciò costituisce una pura invenzione, anche se, grazie all’impatto del film, ha assunto la consistenza di un fatto realmente accaduto. Gli Stati Uniti hanno quindi costruito una propaganda che aveva il preciso scopo di dissimulare i limiti della loro potenza militare, attribuendo le sconfitte ad un eccesso di scrupoli morali. Tutto il dibattito imposto dalla propaganda americana è sempre infarcito di dilemmi morali, dilemmi tanto più fasulli dal momento che sono dei criminali in servizio permanente effettivo a proporli.

Del resto non si capisce quali scrupoli morali oggi si stiano facendo le truppe ed i mercenari statunitensi in Iraq ed in Afghanistan.iraq

Il dominio statunitense non è quindi legato esclusivamente o principalmente alla potenza militare, ma soprattutto all’alleanza organica con i reazionari di tutto il mondo. In Europa la reazione ha sogno-americanosognato l’America sin dagli inizi del ‘900 e, dalle pagine del “Mein Kampf”, si apprende che Hitler non faceva eccezione. La propaganda statunitense inventa ogni giorno un “nuovo Hitler”, però quello originale era un filo-americano.hitlerbush Nel 1946 le oligarchie europee sono diventate “americane” non per il timore di un’Unione Sovietica prostrata dalla guerra, ma per timore dei loro lotte_operaieoperai. Un avvenimento del 1946 di cui pochi storici si sono occupati - ad esempio: Joyce e Gabriel Kolko - riguarda l’esperienza dei consigli operai nella Germania Est. Questa parte della Germania era stata da sempre la meno industrializzata e, nello stesso periodo, la Germania Ovest deteneva l’ottanta per cento dei suoi impianti industriali ancora intatti, poiché in gran parte di proprietà di multinazionali americane, e infatti i bombardamenti USA si erano concentrati soprattutto sulle abitazioni civili e sulle città d’arte come Dresda.

Nonostante questa inferiorità in fatto di impianti industriali, la Germania Est superò nel corso del 1946 la produzione dell’Ovest, dimostrando che i consigli operai costituivano un’alternativa non solo in termini di giustizia, ma anche di efficienza.

Per un certo periodo, Stalin non si oppose all’esperienza dei consigli a causa dell’impellente bisogno di prodotti industriali da parte della Russia.

Quando gli operai di Berlino Est nel 1953 tentarono di riproporre quell’esperienza, la risposta del potere fu invece una brutale repressione. L’esperienza dei consigli operaioperai è stata screditata anche a causa dell’apologetica dei consiliaristi e dei situazionisti, che li hanno proposti come un improbabile modello di potere assoluto; in realtà la loro validità si dimostrò proprio nel determinare una spinta sociale a cambiamenti molto più vasti e profondi, cosa che determinò il terrore nelle oligarchie europee, che si dimostrarono pronte ad inchinarsi agli USA purché li difendessero da questa prospettiva. Il piano Marshall è presentato nei libri di storia come una grande prova di generosità americana, mentre in realtà costituì un finanziamento governativo alle esportazioni statunitensi; ma la cosa più rilevante è che esso fu accompagnato dalla imposizione di una serie di stretti vincoli alla spesa pubblica dei Paesi europei che determinarono una terribile depressione e una disoccupazione di massa.

Con il piano Marshall arrivarono in Europa anche le basi militari americane e, nel 1949, la NATO.

Le basi americane e NATO  per le oligarchie europee sono come tanti baluardi antioperai sparsi sul territorio, veri e propri templi dell’antioperaismo.

Fonte: Comidad

domenica, 24 agosto 2008

La guerra nel Caucaso è il prodotto dell’imperialismo americano e non solo di conflitti locali, ed è probabile che sia solo un assaggio di eventi futuri. Questa è una storia di espansionismo statunitense, più che di aggressione russa.

 

AUTORE:  Seumas MILNE

Tradotto da  Manuela Vittorelli

 

L’esito di sei lugubri e sanguinari giorni di guerra nel Caucaso ha innescato la nauseante ipocrisia dei politici occidentali e dei mezzi di informazione a essi asserviti.

Mentre i commentatori tuonavano contro l’imperialismo russo e la brutale sproporzione della reazione, il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, fedelmente riecheggiato da Gordon Brown e David Miliband, ha dichiarato che “l’aggressione russa non deve rimanere senza risposta”. no-sex-bushGeorge Bush ha denunciato la Russia per avere “invaso un vicino stato sovrano” e minacciato “un governo democratico”. Una tale azione, ha insistito, “nel XXI secolo è inaccettabile”. Questi sono per caso i capi degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato - insieme alla Georgia, guarda caso - lo stato sovrano dell’Iraq con un falso pretesto causando centinaia di migliaia di vittime? O dei due governi che nell’estate del 2006 hanno bloccato un cessate il fuoco mentre Israele polverizzava le infrastrutture del Bombe sul LibanoLibano e uccideva più di mille civili come rappresaglia per la cattura o l’uccisione di cinque soldati? Dopo tutta questa indignazione per l’aggressione russa quasi si fatica a ricordare che è stata la Georgia a scatenare la guerra giovedì scorso attaccando brutalmente l’Ossezia del Sud per “ristabilire l’ordine costituzionale”, in altre parole il dominio su un’area che non ha mai controllato dal crollo dell’Unione Sovietica. Né, in mezzo a tutto questo sdegno per i bombardamenti russi, c’è stato qualcosa di più di brevi riferimenti alle atrocità commesse dalle forze georgiane contro gli abitanti della capitale Tskhinvali.

Diverse centinaia di civili sono stati uccisi a Tskhinvali dalle truppe georgiane. Tra le vittime ci sono anche alcuni soldati russi che operavano in base a un accordo di pace risalente agli anni Novanta.

“Ho visto un soldato georgiano tirare una granata in un seminterrato pieno di donne e bambini”, ha raccontato martedì ai giornalisti un abitante di Tskhinvali, Saramat Tskhovredov. Sarà forse perché la Georgia è quella che Jim Murphy, il ministro britannico per gli Affari Europei, ha chiamato “una piccola bella democrazia”.

Be’, sarà certo piccola e bella, ma sia l’attuale presidente, Mikheil Saakashvili, che il suo predecessore sono saliti al potere in seguito a colpi di stato appoggiati dall’Occidente, il più recente dei quali è stato graziosamente chiamato “Rivoluzione delle rose”.

Saakashvili è stato allora consacrato presidente con il 96% dei voti prima di instaurare quello che l’International Crisis Group ha di recente definito un governo “sempre più autoritario” e che lo scorso novembre ha brutalmente represso l’opposizione, il dissenso e i media indipendenti. In questi casi “democratico” sembra semplicemente voler dire “filo-occidentale”.

La disputa di vecchia data sull’Ossezia del Sud - e sull’Abchazia, l’altra regione contestata della Georgia - è una conseguenza inevitabile del crollo dell’Unione Sovietica.

Come nel caso della Jugoslavia, minoranze che erano più o meno soddisfatte di vivere da una parte o dall’altra di un confine interno, la cui presenza non influiva molto sulle loro vite, si sono sentite ben diversamente quando si sono trovate dalla parte sbagliata di un confine tra due nazioni.

Negoziare una soluzione per problemi di questo tipo è già difficile in qualsiasi circostanza. Ma aggiungeteci gli War newsStati Uniti, la loro instancabile promozione della Georgia come avamposto filo-occidentale e anti-russo nella regione, i loro sforzi per portare la Georgia nella NATO, il passaggio attraverso il territorio georgiano di un oleodotto cruciale e mirato a indebolire il controllo russo delle forniture energetiche.

Aggiungeteci il riconoscimento, sponsorizzato dagli Stati Uniti, dell’indipendenza del Kosovo - il cui status era stato esplicitamente associato dalla Russia a quello dell’Ossezia del Sud e dell’Abchazia.

Aggiungete tutto questo e capirete che il conflitto era solo questione di tempo. Il coinvolgimento della CIA in Georgia è stato forte fin dai tempi del crollo sovietico. Ma con l’amministrazione BushNO BUSH il paese è diventato a tutti gli effetti un satellite degli Stati Uniti. Le forze armate georgiane sono equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti e Israele.  Quello georgiano è per consistenza il terzo contingente militare in Iraq: di qui la necessità che gli aerei degli Stati Uniti riportassero 800 soldati georgiani in patria per combattere contro i russi. I legami di Saakashvili con i neo-conservatori di Washington sono particolarmente stretti: la società di lobbying presieduta dal consigliere per la politica estera del candidato repubblicano John McCain, Randy Scheunemann, ha ricevuto quasi 900.000 dollari dal governo georgiano a partire dal 2004.

Ma sotto il conflitto della scorsa settimana c’era anche la più ampia ed esplicita intenzione dell’amministrazione Bush di imporre l’egemonia globale degli Stati Unitiu-sapevamu e prevenire minacce regionali, soprattutto quelle rappresentate da una Russia in ripresa. Questo obiettivo era stato espresso per la prima volta quando Cheney era segretario della difesa sotto Bush padre, ma il suo vero impatto si è sentito solo quando la Russia ha cominciato a riprendersi dalla disintegrazione degli anni Novanta. Nell’ultimo decennio l’inarrestabile espansione verso est della NATO ha portato l’alleanza militare occidentale a premere contro i confini della Russia e a penetrare nell’ex-territorio sovietico.

Nell’Europa Orientale e nell’Asia Centrale sono apparse basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo anti-russo dopo l’altro per mezzo di una serie di rivoluzioni colorate.

Adesso l’amministrazione Bushzio_sam si prepara a installare nell’Europa dell’Est un sistema di difesa anti-missile palesemente puntato contro la Russia. La riflessione e il buon senso ci dicono che questa non è la storia di un’aggressione russa, ma dell’espansione imperialista degli Stati Uniti e di un accerchiamento sempre più accentuato della Russia da parte di una forza potenzialmente ostile. Non dovrebbe sorprendere che una Russia divenuta più forte abbia usato il pasticcio dell’Ossezia per limitare quell’espansione.

 

Più difficile da capire è perché Saakashvili abbia lanciato l’attacco della scorsa settimana e perché i suoi amici di Washington lo abbiano incoraggiato.

Se è così, le conseguenze sono state spettacolari, con un costo umano altissimo. E malgrado Bush mercoledì abbia tentato di esprimersi con fermezza, la guerra ha anche smascherato i limiti del potere statunitense nella regione.

Finché viene rispettata l’indipendenza della Georgia - e qui l’opzione migliore è quella della neutralità - non dovrebbe essere un male. Potere alienoIl dominio unipolare del mondo ha ristretto lo spazio della vera auto-determinazione, e il ritorno di un qualche contrappeso va accolto favorevolmente. Ma il nuovo assetto porta con sé dei pericoli. Se la Georgia fosse stata membro della NATO il conflitto di questa settimana avrebbe rischiato un’escalation ben più grave. Lo si vedrebbe bene nel caso dell’Ucraina, che ieri ha offerto materiale per un futuro scontro quando il suo presidente filo-occidentale ha minacciato di limitare il movimento delle navi russe nella base di Sebastopoli, in Crimea.

Con il ritorno dei conflitti tra le grandi potenze, l’Ossezia del Sud è probabilmente solo un assaggio di ciò che verrà.

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L'articolo originale, in lingua inglese, è reperibile al seguente link: http://guardian.co.uk/commentisfree/2008/aug/14/russia.georgia/print

L’autrice della traduzione, Manuela Vittorelli, è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=5717&lg=it

domenica, 06 aprile 2008

I CATTIVI PENSIERI SU MALPENSA

Nelle discussioni di questi ultimi giorni circa il rischio di chiusura corso dall’aeroporto di Malpensa, è mancata l’osservazione della prossimità dell’aeroporto stesso alla base NATO di Solbiate Olona.

Questa base è in piena espansione, anche per la costruzione di alloggi per i militari, perciò tende ormai a sconfinare nella zona dell’aeroporto civile. Che l’operazione colonialistica di Air France sia stata in realtà preparata e favorita dal colonialismo statunitense, è un sospetto che poggia su dati concreti.

Il precedente costituito dagli ostacoli che la base di Sigonella in Sicilia sta creando da anni al traffico aereo civile e ad un aeroporto relativamente piccolo come quello di Fontanarossa, avrebbe dovuto avvisare sul fatto che la presenza nel Nord-Italia di tre basi delle dimensioni di Aviano, Vicenza e Solbiate Olona sarebbe andata inevitabilmente a chiudere lo spazio aereo al traffico civile, considerando che Malpensa ha invece il volume di traffico di un aeroporto intercontinentale.

È chiaro però che, nella cosiddetta “sinistra radicale”,cosa_rossa nessuno si è sentito di subire l’aggressione che il manifestare questi cattivi pensieri su Malpensa avrebbe comportato da parte dei sedicenti “filo-americani” - in realtà feticisti razziali delle oligarchie anglosassoni -, le cui argomentazioni sono di per sé qualificanti: intimidazione, ridicolizzazione, psichiatrizzazione, insulti personali. Eppure tra queste argomentazioni ce n’è anche una interessante: la minimizzazione. Si sottolinea spesso da parte dei 11_settembre“filo-americani” che delle oltre cento basi USA e NATO che sono sul territorio ex-italiano, meno della metà possiede una vera operatività sul piano militare, anzi si tratta a volte di siti in cui si trova un’antenna radar o poco più. In effetti è vero che anche una superpotenza super-militarizzata come gli Stati Uniti, non potrebbe coprire con installazioni militari funzionanti tutto questo territorio. Ma allora perché occuparlo? Un discorso che avrebbe dovuto ridimensionare il problema, in realtà è quello che apre il vero problema.

Tutta questa presenza capillare di basi USAu-sapevamu e NATO ottiene infatti il risultato di sottoporre l’intero territorio ex-italiano a servitù militare ed al segreto militare. I “filo-americani” si dicono convinti che, nonostante tutto questo territorio a disposizione  e nonostante la garanzia di tanta impunità, gli americani siano esseri talmente superiori, sovrumani, puri ed angelici che non ne approfitterebbero mai per contrabbandare in Italia oppiol’oppio afgano e il petrolio iracheno. Con la sua solita impudenza, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, disse in un’intervista televisiva di due anni fa di aver impedito una campagna di stampa che si stava profilando contro di lui negli Stati Uniti, semplicemente minacciando di rivelare il ruolo che aveva svolto la mafia per conto degli USA nell’esproprio dei terreni agricoli utilizzati per la base di Comiso in Sicilia. Comiso costituisce un paradigma interessante dei rapporti che gli USA e la NATO intrattengono con la criminalità organizzata. Anche la base di Comiso non è più realmente operativa, eppure gli Stati Uniti si guardano bene dal mollarla.

Il paradigma-Comiso potrebbe risultare utile anche per analizzare la questione della camorra in Campania e, sino a quattro o cinque anni fa, persino un giornale come “il Manifesto” qualche articoletto sul nesso NATO-criminalità organizzata se lo lasciava ancora sfuggire. Oggi, invece, dopo il ciclone-Roberto Roberto SavianoSaviano, un argomento del genere è diventato un tabù. Ormai è proibito parlare di criminalità organizzata se non in termini strettamente autorazzistici. Il fenomeno di divismo che è stato costruito su Roberto Saviano è indice del rilievo che la “Psycological war” gli attribuisce. Saviano è diventato un simbolo di successo da offrire alle giovani generazioni e, non a caso, viene spesso difeso dalle critiche con lo stesso argomento a cui ricorrono i vertici confindustriali, cioè l’accusa di invidia che colpisce ormai ogni manifestazione di dissenso.

Oggi c’è troppo scontento, perciò la “Psycological war” deve cercare di deviarlo su bersagli fittizi, meglio ancora se il colpevole viene individuato fra le stesse vittime. Che “la colpa è nostra” è uno di quegli argomenti che funzionano sempre, dato che non possono essere mai del tutto smentiti per quanto sono generici. Spostare dissensi e discussioni su un piano astratto è quanto di meglio possa ottenere la “Psycological War”, perciò non è un caso che lo stesso editore di Saviano - Mondadori -, abbia pubblicato anche il libro in cui Giulio Tremonti esponeva le sue tesi di “no global” di destra.

Sono risultate  già indicative alcune delle critiche che sono state rivolte a Tremonti, critiche secondo cui l’attuale crisi economico-finanziaria non sarebbe dovuta, come invece sostiene Tremonti, ad eccesso di “mercatismo”, ma, al contrario, al fatto che vi è troppo poco Mercato.

In realtà, si può affermare con altrettanta attendibilità che la crisi sia dovuta ad eccesso di Mercato oppure a mancanza di Mercato, poiché il “Mercato” non esiste:Globo-colonizzazione nel migliore dei casi è un‘astrazione funzionale alle ipotesi economiche; nel caso peggiore - e più frequente - è un mito della propaganda che serve a mascherare le vere responsabilità, creando l’illusione di un’entità superiore e impersonale che sovrintende alle umane vicende. Anche la “globalizzazione” costituisce un’astrazione ed uno slogan, perciò si può anche essere  “no global” senza accorgersi che il colonialismo e l’affarismo passano per cose concrete come l’occupazione militare di un territorio.

 

FLASH COMIDAD  

 

Conversioni  (1)

La conversione al cattolicesimo del vicedirettore del Corriere della sera Magdi Allam, musulmano non praticante, ha fatto il giro del mondo.

Ma in realtà, il battesimo impartito in VaticanoHitleRatzinger da Benedetto XVI è solo la consacrazione di una conversione già avvenuta: quella all’occidentalismo. Allam ha difeso ad oltranza la politica criminale dell’amministrazione USA, ha dato il suo appoggio incondizionato all’aggressione israelianaPalestina sui palestinesi, ha sostenuto con tetro piglio autorazzista le tesi americane sul cosiddetto “terrorismo islamico”, ha svolto dove e come ha potuto la sua funzione di provocatore islamofobo (…la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento  e storicamente conflittuale…).

D’altro canto seguire il catechismo dell’occidentalista offre serie opportunità di successo, editoriale e non, persino ad un “immigrato” come Allam; basta utilizzare l’islamofobia (Fallaci) o l’autorazzismo (Saviano) o l’anticomunismo (Pansa);  oppure tutti e tre, come ha fatto Magdi Cristiano Allam.

 

Conversioni (2)

I fondamentalisti del libero mercato sono in crisi, si riscopre il protezionismo, l’intervento statale (cioè il denaro pubblico) non è più un tabù.

Joseph Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e pasdaran del liberismo, lancia appelli drammatici perché i governi salvino, con massicci programmi di spese, l’economia mondiale dal crollo.

 Il capo della Deutsche Bank, Josef Ackermann, confessa di non credere più nelle capacità di Crisiautoguarigione del mercato, e sostiene la necessità di un intervento regolativo dello Stato. Com’è noto il libero mercato non è mai esistito; il mito del libero mercato è stato usato come randello coloniale per piegare i paesi colonizzati e invaderli con le merci dei colonizzatori; ma l’affarismo criminale si è potuto sviluppare solo con la certezza di essere salvato dallo Stato in caso di difficoltà.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 11:08 | Permalink | commenti
categoria:religione, libero pensiero, dibattiti, 11 settembre, ingiustizia, capitalismo, lotta di classe, banche armate, no vat, oppio dei popoli, mercato delle vacche, igiene mentale, imperialismi, cervelloni, vandalismi e devastazioni, terrorismo mediatico, opportunismo politico, terre madri, vertenze g-locali, potere criminale, sfruttamento globale, padroni e padrini, machiavellismi, clericalismo mafioso, inganni e menzogne globali, ipocrisie e perversioni vaticane, illuminati e oscurati, affarismo criminale, razzismo e imperialismo, globocolonialismo, antimperialismo e terzomondismo, cretinismo parlamentare, corruzione politica, guerre interne, adesioni e solidarietà, lotte e movimenti, aldilà e aldiqua, fregature eterne, antagonismo sindacale, tam tam antagonista, guerre ed affari, militarismo e nazionalismo, firme dautore, antiamericanismo globale, sinistre e sinistri, turbocapitalismo sfrenato, nuovi populismi, alienazione sociale, amarezze e delusioni, motore del mondo, meridionalismo, menzogne e mistificazioni, efficientismo militare, emergenze permanenti, banche e usurai, lobbies e logge, democrazia armata, oro nero e oro blu, acqua santa, internazionalismo rivoluzionario, nuovi schiavismi, liberismo e protezionismo, classismo e xenofobia, lotta contro le multinazionali, i-mitologia affarista, propaganda ideologica borghese, provocazioni filoamericane, banca-rott-ieri, panacea miracolosa, panza e finanza, comunicati e scomunicati, diabolik cattivik e cattolik, psicosomatici e psicopatici, antagonismo sociale, chierici s-clero-tici s-cler-ati, apologia dellimbecillità, anticonformismo di sinistra, affarismo e buonismo, sinistra benpensante e perbenist, mitologia del capitale, idolatria borghese, liberi e diseguali
giovedì, 20 marzo 2008

L’OCCIDENTE È UNA GERARCHIA RAZZIALE

In uno dei suoi discorsi elettorali, Berlusconisilvio_generale ha parlato della crisi che sta arrivando dagli Stati Uniti ed ha proposto come soluzione “lavorare di più”, tanto per cominciare una ulteriore defiscalizzazione degli straordinari che rischia di portare la giornata lavorativa a quattordici ore, e le infortuni_lavoromorti sul lavoro a cifre ora inimmaginabili. Un ambiente politico sempre pronto a gettarsi sulle gaffe di Berlusconi, ha accettato senza protestare l’assurdità insita nel suo discorso: visto che gli Stati Uniti ci hanno messo nei guai, allora continuiamo a fare quello che ci dicono. C’è la tentazione da parte di molti critici del sedicente “liberismo”, di considerare l’incombente crisi economica come un imminente Giorno del Giudizio, un’occasione per una collettiva presa di coscienza che consenta di superare almeno gli aspetti più biechi dell’attuale assetto economico mondiale.

Il punto è però che l’economia costituisce un’astrazione, un concetto di sintesi, mentre gli affari sono cose concrete, che portano nomi, cognomi, indirizzi e numeri di telefono.

L’affarismo non si fa fermare dalla crisi economica in sé, perché ogni affare mobilita denaro; un denaro che è in grado di produrre, attraverso i media, anche una realtà virtuale pronta a giustificare ulteriori incursioni affaristiche nella spesa pubblica.

Non è un caso quindi che le cosche affaristiche anglo-americane, che ci hanno condotto alla situazione attuale, vengano ancora una volta riconosciute come la leadership che ci dovrebbe guidare tra i marosi dell’inflazione, della depressione, della miseria e della disoccupazione.

Ognuno di questi mali può essere occasione di nuovo sfruttamento e nuovo business, e l’opinione pubblica può essere ogni volta convinta che la migliore soluzione del male è di affidarsi a chi l’ha provocato. L’attuale dibattito sulla crisi deve anche mettere sull’avviso coloro che si illudono che il raggiungimento della verità sull’1111 settembre settembre possa distruggere il mito su cui si fonda l’attuale sistema di dominio sovra-nazionale. La cosa più probabile è invece che una caduta della versione ufficiale sull’11 settembre venga salutata dai media come un’ennesima vittoria della democrazia americana.  Allo stesso modo in cui la scoperta che Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa, non ha delegittimato l’invasione dell’Iraq, così la scoperta che osama_bin_ladenBin Laden non c’entra nulla con l’11 settembre, non servirebbe a delegittimare l’attuale occupazione dell’Afghanistan. Il dominio coloniale sugli Iracheni e sugli Afgani non ha nessuna difficoltà ad essere giustificato dai media con la necessità di educare alla democrazia delle popolazioni che, senza la illuminata guida dell’Occidente, ritornerebbero all’originario oscurantismo. Persino la rivelazione che oggi è la NATO in prima persona a gestire in Afghanistan il traffico di droga ed in Campania il traffico di rifiuti tossici, in sé non cambierebbe nulla. Una rivelazione del genere farebbe la fine di quelle sulle torture nella prigione di Abu Ghraib: gli Stati Uniti dimostrano ancora una volta di essere capaci di superare i propri errori.

La stessa NATO venti anni fa si giustificava come alleanza necessaria a fronteggiare la minaccia sovietica, ma ora che questa minaccia non c’è più, nemmeno la cosiddetta cosa_rossa“sinistra radicale” si azzarda a proporre l’uscita dell’Italia dalla NATO, e ciò per puro timore delle accuse di antiamericanismo, che comporterebbero una vera e propria morte civile. In realtà l’11 settembre non è stato un mito fondante, ma una messinscena funzionale ad uno scopo specifico del momento, cioè consentire alla cosca Bush-Cheney-Rumsfeld di mettere le mani sul denaro pubblico americano, superando ogni opposizione delle altre cosche.

Il vero mito fondante del dominio coloniale non sta in questo o quell’episodio, ma in una ideologia onnipresente che non concede mai pause né sconti: il razzismo. Nella puntata di Report di domenica 16 marzo 2008, la comunicazione razzistica ha raggiunto livelli di sofisticazione tali da far passare GoebbelsGoebbels per un dilettante. Immagini iconografiche di un Robert Kennedy mistico e ispirato hanno preceduto il solito servizio sullo sfacelo amministrativo e antropologico di Napoli. L’accostamento del tutto arbitrario tra una evocazione mitologica ed una rappresentazione tendenziosa di dettagli grotteschi, costituisce un messaggio subliminale di razzismo, tanto più efficace perché si imprime nella mente come immagine invece che come concetto. Persone che rifiuterebbero la superiorità e l’inferiorità razziale come idee, poi le condividono come  presunti “dati di fatto”, proprio perché credono di “vederle” quotidianamente nella rappresentazione mediatica.

Se si va ad analizzare tutta la comunicazione politica di veltroni2Walter Veltroni, essa si riduce a mero culto della superiorità razziale delle èlite americane; ma non potrebbero risultare credibili i miti di superiorità senza l’analoga rappresentazione dell’inferiorità, perciò il culto americanistico risulta inscindibile dal razzismo antimeridionale.  Il cosiddetto “Occidente” è appunto una gerarchia razziale, che ha al suo vertice gli anglo-americani ed alla sua base i popoli meridionali.  Il razzismo funziona sempre in modo bilaterale, perciò se ci si sente superiori a qualcuno, è automatico che poi ci si possa sentire anche inferiori a qualcun altro.

Se, ad esempio, si è antimeridionali, è molto difficile che non si sia parallelamente dediti al culto della superiorità anglosassone.  Nel “Mein Kampf”, Hitler parlava in termini celebrativi degli Anglosassoni e, al tempo stesso, descriveva gli Italiani meridionali come una specie degenerata e inferiore: le stesse tesi di Milena Gabanelli, ma espresse in modo meno insinuante.

Il razzismo non regola soltanto i rapporti etnici e nazionali, ma anche e soprattutto quelli di classe. Le classi vengono cioè fatte percepire inconsciamente come razze, ed i mitici “imprenditori” - che poi non “imprendono” nulla, ma si limitano a “prendere” il denaro pubblico - si propongono non come un gruppo sociale, ma come una razza superiore, dotata di capacità miracolistiche.

Bakunin ha messo più volte in evidenza la immediata disponibilità delle borghesie nazionali al collaborazionismo con la colonizzazione straniera; ciò è logico se si considera che i cosiddetti “imprenditori” non si sentono in relazione sociale col resto della popolazione, ma percepiscono se stessi come una razza a parte.

Il razzismo costituisce quindi una falsa coscienza generalizzata, a cui l’affarismo può sempre fare appello. La superiorità “occidentale” è  data per scontata, quindi non si sospetta mai che dietro la rappresentazione razzistica che i media costruiscono contro altri popoli, possa esservi ogni volta un fine affaristico. Anche quando ciò viene dimostrato per il passato, questa esperienza non viene mai utilizzata come cautela per i messaggi mediatici del presente. Il rapporto con i media rimane ingenuo, cioè non li si coglie per quello che sono: un’arma di distruzione di massa.

           

COMMENTI FLASH

 

LUTTWAK
Durante la puntata della trasmissione “Enigma” dedicata al trentennale del delitto Moro, condotta dal paludato e un po’ intronato Corrado Augias, erano presenti fra gli altri la figlia di Moro e il professor Edward Luttwak, politologo e propagandista della superiorità morale, militare e politica degli USA.

La figlia di Moro lasciava capire in modo più che esplicito come suo padre fosse stato minacciato e intimidito da Kissingerbush_kissinger e compagnia proprio durante un viaggio in USA. Ad un certo punto Augias mette alle strette Luttwak chiedendogli se gli USA c’entrano qualcosa con Moro. L’ovvio diniego di Luttwak era talmente sfacciato e poco attendibile (“… gli americani non fanno queste cose..” ) da avere l’effetto di confermare ciò che si sa da sempre, e cioè che gli statua della morteUSA c’entrano e come. Ma il neocon Luttwak non va troppo per il sottile se è in grado di affermare: “Tutto il potere, tutta la partecipazione, è nelle mani di una piccola élite istruita, benestante e sicura, e quindi radicalmente differente dalla vasta maggioranza dei suoi concittadini – praticamente una razza a parte.” “Il nostro strumento sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa […] Le trasmissioni radio e televisive avranno lo scopo non già di fornire informazioni sulla situazione, bensì di controllarne gli sviluppi grazie al nostro monopolio sui media. “
[Edward Luttwak, “Strategia del colpo di Stato “ ]

 

LI DIFENDO IO
IL galletto Vallespluga della Confindustria, Montezemolo, ha dichiarato che i sindacati non riescono a tutelare gli interessi dei lavoratori. Come dargli torto?

A questo punto è chiaro che il povero imprenditore dovrà farsi carico di un nuovo impegno difendere anche gli interessi degli operai. Impegno non da poco, ma siamo sicuri che ci riusciranno. E mai come oggi sembra credibile il motto del papà di Emma Marcegaglia, neo-presidente della Confindustria: "imprenditori poveri di un'impresa ricca".

Fonte: www.comidad.org

giovedì, 06 marzo 2008

BASSOLINO, UN UOMO PER TUTTE LE MISTIFICAZIONI

Il rinvio a giudizio del Governatore Antonio BassolinoAntonio_Bassolino per la gestione dei rifiuti in Rifiuti in CampaniaCampania, costituisce la ovvia conclusione della campagna mediatica organizzata in questi mesi, ma ciò non vuol dire che in tale incriminazione vi sia una logica immediatamente riconoscibile. Perché è stato incriminato soltanto Bassolino e non i Commissari straordinari per l’emergenza-rifiuti in Campania succedutisi in questi tredici anni? E in base a quale valutazione l’uomo che a quel tempo i media nazionali e internazionali presentavano come l’autore del “rinascimento bassoliniano”, fu invece esautorato della gestione dei rifiuti?

Le contraddizioni si spiegano se si considera Bassolino per quello che realmente è sempre stato: un uomo di paglia, un prestanome. A metà degli anni ’90, la celebrazione mediatica dell’inesistente “rinascimento bassoliniano” servì a coprire la privatizzazione della finanza locale operata a Napoli dallo stesso Bassolino.

Oggi il crescente prelievo fiscale esercitato dai Comuni e dalle Regioni non è in funzione della erogazione di servizi alla cittadinanza, ma va da un  lato per i profitti delle esattorie private, dall’altro per il pagamento degli interessi sui BOC (Buoni Ordinari Comunali). I due lati alla fine possono essere anche lo stesso, poiché, per il consueto gioco delle scatole cinesi, i veri padroni delle esattorie sono spesso anche i detentori dei BOC.

Negli anni ’90 i BOC del Comune di Napoli furono comunque piazzati in tutto il mondo, soprattutto in fondi di investimento statunitensi, cosa che procurò all’allora sindaco di bassolinoNapoli grandissime lodi mediatiche. Un altro motivo per il quale Bassolino è stato presentato per anni dalla stampa come un eroe, è che egli ha, silenziosamente e progressivamente, alienato la maggior parte del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli  a favore di agenzie immobiliari come la Pirelli. Bassolino è stato un portabandiera delle privatizzazioni anche nel campo della questione rifiuti, dove ha sempre avallato l’appalto a ditte private della rimozione e dello smaltimento dei rifiuti stessi. Si potrebbe quindi pensare che il crollo d’immagine di Bassolino possa esser dovuto al fatto che oggi egli sia andato in qualche modo contro gli interessi dei gruppi affaristici che ha sempre favorito in passato, ma non risulta nulla del genere. Il punto è che Il re della monnezzaAntonio Bassolino costituisce un capro espiatorio ideale, poiché è un uomo prevedibile e meccanico in ogni parola ed in ogni gesto, cioè un tipico prodotto delle scuole-quadri del Partito Comunista Italiano degli anni ’60. Chi lo ha conosciuto quand’era dirigente del Partito Comunista a Napoli, lo ricorda come un uomo incapace di pronunciare anche una sola frase che non avesse ripassato e memorizzato in precedenza. Pasolini, 1975La sua funzione nel Partito era quella del poliziotto contro il dissenso interno, un dissenso peraltro inesistente, e che egli credeva di scorgere anche solo in un’espressione troppo pensosa, o in un look troppo intellettuale, o persino in una frase troppo lunga. Il suo aspetto di proletario rozzo e ruspante, i suoi modi sbrigativi e brutali, rendevano Bassolino un castigamatti perfetto per fustigare gli intellettualini del PCI, spesso costretti a subire da lui quella che era la sua sceneggiata preferita: il ritiro della tessera, strappata poi sulla faccia del malcapitato di turno.

La sua fama di “ingraiano” duro e puro conferiva al suo rigido conformismo un alone eroico e disinteressato, perciò negli anni ’70 e ’80 Bassolino rappresentava la “faccia pulita” del PCI napolitanonapoletano, in confronto ad altri dirigenti locali notoriamente con le mani in pasta, come Geremicca. La cosa oggi può far ridere, ma Bassolino iniziò la sua ascesa, da semplice sbirro di partito a grande dirigente, identificandosi con la necessità di riscatto morale della città e, in base a queste premesse, fu eletto sindaco di Napoli e poi presidente della Regione. Che nesso c’è fra il Bassolino “moralizzatore” e l’attuale BassolinoMunnezzaBassolino “amerikano”, uomo di paglia delle multinazionali americane e della U.S. Navy che scaricano rifiuti tossici nel territorio campano? Il nesso è evidente se si considera che il PCI adottò dal 1976 in poi la questione morale come bandiera ideologica totalizzante a causa dello scandalo Lockheed, partito dagli Stati Uniti all’inizio del 1976, ufficialmente per opera della commissione presieduta dal senatore Church.

L’affare Lockheed costituì un’operazione ideologica di portata “epocale”, poiché gli Stati Uniti cambiarono le carte in tavola al punto da far apparire a tutto il mondo il loro colonialismo commerciale nei confronti dei Paesi “alleati” come una questione di disonestà dei popoli da loro colonizzati.

I governi “alleati” degli Stati Uniti che furono coinvolti nello scandalo - Giappone, Germania, Olanda, Italia - erano accusati di aver acquistato dalla multinazionale americana Lockheed degli aerei militari da trasporto e di aver intascato per questo delle tangenti.

In realtà i trattati di “alleanza” degli Stati Uniti sono veri trattati commerciali coercitivi, con i quali i Paesi “alleati” si impegnano ad ammodernare il loro armamento rifornendosi dalle multinazionali degli stessi Stati Uniti. Ciò spiega in gran parte anche l’attuale smania di pabushoBush di allargare la NATO ai Paesi dell’ex impero sovietico, dato che a questi Paesi, insieme al trattato di alleanza da firmare, viene fornita anche la lista delle armi che devono acquistare dallo stesso Bush. Lo scandalo Lockheed trasformò il colonialismo commerciale statunitense anche in colonialismo ideologico, tanto da modificare l’ideologia del Partito Comunista Italiano, il cui segretario di allora, Berlinguer, arrivò a sostituire il socialismo con il “governo degli onesti”.

Quindi l’evoluzione del PCI nell’attuale Partito Democratico iniziò proprio con Berlinguer, il quale accettò senza discutere l’idea di una superiorità morale degli Stati Uniti.

Nessuno in Italia notò il paradosso di una superpotenza che prima costringe i suoi alleati a diventare suoi clienti e poi li etichetta di disonestà. Nessuno notò la contraddizione di un capitalismo che si presenta come rapporto di mercato e poi invece si alimenta di commesse militariWar news senza concorrenza e di operazioni commerciali estorte ai clienti. Nessuno notò neppure la falsità del luogo comune secondo cui gli Stati Uniti si accollerebbero generosamente le spese per la difesa dei loro “alleati”, come l’Italia. La stampa e la magistratura si accanirono invece nella ricerca della “Antelope Cobbler” - nome in codice dell’ignoto percettore di tangenti interno al governo italiano -, senza volersi accorgere che la “tangente” era in realtà una mancia, dato che i governi in questione non avevano alcuna facoltà di opporsi all’acquisto degli aerei.

Neppure Aldo Moro, nel famoso discorso del 1977 alla Camera per decidere dell’autorizzazione a procedere contro gli ex ministri della Difesa Gui e Tanassi, si soffermò su questa assurda pretesa statunitense di trasformare in superiorità morale il loro colonialismo commerciale.

È chiaro che la questione dello scarico dei rifiuti tossici - comprese le scorie nucleari dei sommergibili atomici attraccati nel porto di Napoli - non riguarda direttamente né bassolino_antonioBassolino, né la camorra, ma direttamente il governo italiano, il quale è da anni presente nell’operazione con un suo Commissario. Per quanto servile, Bassolino non viene ritenuto in grado di occuparsene in prima persona. Il suo ruolo attuale è appunto quello del parafulmine su cui dirottare l’indignazione di una popolazione costretta a subire una falsa emergenza, il cui scopo è di reperire sempre nuove discariche da riempire con sempre nuovi rifiuti tossici.

 

COMMENTI FLASH

Fiori e cannoni (kenia 1)
La presentatrice televisiva Licia Colò, che conduce un programma popolar-turistico, ha invitato gli spettatori ad acquistare qualche fiore in più per aiutare la popolazione del Kenia in preda alla guerra civile.

In effetti il Kenia produce una percentuale consistente dei fiori venduti in Europa. Peccato che la produzione sia in mano alle solite multinazionali che, oltre ad aver impoverito il paese con le monocolture, lo riempiono di armi per consentire ai kenioti di scannarsi tra loro con le solite provocazioni etniche, quelle provocazioni organizzate da improbabili leader locali etero-diretti.

Alcuni telegiornali hanno riportato con enfasi il fatto che i Kikuiu - una delle “etnie” in lotta- sono dediti a particolari rituali magici di appartenenza; sarà un caso, ma si tratta della stessa storia che i giornali inglesi riportavano negli anni ’50 all’epoca del massacro dei Mau Mau, ovvero proprio dei Kikuiu, da parte delle truppe coloniali britanniche.


Democrazia all’arancia (kenia 2)
Kibaki e Odinga sono i due leader principali che si contendono il potere in Kenia.

Mentre Kibaki ha vinto delle elezioni sfacciatamente truccate, il leader dell’opposizione, Odinga, controlla la maggioranza del parlamento con il suo movimento ODM (Orange Democratic Mouvement).

Il signor Odinga, dal passato sufficientemente delinquenziale, annovera tra i suoi più importanti consiglieri per la comunicazione lo statunitense Dick Morris, mai troppo lodato regista e sceneggiatore della fasulla “rivoluzione arancione” in Ucraina nel 2004.

Visto che il Kenia è partner strategico di Washington nella “lotta al terrorismo” nel corno d’Africa , e che è uno dei paesi che potrebbero ospitare in futuro la sede dell’Africom, il comando militare che gli USA sono sul punto di installare sul continente, si può capire chi abbia le mani in pasta nella situazione attuale del Kenia.


Mercatino del lavoro
La crisi delle industrie automobilistiche USA continua.
La Ford passa dal secondo al terzo posto fra i colossi del settore e decide di liberarsi di 54mila operai.

Il metodo seguito in questa ristrutturazione è almeno apparentemente nuovo. I lavoratori in esubero vengono messi all’asta e ceduti al miglior offerente nell’ambito di kermesse definite senza ironia Festival del lavoro.

Sembra che i giovani lavoratori della Ford in esubero siano entusiasti di questa trovata neo-schiavile. Si può esser certi che il PD, dopo la tempestiva adesione all’idea della castrazione chimica e altre proposte sadiche delle destre, non vorrà farsi sfuggire questa nuova lezione di democrazia che ci arriva da oltreoceano.


Camp 1
La coltivazione più diffusa e redditizia in California non è quella dei vigneti ma della marijuana.

La crescita esponenziale della produzione interna, dicono sia dovuta alle difficoltà di importare la cannabis dal Messico e dal Canada per l’aumento dei controlli. Naturalmente il governo ha lanciato la sua campagna contro la coltivazione di marijuana, Camp (Campaign against marijuana planting), che avrà gli stessi risultati di quella contro il narcotraffico colombiano, ovvero l’aumento della produzione e del consumo.

Se si tiene conto che gli USA consumano oltre il 50% della droga prodotta al mondo (solo in California, più dell’11% della popolazione fuma marijuana) e che una percentuale rilevante degli oltre due milioni di detenutiSegregazione carceraria nelle carceri USA vi si trova per reati legati alla droga, si può capire come la droga sia una vera manna per il sistema di controllo e per l’affarismo criminale statunitense.

Camp 2
Ormai sembra certo che gli USA siano sul punto di raggiungere un nuovo record: più dell’1% della popolazione dietro le sbarre (oltre due milioni e trecentomila persone); anche l’Italia si difende bene con i suoi 60.000 detenuti. Ma i contribuenti statunitensi possono dormire sonni tranquilli, visto che il costo dei detenuti non si trasformerà in aumento di imposte.

La maggior parte delle carceri USA è infatti in mano ai privati che, comprensibilmente, cercano di rendere proficuo lo sfruttamento del lavoro dei detenuti. Prima si guadagna sul traffico di droga e poi sul lavoro dei detenuti per reati connessi alla droga.

Fonte: www.comidad.org

postato da: luciospartaco alle ore 16:03 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 14 febbraio 2008

IL COLLABORAZIONISMO È LA CHIAVE DEL COLONIALISMO

È significativo che sia la Slovenia a presiedere l’Unione Europea nel periodo in cui occorrerà discutere dell’indipendenza del Kosovo, poiché risulta del tutto logico e coerente che sia la presidenza di uno Stato-fantoccio ad occuparsi della nascita di un altro Stato-fantoccio.

Per la precisione, la Slovenia possiede almeno una sua base etnica e linguistica per fare da pezza d’appoggio alla sua cosiddetta indipendenza, mentre il Kosovo nasce in tutto e per tutto come una creatura  artificiale della NATO.

Il Kosovo è infatti un territorio tradizionale della Serbia che nel 1999 è stato strappato dalla NATO ai suoi originari abitanti in nome di una minoranza di immigrati che peraltro non è mai stata interpellata in quanto tale, ma solo tramite una rappresentanza composta da criminali comuni, a sua volta organizzata dalla stessa NATO.

Dal punto di vista etnico, l’attuale Kosovo si configura dunque come un inutile doppione dell’Albania,cartina_albania cosa che ridicolizza le posizioni di coloro che quindici anni fa parlarono di “risveglio etnico” a proposito della destabilizzazione della Jugoslavia; una destabilizzazione operata in realtà dal colonialismo della Germania  e poi, soprattutto, degli Stati Uniti. Il nuovo Kosovo sarà inoltre uno Stato a maggioranza islamica, il che non preoccupa affatto la NATO, ciò ad ulteriore dimostrazione della inconsistenza e pretestuosità della propaganda sullo “scontro di civiltà” e sul “pericolo islamico”. La pletora di staterelli-fantoccio nati dalla ex Jugoslavia - Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Macedonia, ora il Kosovo - non ha altra risorsa economica che fare da base d’appoggio per le operazioni illegali delle multinazionali, di cui la NATO non è solo il braccio armato, ma anche una attiva e diretta centrale affaristica.

Del Kosovo si tende oggi a parlare il meno possibile, poiché la sua stessa esistenza pone ormai domande e dubbi imbarazzanti che si preferisce rimuovere. Il problema è che quella che Hitler_BushBush chiamava con disprezzo la “vecchia Europa”, oggi deve confrontarsi con Stati nuovi membri  dell’Unione Europea che non sono dei semplici subordinati degli Stati Uniti- come del resto è anche la “vecchia Europa” - ma delle finzioni giuridiche che coprono veri e propri territori d’oltremare degli USA, come Portorico. Non si tratta solo dei Paesi della ex Jugoslavia, ma anche di Stati una volta satelliti della Russia, come l’Ucraina, la Polonia, l’Ungheria, ecc. È inevitabile che una tale situazione di accerchiamento da parte degli Stati Uniti abbia anche riflessi interni per Paesi come la Francia, la Germania o l’Italia, particolarmente per questi ultimi due, che sono quelli che al loro interno hanno più basi NATO.

L’unico Paese che non ha basi americane  sul suo territorio ed anche una sufficiente potenza militare per opporsi, la Francia, ha espresso come leadership il personaggio di Nicolas SarkozySarkozy, che sembra uscito da una farsa di Georges Feydeau. Mentre negli  Stati Uniti si svolgono le cosiddette elezioni primarie, in Europa molti commentatori sembrano in attesa di un successore di Bush che possa mettere da parte gli aspetti più aggressivi ed “unilaterali” della politica di quest’ultimo. In realtà proprio la vicenda della Jugoslavia dimostra che l’attuale politica di Bush non è altro che la continuazione di quella di Clinton, che è stato colui che ha avviato una vera e propria espugnazione militare  del territorio europeo. C’è un’oggettiva continuità fra Clinton e Bush, che tutte le polemiche sul presunto “unilateralismo” di pabushoBush non riescono a smentire. Quella dell’unilateralismo è stata infatti un’apparenza che è rimasta circoscritta alla questione dell’aggressione all’Iraq, in cui gli USA hanno sì agito da soli, ma solo dopo che la Francia e la Germania avevano convinto Saddam Hussein a disarmare con la promessa di una revoca delle sanzioni economiche. A quel punto Francia e Germania non avevano altra scelta che dichiararsi ufficialmente in dissenso nei confronti di Bush, per non dichiarare sfacciatamente di avergli spianato la strada per l’occupazione dell’Iraq. Quindi il colonialismo usa_storiastatunitense si è sempre avvalso, e continua ad avvalersi, della attiva collaborazione dei suoi colonizzati, in particolare di quelli europei.  

COMMENTI FLASH

PETROLIO
Il gigante petrolifero cinese PetroChina è stato quotato in borsa con una piccola parte del suo capitale (2,5%). Le azioni sono state vendute in pochi minuti e PetroChina si è affermata come la prima azienda a livello mondiale. La capitalizzazione è ormai il doppio della ExxonMobil e lascia indietro di molto General Eletric e Microsoft. L’azienda petrolifera è presente ovunque ci sia petrolio da acquistare, da Teheran all’Alberta.

I commentatori occidentali sono molto preoccupati: pare che PetroChina sia interessata solo ai barili di greggio, da pagare magari con armi o con dollari ( La Cina possiede la più importante riserva di dollari fuori dagli USA con 1400 miliardi); non è affatto interessata alla difesa dei diritti umani né alle campagne contro la fame né alle sanzioni contro i dittatori.

Il successo di PetroChina sarebbe dovuto dunque a cinismo e a mancanza di scrupoli. Questa ricorrente accusa di slealtà nei confronti della concorrenza cinese è commovente. A sollevarci da questa commozione, contribuisce la notizia che a preparare il successo borsistico dei cinesi e il conseguente finanziamento dei massacri in Sudan e altrove sia stata l’UBS di Zurigo, un istituto di credito senz’altro disinteressato.

ESORCISMI
Il ritorno del fervore religioso,HitleRatzinger dopo qualche decennio di incertezza, è ormai consolidato. E siccome questo fervore  - o intrattenimento religioso - riguarda anche, se non soprattutto, il cosiddetto “Occidente”, diventa sempre più imbarazzante parlare di fanatismo religioso dei non-occidentali senza svelare secondi fini.
Se nel 1966 il Time lanciava in copertina l’inquietante domanda: “Dio è morto?”, l’Economist, nel suo numero del millennio faceva un bel necrologio all’Onnipotente.

Ma i tempi sono cambiati e l’Economist ci informa che il movimento religioso pentecostale è quello con il più alto tasso di crescita: i fedeli sono oggi quasi 400 milioni e i risultati si vedono.

L’autorevole Economist ci informa in dettaglio della percentuale di fedeli pentecostali testimoni di: guarigioni divine, rivelazioni divine, esorcismi. Ecco le cifre: Stati Uniti 62 gd, 54 rd, 34 es, - Brasile 77 gd, 64 rd, 80 es, - Kenya 87 gd, 57 rd, 86 es, - Sudafrica 73 gd, 64 rd, 60 es. Come si vede da queste cifre, è proprio il tasso di esorcismi in USA a non essere competitivo con gli altri paesi.

DISOBBE-DIVO
Non c’è solo la musa dei No-global, Naomi Klein, che nella trasmissione del chierico Fabio Fazio ci spiega pacatamente come convincere i capitalisti a “non esagerare”.

Non c’è solo Roberto SavianoSaviano, che per pubblicare un libro contro la camorra ha scelto la Mondadori, il cui padrone, Silvio Berlusconi, è uno che al malaffare non glielo manda a dire. Ecco il ruvido e intransigente leader dei  Disobbedienti, Luca Casarini, che pubblicherà un romanzo “noir” proprio con la Mondadori, casa editrice del “nemico di classe”. Se va avanti così, la Mondadori finirà per soppiantare l’editoria alternativa, a sostenere tutte le parti in commedia.

domenica, 20 gennaio 2008

EMERGENZA RIFIUTI E COLONIALISMO N.A.T.O.

Già prima della nomina ufficiale di de gennaroDe Gennaro a Commissario Straordinario per la presunta emergenza rifiuti in Campania, il “De Gennaro style” è risultato riconoscibile per il modo in cui è stata gestita la “rivolta” di Pianura: inermi e pacifici cittadini che camminavano per strada, o cercavano semplicemente di uscire di casa, sono stati picchiati da poliziotti in tenuta antisommossa, gli stessi poliziotti che lasciavano però indisturbati i “teppisti” - in realtà altri poliziotti o confidenti della polizia - che bruciavano autobus e automezzi dei Vigili del Fuoco; sono comparsi inoltre blocchi stradali fantasma, con zone della città transennate e con il traffico deviato dalla polizia, senza  che all’interno dell’area chiusa succedesse alcunché che potesse giustificare il tutto.

Solo in questi giorni però il quadro ed i reali obiettivi della finta emergenza si sono andati delineando completamente, ed anche l’assurdità dell’impiego dell’esercito per rimuovere i mucchi di spazzatura ha trovato una spiegazione.

Era irrealistico che dei generali dell’esercito si rassegnassero senza protestare al ruolo di netturbini, e chi conosce i meccanismi della gerarchia militare sa che è possibile opporre mille difficoltà tecniche all’attuazione di qualsiasi decisione sgradita del Ministro della Difesa. In questo caso i generali hanno obbedito con una solerzia sospetta, correndo a disseminare di rifiuti le discariche di tutta Italia.

Ovunque i rifiuti venissero trasportati, i media hanno riferito di cittadini in rivolta, un ottimo pretesto per circondare i trasporti di scorte armate e per intimidire con la Cariche della poliziaviolenza le popolazioni. È evidente che l’enfatizzazione di eventuali dissensi locali, serviva a mascherare ulteriormente i veri scopi di tutta l’operazione, che per la sua vastità non può che essere legata alla NATO. Solo nel contesto del colonialismo NATO, si spiegherebbe poi la sortita fatta all’inizio dell’anno da parte delle autorità europee, che hanno intimato al governo italiano di trovare una “soluzione” al “problema” dei rifiuti in Campania. Di che tipo e natura siano davvero i materiali che i militari stanno nascondendo, non è possibile saperlo, e forse ci vorranno anni perché la verità trapeli. La situazione è talmente grave, che gli esponenti di quella che i media chiamano la “sinistra radicale di governo”, come Russo Spena e Alfonso Pecoraro ScanioPecoraro Scanio, hanno fatto finta di non accorgersi di nulla e si sono docilmente piegati ad interpretare il ruolo degli imbecilli davanti all’opinione pubblica; anzi probabilmente sono stati ben contenti di cavarsela così. La stessa opinione pubblica ha partecipato a questo gioco delle parti, accettando la spiegazione ufficiale, legata alla parola magica alla moda: “incompetenza”. Oggi la “incompetenza delle autorità” non è solo uno slogan propagandistico, ma è diventato un alibi ideologico di primaria importanza. Un sito web tutto dedicato alla difesa della versione ufficiale sull’11 11 settembresettembre, ha addirittura adottato la dottrina dell’incompetenza come spiegazione/rassicurazione universale per ogni crimine affaristico dei governi e delle multinazionali. Nella grande torta della colpa che è stata confezionata dai media in questi giorni, c’è stata però una fettina per tutti, non solo per le autorità incompetenti, ma anche per gli ecologisti, per gli egoismi locali, per gli interessi camorristici, ed anche per i singoli cittadini che consumano senza chiedersi che fine faranno i loro rifiuti.monnezza Tutti colpevoli, nessun colpevole. Anche il “capitalismo”, in quanto entità generica, suggerisce colpe collettive e non ben identificabili, e infatti le analisi apparentemente più radicali, in realtà si sono andate a rifugiare nell’astrattezza e nel razzismo.Razzismo antimeridionale Che l’attuale modello di produzione e consumo cosiddetto “capitalistico” produca troppi rifiuti, è un dato di fatto, ma perché l’emergenza è scoppiata proprio in una delle aree che consuma meno? Di fronte a questa domanda, anche le analisi alternative, vanno in definitiva a coincidere con il razzismo della versione ufficiale, che attribuisce la causa principale della emergenza rifiuti all’imprevidenza ed al malgoverno locale. Si avalla in questo modo la solita ideologia ufficiale, per la quale il colonialismo non esiste, ma ci sono solo popoli inferiori che devono essere ciclicamente salvati e soccorsi attraverso invasioni e occupazioni militari.

Fonte: www.comidad.org

sabato, 29 dicembre 2007
Chiarisco subito un punto: il nuovo attentato terroristico che in Pakistan ha provocato una strage uccidendo anche l'ex premier Benazir Bhutto, rappresenta un orrendo crimine commesso contro la parte più umile e indifesa del genere umano.
Benazir Bhutto
Voglio urlare con forza il mio sdegno morale contro fallujaatti raccapriccianti che rivelano soltanto un'efferatezza assassina e non sono certo utili alla causa degli oppressi e dei diseredati del pianeta. Caso mai dietro simili azioni si possono celare gli interessi affaristici e criminali di qualche oscuro centro di potere sovranazionale. Ma ragioniamo brevemente su alcune reazioni e dichiarazioni immediate. Il governo pakistano ha accusato al Qaeda dell'omicidio di Benazir Bhutto, ma un autorevole militante del gruppo terrorista smentisce e declina ogni responsabilità. A questo proposito il leader talebano Baitullah Mehsud, ritenuto il luogotenente di al Qaeda in Pakistan e accusato dal governo pakistano di essere la mente dell'attentato che ha ucciso Benazir Bhutto, nega ogni coinvolgimento nella morte dell'ex premier. Lo riferisce un suo portavoce: «Lo nego fermamente. Il popolo tribale ha i suoi costumi, noi non attacchiamo le donne», ha affermato il portavoce di Mehsud, Maulvi Omar, in una conversazione telefonica.
Anche il partito della Bhutto, il Ppp, ha dichiarato di non credere alla versione ufficiale ed ha aggiunto che l'amministrazione del presidente Pervez Musharraf sta cercando di insabbiare il proprio fallimento nel sostenerla.
Pervez Musharraf
Inoltre, uno stretto collaboratore dell'ex premier ha definito "ridicola" la tesi del governo secondo cui Benazir Bhutto avrebbe urtato violentemente la testa durante l'attacco suicida.
Sherry Rehman, portavoce del partito di Bhutto, ha affermato che la donna è stata raggiunta da un colpo alla testa, sparato molto probabilmente da un cecchino. Ebbene, non risulta che al Qaeda abbia mai adottato simili tecniche omicide, che invece sono tipiche dei servizi segreti. In questo caso, mi riferisco ai servizi segreti pakistani.
Abdul Qadeer Khan, il padre della bomba atomica pakistana
Comunque, per comprendere simili fenomeni non servono tanto indagini dietrologiche e complottiste, quanto soprattutto una valutazione il più possibile lucida ed obiettiva dei fatti e delle conseguenze. Occorre chiedersi: cui prodest, a chi giova tutto ciò? A chi giovano queste azioni criminali e stragiste che, per la loro tipologia, mirano a colpire in modo brutale e indiscriminato le masse, e non solo bersagli ben individuati come, in questo caso, Benazir Bhutto?
Uno degli effetti più evidenti è stato quello di stravolgere l’agenda politica internazionale, ponendo e rilanciando al primo punto il tema della sicurezza e della “guerra al terrorismo”, così da ridare fiato alla strategia ormai indebolita e screditata della “guerra preventiva” (o “guerra globale permanente”)War news voluta ed imposta negli ultimi anni dall’amministrazione statunitense. Una strategia che attraversa una grave crisi di consensi a livello internazionale, e spera in una ripresa e in un recupero di immagine e di risorse finanziarie.  La priorità più urgente della politica mondiale torna ad essere la cosiddetta usa_storia“emergenza terrorismo”, a cui vengono subordinate e sacrificate tutte le altre questioni internazionali. Tutto il resto non conta più. Conta solo la questione della sicurezza, ossia la sicurezza dell’occidente, rispetto alle insidie provenienti dal terrorismo globale. Questa emergenza” viene ora nuovamente anteposta sia alla tragedia della povertà estrema e del debito economico che affligge le popolazioni dell'Africa e del Terzo mondo in generale, sia ai pericoli derivanti dai mutamenti climatici ed ambientali terrestri. Tutto ciò è passato rapidamente in secondo piano: questo è un primo dato di fatto assolutamente innegabile. In tal senso, un'altra conseguenza degna di rilievo è stata l’intensificazione delle misure di sicurezza applicate nel mondo, soprattutto nelle metropoli occidentali.Colpo di stato in USA La circostanza che deriva da tale “permanente minaccia terroristica” è una drastica riduzione delle libertà individuali, che vengono sacrificate sull’altare della “sicurezza generale”. Rinunciare alla libertà per ottenere in cambio più sicurezza: questo è lo slogan adottato in diversi ambienti politici internazionali. Un altro effetto è riconoscibile in un processo di isolamento e di emarginazione che ha coinvolto il movimento pacifista internazionale, al fine di indebolire e affossare ulteriormente le istanze e le lotte anticapitaliste condotte negli ultimi anni attraverso Manifestazione di Vicenzamanifestazioni, iniziative e incontri globali, tra cui vari “summit alternativi” in funzione anti-G8, in cui i protagonisti non sono più otto individui che si arrogano il diritto di decidere il destino dell’intera umanità, bensì centinaia di migliaia di persone, attivisti, esperti, studiosi e semplici cittadini, che si mobilitano e si risolvono a partecipare concretamente ad un convegno, ad un’assemblea, ad una manifestazione, per dare voce a sé e a chi non riesce a far sentire la propria. Uno degli obiettivi perseguiti da questa strategia internazionale del terrore, sembra essere proprio quello di intimidire e indebolire il cosiddetto g8“movimento dei movimenti” che contesta il G8 e l'attuale modello di globalizzazione economico-liberista e gli contrappone un modello antitetico di discussione e decisione collegiale, di organizzazione dei rapporti politici a partire dal basso, ossia dai bisogni concreti della gente, attraverso forme di democrazia diretta e partecipativa, rifiutando la logica autoritaria e verticistica del summit, per optare a favore di una costruzione orizzontale, aperta e diffusa della prassi politica. Un altro importante motivo di riflessione riguarda il quadro politico mediorientale.
Medioriente
Mi spiego. L’attentato stragista in Pakistan sembra aver ridestato bruscamente l’opinione pubblica internazionale dallo stato di torpore e indifferenza generato da una sorta di assuefazione alle immagini di bombardamentoguerra, orrore e morte, provenienti tutti i giorni dall’Iraq e dallo scenario mediorientale. E’ evidente ormai che, quando simili vicende terroristiche insanguinano New York, Madrid o Londra, anziché Kabul, Baghdad o i canapalestinesi, la comunità occidentale sembra reagire in modo viscerale, in preda agli effetti scioccanti della paura. Pertanto, chi decide di diffondere il panico e l’angoscia per favorire il propagarsi di umori irrazionali, fa il gioco dei terroristi. In sostanza, il terrorismo giova anzitutto a chi,bushandflag prendendo a pretesto il sentimento di inquietudine e insicurezza diffuso nella popolazione, ne approfitta per invocare svolte politiche in senso autoritario e liberticida all'interno degli stessi Stati occidentali. Parimenti, di fronte alla spietata recrudescenza del terrorismo si sollecita una risposta altrettanto cruenta, ossia un’escalation militare nordamericana nell'area del Golfo Persico, nella misura in cui le armi continuano ad essere lo strumento privilegiato di una strategia neocoloniale condotta su scala globale. In tale scenario si inquadrano e si spiegano le tragiche vicende degli ultimi anni, dalla orribile strage dell’1111 settembre settembre 2001 ai conflitti bellici in Afghanistan e in Iraq, trasformati in teatri di guerriglia permanente. Se non si fuoriesce da questa perversa e pericolosa deriva neoimperialistaImperialism e guerrafondaia, difficilmente si potrà sperare in un avvenire di pace autentica, che è una condizione assolutamente incompatibile con l’ingiustizia, specie se cronica e duratura, nella misura in cui il superamento delle tensioni internazionali presuppone l’eliminazione delle loro cause storiche, tra le quali emergono con prepotenza le pesanti ingiustizie materiali che opprimono soprattutto le popolazioni affamate dell’Africa e del Terzo mondo. Ingiustizie terribili e indicibili che stanno segnando il triste destino del Sud del mondo, cioè di miliardi di esseri umani.
lunedì, 03 dicembre 2007

DISTRUZIONE DI MASSA

L’obiettivo vero è quello nascosto. Solo pochi mesi fa eravamo soli a ritenere altamente probabile un attacco israelo-americanobushandflag su grande scala all’Iran. Ora la gran parte degli stregoni che si dilettano a interpretare i fondi di caffé che escono dalla stanza ovale convengono che la guerra è pressoché inevitabile. Non è necessario saper leggere carte da chiromante, basta leggere attentamente i giornali occidentali per rendersene conto. La guerra vera e propria è sempre preceduta da quella a mezzo stampa, tesa a fare il lavaggio del cervello all’opinione pubblica per prepararla al fatto compiuto. Non c’è giorno che non si additi al pubblico ludibrio l’Iran come il capofila degli «Stati canaglia». La giustificazione per mettere in ginocchio l’Iran è la stessa con cui venne annientato l’Iraq: le armi di distruzione di massa.iraq

Con due decisive aggravanti: Tehran si starebbe dotando della più terrificante delle armi di distruzione di massa, quella nucleare, e ciò che aggrava la cosa è che essa verrebbe utilizzata contro SionismoIsraele, ormai diventato una specie di Santo Sepolcro del blocco imperialista mondiale. Come allora non servirono le inchieste della commissione delle Nazioni Unite (che smentirono le accuse americane sulle reali capacità militari di Saddam), così oggi Bush se ne frega che l’AIEA confuti le sue accuse contro Tehran. Bush esige un «regime change», punto e basta. Se l’Iran non si sbarazzerà per tempo di Ahmadinejad, ci penseranno le sue armate. Esportazione della satiraL’esportazione della democrazia ha i suoi costi.
Ad Annapolis hanno fatto la pace. Una pace fra di loro ma per fare la guerra. Quella all’Iran appunto. Ogni persona mediamente intelligente e criticamente informata sa infatti che l’incontro di Annapolis non ha fatto fare un solo passo avanti al negoziato israelo-palestinese. Il vero risultato politico è che Bush sembra aver ottenuto ciò che chiedeva. L’imperatore, che come WantedBin Laden crede di combattere in nome di Dio, ha chiamato a corte tutti i suoi satrapi mediorientali affinché gli concedessero il mandato ad attaccare l’IRAN. Una autentica danza di guerra, solo che al posto dei tamburi c’era una pletora di giornalisti con l’elmetto pronti a strombazzare ai quattro venti le menzogne, a chiamare pace la guerra.
L’iran è solo il bersaglio grosso. Colpendo Tehran si vogliono spazzare via le Resistenze che in questi anni, infliggendo colpi durissimi agli eserciti imperiali e ai loro ascari, dall’Afghanistan alla Palestina,Palestina dall’Iraq al Libano, hanno letteralmente fatto fallire i sogni di grandezza di Bush. Con un colpo solo egli vorrebbe risollevare, con le sue sorti, quelle della geopolitica americana. L’intento è sfidare le Resistenze a scendere a patti, a disarmare, pena l’annientamento. Israele non attende altro per rioccupare Gaza, schiacciare la Resistenza palestineseResistenza palestinese e prendersi una rivincita su Hezbollah.
La Resistenza e l’imperialismo. C’è chi ancora farfuglia su vie di mezzo. Noi non possiamo credere che vi sia ancora che non capisca che questa è la posta in gioco, che siamo ad un tornante decisivo. Chi non capisce fa finta di non capire. Non parliamo di chi sta dalla parte dell’imperialismo, parliamo dei «pacifinti», parliamo della sinistra cosiddetta 11_settembre«radicale» che sta aggrappata a questo governo moribondo con il patetico pretesto della «riduzione del danno». Sostengono un governo che oltre a schierare soldati in Afghanistan ne ha spediti altri in Libano, che si schiera con Israele affinché sia portata a termine la sola DISTRUZIONE DI MASSA realmente in atto, quella a Gaza,gaza che riconosce il diritto del regime turco a soffocare la rivolta curda, che con la Finanziaria ha incrementato enormemente le spese militari per armamenti offensivi (un miliardo e mezzo di euro in più rispetto all’anno precedente), che in nome della lotta al terrorismo sta strangolando lo Stato di diritto. Dove sta la «riduzione del danno»? Dove sta questa riduzione se voi stessi ammettete che anche sul piano delle cosiddette politiche sociali non avete portato a casa alcun risultato?

Paolo Ferrero

«Vergogna!... Rimango esterrefatto che la Sinistra Radicale (la cosiddetta cosa_rossaCosa Rossa) abbia votato, il 12 novembre, con il Pd e tutta la destra, per finanziare i CPT, le missioni militari e il riarmo del nostro paese. Questo nel silenzio generale di tutta la stampa e i media. Ma anche nel quasi totale silenzio del “mondo della pace!». Se anche Zanotelli (alex.zanotelli@libero.it) si è visto costretto a fare un appello (http://www.nigrizia.it/doc.asp?id=10187) per dire basta! vuol dire forse che la misura non è colma solo per noi, ma lo è oramai per settori sempre più vasti di cittadini.

Lidia Menapace

La patetica risposta fornita da Lidia Menapace su Il Manifesto del 22 novembre indica fino a che punto certi pacifisti abbiano barattato la loro coscienza, tradito (si! si! proprio tradito)br_bertinotti il principio del no alla guerra chiunque sia a promuoverla:  «La questione non è di volta in volta rimanere esterrefatti (...) ma se ci si debba considerare legati al patto di sostenere questo governo o se invece si viene formalmente sollecitati a farlo cadere». Parigi val bene una messa. La sopravvivenza del governo Prodi vale molto di più della vita dei civili che muoiono ogni giorno sotto le bombe NATO in Afghanistan. I pelosi appelli romani alla governabilità sono ben più degni di ascolto delle urla di disperazione dei palestinesi di Gaza.
Saremo tutti a VICENZA, il prossimo 15 dicembre. Non più solo a dire No Manifestazione di Vicenzaalla base americana, a dire No ad un governo che nella sostanza tiene fede al patto di sudditanza verso gli USA sottoscritto da Berlusconi. A VICENZA, ne siamo sicuri, avrete il pudore di non presentarvi. Attenetevi anche questa volta al principio della «riduzione del danno». Non ci sarà anfratto in cui potrete nascondervi, non ci sarà angolo in cui potrete evitare di essere sommersi da una valanga di fischi.
Fonte:
www.antiimperialista.org

sabato, 24 novembre 2007

UNO SPARTIACQUE STORICO

 

Sono ormai trascorsi 27 lunghi anni dal terribile Sisma del 1980sisma che il 23 novembre 1980 rase al suolo alcuni centri dell’Alta Irpinia e della Basilicata, cancellando intere famiglie, decimando e stremando le popolazioni locali. Si trattò di un immane cataclisma, le cui rovinose conseguenze non furono causate solo da elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico-politico e antropico-culturale. Ricordo che nei mesi immediatamente successivi alla catastrofe, non furono pochi gli osservatori e gli analisti politici che si spinsero a formulare l'agghiacciante ipotesi di una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica investì in modo traumatico e devastante le comunità irpiniairpine di Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni e Conza della Campania, i centri più gravemente danneggiati dal sisma. Ebbene, da quel funesto giorno sembra separarci un’eternità! In tutti questi anni, le tematiche collegate al terremoto del 1980 e alla ricostruzione post-sismica sono state oggetto di validi e complessi studi, inchieste e approfondimenti, condotti e pubblicati anche su blog e siti Internet (naturalmente sono state scritte anche scempiaggini). Per cui sembrerebbe che non ci sia molto da aggiungere. Invece, credo che valga la pena di spendere qualche frase in occasione delle consuete e rituali commemorazioni, celebrate nel 27° anniversario del triste evento. Per gli abitanti dell’Alta Irpinia, in modo particolare per i cittadini di Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi e Conza della Campania (i tre Comuni più disastrati dell’area del cratere) il terremototerremoto 1980 del 23 novembre 1980 ha costituito indubbiamente un avvenimento luttuoso, per cui quel giorno non rappresenta una data qualsiasi del calendario, ma segna un vero spartiacque storico-cronologico e antropologico-culturale. Equivalente all’11 settembre 2001 per gli Americani, oppure all’anno zero, ossia all’avvento di Gesù, per i cristiani. L’espressione “data-spartiacque” indica anzitutto che, a partire da quel momento storico, la nostra vita quotidiana è radicalmente mutata sotto ogni profilo. La realtà delle nostre zone si è trasformata visceralmente sul versante economico e sociale, persino a livello psicologico ed esistenziale, facendoci letteralmente regredire sul piano antropologico e culturale. napoliIl terremoto ha straziato le nostre vite, turbato le nostre emozioni e percezioni, segnando profondamente le nostre menti, i nostri stati d’animo, la sfera interiore degli affetti e dei sentimenti più intimi, perfino i nostri istinti più elementari. Il cambiamento, inteso come imbarbarimento, si è insinuato dentro di noi, negli atteggiamenti e nelle relazioni più comuni, penetrando fino in fondo alle viscere della terra. Una terra sempre più infetta e corrotta dall’inquinamento chimico-industriale, avvelenata dai rifiuti e dalle scorie d’ogni genere. Così pure l'acqua e l'aria, che un tempo erano assolutamente pure e incontaminate. Ciò che invece sembra mantenersi perennemente intatto, immutato e quasi indisturbato, è l’assetto del de-mita-ciriacopotere politico-clientelare che continua a ricattare i soggetti più deboli e indifesi, a condizionare la libertà di scelta delle coscienze individuali, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli, vale a dire di vasti strati della popolazione. Pertanto, al fine di non dimenticare l'immane tragedia collettiva che 27 anni or sono fece precipitare nel lutto più doloroso ed insanabile le comunità dell'Alta Irpinia e della Basilicata, vi propongo alcuni video scaricati da YouTube.

Per non dimenticare...

Descrizione del video

Il terremoto che ha devastato l'Irpinia.

Descrizione del video

Seconda parte di un dramma.

Descrizione del video

Terza parte.

Descrizione del video

Ultima parte.

 

Descrizione del video

Dai telegiornali dell'epoca. L'intervento di Pertini.

 

UN POPOLO SENZA MEMORIA E' UN POPOLO SENZA SPERANZA E SENZA FUTURO.