giovedì, 28 agosto 2008

L’AMERICAN DREAM DEI REAZIONARI EUROPEI

La guerra in Georgia ha costituito un indiretto insuccesso militare degli zio_samStati Uniti, che è stato interpretato da alcuni come un segno significativo del declino americano, cosa che, sempre secondo alcuni, potrebbe favorire uno sganciamento dell’Europa dal dominio USA. Non c’è dubbio che la vittoria russa in Georgia abbia incontrato una malcelata simpatia nei gruppi dirigenti europei, stanchi dei soprusi statunitensi ed ansiosi di ritrovare un margine di manovra tramite il contrappeso russo.

Il problema è però che il dominio americano non rappresenta un semplice riflesso della Potere alienopotenza militare ed economica degli USA. Anzi, sin dal 1946 - anno di inizio di ciò che è impropriamente definito “impero americano” - le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti per realizzare i propri progetti di dominio globale sono risultate sempre più evidenti. La storia militare statunitense di questi ultimi sessanta anni è, infatti, più una storia di insuccessi militari che di vittorie. Già prima delle sconfitte nella guerra di Corea, i marines americani diedero prove disastrose sul terreno quando accorsero in appoggio di Chiang Kai-shek  nella guerra civile cinese, che vide poi la vittoria dei comunisti di Mao Tse Tung.

Fu nella guerra di Corea che il comandante in capo delle forze USA e ONU, Mc Arthur, inventò la formula propagandistica per la quale gli eroici soldati statunitensi venivano defraudati della vittoria dai loro pavidi dirigenti politici, timorosi di vincere davvero la guerra.

Questo tipo di propaganda vittimistica fu utilizzato poi massicciamente durante la guerra del Vietnam e negli anni successivi a quella guerra. Il vittimismo militare americano costituì infatti l’oggetto di famosi film come “Apocalypse Now”, in cui un pelato Marlon Brando pronunciava un monologo in cui attribuiva la sconfitta in Vietnam all’incapacità americana di emulare i Vietnamiti in fatto di crudeltà, e si richiamava ad un episodio in cui i Vietcong avrebbero tagliato un braccio a dei Vietnam_napalm_19721bambini loro connazionali, colpevoli di essersi lasciati vaccinare dai soccorrevoli soldati americani; questo episodio di crudeltà dei Vietcong non ha nessun riscontro in nessuna delle cronache dell’epoca, perciò costituisce una pura invenzione, anche se, grazie all’impatto del film, ha assunto la consistenza di un fatto realmente accaduto. Gli Stati Uniti hanno quindi costruito una propaganda che aveva il preciso scopo di dissimulare i limiti della loro potenza militare, attribuendo le sconfitte ad un eccesso di scrupoli morali. Tutto il dibattito imposto dalla propaganda americana è sempre infarcito di dilemmi morali, dilemmi tanto più fasulli dal momento che sono dei criminali in servizio permanente effettivo a proporli.

Del resto non si capisce quali scrupoli morali oggi si stiano facendo le truppe ed i mercenari statunitensi in Iraq ed in Afghanistan.iraq

Il dominio statunitense non è quindi legato esclusivamente o principalmente alla potenza militare, ma soprattutto all’alleanza organica con i reazionari di tutto il mondo. In Europa la reazione ha sogno-americanosognato l’America sin dagli inizi del ‘900 e, dalle pagine del “Mein Kampf”, si apprende che Hitler non faceva eccezione. La propaganda statunitense inventa ogni giorno un “nuovo Hitler”, però quello originale era un filo-americano.hitlerbush Nel 1946 le oligarchie europee sono diventate “americane” non per il timore di un’Unione Sovietica prostrata dalla guerra, ma per timore dei loro lotte_operaieoperai. Un avvenimento del 1946 di cui pochi storici si sono occupati - ad esempio: Joyce e Gabriel Kolko - riguarda l’esperienza dei consigli operai nella Germania Est. Questa parte della Germania era stata da sempre la meno industrializzata e, nello stesso periodo, la Germania Ovest deteneva l’ottanta per cento dei suoi impianti industriali ancora intatti, poiché in gran parte di proprietà di multinazionali americane, e infatti i bombardamenti USA si erano concentrati soprattutto sulle abitazioni civili e sulle città d’arte come Dresda.

Nonostante questa inferiorità in fatto di impianti industriali, la Germania Est superò nel corso del 1946 la produzione dell’Ovest, dimostrando che i consigli operai costituivano un’alternativa non solo in termini di giustizia, ma anche di efficienza.

Per un certo periodo, Stalin non si oppose all’esperienza dei consigli a causa dell’impellente bisogno di prodotti industriali da parte della Russia.

Quando gli operai di Berlino Est nel 1953 tentarono di riproporre quell’esperienza, la risposta del potere fu invece una brutale repressione. L’esperienza dei consigli operaioperai è stata screditata anche a causa dell’apologetica dei consiliaristi e dei situazionisti, che li hanno proposti come un improbabile modello di potere assoluto; in realtà la loro validità si dimostrò proprio nel determinare una spinta sociale a cambiamenti molto più vasti e profondi, cosa che determinò il terrore nelle oligarchie europee, che si dimostrarono pronte ad inchinarsi agli USA purché li difendessero da questa prospettiva. Il piano Marshall è presentato nei libri di storia come una grande prova di generosità americana, mentre in realtà costituì un finanziamento governativo alle esportazioni statunitensi; ma la cosa più rilevante è che esso fu accompagnato dalla imposizione di una serie di stretti vincoli alla spesa pubblica dei Paesi europei che determinarono una terribile depressione e una disoccupazione di massa.

Con il piano Marshall arrivarono in Europa anche le basi militari americane e, nel 1949, la NATO.

Le basi americane e NATO  per le oligarchie europee sono come tanti baluardi antioperai sparsi sul territorio, veri e propri templi dell’antioperaismo.

Fonte: Comidad

lunedì, 25 agosto 2008
Cosa resterà di questo congresso di Chianciano del PRC?
Scritto da Cesare Allara   

Partiamo dalle immagini. La cosa più strabiliante sono stati gli otto minuti otto di applausi seguiti all´intervento di Fausto Bertinotti, il leader che ha scientificamente demolito il partito per traghettarne le macerie nel nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra Arcobaleno subendo una sconfitta catastrofica.

Ebbene, questo signore non solo non è andato a rinchiudersi per sempre nel monastero del monte Athos, ma è tornato sul luogo del delitto dopo un brevissimo momento di auto-oscuramento per rendere più sensazionale la rentrée, ha spiegato a modo suo le ragioni della sconfitta, ha dettato la linea politica del nuovo soggetto, ha sponsorizzato il suo nuovo portavoce e ha ricevuto dai suoi adepti una standing ovation. E´ mancata solo la ola.
E´ come se Edmondo Fabbri, commissario tecnico della nazionale italiana di calcio ai mondiali del 1966 in Gran Bretagna, al ritorno in Italia dopo la storica sconfitta con i dilettanti della Corea del Nord costata l´eliminazione dalle fasi finali del torneo, fosse stato accolto da ovazioni anziché da pomodori, uova e contumelie varie.
Da notare che non c´è stato un quotidiano che abbia rilevato questa anomalia. Tutti si sono profusi in lodi sperticate per il semplice delegato di Cosenza, per Il FaustFausto il rossoIl camerata Fausto Bertinotti che torna e picchia duro. Tutti i quotidiani compresa Liberazione erano nettamente schierati con Bertinotti e Vendola, rappresentanti di quella sinistra pseudo-radicale che fa tanto comodo al PD e ai padroni. Tutti costoro, a maggior ragione dopo l´apoteosi con lacrime di Bertinotti, davano per certa l´elezione di don Niki Vendola alla segreteria del partito. Ma la fotografia più significativa del congresso di Chianciano rimarrà quella delle facce sbigottite e atterrite di Bertinotti contestatoBertinotti, Vendola e di buona parte della nomenklatura che assiste incredula alla vittoria di Paolo Ferrero mentre più di metà sala col pugno alzato canta Bandiera rossa e invoca comunismo, comunismo. Dopo anni di demonizzazione del comunismo e di smantellamento ideologico del partito, di forzature staliniste per imporre il nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, dopo una consultazione degli iscritti ultrataroccata che avrebbe fatto inorridire persino la peggiore DC e nonostante il massiccio esodo in uscita di tanti onesti compagni, questi signori si accorgono di essere minoranza.

La Stampa scrive che Vendola deluso e arrabbiato... accusa i suoi avversari di aver usato linguaggi e strumenti di lotta volgari. Dice che ha sentito pulsioni plebeiste che non avevano mai avuto cittadinanza dentro Rifondazione.

 
Accusa Ferrero di slealtà perché si è candidato solo all´ultimo momento. E conclude lapidario: "Considero questo congresso come la fine della Rifondazione Comunista che ho contribuito a fondare, il compimento di una sconfitta elettorale, un arretramento culturale". Mentre Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutistaBertinotti ritiene che Bandiera rossa è stata cantata in modo intimidatorio e confida: "Qui bisogna cominciare a temere per la nostra incolumità fisica, questi sono peggio di Di Pietro: riapriranno le galere." Il sempre bene informato Riccardo Barenghi su La Stampa di lunedì 28 luglio rivela che nella notte fra sabato e domenica nella hall del suo albergo, Vendola ha la faccia stravolta. Ha appena saputo che Ferreroferrero era riuscito nel miracolo di mettere insieme le quattro mozioni. Si sfoga: "Roba da chiamare il 113 per come si comportano. Una cosa raccapricciante sono peggio della destra... ora faranno la costituente comunista. Lui ha vinto e noi che abbiamo guidato questo partito per 14 anni, non abbiamo capito come era fatto. E´ una comunità terapeutica. Dovrei fare la secessione della Puglia. Hanno preparato un documento delirante. Io mi ritiro".
Infine sempre Barenghi, un anticomunista che per anni ha diretto il giornale comunista Il manifesto, esprime tutto il suo disappunto per l´esito congressuale in un editoriale dal titolo Piccolo mondo antico e rimprovera ai suoi beniamini Bertinotti, Giordano e Vendola di non essere riusciti in 14 anni a trasformare la natura profonda del loro partito.

Invece, tutti i compagni del PRC che ho incontrato alla fiaccolata NO-TAV di lunedì sera 28 luglio a Sant´Antonino di Susa erano moderatamente soddisfatti dell´esito congressuale; alcuni ex iscritti mi hanno confessato che nel vedere la faccia stravolta di Bertinottibertinotti hanno gioito come non gli succedeva da anni. Alla manifestazione valsusina erano rigorosamente assenti i rappresentanti torinesi del documento Vendola, notoriamente più che possibilisti sul TAV. Questa vicenda è esemplare per comprendere il ruolo del futuro soggetto unitario e Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dilplurale della sinistra. La banda Favaro, che ha governato per anni la federazione provinciale, ha abbandonato da tempo le manifestazioni di piazza preferendogli il tavolo istituzionale. Per rimarcare questa scelta ha scomunicato il circolo PRC di Bussoleno che da almeno dieci anni si batteva con intransigenza senza se e senza ma contro la realizzazione del TAV e ha aperto in Bassa Valle un altro circolo più sensibile alle esigenze della federazione torinese.

L´esigenza primaria dei dirigenti rifondaroli è quella di non rompere per nessun motivo con Chiamparino, Saitta e Bresso per non dover mollare le seggiole istituzionali. Ormai da tempo il PRC torinese svolge il ruolo che negli anni Settanta alla fiat_mirafioriFiat Mirafiori era proprio degli "addetti alle relazioni sindacali". Costoro erano ambiziosi studenti-lavoratori o neo-laureati in Scienze Politiche alle dipendenze del capo del personale e fungevano da primo filtro delle rivendicazioni operaie, dovevano attutirne l´impatto, cercare insomma di raffreddare le patate bollenti. Negli intervalli delle trattativelotte_sindacali fraternizzavano con i delegati sindacali più disponibili alla macchinetta del caffé, magari spiegando che anche loro erano dei semplici lavoratori; una volta accorciate le distanze con la controparte, era più facile ammorbidire le richieste operaie. Gli operai avevano soprannominato queste figure professionali i vasellina. Chiusa parentesi NO-TAV, torniamo al PRC. Provo a fare qualche considerazione sul congresso e ad azzardare qualche previsione. Il congresso di Chianciano ha avuto l´esito più sensato e naturale.

Le sorprese semmai si sono verificate nei congressi di circolo che hanno rivelato un insospettato altissimo tasso di clientelismo, in particolare al sud dove ha stravinto il documento Vendola.
Nonostante gli aiutini esterni, Vendola non è riuscito ad ottenere il 50%+1 dei delegati che gli avrebbe consentito di imporre subito il soggetto unitario e plurale ed è stato costretto ad aprire una seconda campagna acquisti. Impensabile una trattativa con i tre documenti di minoranza troppo distanti politicamente e moralmente dallo stile Vendola, non restava che agganciare l´alleato di Ferrero, Claudio Grassi.

Ma avendo degli impegni stringenti con Sinistra Democratica, Vendola non poteva offrire nulla di consistente a Grassi, ad esempio sul mantenimento della falce e martello nel simbolo, che potesse giustificare una onorevole giravolta della corrente Essere Comunisti.
Dal canto suo Ferrero, se voleva essere eletto segretario non aveva altra strada che trattare con le correnti di minoranza. Basta comparare il documento iniziale della corrente Ferrero e il documento finale approvato dal congresso per accorgersi della virata a sinistra, anche se, come ha ripetutamente dichiarato Ferrero, la costituente comunista non sta scritta da nessuna parte.

 
L´improvviso riaccendersi della passione comunista con il classico finale al canto di Bandiera rossa e pugni chiusi non deve trarre in inganno.

Solo due settimane fa ho ascoltato l´intervento al congresso provinciale torinese di un esponente di primo piano della corrente Ferrero che non ha perso l´occasione per ricordare tutti i crimini del comunismo.
In secondo luogo tutti sanno che di stupendi documenti come di buoni programmi sono sempre state rivestite le politiche istituzionali del PRC, con il risultato finale che sappiamo. La posta in gioco nel congresso era il controllo del partito.

Perché chi controlla il partito ha più possibilità d´accaparrarsi la cospicua eredità del defunto PRC, i suoi beni immobili, i finanziamenti statali e i rimborsi elettorali che giungeranno ancora per qualche anno, il simbolo che permette a quei rimborsi di arrivare ecc.

Chi si aspettava grandi analisi o revisioni sui cambiamenti nella società italiana, sulle questioni sociali o su quelle internazionali evidentemente non conosce la profonda natura opportunista e istituzionalista del PRC e il livello culturale dei dirigenti che hanno gestito il partito.
All´interno del PRC hanno sempre convissuto almeno dieci partiti diversi, ma esisteva ed esiste tuttora un undicesimo partito che attraversa gli altri dieci, il più potente di tutti, cioè quello che riunisce gli eletti nelle istituzioni, che sono poi coloro che hanno sempre pesantemente condizionato la linea politica del partito.

E adesso che succede? Per azzardare delle previsioni, occorre tenere ben presente il calendario politico. La corrente di Vendola Rifondazione per la sinistra ha già fissato a Roma una manifestazione o qualcosa di simile quasi o proprio in concomitanza con una convention della Costituente della sinistra organizzata dalla Sinistra Democratica di Claudio Fava.
Don Niki non può permettersi il lusso di far rifluire nel PD gli ultimi scappati di casa dei DS. Costoro essendo solo ceto politico valgono elettoralmente lo 0,1-0,2%, ma è importante la loro presenza perchè la nascita del nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra, ampiamente sponsorizzato dal partito_(anti)democraticoPD, verrà giocata tutta dal punto di vista mediatico. Poi nel mese di ottobre sono previste altre due manifestazioni a Roma. Una è quella indetta già da tempo da Veltroni per tentare di rendere più coese le due o più anime del PD. L´altra è quella contro le politiche antipopolari del governo Berlusconi annunciata da Diliberto che vuole bissare la grande manifestazione comunista del 20 ottobre scorso indetta da PRC e PDCI e che fu boicottata da SD.
Al momento è più che probabile che le date delle due manifestazioni non coincideranno. Questi due appuntamenti riveleranno lo stato di decomposizione e/o di avanzamento dei lavori nella sinistra.

Ad esempio, se Veltroni dovesse accentuare un pochino il carattere antiberlusconiano della sua iniziativa, un Vendola allergico alle falci e ai martelli ormai integrato con SD potrebbe optare per andare in piazza col PD. Intanto, Vendola e compari non si danno pace per la sconfitta congressuale e stanno attuando un pressing molto intenso orchestrato dal direttore di Liberazione l´amerikano doc Piero Sansonetti verso tutti i dirigenti del documento Ferrero.

Questa offensiva che può essere riassunta nel concetto ma che cosa ci azzeccate con i comunisti? è stata affidata a sottili intellettuali iscritti al PRC come la famosa Graziella Mascia, o a sponsor esterni come Marco Revelli e Alberto Asor Rosa sempre disponibili a perorare le cause perdenti, vedi la Sinistra l´Arcobaleno.

Tutte queste iniziative, queste manovre, sono in campo in vista della scadenza più importante di tutte, quella delle elezioni europee del maggio-giugno 2009. Detto in modo più esplicito, fra nove o dieci mesi si torna a votare.

E probabilmente, oggi tutto lascia supporre che ciò avverrà con una legge elettorale con sbarramento al 4%. Nella più ottimistica delle ipotesi a sinistra del PD saranno presenti due liste. Molto dipende soprattutto da cosa decide di fare da grande Paolo Ferrero.

Perché Vendola & soci quali interessi difendere e con chi l´hanno già deciso da tempo, in tal senso Rifondazione per la sinistra è un libro aperto.

Ferrero, invece, se non vuole tornare con la coda fra le gambe all´interno della sua ex maggioranza bertinottiana, non ha altra strada che la ricomposizione della diaspora comunista come predica da tempo Diliberto.

Che non si risolve solo con l´accoppiamento PRC-PDCI, ma con il coinvolgimento paritario di Sinistra Critica e del PCL, sempre che Turigliatto e Ferrando non pensino ancora una volta di dichiararsi soddisfatti di una percentuale da prefisso telefonico.

Dell´attacco alle libertà da parte del governo silvio_generaleBerlusconi, della crisi economica che ghermisce sempre più vasti strati di popolazione e di una alternativa secca al regime veltrusconiano ne parliamo dopo le ferie, per chi ci può andare. Nel frattempo fabbri e tesorieri sono sempre in allarme rosso, come le tasche della maggioranza degli italiani.
Cesare Allara
domenica, 24 agosto 2008

La guerra nel Caucaso è il prodotto dell’imperialismo americano e non solo di conflitti locali, ed è probabile che sia solo un assaggio di eventi futuri. Questa è una storia di espansionismo statunitense, più che di aggressione russa.

 

AUTORE:  Seumas MILNE

Tradotto da  Manuela Vittorelli

 

L’esito di sei lugubri e sanguinari giorni di guerra nel Caucaso ha innescato la nauseante ipocrisia dei politici occidentali e dei mezzi di informazione a essi asserviti.

Mentre i commentatori tuonavano contro l’imperialismo russo e la brutale sproporzione della reazione, il vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, fedelmente riecheggiato da Gordon Brown e David Miliband, ha dichiarato che “l’aggressione russa non deve rimanere senza risposta”. no-sex-bushGeorge Bush ha denunciato la Russia per avere “invaso un vicino stato sovrano” e minacciato “un governo democratico”. Una tale azione, ha insistito, “nel XXI secolo è inaccettabile”. Questi sono per caso i capi degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato - insieme alla Georgia, guarda caso - lo stato sovrano dell’Iraq con un falso pretesto causando centinaia di migliaia di vittime? O dei due governi che nell’estate del 2006 hanno bloccato un cessate il fuoco mentre Israele polverizzava le infrastrutture del Bombe sul LibanoLibano e uccideva più di mille civili come rappresaglia per la cattura o l’uccisione di cinque soldati? Dopo tutta questa indignazione per l’aggressione russa quasi si fatica a ricordare che è stata la Georgia a scatenare la guerra giovedì scorso attaccando brutalmente l’Ossezia del Sud per “ristabilire l’ordine costituzionale”, in altre parole il dominio su un’area che non ha mai controllato dal crollo dell’Unione Sovietica. Né, in mezzo a tutto questo sdegno per i bombardamenti russi, c’è stato qualcosa di più di brevi riferimenti alle atrocità commesse dalle forze georgiane contro gli abitanti della capitale Tskhinvali.

Diverse centinaia di civili sono stati uccisi a Tskhinvali dalle truppe georgiane. Tra le vittime ci sono anche alcuni soldati russi che operavano in base a un accordo di pace risalente agli anni Novanta.

“Ho visto un soldato georgiano tirare una granata in un seminterrato pieno di donne e bambini”, ha raccontato martedì ai giornalisti un abitante di Tskhinvali, Saramat Tskhovredov. Sarà forse perché la Georgia è quella che Jim Murphy, il ministro britannico per gli Affari Europei, ha chiamato “una piccola bella democrazia”.

Be’, sarà certo piccola e bella, ma sia l’attuale presidente, Mikheil Saakashvili, che il suo predecessore sono saliti al potere in seguito a colpi di stato appoggiati dall’Occidente, il più recente dei quali è stato graziosamente chiamato “Rivoluzione delle rose”.

Saakashvili è stato allora consacrato presidente con il 96% dei voti prima di instaurare quello che l’International Crisis Group ha di recente definito un governo “sempre più autoritario” e che lo scorso novembre ha brutalmente represso l’opposizione, il dissenso e i media indipendenti. In questi casi “democratico” sembra semplicemente voler dire “filo-occidentale”.

La disputa di vecchia data sull’Ossezia del Sud - e sull’Abchazia, l’altra regione contestata della Georgia - è una conseguenza inevitabile del crollo dell’Unione Sovietica.

Come nel caso della Jugoslavia, minoranze che erano più o meno soddisfatte di vivere da una parte o dall’altra di un confine interno, la cui presenza non influiva molto sulle loro vite, si sono sentite ben diversamente quando si sono trovate dalla parte sbagliata di un confine tra due nazioni.

Negoziare una soluzione per problemi di questo tipo è già difficile in qualsiasi circostanza. Ma aggiungeteci gli War newsStati Uniti, la loro instancabile promozione della Georgia come avamposto filo-occidentale e anti-russo nella regione, i loro sforzi per portare la Georgia nella NATO, il passaggio attraverso il territorio georgiano di un oleodotto cruciale e mirato a indebolire il controllo russo delle forniture energetiche.

Aggiungeteci il riconoscimento, sponsorizzato dagli Stati Uniti, dell’indipendenza del Kosovo - il cui status era stato esplicitamente associato dalla Russia a quello dell’Ossezia del Sud e dell’Abchazia.

Aggiungete tutto questo e capirete che il conflitto era solo questione di tempo. Il coinvolgimento della CIA in Georgia è stato forte fin dai tempi del crollo sovietico. Ma con l’amministrazione BushNO BUSH il paese è diventato a tutti gli effetti un satellite degli Stati Uniti. Le forze armate georgiane sono equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti e Israele.  Quello georgiano è per consistenza il terzo contingente militare in Iraq: di qui la necessità che gli aerei degli Stati Uniti riportassero 800 soldati georgiani in patria per combattere contro i russi. I legami di Saakashvili con i neo-conservatori di Washington sono particolarmente stretti: la società di lobbying presieduta dal consigliere per la politica estera del candidato repubblicano John McCain, Randy Scheunemann, ha ricevuto quasi 900.000 dollari dal governo georgiano a partire dal 2004.

Ma sotto il conflitto della scorsa settimana c’era anche la più ampia ed esplicita intenzione dell’amministrazione Bush di imporre l’egemonia globale degli Stati Unitiu-sapevamu e prevenire minacce regionali, soprattutto quelle rappresentate da una Russia in ripresa. Questo obiettivo era stato espresso per la prima volta quando Cheney era segretario della difesa sotto Bush padre, ma il suo vero impatto si è sentito solo quando la Russia ha cominciato a riprendersi dalla disintegrazione degli anni Novanta. Nell’ultimo decennio l’inarrestabile espansione verso est della NATO ha portato l’alleanza militare occidentale a premere contro i confini della Russia e a penetrare nell’ex-territorio sovietico.

Nell’Europa Orientale e nell’Asia Centrale sono apparse basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo anti-russo dopo l’altro per mezzo di una serie di rivoluzioni colorate.

Adesso l’amministrazione Bushzio_sam si prepara a installare nell’Europa dell’Est un sistema di difesa anti-missile palesemente puntato contro la Russia. La riflessione e il buon senso ci dicono che questa non è la storia di un’aggressione russa, ma dell’espansione imperialista degli Stati Uniti e di un accerchiamento sempre più accentuato della Russia da parte di una forza potenzialmente ostile. Non dovrebbe sorprendere che una Russia divenuta più forte abbia usato il pasticcio dell’Ossezia per limitare quell’espansione.

 

Più difficile da capire è perché Saakashvili abbia lanciato l’attacco della scorsa settimana e perché i suoi amici di Washington lo abbiano incoraggiato.

Se è così, le conseguenze sono state spettacolari, con un costo umano altissimo. E malgrado Bush mercoledì abbia tentato di esprimersi con fermezza, la guerra ha anche smascherato i limiti del potere statunitense nella regione.

Finché viene rispettata l’indipendenza della Georgia - e qui l’opzione migliore è quella della neutralità - non dovrebbe essere un male. Potere alienoIl dominio unipolare del mondo ha ristretto lo spazio della vera auto-determinazione, e il ritorno di un qualche contrappeso va accolto favorevolmente. Ma il nuovo assetto porta con sé dei pericoli. Se la Georgia fosse stata membro della NATO il conflitto di questa settimana avrebbe rischiato un’escalation ben più grave. Lo si vedrebbe bene nel caso dell’Ucraina, che ieri ha offerto materiale per un futuro scontro quando il suo presidente filo-occidentale ha minacciato di limitare il movimento delle navi russe nella base di Sebastopoli, in Crimea.

Con il ritorno dei conflitti tra le grandi potenze, l’Ossezia del Sud è probabilmente solo un assaggio di ciò che verrà.

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L'articolo originale, in lingua inglese, è reperibile al seguente link: http://guardian.co.uk/commentisfree/2008/aug/14/russia.georgia/print

L’autrice della traduzione, Manuela Vittorelli, è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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