sabato, 29 marzo 2008

Il sessantotto

Reazionari e conservatori non perdono l'occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che il 68 sia stato una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.
Foto  Gabriella MercadiniIn parte hanno ragione, perché se il 68 non ha conquistato il potere politico ha però colonizzato gran parte delle coscienze nel nostro paese, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il 68 ha dato un contributo significativo, per esempio, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull'aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l'università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all'abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane.

Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l'apertura cosmopolita, la sensazione dell'esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l'intero Paese.

E' stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi.

Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l'entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere "formidabile" onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l'hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto.

Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l'utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animavano il 68. Il motivo dell'accanimento contro un'epoca che sembra ormai definitivamente tramontata (sepolta dalla caduta del muro di berlinodisgregazione dell'URSS, dalla strage di Piazza Tien An Men, annientata nella prospettiva di un nuovo ordine mondiale, nella crisi delle ideologie, sotto il crollo del muro di Berlino) si può riconoscere facilmente non solo nella forza e nella durata (1968-1975/76) del movimento, ma nel fatto che sono proprio quei valori a preoccupare i conservatori, quegli ideali che sono, per natura, contrapposti all'ideologia del capitale. Il movimento del 68 aveva un carattere internazionale, internazionalista, policulturale e interclassista,Foto Tano D'Amico possedeva una varietà di componenti che finirono per caratterizzarsi in un cocktail esplosivo e variopinto, innestandosi sul filone della protesta operaia e, quindi, sulla tradizione del socialismo e del comunismo internazionale. Ma con una fantasia e una libertà di espressione a questo sconosciuti. E non poteva essere diversamente. Furono gli anni Sessanta, infatti, a preparare il 68. Anni di profondi cambiamenti. Il più importante fu il boom economico, figlio dell'espansione edilizia e della diffusione del pagamento dilazionato - la cambiale - che consentì la vendita sterminata di merci, case, automobili e elettrodomestici. Il Pil cresce e per la prima volta nel governo entra il Partito socialista, dopo la rottura dell'alleanza con il Pci. La conseguenza di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di quasi dieci anni, alla fine del boom, consentì il parcheggio scolastico di forza lavoro disoccupata.

Le strutture della scuola pubblica ideata da Gentile e dell'università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura, ma la risposta sono ancora autoritarismo e dogmatismo. Una continua spinta libertaria travolse la società: dagli studi di Piaget sulla psicologia infantile si passò alle geniali denunce del prete di Barbiana, DonLorenzoMilanidon Milani; Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ai Beatles venne dato l'ostracismo televisivo mentre in Italia e in tutto il mondo migliaia di giovani formarono bands e gruppi musicali, inventarono un loro linguaggio rinunciando a imitare quello degli adulti. Nella rivoluzione giovanile e studentesca confluirono in modo importante fermenti di rivolta musicale, che culminarono nel raduno di woodstockWoodstock. Un vento libertario ispirò anche il movimento dei Provos (provocatori) olandesi, che diffusero l'uso della bicicletta, rigorosamente bianca, e ideali sociali non eversivi da un punto di vista politico, ma rivoluzionari sul piano del costume. Essi proposero valori comunitari, un atteggiamento non egoistico ma solidaristico, la libertà sessuale, la libertà di scelta individuale, l'emancipazione dall'etica famigliare in favore della solidarietà di gruppo giovanile.

In Italia si diffuse l'Onda Verde, un movimento giovanil-musicale vagamente libertario, crebbe l'interesse per la situazione internazionale, mentre tutte le contraddizioni di un paese in crescita economica e sociale stavano per esplodere nel contatto con istituzioni, ideologie, mentalità rimaste, malgrado l'apparente evoluzione del dopoguerra, quelle provinciali e arretrate del periodo fascista e prefascista.

Mentre la classe operaia si apprestava a chiedere legittimamente la propria fetta del boom economico (l'autunno rosso del '69), il pianeta giovani si guardava intorno alla ricerca di miti e modelli da cui trarre ispirazione, rifiutando progressivamente l'intera visione del mondo dei padri e degli adulti in genere e innescando un conflitto generazionale liberatorio e benefico che portò una ventata di verità su rapporti e legami incrostati di ipocrisia e vuota retorica.

Foto Gianni Berengo Gardin

Paternalismo e autoritarismo divennero il nemico da rigettare ma il rifiuto si trasformò presto in una feroce critica della cultura tradizionale, della cultura borghese.Marx Simpsonmarx

I richiami a Karl Marx, per la sua capacità di evidenziare meriti e demeriti, astuzie e ipocrisie della borghesia, e a Sigmund Freud, il disvelatore dell'oscuro oggetto del desiderio, l'amore per Herbert Marcuse, costituirono i punti di riferimento del movimento del sessantotto.
Foto Francesco RadinoLa ricerca di miti funzionali alle problematiche del momento portò con sé l'interesse per le rivoluzioni, cinese e cubana in particolare, verso personaggi come Guevara e verso tutti i movimenti di liberazione dal colonialismo che in quegli anni procedevano di successo in successo. In primis il VietnamVietnam_napalm_19721 che dopo aver sconfitto la Francia si prendeva la libertà di buttare a mare l'esercito degli Stati Uniti, di passare di vittoria in vittoria, di creare all'interno degli States un movimento di opposizione che saldava in parte gli interessi dei giovani bianchi a quelli dei neri. Un movimento che culminò nella rivolta nei campus e nel rifiuto a partire per il fronte. L'interesse per le rivoluzioni contemporanee si estese rapidamente alle rivoluzioni storiche, dei Soviet e francese innanzitutto, fino a comprendere la nostra rivoluzione, quella che ci ha liberato, anche se con l'aiuto degli alleati, dai tedeschi e dai fascisti. Anche la Resistenza divenne un mito. "Il Monte Rosa è sceso a Milano" di Cino Moscatelli e "Senza tregua, la guerra dei Gap" di giovanni pesceGiovanni Pesce furono libri che contribuirono ad alimentarlo. Si stabilì un curioso avvicinamento tra i giovani ribelli che rifiutavano la cultura dei padri e i vecchi partigiani, protagonisti ancora viventi dell'unico evento storico davvero di popolo del nostro paese. Questa complessa trama si arricchì dei motivi del movimento femminista, dalle novità introdotte nella ricerca di nuovi valori da Jack Kerouac e dalla rivoluzione dei fiori, dalla liberazione sessuale come momento rivoluzionario.

Tutto ciò accadde mentre le università e le scuole, organizzate per formare l'élite dirigente di prima della guerra, scoppiavano letteralmente di una massa umana indocile e acculturata, che aveva come prospettiva quella di un lungo parcheggio scolastico utile a indorare la pillola della disoccupazione. Il boom, infatti, si esaurì proprio mentre la classe dei lavoratori avrebbe voluto incassare qualche miglioramento delle sue condizioni di vita, dividendosi almeno una fetta dei profitti padronali degli anni del boom economico (1957-1967).

Il nuovo contratto e lo Statuto dei lavoratori furono il risultato di questa dura battaglia che vide gli studenti scendere in campo a fianco del proletariato.quarto stato L'esplosione del 68 ebbe questo carattere vario e composito, fatto di fantasia e ideologia, di energia giovanile e di illusioni, di impegno e di musica, di banalità e grandi temi, di verbosità e di fatti clamorosi. Fu una lunga (1968-1977) rivoluzione culturale che ha segnato nel mondo, e in particolare in Italia, una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali e di qualità del lavoro, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio e sull'aborto non sarebbero passati.
Foto Massimo PerrucciFu, anche, una stagione di violenza. Violenza istituzionale, prima di tutto, violenza antioperaia e antisociale, come le bombe alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, prima di una serie di numerose stragi che, a causa del coinvolgimento dei servizi segreti, sono state definite "stragi di stato".piazza_fontana Violenza repressiva delle lotte dei lavoratori, degli studenti, delle donne, cariche spietate dei cortei, morti e feriti sotto le camionette, come capitò a Giovanni Ardizzone prima del '68. Naturalmente vi furono anche dure risposte in piazza. E violenza terroristica... Ma con una distinzione fondamentale. Nel sessantotto il movimento ebbe molte anime, non tutte in sintonia. Una di queste, decisamente minoritaria, fu quella del terrorismo. Curcio, già nel 1968-69 progettava di rapire aldo moroAldo Moro e di organizzare le Brigate Rosse. Non ci fu una escalation dalla violenza di massa al terrorismo: chi aveva in mente di percorrere questa strada, lo aveva chiaro fin dall'inizio. E i due percorsi risultano costantemente separati, salvo eccezioni poco più che casuali. In particolare non risulta nemmeno un caso di passaggio al terrorismo dal Movimento studentesco. La violenza antifascista nacque come autodifesa, come estrema salvaguardia contro forze istituzionali e politiche agguerrite e minacciose. Organizzarsi per difendersi fu una necessità, di fronte all'aggressività di carabinieri e polizia, da una parte, e gruppi fascisti armati di pistole e coltelli, dall'altra.Foto Tano D'AmicoNon è un caso se il prezzo più elevato per la violenza dello scontro sociale lo ha pagato il movimento della Nuova sinistra, lo hanno pagato
Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alberto Brasili e Gaetano Amoroso, tutti i compagni feriti o uccisi negli scontri con le forze dell'ordine e con i fascisti. Solo questi ultimi, qualche volta hanno pagato, come nel caso degli assassini di Brasili. Ma l'assassino di Varalli, Antonio Braggion, pur condannato per eccesso colposo di legittima difesa non ha mai scontato la sua pena. Sentenza curiosa visto che Varalli fu colpito da una pallottola alla nuca.

L'organizzarsi per cercare di non farsi ammazzare finì per disturbare la tranquillità dei manovratori, solleticando la morbosità dei mass media e irritò anche la sensibilità di coloro che magari inneggiano alle rivoluzioni, ma che se vola un pugno gridano al fascismo. Con questo non si vuole assolvere tutto.

Vi furono errori ed eccessi che, immancabilmente, sono diventati il pretesto per connotare negativamente il 68 e darne un'immagine riduttiva e falsa. Ma la violenza autodifensiva, ben diversa dal fenomeno del terrorismo, è solo un aspetto di quel periodo che non può definirlo né connotarlo.

Chi, in quegli anni si è impegnato nella politica attiva ha avuto la fortuna di vivere un momento storico di rara intensità, ha partecipato a una rivoluzione culturale che, è vero, non ha toccato i centri del potere reale, ma ha influito profondamente sulla società e sul costume di questo paese, e lo ha migliorato. Ha difeso la democrazia, riconosciuta come un valore, ha contribuito in modo decisivo a creare la consapevolezza di una comunità culturale e di interessi tra tutti i lavoratori, portando un clima di unità tra il mondo del lavoro in fabbrica, i ceti subordinati e le battaglie degli studenti.

La rivoluzione studentesca ha sostenuto con forza l'accidentato cammino dell'emancipazione femminile, guadagnandosi qualche merito anche nelle tante polemiche costruttive e feconde con il movimento femminista e ha diffuso un sentimento di repulsione contro l'imperialismo, il razzismo, il fascismo.
Foto Gabriella MercadiniSe in Italia si è cominciato a parlare della Palestina e dei diritti dei palestinesi è stato soprattutto per merito del movimento. E lo stesso è accaduto, probabilmente, su qualsiasi tema o battaglia di avanguardia. Senza dimenticare di essere giovani, anzi, persone.

Per la maggior parte dei militanti il coinvolgimento ideologico non ha minacciato il piacere di vivere e impegnarsi per una o molte cause: il teatro, i concerti, il ballo, gli scherzi si sono integrati con la serietà di un impegno forte per il sogno dell'uguaglianza tra gli uomini, di rapporti più sereni, contrari alla distruttiva frenesia del sistema capitalistico.

I risultati delle rivoluzioni culturali non sono immediati, le trasformazioni sociali avvengono con disarmante lentezza e con processi tutt'altro che lineari e tuttavia l'aspirazione a vivere in un mondo pacificato e sereno, il bisogno di superare la terribile disparità nella distribuzione delle ricchezze, la prospettiva di una soluzione globale per i problemi del mondo, si vanno presentando sempre più chiaramente come vere e proprie necessità, si manifestano come esigenze sempre più attuali e vive, se non come l'unica strada da percorrere per salvarci.

Non ci sarà più un altro sessantotto. Troppo complessa la trama casuale degli elementi che lo hanno reso possibile. Ma le idee forza e le esigenze reali che lo hanno sostenuto sono più che mai operanti, anche se si manifestano in modo diverso. In fondo, la prima testimonianza della vitalità di questi ideali è confermata dall'accanimento con cui i nuovi e i vecchi conservatori li dichiarano "estinti".

A nessuno verrebbe in mente di continuare a proclamare la fine di un'idea davvero spenta: le danze intorno al cadavere del nemico durano un giorno, non trent'anni. Se c'è chi strepita è perché sa bene che quelle aspirazioni, quei bisogni sono ancora vivi dentro ognuno di noi e, soprattutto, esistono fuori, nel mondo.

Foto Francesco Radino 
venerdì, 28 marzo 2008

Prosegue il mio curioso e instancabile viaggio nel "fatidico" 1968.

Un'escursione virtuale già intrapresa in un precedente post, provando ad esplorare e far conoscere un anno formidabile che è durato all'incirca un decennio ed ha cambiato in modo radicale la vita e il costume (ma non l'organizzazione politico-economica) della nostra società negli ultimi 40 anni. Mi sono messo alla ricerca dei protagonisti e delle gesta che hanno segnato la poderosa rivolta di un'intera generazione. Per caso mi sono imbattuto in una simpatica e singolare testimonianza, offerta da un noto attore "comico".

Si chiama Claudio Bisio. Pubblico qui un suo interessante contributo che si inserisce nell'assurda disputa mediaticabrunovespa che si sta consumando in questo periodo. Un falso dibattito intriso di rievocazioni mistiche e celebrazioni retoriche, menzogne e mistificazioni, criminalizzazioni e distorsioni, banalità e idiozie, ripensamenti e pentimenti, ipocrisie e perversioni... Claudio Bisio ci consegna un punto di vista senza dubbio originale che suggerisce una visione ironica e inconsueta del '68, di un movimento vissuto ed osservato attraverso un'angolatura che si potrebbe definire "minimalista", ma non lo è. Almeno non in senso letterale. Buona lettura.

Quando Avevo I Capelli Lunghi

di Claudio Bisio

Iniziamo col dire che avevo undici anni. Nel ’68, intendo.

Sono del ’57: 68 meno 57 fa 11. Tanto per far vedere che la matematica la so, anche se ho fatto il liceo (scientifico per altro) nei fatidici anni ‘70 e le scuole più che frequentarle le ho occupate, come scrisse un noto critico. Undici anni quindi, l’età attuale di mia figlia anche se, sto facendo ora i conti, lei frequenta la prima media, mentre io alla sua età ero già ben inserito in seconda, essendo andato a scuola a cinque anni. Mia madre, maestra elementare, sosteneva che a quattro anni sapevo già leggere e scrivere e all’asilo mi annoiavo. Come dubitare del giudizio di una mamma? Maestra elementare, per giunta.

Quindi elementari, private ovviamente, per via di quei cinque anni non omologabili in una scuola pubblica (solo la Moratti da ministra dell’istruzione sancirà il contrario). E per di più dalle suore, per motivi più topografici che fideistici essendo l’Istituto delle Madri Pie nello stesso isolato di casa mia. Tutto casa-scuola e catechismo, allora? Non esattamente.

Ho imparato “Bandiera rossa dalle suore. Cantare “Avanti popolo alla riscossa” dalle ultime file del pullman che ci stava portando a visitare l’Abbazia di Chiaravalle in presenza della Madre Superiora è stato per me il primo chiaro segno di ribellione. E siamo ancora nel 1965.

 Ma ecco esplodere la primavera del 1968, che mi vede in seconda media, ma con “Bandiera rossa” già ben salda nella mia playlist personale che conteneva anche Battisti e i Corvi, Drupi e i Giganti che ben presto sarebbero però stati sostituiti da Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini e alcuni Canti delle Mondine.

Per me furono galeotti gli echi del Maggio francese e una professoressa di italiano col figlio al liceo Parini che ci aggiornava quotidianamente sullo “scandalo” della “Zanzara”, un giornalino scolastico che si era permesso di pubblicare un’inchiesta sul sesso tra i giovani.

E un compagno di classe ripetente, quindi notevolmente più grande di me, che mi regalò il libretto rosso di Mao tse tung (che con gli anni non perderà solo carisma e smalto, ma pure il nome… tuttora non posso leggere “Maozedong” senza avere un brivido che mi corre lungo la schiena) e mi invitò un sabato pomeriggio all’Università Statale di via Festa del Perdono ad ascoltare il comizio di un certo Mario Capanna che arringava le masse (così si diceva allora, masse popolari) sulla guerra in Vietnam.

Ebbene sì, la prima volta che ho messo piede in una università è stato per ascoltare Capanna, lo ammetto. Ma il punto di non ritorno del mio definirmi “impegnato” e “alternativo” è stato quando fui espulso per avere i capelli troppo lunghi.

Lo so, oggi pensando al mio cranio implume fa ridere, ma è andata veramente così. Un regolamento di istituto redatto da un preside fascistoide prevedeva che i ragazzi dovessero portare la sfumatura alta (il ciuffo lungo sulla fronte era permesso, ma dietro la nuca no, si doveva essere ben rasati), le ragazze dovessero avere le gonne sempre sotto il ginocchio e nessuna coppia di studenti doveva farsi vedere dentro le mura scolastiche mano nella mano.

Quest’ultimo non era un divieto legato a motivi di decoro sessuale. Era piuttosto indirizzato alle ragazzine che erano solite viaggiare con i libri sottobraccio (di zainetti neanche l’ombra) e la mano ben stretta in quella dell’amichetta del cuore. Strano divieto comunque. Non potersi dare la mano nel corridoio durante l’intervallo. Noi la interpretammo subito come una paura da parte del “potere” di vedere i giovani fraternizzare troppo.

Divide et impera, insomma. Più avrebbe vinto l’individualismo tra i ragazzi e più sarebbe stato sconfitto il collettivismo tra i futuri adulti. Analisi molto spicciola, quasi banale. Ma a ripensarci forse conteneva qualche verità.

Anni dopo scrissi un libro il cui titolo fu poco capito da chiunque, editore compreso, ed era: “Prima comunella, poi comunismo”. Ecco, forse era davvero così, non ci permettevano di fare comunella per paura del comunismoComunque io mi beccai i miei bei tre giorni di sospensione con conseguente sette in condotta nella pagella successiva per aver trascurato il barbiere.

Questo è il mio ricordo sul 1968 propriamente detto, ma quando si parla dipiazza_fontana Movimento del ‘68, spesso si parla del ‘69, dell’autunno caldo, di Piazza Fontana e degli anni seguenti e allora lì i ricordi si fanno più vivi, partecipati. Non più medie inferiori, ma liceo. Il mitico (almeno per me) liceo scientifico “Luigi Cremona”, di Milano ovviamente, zona Affori-Bovisa-Comasina, pochi fighetti tanto per capirci. Il mio primo approccio alla vita pubblica, la mia prima identificazione politica, è stata l’anarchia. “Ma è un’utopia!” ci obbiettavano quasi tutti... “Ma è proprio quello il suo bello” pensavo io.

Mi ricordavo le parole di Jim Morrison: “Non accontentarti dell’orizzonte, cerca l’infinito”. Chi non ha utopie non ha sogni, chi non ha sogni non vive, sopravvive, pensavo. Di realpolitik si può anche morire, lentamente per giunta. E per un giovane, ultima citazione lo giuro, è meglio bruciare subito che spegnersi lentamente.

Detto, fatto. Contatto uno dei pochi anarchici della scuola che vestiva anche da anarchico... in mezzo a tanti eskimo e anfibi, lui girava con un mantello nero, la barba lunga e un cappello a larga tesa. Nero, ovviamente. Pareva di essere nell’Ottocento (quel ragazzo, tra l’altro, diventerà un ottimo insegnante steineriano e alcuni decenni dopo avrà tra i suoi alunni un certo Luigi Berlusconi. Casualità? Sfortuna? Nemesi storica?).

Ci vedete una mattina poco dopo l’alba, io e lui volantinare davanti alla Face Standard ad operaimetalmeccanici che nel freddo del mattino invernale ci guardano a dir poco perplessi? Questa scena, occorre ammetterlo, ha qualcosa che sta tra il romantico e il ridicolo. Io allora vidi più il ridicolo del romantico e mi concentrai quindi sulla scuola, la mia scuola, con i “piccoli” problemi del caro libri, dei contenuti nozionistici, dei programmi scollati dalla bruciante attualità.

Beh, non ho mai studiato tanto in vita mia come in quegli anni di liceo dove, durante le occupazioni, si organizzavano gruppi di studio, lavori interdisciplinari... Eravamo persino riusciti a don milanirivoluzionare prossemicamente la classe: non più file di banchi per due che guardavano il prof ma banchi disposti a ferro di cavallo, per vederci tutti in faccia e, se si lavorava in gruppo, uniti a gruppi di quattro. Eravamo anche così poco formali o schematici che quando intuimmo che un certo insegnante di religione, il plurilaureato Don Gualberto Gualerni tanto per non fare nomi, teneva dei corsi monografici di economia tra le due guerre in un’altra sezione ottimizzando al massimo la sua miserella ora settimanale, non esitammo a bigiare alcune noiose e inutili lezioni della nostra classe per seguire a bocca aperta le sue indimenticabili lezioni.

E pensare che tutto questo è accaduto negli anni Settanta, che saranno poi chiamati anni di piombo (purtroppo giustamente a causa di ultraminoranze assurdamente e inutilmente violente ed eversive). Per me invece, sono stati gli anni della cultura, dello studio, del confronto, dell’impegno senza maiuscole o virgolette. Durante un’occupazione riuscii a portare Dario Fo in aula magna a tenerci una lezione su Cielo d’Alcamo e la sua Rosa fresca aulentissima che praticamente fu un’anteprima di Mistero Buffo (gratis per giunta).

Ecco, per me il Nobel se l’è meritato fin da quella mattina, davanti a seicento studenti prima rumorosi e scettici, poi sempre più attenti, divertiti e interessati. Anni dopo (pochi per altro) ebbi l’occasione, e la fortuna, di assistere a prove aperte di suoi spettacoli invitato assieme ai Comitati Unitari di Base di cui facevo parte: Morte accidentale di un anarchico, Storia di una tigre e altre storie, Morte e resurrezione di un pupazzo... ed è stato lì che ho deciso che avrei provato a cimentarmi con quell’arte.

Quarant’anni dopo sono ancora qui, a lottare per un senso, un senso delle cose che si fanno del perché le si fa, del come le si fa. E quel senso altro non può essere se non, di volta in volta: la bellezza, l’amore, la poesia, l’armonia.utopia Tutte utopie, non meno irraggiungibili dell’anarchia. “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela”. Tanto per citare anche Oscar Wilde e smentirmi ancora una volta...

Fonte: www.claudiobisio.it

venerdì, 28 marzo 2008

LE “BASI” DELL’AFFARISMO USA IN ITALIA

Poco più di due settimane fa, nell’oleodotto che rifornisce le basi di Aviano e Vicenza si è verificata una perdita che ha inquinato i fiumi Astichello e Bacchiglione, con le falde acquifere ed i terreni agricoli connessi a questi fiumi.

 Sul fatto è stata anche aperta un’inchiesta dalla Procura di Vicenza, che però ha  immediatamente precisato che non ci sono indagati. L’anno scorso lo stesso oleodottooleodotto era stato oggetto di lavori di ampliamento che ne hanno rafforzato la portata, e nessuna spiegazione è stata fornita ai sindaci dei Comuni interessati, in quanto il tutto è coperto dal segreto militare. Appena un mese fa, il comando USA aveva comunicato che non sarebbero più stati assunti lavoratori italiani nella base aerea di Aviano. soldatiDi fronte alle proteste delle autorità regionali e comunali, il comando Usa ha detto che il comunicato in questione non era stato sufficientemente chiaro, ma ad oggi non risultano altre disposizioni che smentiscano in concreto quella discriminazione. È da notare che lo scorso anno vi erano state  proteste da parte della CGIL per la discriminazione di cui erano fatti oggetto i suoi iscritti nell’assunzione nelle basi USA e NATO. u-sapevamuQuanto siano state efficaci quelle proteste è indicato dal fatto che, a distanza di meno di un anno, la discriminazione nelle assunzioni si è estesa a tutti i lavoratori italiani. L’unica iniziativa concreta contro queste decisioni discriminatorie è quella del sindaco di Pordenone, che ha annunciato che non parteciperà più a cerimonie ufficiali che riguardino la base di Aviano. L’entità della ritorsione annunciata dal sindaco può far sorridere, ma le cose stanno esattamente così: non c’è null’altro che egli possa fare.

Le  basi militari USA e NATO sono del tutto extraterritoriali, sfuggono alla legislazione civile e penale del Paese che deve subirne la presenza, non sono tenute inoltre a dare nessuna informazionetutto_quello_che_sai_e_falso o spiegazione sulle loro attività. I trattati internazionali creano quindi una zona di extraterritorialità e di extralegalità, che non riguarda soltanto l’area delle basi militari, ma l’intero territorio nazionale nel momento in cui sia attraversato da infrastrutture o da operazioni che riguardino le basi stesse. L’oleodotto dislocato dal molo militare di Livorno sino alle basi di Vicenza e di Aviano, attraversa varie Regioni e innumerevoli Comuni, non solo terreni demaniali, ma anche terreni privati di aziende agricole. Tutti i territori limitrofi all’oleodotto possono quindi considerarsi fuori della giurisdizione italiana.

Se si tiene conto del fatto che le basi NATO e USA in Italia sono centotredici e che ognuna di esse è servita da una rete di infrastrutture, si può capire che in pratica non esiste più in Italia un solo territorio che si possa dire italiano. Dato che questa occupazione militare riguarda l’Italia e non un Paese straniero, la stampa italiana non ce ne dà nessuna notizia.

Nel dopoguerra divenne famosa una vignetta dello scrittore Giovannino Guareschi, in cui due comunisti facevano questo scambio di battute: uno diceva “Piove.”, e l’altro rispondeva: “No, compagno, l’Unità non lo dice”.

Quindi Guareschi attribuiva ai comunisti quella che è invece un’attitudine al conformismo tipica di ogni opinione pubblica. A causa dell’anticomunismo mediatico, l’opinione pubblica ha finito per attribuire solo al comunismo quelli che sono i crimini e i disastri riconoscibili in ogni forma di potere.

Anzi, nell’attitudine mistificatoria, la democrazia ha dimostrato di eccellere anche nei confronti del comunismo. Se la perdita dalle condutture ed il relativo inquinamento, avessero avuto origini diverse da quelle dell’oleodotto statunitense, a quest’ora i giornali e telegiornali sarebbero pieni di titoli sul disastro ecologico, ma, visto che i responsabili sono gli USA, allora si può far finta di nulla, anche considerando che la Procura di Vicenza non ha nulla su cui indagare, a causa del segreto militare.

Il problema è che le già incredibili dimensioni dell’oleodotto, e gli ulteriori ampliamenti di cui viene fatto oggetto, non sono spiegabili con esigenze di carattere puramente militare. La versione ufficiale secondo cui l’oleodotto trasporterebbe il cherosene che servirebbe da carburante per gli aerei militari è  perciò diventata insostenibile, ecco perché ufficialmente il fatto non può esistere. petrolioL’importazione ed il traffico in Italia della merce più strategica di tutte - il petrolio -, sono affari gestiti direttamente dagli Stati Uniti, che aggirano qualsiasi normativa commerciale e fiscale tramite l’extraterritorialità ed il segreto loro garantiti dai trattati di “alleanza” militare.  Espulsa dai media, questa verità non potrà diffondersi neanche per voce di popolo, dato che non vi saranno nemmeno più lavoratori italiani che possano in qualche modo farla trapelare dalle basi USA.

Fonte: www.comidad.org

giovedì, 27 marzo 2008

Per il popolo del Tibet e contro il feudalesimo lamaista
Cosa era il Tibet prima dell'avvento del socialismo?

Il Tibet è uno dei luoghi più remoti del pianeta. E' un altopiano nel cuore dell'Asia, separato dal sud Asia dalle più alte montagne del mondo, l'Himalaya.

Sei catene montuose dividono la regione in valli isolate. Il Tibet era appartenuto alla Cina da circa 700 anni, ma la mancanza di comunicazioni l'aveva isolato dalla Cina e dal mondo.

Il buddismo penetrò nel Tibet nel secolo VII [1]. Il principe Strong-tsan-gampo, artefice dell'unità del Tibet, usò questa religione nella sua opera di unificazione. Per molto tempo il buddismo fu la religione dell'aristocrazia feudale mentre il popolo praticava riti di sciamani e di clan (religione Bon o Bon-po). A partire dal secolo IX il buddismo si diffuse nel popolo sotto la forma mahayana.

All'inizio del secolo X il partito antibuddista sostenuto dalla vecchia aristocrazia feudale diede vita a persecuzioni contro i buddisti. Ma i buddisti riuscirono ad assassinare il re Lang-darma e vincere. Nel secolo XI il buddismo vinse definitivamente sotto la forma di una nuova corrente denominata tantrismo.

Durante i secoli XI e XII furono costruiti in Tibet numerosi monasteri buddisti con una moltitudine di monaci denominati lama.

Nel 1271 Kublai Khan, fondatore della dinastia mongola degli Yuan (1270-1370), nominò ministro degli affari civili e religiosi il capo della setta buddista più importante del Tibet. La dinastia cinese dei Ming, che regnò dal 1368 al 1644, protesse similmente la religione buddista ma attuò una politica di frammentazione del paese che la indebolì.

Sorse una corrente buddista riformatrice che impose una disciplina monacale severa e l'obbligo portare vestiti e protezioni gialle. Tutto il potere si concentrò nelle mani di due gerarchi supremi: il Panchem-rimpoche e il Dalai-rimpoche (futuro Dalai Lama).

Entrambi furono dichiarati incarnazioni delle divinità buddiste più venerate. Nominalmente l'autorità massima del Tibet era rappresentata dagli imperatori cinesi che riscuotevano le tasse e nominavano funzionari incaricati prelevarle, però i gerarchi buddisti avevano localmente molta influenza. Nel 1639-1640 il mongolo Gushi assassinò il principe locale e trasferì tutto il potere secolare al Dalai Lama.

All'inizio della dinastia dei manchú la Cina ristabilì la relativa sovranità sul Tibet ma il potere reale rimase nelle mani del Dalai Lama e, pricipalmente, nelle mani dei lama supremi che lo circondavano.

Nel Tibet si affermò una forma particolare di regime feudale nella quale i grandi signori (monaci e secolari) dominavano una massa di contadini privati dei diritti e il potere politico era monopolizzato dai gerarchi buddisti.

Al vertice della gerarchia c'era il Panchem-Lama considerato padre spirituale del Dalai Lama che era quello che esercitava il potere temporale. Un autore cinese ha scritto che solo 626 persone possedevano il 93% della terra e della ricchezza nazionale e 70% dei yakes [2] nel Tibet.

Fra loro 333 erano capi dei monasteri e autorità religiose e 287 autorità secolari (contando la nobiltà e l'esercito) e sei ministri di gabinetto [3]. La classe alta era formata da circa il 2% della popolazione e il 3% erano i loro agenti: soprintendenti, amministratori della loro proprietà e comandanti dei loro eserciti privati. L'80% erano servi, il 5% gli schiavi e 10% erano monaci poveri che lavoravano come contadini per gli abati e pregavano.

Nonostante la presunta regola lamaísta della non violenza questi monaci erano frustati continuamente. Oggi, l'attuale Dalai Lama si presenta al mondo come un uomo sacro al quale non interessano le cose materiali. La realtà è che era il proprietario principale dei servi del Tibet.

Secondo la legge era proprietario di tutto il paese ed i relativi abitanti. In pratica la sua famiglia disponeva di 27 proprietà immobiliari, 36 prati, 6.170 servi e 102 schiavi.
Le orribili condizioni di vita delle masse popolari.
La vita dei servi di tibetanos prima di 1949 era breve e durissima. Tanto gli uomini che le donne lavoravano nelle mansioni più sacrificate e nel lavoro forzato, chiamato ulag, per 16 o 18 ore al giorno.

Dovevano dare ai proprietari (che non lavoravano) il 70% della raccolta. Non potevano usare le stesse sedie, le stesse parole, né gli utensili dei proprietari. Erano puniti con le frustate se toccavano una certa cosa del proprietario. Non povano sposarsi né lasciare una proprietà senza permesso del padrone. I servi e le donne erano considerati animali parlanti che non avevano diritto di guardare in faccia i padroni.

 L'esperto studioso del Tibet A. Tom Grunfeld riferisce di una una figlia dei proprietari i cui servi la alzavano per farla salire e scendere le scale [4]. Gli schiavi erano percossi, non li nutrivano e li uccidevano di lavoro. Nella capitale Lhasa i bambini si compravano e si vendevano. La parola donna, kimen, significava stato inferiore di nascita. Le donne dovevano pregare "che io abbandoni questo corpo femminile e rinasca come uomo". I gerarchi religiosi impedivano loro di alzare gli occhi oltre il ginocchio di un uomo.

Era comune bruciare le donne per essere "streghe", spesso perché esse praticavano i rituali della religione Bon. Partorire gemelli era prova che una donna si era accoppiata con uno spirito malvagio e nella campagna era frequente che bruciavano la madre e i gemelli appena nati.

Un uomo ricco poteva avere molte spose e un nobile con poca terra doveva dividere una donna con i propri fratelli. Il popolo ha sofferto costantemente di freddo e di fame. Prima della liberazione nel Tibet non c'era elettricità né strade né ospedali né quasi scuole.

Molti servi diventavano malati a causa della denutrizione mentre alcuni monasteri accumulavano ricchezze ed bruciavano quantità elevate di alimenti come offerte. La maggior parte dei neonati moriva prima di compiere un anno. La mortalità infantile nel 1950 era del 43%. Il vaiolo colpiva un terzo della popolazione e nel 1925 sterminò 7 mila abitanti di Lhasa. La lebbra, la tubercolosi, il gozzo, il tetano, la cecità, le malattie veneree e le ulcere causavano grande mortalità.

La speranza di vita nel 1950 era di 35 anni. Le superstitioni diffuse dai monaci li convincevano ad essere contro agli antibiotici. Essi dicevano ai servi che le malattie e la morte erano causati dai peccati e che l'unica maniera di prevenire le malattie era pregare e dare i soldi ai monaci.

 I signori feudali mantenevano il popolo nell'ignoranza più completa per meglio sottometterlo e per lavargli il cervello. Nel 1951 il 95% della popolazione era analfabeta. La lingua scritta serviva solo per il culto religioso. Il sistema feudale impediva lo sviluppo delle forze produttive. Non permetteva l'uso degli aratri di ferro, estrarre il carbone, pescare, cercare, né realizzare innovazioni sanitarie di nessun tipo.

Non c'erano nè comunicazioni nè commercio né nessuna industria pur elementare. Mille anni prima, quando il buddismo è stato introdotto, si calcola che nel Tibet vivevano 10 milioni di persone, ma nel 1950 ce n'erano solo due o tre milioni.


Come è arrivato il Socialismo nel Tibet?
Il partito comunista della Cina (PCC) si pose un problema rispetto al Tibet: il tremendo ritardo e la dominazione feudale rendeva impossibile lo scoppio di una ribellione dei servi senza un aiuto esterno. Ma era necessario intervenire nel Tibet prima che si trasformasse in un fortezza della controrivoluzione da dove le classi dominanti cinesi abbattute, i signori feudali locali e l'imperialismo potessero mettere in pericolo la giovane Repubblica Popolare Cinese (RPC).

I feudali lamaisti erano stati compiacenti con i colonialisti britannici che entrarono a Lhasa nel 1904 dall'India e con il tentativo nordamericano di riconoscere il Tibet "indipendente" nel 1949 con una rappresentanza all'ONU.

L'esperienza pratica lasciava prevedere che, come in altri posti, la classe dominante locale si sarebbe alleata con le forze imperialistiche per combattere il nemico comune, la rivoluzione socialista trionfante. I comunisti sapevano che la rivoluzione non può essere esportata in un altro paese con le baionette di un esercito occupante ed è per questo che si adoperarono con tatto e prudenza per creare le condizioni di un movimento rivoluzionario ben radicato nelle masse popolari tibetane.

L'esercito popolare di Liberazione (EPL), esercito di contadini rivoluzionari forgiati durante 20 anni di combattimenti e diretti dal PCC, avanzò verso le pianure tibetane nell'ottobre del 1950. Nel Chambo sconfisse facilmente l'esercito inviato dai feudali tibetani ma là arrestò la sua avanzata e trasmise loro un messaggio con una proposta: se il Tibet si fosse integrato nella Repubblica popolare cinese (RPC) il governo dei proprietari dei servi (chiamato di Kashag) avrebbe potuto continuare a governare nel tempo sotto la direzione del governo centrale popolare.

I comunisti non avrebbero abolito le pratiche feudali né avrebbero preso misure contro la religione fino a che la popolazione non avesse sostenuto i cambiamenti rivoluzionari. L'EPL avrebbe protetto le frontiere per evitare un intervento imperialistico.

Il governo feudale accettò la proposta e firmò "l'accordo dei 17 punti" che riconosceva la sovranità cinese e si applicava nelle zone suttomesse al Kashag e non in altre zone tibetane, dove viveva la metà della popolazione [5]. Il 26 di ottobre del 1951 l'EPL entrò pacificamente a Lhasa guidato dal generale Zhang Guojua.


La cospirazione controarivoluzionaria dei lamaisti nobili.
Logicamente i feudali non accolsero i comunisti con le braccia aperte, ma cominciarono a cospirare per provare a perpetuare il loro sistema di dominazione. Fecero il possibile per rendere nemico ai loro servi l'EPL: sparsero voce che i comunisti usavano il sangue dei bambini tibetani come combustibile per i loro camion, li accusavano di "uccidere i cani" per eliminare i cani rabbiosi che terrorizzavano la gente…

Determinati monasteri furono trasformati in centri di attività controrivoluzionaria e in magazzini segreti di armi che la CIA nordamericana inviava dall'India. La mierdaCIA stabilì un centro di addestramento degli agenti tibetani nel campo Hale delle Montagne Rocciose in Colorado per la sua grande altitudine. Inoltre tibetani mercenari furono addestrati nelle basi yanki di Guam e di Okinawa [6]. Complessivamente gli USA hanno addestrato militarmente 1.700 tibetanos durante gli anni 50 e 60. L'EPL aveva l'ordine rigoroso di rispettare la popolazione, la sua cultura e le sue credenze, persino i suoi timori superstiziosi che non potevano essere sradicati rapidamente. I servi furono sorpresi quando furono contrattati per una paga per costruire una strada che collegasse il Tibet con le province centrali. Parecchi servi giovani furono incoraggiati ad istruirsi negli istituti per le minoranze nazionali nelle città dell'est della Cina e imparare la lettura, la scrittura e la contabilità.

Cominciarono ad arrivare merci che migliorarono la vita della popolazione come tè e fosforo, arrivarono i primi telefoni, telegrafi, trasmettitori e le presse e le prime scuole. Nel 1957 6.000 allievi frequentavono 79 scuole primarie. Gruppi di medici cominciarono a trattare e curare la gente compresi i nobili e le mentalità cominciarono a cambiare.

I latifondisti feudali videro in pericolo il loro potere ed organizzarono le prime ribellioni armate nel 1956. Nelle zone in cui vigeva l'accordo dei 17 punti i comunisti incoraggiavano i servi a smettere di pagare il fitto ai monasteri ed ai nobili, la qualcosa esasperava questi ultimi. Nel marzo del 1959 avvenne una ribellione in grande scala sostenuta dalla CIA che che inviò i suoi agenti addestrati e lanciò carichi di munizioni e di mitragliatrici dai velivoli C-130 dell'aeronautica nordamericana.

I monaci e i loro agenti armati attaccarono la guarnigione dell' EPL a Lhasa. I comunisti risposero non solo militarmente ma pricipalmente politicamente. Mille studenti tibetani ritornarono rapidamente dagli istituti per le minoranze nazionali per partecipare ad una grande campagna di cambiamenti rivoluzionari.


La sconfitta del feudalisimo nel Tibet.
Il governo del Kashag che aveva sostenuto la ribellione fu sciolto. In tutte le regioni si crearono degli organi di potere chiamati "uffici per reprimere la sommossa". Il nuovo governo si chiamò "comitato preparatorio per la regione indipendente del Tibet". Fu abolito l'ulag, il lavoro forzato e la servitù.
Gli schiavi dei nobili furono liberati. I conspiratori principali furono arrestati. La donna fu liberata dalla poligamia e della poliandria. I servi smisero di pagare l'affitto ai monasteri e la metà di questi dovettero chiudere. I nomadi di un isolato accampamento chiamato Pala si levarono in armi contro il partito del Dalai Lama [7].

La giornalista britannica Sara Flounders scrive che "milioni di contadini poveri si mobilitarono per espellere gli antichi latifondisti" [8]. I servi anziani hanno ricevuto 20 mila scritture e bestiame della terra, decorati con le bandierine rosse e l'immagine del presidente Mao.

Dopo la sconfitta della ribellione, il Dalai Lama numero 14, chiamato Tenzin Gyatso, fuggì in esilio accompagnato da 13 mila persone della nobiltà e dell'alto clero lamaista con i propri schiavi, guardie armate e carovane dei muli caricati di ricchezze.

La CIA lo trasformò in un simbolo della guerra contro la rivoluzione socialista ed il Partito Comunista. Il Dalai Lama istituì nella città dell'India di Dharamsala "un governo in esilio". A partire dal 1964 figura nella lista dei salariati della CIA che gli assegnò un importo annuale di 180 mila dollari nel quadro di un programma per demolire i regimi comunisti. Il suo "governo" riceveva annualmente 1.7 milione dollari.

Durante gli anni 90 continua a ricevere i soldi della CIA. Da allora questo reazionario continua ad avere un grande supporto dalla lobby anticinese nordamericana, dall'industria di Hollywood che produce le pellicole della propaganda a suo favore [9], dalla Fondazione Nazionale per la Democrazia (schermo della CIA) che finanzia il Fondo Tibet, la radio Voce del Tibet e la campagna internazionale per il Tibet. Nel 1987 fu ricevuto dalla commissione "dei diritti umani" del senato nordamericano. Nell'agosto del 1999 il Dipartimento di stato nordamericano organizzò la sua visita a New York.

I settori anti-comunisti occidentali, come il giudice spagnolo Garzón, denunciano pubblicamente la Cina per il presunto "genocidio" commesso nel Tibet dal 1959. Questo "genocidio" compare nella propaganda anticinese ma nessuno ha fornito la più piccola prova. Tali settori sono quelli che spinsero nel 1989 affinché gli fosse assegnato il premio Nobel "della pace" [10], premio che hanno ricevuto criminali di guerra ben noti come il Henry bush_kissingerKissinger, Menahem Beguin e Simón Peres. Anche se il buddismo proibisce uccidere e tutte le forme di violenza, l'attuale Dalai Lama ha sostenuto calorosamente la guerra della NATO contro la Iugoslavia del 1999. Durante quell'anno a Santiago del Cile si dichiarò contro la persecuzione del criminale PinochetAugusto Pinochet. Egli si trova posizionato perfettamente nel campo degli sfruttatori e dei nemici del popolo. Anche se gode di un'aureola di santità ed è considerato un dio, non è più che uno strumento efficace della controrivoluzione e dell'imperialismo. Per essere accettato dai suoi alleati ha riformato alcune delle tradizioni più orribili ed ha adottato il discorso cinico "dei diritti umani" che ripetono anche gli assassini del governo d'Israele,Militarismo israeliano i militari fascisti colombiani e altri vassalli degli statunitensi, ma il sistema politico che rappresenta è una dittatura religiosa nella quale non esistono diritti politici per le donne né per chi dubita della sua autorità. Per esempio, la setta tibetana dei Shugden formata da cento mila persone esiliate in India che non riconoscono questa autorità è sistematicamente emarginata e perseguitata.

Molti occidentali afflitti e disorientati dalla società borghese, si sentono illusamente attratti dal misticismo lamaista, che provoca il beneficio di buoni commerci dei tibetani. Le autorità cinesi gli offrono di aprire il dialogo in cambio del riconoscimento dell'appartenenza del Tibet alla RPC.


Il Tibet oggi.
Nel 1980 il segretario generale del PCC Hu Yaobang ha visitato Lhasa. Nel settembre del 1987 ebbe luogo a Lhasa un' insurrezione dei monaci nazionalisti che assalirono una stazione di polizia. Nel 1988 ci furono altri disordini. Nella primavera di 1989, nel contesto di un movimento controrivoluzionario in tutta la Cina, sostenuto dall'imperialismo, avvenne una nuova ribellione a Lhasa che portò ad arresti ed alla proclamazione della legge marziale.

Nel 1996 e 1997 a Lhasa esplosero bombe. La tragedia che hanno conosciuto le popolazioni dell'ex URSS alle quali la controrivoluzione capitalistica ha strappato tutti i propri diritti e che hanno subito guerre civili di devastazione (ci ricordiamo delle guerre di Chechenia, Daguestán, Moldavia, la Georgia, Tayikistán, Nagorno-Karabaj,…) è stata evitata dalla decisa determinazionee del PCC sostenuto dalle masse popolari. L'accusa che la RPC forza la popolazione a limitare la sua crescita demografica è negata da entrambi gli antropologi nordamericani che abbiamo citato e che hanno fatto indagini nel Tibet nel 1985 e nel 1988 per incarico della National Geographic Society [11]. Le donne tibetane non sono forzate ad avere un unico figlio, come è il caso della maggioranza del popolo cinese.

Il Tibet è oggi una regione indipendente dell'ovest della RPC che, come tutta la parte occidentale del paese, conosce un minore sviluppo economico e sociale rispetto alle province della costa dell'est. Il 15% della popolazione è povero ma solo 3 distretti della regione appartiengonoe ai 63 più poveri della RPC.

Un Fondo per la riduzione della povertà nel Tibet sviluppa programmi contro la povertà. Il governo prova a innescare il progresso economico di questa regione. Nel 1967 funzionavano 67 fabbriche in tutto il Tibet; nel 1975 250 aziende producevano beni di consumo di base: pentole a pressione, attrezzi, piccoli oggetti elettrici… Nel 1993 c'erano 41.830 piccole imprese. A Lhasa oggi sono attive parecchie fabbriche (di ceramica, di cemento e di birra) e numerosi stabilimenti e officine (tessile, di mobili, tappeti…). E' stata costruita la ferrovia più alta del mondo che mette fine all'isolamento storico tibetano.

Dal 1999 al 2020 si prevede di aumentare la produzione elettrica 3 volte e quella industriale 14 volte. Internet permette agli abitanti delle valli più appartate, ubicate a 4.500 metri di altitudine, di collegarsi con il mondo. I militanti comunisti tibetani sono promossi [12]. L'80% dei quadri dirigenti sono tibetani. La lingua e la cultura tibetana godono di protezione speciale. Si prova a dare impulso al turismo come fonte di sviluppo economico.

I contadini tibetani, liberati della servitù feudale, sviluppano nel regime di contratto familiare, le parcelle di terreno che sfruttano per l'agricoltura e il bestiame. Il PCC considera con ragione che la religione deve essere sottomessa all'ordine sociale socialista [13] e non essere un ariete per la controrivoluzione e la guerra civile come è accaduto nei vecchi paesi socialisti dei Balcani, della Polonia, del Caucaso, dell'Afghanistan e del centro dell'Asia. È per questo che la religione lamaista è autorizzata e rispettata purchè non si trasformi in in un centro organizzato della lotta contro l'ordine socialista che conseguentemente significa appartenenza del Tibet alla RPC.

Le donne tibetane godono di molti più diritti che nell'India, nel Pakistan, nel Nepal e nell'Afghanistan e di moltissimi più diritti che nell'antico Tibet feudale. Le masse in generale similmente godono di più diritti: nel 1999 c'erano 2.632 medici, 95 ospedali comunali e 770 cliniche. La mortalità infantile è nel 1998 del 3%. La speranza di vita è di 65 anni.

C' è un operatore sanitario ogni 200 abitanti. Nel 1997 a Lhasa è stato inaugurato un ospedale moderno. La scolarizzazione dei bambini arriva all' 82% e si realizza in cinese e tibetano. I cittadini cinesi della nazionalità di maggioranza si sono stabiliti nelle città del Tibet e i tibetani emigrano nelle zone più sviluppate alla ricerca di un maggiore benessere economico.

E' possibile trovare degli oggetti di arte e decorativi tibetani nelle vie del centro di Chang-Chun, provincia cinese di Jilin (che si trova nella parte opposta della Cina n.d.t.). Ma il Tibet non è "invaso" da 2 milioni di coloni (di etnia) Han (la più numerosa tra le etnie che popolano la vasta Cina, n.d.t.) come dice la propaganda anticinese.

Secondo il censimento dell'ottobre 1995 il Tibet conta 2.389.000 abitanti dei quali soltanto il 3.3% è di origine Han [14], meno che nel 1990 che era del 3,7% [15]. Nel 1949 si aveva l' 1% di Han. Secondo un rapporto del servizio di investigazione del congresso nordamericano la popolazione Han nel Tibet era nel 1989 del 5%.


Popolazione tibetana (in milioni) in base ai censimenti fatti dalla RPC.
1964 1982 1990 1995
Regione Autonoma Tibet 1.209 1.706 2.096 2.389
Popolazione tibetana 2.501 3.874 4.593
Jose Antonio Egido (*)

***

NOTE     

[1] Serguei Tokarev, Historia de la religión, Editorial Progreso, Moscú, 1990, p.338.
[2] Animales de montaña que parecen vacas peludas.
[3] Han Suyin, Lhasa, the Open City-A Journey to Tibet, Putnam, 1977.

[4] The Making of Modern Tibet, Zed Books, 1987.
[5] Aun hoy la mitad de la población tibetana no vive en el Tibet sino en las provincias de Ganshu, Sicuani y Qinghai.
[6] Chicago Tribune, "La guerra secreta de la CIA en el Tibet", 25 enero 1997, Newsweek, "La guerra secreta en el techo del mundo", 16 agosto 1999 que describe la intervención de la CIA en apoyo a los feudales tibetanos de 1957 a 1965.


[7] Según documentan los antropólogos de la Universidad de Cleveland expertos en Tibet Melvyn C. Goldstein y Cynthia M. Beall en su libro Nomads of Western Tibet,1990.
[8] "La CIA y el Dalai Lama",
www.anti-imperialism.net/lai/Imperialism
[9] Ya en los años 30 produjo "Horizontes perdidos". En 1997 Martin Scorses dirigio "Kundun" considerada una burda falsificación. La película "Siete años en el Tibet" se basa en el libro del nazi austriaco convencido Heinrich Harrer, asesor personal del Dalai Lama.
[10] Este premio, lejos de ser neutral, es concedido por una fundación privada apoyada por el gobierno noruego que representa los intereses de ciertas grandes industrias, que obtiene grandes beneficios de la venta de armas y de las inversiones en Bolsa y que expresa los intereses del capitalismo occidental. Léase "La otra cara de los Premios Nóbel", El País, 21 diciembre 2003.

[11] Dossier elaborado por estos científicos de la revista Asian Survey en 1991.
[12] En 1987 el PCC informó que tenía 40 mil militantes en Tibet.
[13] Véase el informe de Jian Zemin en el XVI Congreso del PCC en el 2003,
www.chinaorg.cn.


[14] Han: nacionalidad ampliamente mayoritaria en China.
[15] Beijing Information, 2 septiembre 1996. 

(*) studioso ed esperto dei problemi delle nazionalità, per diversi anni è stato il responsabile esteri di Herri Batasuna.
Fonte: www.contropiano.org

giovedì, 20 marzo 2008

L’OCCIDENTE È UNA GERARCHIA RAZZIALE

In uno dei suoi discorsi elettorali, Berlusconisilvio_generale ha parlato della crisi che sta arrivando dagli Stati Uniti ed ha proposto come soluzione “lavorare di più”, tanto per cominciare una ulteriore defiscalizzazione degli straordinari che rischia di portare la giornata lavorativa a quattordici ore, e le infortuni_lavoromorti sul lavoro a cifre ora inimmaginabili. Un ambiente politico sempre pronto a gettarsi sulle gaffe di Berlusconi, ha accettato senza protestare l’assurdità insita nel suo discorso: visto che gli Stati Uniti ci hanno messo nei guai, allora continuiamo a fare quello che ci dicono. C’è la tentazione da parte di molti critici del sedicente “liberismo”, di considerare l’incombente crisi economica come un imminente Giorno del Giudizio, un’occasione per una collettiva presa di coscienza che consenta di superare almeno gli aspetti più biechi dell’attuale assetto economico mondiale.

Il punto è però che l’economia costituisce un’astrazione, un concetto di sintesi, mentre gli affari sono cose concrete, che portano nomi, cognomi, indirizzi e numeri di telefono.

L’affarismo non si fa fermare dalla crisi economica in sé, perché ogni affare mobilita denaro; un denaro che è in grado di produrre, attraverso i media, anche una realtà virtuale pronta a giustificare ulteriori incursioni affaristiche nella spesa pubblica.

Non è un caso quindi che le cosche affaristiche anglo-americane, che ci hanno condotto alla situazione attuale, vengano ancora una volta riconosciute come la leadership che ci dovrebbe guidare tra i marosi dell’inflazione, della depressione, della miseria e della disoccupazione.

Ognuno di questi mali può essere occasione di nuovo sfruttamento e nuovo business, e l’opinione pubblica può essere ogni volta convinta che la migliore soluzione del male è di affidarsi a chi l’ha provocato. L’attuale dibattito sulla crisi deve anche mettere sull’avviso coloro che si illudono che il raggiungimento della verità sull’1111 settembre settembre possa distruggere il mito su cui si fonda l’attuale sistema di dominio sovra-nazionale. La cosa più probabile è invece che una caduta della versione ufficiale sull’11 settembre venga salutata dai media come un’ennesima vittoria della democrazia americana.  Allo stesso modo in cui la scoperta che Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa, non ha delegittimato l’invasione dell’Iraq, così la scoperta che osama_bin_ladenBin Laden non c’entra nulla con l’11 settembre, non servirebbe a delegittimare l’attuale occupazione dell’Afghanistan. Il dominio coloniale sugli Iracheni e sugli Afgani non ha nessuna difficoltà ad essere giustificato dai media con la necessità di educare alla democrazia delle popolazioni che, senza la illuminata guida dell’Occidente, ritornerebbero all’originario oscurantismo. Persino la rivelazione che oggi è la NATO in prima persona a gestire in Afghanistan il traffico di droga ed in Campania il traffico di rifiuti tossici, in sé non cambierebbe nulla. Una rivelazione del genere farebbe la fine di quelle sulle torture nella prigione di Abu Ghraib: gli Stati Uniti dimostrano ancora una volta di essere capaci di superare i propri errori.

La stessa NATO venti anni fa si giustificava come alleanza necessaria a fronteggiare la minaccia sovietica, ma ora che questa minaccia non c’è più, nemmeno la cosiddetta cosa_rossa“sinistra radicale” si azzarda a proporre l’uscita dell’Italia dalla NATO, e ciò per puro timore delle accuse di antiamericanismo, che comporterebbero una vera e propria morte civile. In realtà l’11 settembre non è stato un mito fondante, ma una messinscena funzionale ad uno scopo specifico del momento, cioè consentire alla cosca Bush-Cheney-Rumsfeld di mettere le mani sul denaro pubblico americano, superando ogni opposizione delle altre cosche.

Il vero mito fondante del dominio coloniale non sta in questo o quell’episodio, ma in una ideologia onnipresente che non concede mai pause né sconti: il razzismo. Nella puntata di Report di domenica 16 marzo 2008, la comunicazione razzistica ha raggiunto livelli di sofisticazione tali da far passare GoebbelsGoebbels per un dilettante. Immagini iconografiche di un Robert Kennedy mistico e ispirato hanno preceduto il solito servizio sullo sfacelo amministrativo e antropologico di Napoli. L’accostamento del tutto arbitrario tra una evocazione mitologica ed una rappresentazione tendenziosa di dettagli grotteschi, costituisce un messaggio subliminale di razzismo, tanto più efficace perché si imprime nella mente come immagine invece che come concetto. Persone che rifiuterebbero la superiorità e l’inferiorità razziale come idee, poi le condividono come  presunti “dati di fatto”, proprio perché credono di “vederle” quotidianamente nella rappresentazione mediatica.

Se si va ad analizzare tutta la comunicazione politica di veltroni2Walter Veltroni, essa si riduce a mero culto della superiorità razziale delle èlite americane; ma non potrebbero risultare credibili i miti di superiorità senza l’analoga rappresentazione dell’inferiorità, perciò il culto americanistico risulta inscindibile dal razzismo antimeridionale.  Il cosiddetto “Occidente” è appunto una gerarchia razziale, che ha al suo vertice gli anglo-americani ed alla sua base i popoli meridionali.  Il razzismo funziona sempre in modo bilaterale, perciò se ci si sente superiori a qualcuno, è automatico che poi ci si possa sentire anche inferiori a qualcun altro.

Se, ad esempio, si è antimeridionali, è molto difficile che non si sia parallelamente dediti al culto della superiorità anglosassone.  Nel “Mein Kampf”, Hitler parlava in termini celebrativi degli Anglosassoni e, al tempo stesso, descriveva gli Italiani meridionali come una specie degenerata e inferiore: le stesse tesi di Milena Gabanelli, ma espresse in modo meno insinuante.

Il razzismo non regola soltanto i rapporti etnici e nazionali, ma anche e soprattutto quelli di classe. Le classi vengono cioè fatte percepire inconsciamente come razze, ed i mitici “imprenditori” - che poi non “imprendono” nulla, ma si limitano a “prendere” il denaro pubblico - si propongono non come un gruppo sociale, ma come una razza superiore, dotata di capacità miracolistiche.

Bakunin ha messo più volte in evidenza la immediata disponibilità delle borghesie nazionali al collaborazionismo con la colonizzazione straniera; ciò è logico se si considera che i cosiddetti “imprenditori” non si sentono in relazione sociale col resto della popolazione, ma percepiscono se stessi come una razza a parte.

Il razzismo costituisce quindi una falsa coscienza generalizzata, a cui l’affarismo può sempre fare appello. La superiorità “occidentale” è  data per scontata, quindi non si sospetta mai che dietro la rappresentazione razzistica che i media costruiscono contro altri popoli, possa esservi ogni volta un fine affaristico. Anche quando ciò viene dimostrato per il passato, questa esperienza non viene mai utilizzata come cautela per i messaggi mediatici del presente. Il rapporto con i media rimane ingenuo, cioè non li si coglie per quello che sono: un’arma di distruzione di massa.

           

COMMENTI FLASH

 

LUTTWAK
Durante la puntata della trasmissione “Enigma” dedicata al trentennale del delitto Moro, condotta dal paludato e un po’ intronato Corrado Augias, erano presenti fra gli altri la figlia di Moro e il professor Edward Luttwak, politologo e propagandista della superiorità morale, militare e politica degli USA.

La figlia di Moro lasciava capire in modo più che esplicito come suo padre fosse stato minacciato e intimidito da Kissingerbush_kissinger e compagnia proprio durante un viaggio in USA. Ad un certo punto Augias mette alle strette Luttwak chiedendogli se gli USA c’entrano qualcosa con Moro. L’ovvio diniego di Luttwak era talmente sfacciato e poco attendibile (“… gli americani non fanno queste cose..” ) da avere l’effetto di confermare ciò che si sa da sempre, e cioè che gli statua della morteUSA c’entrano e come. Ma il neocon Luttwak non va troppo per il sottile se è in grado di affermare: “Tutto il potere, tutta la partecipazione, è nelle mani di una piccola élite istruita, benestante e sicura, e quindi radicalmente differente dalla vasta maggioranza dei suoi concittadini – praticamente una razza a parte.” “Il nostro strumento sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa […] Le trasmissioni radio e televisive avranno lo scopo non già di fornire informazioni sulla situazione, bensì di controllarne gli sviluppi grazie al nostro monopolio sui media. “
[Edward Luttwak, “Strategia del colpo di Stato “ ]

 

LI DIFENDO IO
IL galletto Vallespluga della Confindustria, Montezemolo, ha dichiarato che i sindacati non riescono a tutelare gli interessi dei lavoratori. Come dargli torto?

A questo punto è chiaro che il povero imprenditore dovrà farsi carico di un nuovo impegno difendere anche gli interessi degli operai. Impegno non da poco, ma siamo sicuri che ci riusciranno. E mai come oggi sembra credibile il motto del papà di Emma Marcegaglia, neo-presidente della Confindustria: "imprenditori poveri di un'impresa ricca".

Fonte: www.comidad.org

sabato, 15 marzo 2008

IL GOLPISMO VELTRUSCONIANO, I COMPLICI E LE COMPARSE

Tratto dal blog QUESTA VOLTA NO

Assieme a tante adesioni ci sono piovute addosso numerose critiche. Alcune di queste, davvero esemplari, le abbiamo pubblicate nel blog qui e qui.

Altri, malgrado l’appello pubblicato su Il Manifesto sia stato firmato con nomi e cognomi, ci chiedono: «Ma chi siete? Dite chi siete!». Siamo uno, nessuno, centomila. Vecchia talpaSiamo centinaia di uomini e donne, giovani e vecchi, astensionisti  imperituri e astensionisti per necessità, movimentisti e partitisti, comunisti e anarchici, trotskysti e stalinisti, incazzati e disillusi, belli e brutti, cani e porci.. ma tutti accomunati dalla medesima consapevolezza che questa volta più che mai solo una consistente crescita dell’astensione (quale che sia la modalità: non andando a votare, annullando la scheda) è il solo segnale davvero dirompente che possa far saltare il banco, la cui posta in palio è la fondazione di una terza repubblica bipartitica, presidenzialista, postdemocratica.

Una volta questo passaggio sarebbe stato chiamato colpo di Stato. Oggi i due blocchi sistemici possono fare a meno di ricorrere alla forza perché convinti di trascinare alle urne tv_fleboun popolo inebetito, assuefatto, addomesticato. Cionondimeno queste elezioni, il cui esito è già scritto, rappresentano un passaggio di fase eversivo. Un’astensionismo di massa delegittimerebbe e quindi fermerebbe questo plebiscito biforcuto simil-democratico. C’è chi ci ha risposto che si dovrebbe appunto votare o l’Arcobaleno oppure una delle diverse liste comuniste che si presenteranno. Ci dispiace, non siamo daccordo.


Analisi concreta della situazione concreta.
1° L’arcobaleno, è sotto gli occhi di tutti, regge il moccolo al PD e quindi sta al gioco. Invece di alzare barricate il ceto politico Arcobalenista punta solo a ritagliarsi una nicchia per tirare a campare nel futuro sistema golpista.

Ieri erano complici del massacro sociale di Prodi-Schioppa, oggi sono conniventi coi killer della Cosituzione. Un voto all’Arcobaleno è quindi, sia un goffo tentativo di legittimazione postuma dell’operato del governo Prodi, che un gesto di stolta correità, per quanto indiretta e in buona fede, con le due destre (Do you remember Fausto?).bertinotti-vauro

2° Potra’ arginare la minaccia incombente un due per cento che piglieranno le liste comuniste? Certo che no! Scommettiamo che chi le ha presentate canterà vittoria per avere magari superato la soglia dell’uno per cento. Non facciamo affatto spallucce su questa eventuale risicata affermazione.

Diciamo piuttosto che non c’è corrispondenza tra un risultato consolatorio e un risultato politicamente efficicace. Capiamo chi vuole affermare, non fosse che per dispetto, la propria alterità ideologica, ma anteporre questa affermazione identitaria (per altro con le modalità di un’accanita competizione intergruppettara) alla possibilità di dare un colpo letale (di massa) al golpismo veltrusconiano, significa essere politicamente irresponsabili.

Significa anteporre i propri interessi di bottega alla causa di un popolo, significa separarsi dalla parte più dinamica e sveglia di questo stesso popolo. Che la marea reazionaria montante non sia assimilabile al fascismo è ovvio. Tuttavia non sarebbe male che i comunisti di oggi imparassero dagli errori catastrofici compiuti da quelli di ieri negli anni ‘20 a causa del loro estremismo settario e parolaio.

Essi non seppero e non vollero vedere che l’avvento del fascismo non era soltanto un mero cambio di personale dirigente dello Stato liberale, che esso era la tomba della democrazia e quindi del movimento operaio. Si rifiutarono quindi sia di lottare armi in pugno coi fascisti, sia di costruire un fronte unito antifascista.

Si rifiutarono infine, nel 1924, di partecipare all’Aventino, ovvero di costruire un anti-parlamento che delegittimasse e sabotasse  quello dominato dai fascisti e dai monarchici. Preferirono restare in quello di Mussolini,Benito Mussolini aiutando il Duce nel suo tentativo si legittimare democraticamente la propria dittatura. Il fattore più importante della scena politica italiana sta infatti diventando il distacco di settori crescenti della popolazione dal sistema politico (non solo dalla casta). E’ proprio questo esodo, questo Aventino, a spingere l’oligarchia a fondare una terza repubblica in cui possa fare a meno di un trasparente e consapevole consenso democratico. Chi non sostiene questa tendenza di fondo, questo Aventino popolare in corso d’opera, chi deliberatamente si separa da esso invece di sposarlo e politicizzarlo, non avrà un grande avvenire.

Egli pagherà la decisione di aver accettato di fare la comparsa in una competizione truccata, dall’esito prestabilito, di averla legittimata come democratica.

postato da: luciospartaco alle ore 10:41 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 14 marzo 2008

DECEREBRATI

Non so se avete osservato i risultati del sondaggio Ipr Marketing, pubblicato dal quotidiano Il Sole 24 ore utile come lettiera per gli uccellini in gabbia, sulle intenzioni di voto dei lavoratori dipendenti relativo a quella massa di decerebrati che costituiscono il 74,3% dei votanti (quelli che restano forse l’hanno capita).

Un capolavoro. Sostanzialmente i due molossi  si spartiscono i voti con una leggera prevalenza per il pifferaio romano, ma se andiamo ad osservare i dati relativi ai dipendenti con reddito medio basso beh allora vince il cavaliere con più di tre punti di scarto. Interessante il dato per coloro che appartengono alla fascia medio alta, infatti la situazione si ribalta con uno scarto di più del 10% per i veltroniani...

Se poi analizziamo i dati per i dipendenti pubblici notiamo un 40,5% per il pifferaio romano ed un 34,1 per il partitone di plastica. Ma se  scorriamo verso i dipendenti privati. ebbene nel loro complesso si ripartiscono con una leggera prevalenza per i berlusconiani. Ma veniamo alle armate brancaleone che insieme dovrebbero prendersi un poderoso 1,3% alla faccia degli arlecchini con il loro 8,5 % (cantano vittoria ma non si rendono conto che sono molto meno della somma dei tre partitini che hanno sostenuto un governo di merda).

Ma ciò che interessa non è il misero risultato potenziale dell’armata dei Branca ma la loro futilità, pensate non riescono nemmeno ad unirsi, si stanno facendo le scarpe per raccogliere le firme per la presentazione delle liste e sarebbero disponibili ad inserire anche il lettore di queste note nei loro elenchi. Ma non definirei nemmeno settarismo un tale comportamento ma solo il prodotto di un fallimento totale.

Si sa che quando una barca affonda tutti si ritirano e cercano di salvare se stessi a discapito dell’altro. I loro proclami poi… Interessante il dato degli imbecilli che ritengono di essere indecisi ossia a chi porgere il didietro che oscillano attorno al 17%. Non ritengo plausibili i dati dei sondaggi ma questo rivela chiaramente la condizione devastante che continuano ad alimentare i decerebrati per i quali dovremmo prospettare ed augurarci un futuro migliore.

Infine potrei aggiungere che il processo di lobotomizzazione dei lavoratori attratti dalla politica oscilla attorno al 67%. A voglia Grillogrillo a blaterare a dritta e a manca. A voglia osservare ogni giorno i lavoratori che crepano sul posto di lavoro, a voglia farsi venire la depressione osservando lo spettacolo dei rifiuti a Napoli, a voglia bestemmiare per i salari di merdaeconomia con le solite massaie intervistate che piangono per non arrivare alla fine del mese. A voglia fare manifestazioni contro il precariato o le inchieste sul problema della casa… A voglia. Tanto il fascino di andare ad inserire un pezzo di carta in un’urna resta sempre l’attività più qualificante per i lavoratori che come dei topi sperano che il pifferaio li porti verso il formaggio mentre sanno benissimo che precipiteranno in mare. Così continueremo a sorbirci le solite menate dell’autonomia, dell’autoorganizzazione, della coscienza di classe e di quant’altro rimane della chincaglieria dei minoritari.

Intanto il modo di produzione capitalistico si sta dimostrando non più in grado di riprodursi ed il cancro che lo attraversa logora con esso anche la materia cerebrale di coloro che dovrebbero prendere in mano i loro destini. Meglio andare al mare a prendere la tintarella. 

Antonio Pagliarone

giovedì, 13 marzo 2008

LA LEGGENDA DEL SANTO IMPRENDITORE

Una delle ultime decisioni del governo Prodiprodi è stata quella di inasprire le pene per gli imprenditori responsabili di incidenti sul lavoro.infortuni_lavoro Non può sfuggire il carattere puramente simbolico e astratto di questo provvedimento, mentre al contrario rimangono del tutto non affrontate le cause della mortalità sul lavoro. Neanche il più acritico degli estimatori delle virtù della magistratura, può infatti credere seriamente che una eventuale sentenza di condanna nei confronti di qualche esponente delle multinazionali possa davvero reggere i tre gradi di giudizio, poiché qualsiasi Corte avrebbe facile gioco ad arrendersi di fronte alla pioggia di perizie tecniche a favore degli imputati; perciò alla fine sarà al massimo qualche artigiano a fare il capro espiatorio da offrire all’opinione pubblica.

Frattanto la principale causa degli incidenti, cioè la dilatazione della giornata lavorativa, risulta ancora non toccata e intoccabile, dato che rimane sacro l’obiettivo della lavoratore flessibile“flessibilità” del lavoro. Nella ultima legge finanziaria, il governo Prodi ha previsto ulteriori sgravi fiscali per gli straordinari, così da portare di fatto la giornata lavorativa media ad un minimo di dieci o dodici ore, il che equivale a dire che ci sono altri incidenti mortali già annunciati. Comunque un sicuro effetto pratico questo provvedimento del governo lo avrà, cioè consente a tutti i media di rilanciare la campagna di propaganda tendente a presentare gli imprenditori come le vittime e gli incompresi della nostra società.

Nella Storia nessun gruppo sociale dominante e nessuna aristocrazia hanno mai potuto avvalersi di un supporto mitologico paragonabile a quello di cui si è sempre giovata la imprenditoria cosiddetta capitalistica.montescemolo In questo mito, l’imprenditore capitalistico è un instancabile creatore di ricchezza per se stesso e per tutta la società, un pioniere che continua a svolgere questo suo prezioso, insostituibile e provvidenziale compito nonostante che politici e sindacalisti gli pongano ad ogni passo lacci e lacciuoli. Come il poliziotto, anche l’imprenditore può sempre dire di avere le mani legate da tanti malintenzionati che vogliono impedirgli di fare il proprio dovere. Anche quella che i media hanno etichettato come Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil“sinistra radicale” si adatta a questo ruolo di sponda propagandistica del vittimismo padronale. Nel 2002 un referendum promosso da Rifondazione Comunista sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tendente ad allargare il licenziamento per “giusta causa” alle imprese al di sotto dei quindici dipendenti, servì solo ad avallare la leggenda secondo cui l’imprenditore non avrebbe la libertà di licenziare nelle aziende al di sopra dei quindici addetti.

In realtà l’articolo 18 impedisce il licenziamento solo nei casi di discriminazione sindacale, politica o religiosa, ma non pone nessun limite al licenziamento per motivi economici; questo è il motivo per il quale l’articolo 18 non risulta in alcun modo applicabile nelle piccole imprese, dove l’imprenditore può sempre giustificare anche un solo licenziamento con la necessità di ridurre i costi.

Storicamente l’imprenditoria capitalistica nasce, si sviluppa e si mantiene nell’intreccio con la spesa pubblica, la committenza pubblica, gli appalti pubblici ed i poteri pubblici, ma di tutto ciò l’opinione pubblica non sa e non deve sapere nulla; può sì venire a conoscenza di singoli casi, ma non è lecito nemmeno sospettare che la regola sia proprio questa in ogni caso.

Nel suo libro “Mein Kampf”, Hitler replicava a quelli che in Germania cercavano di avere buoni rapporti con l’Unione Sovietica opponendo loro questo argomento: che senso ha fare alleanze con un Paese in cui l’economia pubblica non è ormai in grado di produrre nemmeno un camion?

Si deve al politologo Giorgio Galli l’iniziativa di aver curato la ripubblicazione del “Mein Kampf”,antisemitismo consentendo così di scoprire che Hitler era una vera spugna della propaganda anglo-americana, al punto che oggi, cambiando solo la firma, egli potrebbe fare tranquillamente l’opinionista del “Corriere della sera” o de La Repubblica”, senza che nessuno si accorga di nulla; persino le opinioni di Hitler sugli Ebrei, tolta qualche espressione di ostilità, potrebbero portare comodamente la firma di un Magdi Allam, poiché entrambi si riferiscono agli Ebrei come se si trattasse di un unico soggetto culturale, nazionale e politico.

Come per i nostri opinionisti attuali, anche per Hitler solo la magica mediazione dell’imprenditore privato era in grado di permettere la transustanziazione delle materie prime in manufatti industriali, quindi egli spedì, sicuro di sé, le sue truppe verso il fronte russo, scoprendo troppo tardi che l’economia pubblica sovietica era in realtà capace di produrre tutti i camion e  tutte le armi che servivano.

Negli anni ’20 la stampa anglo-americana, e dietro di lei la stampa internazionale, erano compatte nel descrivere il disastro incombente dell’economia pubblica dell’Unione Sovietica, e non solo Hitler, ma persino seri economisti come Keynes prendevano sul serio queste profezie catastrofiche.

Poi, negli anni ’30, negli Stati Uniti il presidente Roosevelt fu invece costretto a porre sotto il controllo pubblico un’economia privata ormai allo sbando. D’altra parte, proprio l’esperienza del cosiddetto crollo dell’Unione Sovietica ha indicato che è dall’interno dell’apparato statale che sorgono le spinte affaristiche che conducono alla ri-privatizzazione dell’economia.

I funzionari pubblici possono cioè screditare se stessi in quanto pubblici funzionari, ma solo per accreditarsi come futuri imprenditori privati o come loro soci/complici in affari. È notizia di questi giorni che la guerra in Iraq è costata agli Stati Uniti tremila miliardi di dollari. Ma questa è solo una parte della questione, mentre l’altra può essere così riassunta: l’apparato statale americano ha pagato tremila miliardi alle ditte private legate a Bush, Cheney e Rumsfeld.

Prima di essere trombato, Rumsfeld ha privatizzato tutta la logistica delle forze armate statunitensi, creando ad hoc anche delle formazioni militari private. Rumsfeld supereroeÈ quindi dall’interno dell’apparato statale che possono essere organizzati questi colossali trasferimenti di denaro pubblico ad aziende private, che sono presentati sotto l’etichetta propagandistica di “liberismo”. L’affarismo nasce all’interno dei pubblici apparati, ma ha bisogno del mito propagandistico dell’imprenditore privato per potersi giustificare ogni volta. Questo è il motivo per il quale la mitologia imprenditoriale viene costantemente alimentata dai media.

Fonte: www.comidad.org

mercoledì, 12 marzo 2008

di Federico Giuliana

E' facile  la tentazione di fare dei giovani una categoria. Ancora più facile è storicizzarli e dividerli in  uno schema che li vede agire politicamente in determinati periodi del novecento e "cantare, danzare e fare l'amore" in questi ultimi anni. Ma si diventa e si finisce di essere giovani?

Alessandro il Macedone, Napoleone e Scipione erano dei giovani? Nell'articolo  di Giorgio Bocca sulla Repubblica del 29 Febbraio vengono elencate le quattro grandi ondate giovanilistiche del nostro secolo.

Con poche frasi ad effetto (e a tratti enigmatiche), la resistenza-genovaResistenza italiana viene ridotta all'incontro tra giovani confusi, delusi e arrabbiati provenienti da diverse fazioni, il '68 viene liquidato utilizzando la vecchia dicotomia della lotta dei "figli di papà che si scontrano con in poveracci", il congresso del lotta continua'77 a Bologna contro la repressione diventa un brutto ricordo personale. Forse le differenze sono molto sottili. L'economia di mercato, la pubblicità e lo sviluppo del dopoguerra hanno per la prima volta nella storia creato la categoria dei "giovani", mettendoli all'interno di un enorme diagramma suddiviso a sua volta in altri sottodiagrammi, spianando la strada alla vecchia politica di partito che facendo leva sulla loro malleabilità, li ha portati a vivere con sempre più distacco la realtà sociale del Paese.

Questo non vuole giustificare tutti coloro che storditi dal passaggio epocale sono diventati proseliti del capitalismo. Ma quello che Boccagiorgio_bocca non considera è l'esistenza trasversale di migliaia di giovani che discutono, lottano, criticano il sistema economico e politico costituito e attuano un modello di vita più semplice e duraturo che cerca di ridurre e riformulare il bisogno di consumare. Non esiste più il popolo formato dallo Stato e neanche la classe di partito, oggi esiste “la gente”, un intruglio formato da borghesi e da proletari che guarda la televisionetv_flebo e si ciba dei frutti più schifosi dell'editoria di sinistra. Gente della quale non si riesce nemmeno a individuare l'orientamento politico. Gente che non sono tutti i giovani. Quelli che viaggiano, che lavorano a progetto, che vivono in comunità sempre più ampie, in cerca di metropoli in cui la differenza e la moltitudine sono la chiave per evitare le guerre urbane. Se l'espressione sessantottina "L'immaginazione al potere" sembra a Bocca uno slogan marinettiano e fascista, a me viene da dire che è stata proprio la cultura borghese a confondere l'immaginazione con l'arte e a dare a quest'ultima il potere di ricomporre in maniera espressiva la realtà. Quello che i giovani fanno, e che nessuno dei vecchi signori potrà mai sapere, è costruirsi una realtà non attraverso l'arte, ma con l'organizzazione del lavoro.

Basta pensare ai molti gruppi che hanno dato vita in Italia ad una telematica di base alternativa, ai gruppi Edc e Decoder, agli italiani che hanno vinto l'ultimo Festival berlinese Transmediale (dal titolo Conspire appunto), progettando un sistema ingegnoso di fruizione e consultazione di testi on line gratuito attraverso il canale Amazon.

Forse per edonismo, forse per interessi completamente diversi e lontani anni luce dalla classe politica "i giovani" fortunatamente sono assenti dal falso scontro elettorale che oggi inscena una battaglia tra due fazioni che non discutono, né provano a ripensare questo sistema basato sul capitalismo (un capitalismo tra l'altro tutto all'italiana, che vorrebbe ma non può, che indugia tra liberismo sfrenato e protezionismo campanilista).

Da destra a sinistra il parlamento oggi puzza, puzza di abusi, di corruzione e di attaccamento grottesco al potere. Tutti chiedono una partecipazione attiva alla politica, a un sistema marcio nelle fondamenta, e nessuno si accorge che quella partecipazione c'è e si è trasformata in un cambiamento vero e proprio fatto da individui che hanno deciso di tentare la quarta vi(t)a.

I miti rivoluzionari sono stati messi per la prima volta in discussione a Seattleseattle e in seguito a Genova, da non-ideali, da non-miti, proposti da individui che hanno deciso di utilizzare i nuovi strumenti di comunicazione per parlare di trasporti, di consumi, di abitudini... Pestaggi della polizia a Genova nel luglio 2001I governi di mezzo mondo hanno cercato di soffocare e tagliare la testa ad un movimento che è innanzitutto un non-movimento. E dunque, chi agisce fuori dal dibattito mediatico delle televisioni e dei giornali? Cosa fanno i giovani, gli adulti e i vecchi che non votano (oltre a ballare e a fare all'amore, sacrosante necessità.)? Qualunque cosa facciano nessuno potrà mai leggerlo su Repubblica.

Fonte: Megachip

 

 

sabato, 08 marzo 2008

8 marzo 2008

Centenario della Giornata Internazionale della Donna

Non solo una festa ma una giornata di lotta

 

Quest’anno ricorre il centenario del tragico evento verificatosi l’8 marzo 1908 a Chicago, nel quale 129 operaie morirono bruciate nella loro fabbrica.

Da allora l’8 marzo è diventata la data simbolica della lotta delle donne, di una lotta di liberazione che per noi si colloca all’interno di tutte le lotte di uomini e donne, nella direzione di un progressivo e totale cambiamento di questa società.

Ormai da alcuni anni ricordiamo la giornata internazionale della donna con una riflessione collettiva su alcuni temi che riguardano più da vicino le donne, ma che in realtà investono la vita di tutti noi e soprattutto la reale natura dell’attuale sistema sociale, politico ed economico.

Se anche quest’anno ci troviamo “costretti” a discutere ancora di attacco al diritto di aborto e di precarietà del mondo del lavoro è perché questi rimangono temi centrali e attuali, che si legano ovviamente ad una riflessione di carattere più generale. In questi ultimi anni, silvio_generalegoverni di centro destra e di centro sinistraProdi_Presidente hanno condotto politiche finalizzate al progressivo depotenziamento della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, mirando non tanto ad un divieto o ad una cancellazione di un diritto goduto trasversalmente da tutte le donne, ricche e povere, di destra o di sinistra, quanto ad una sua tendenziale criminalizzazione.

La legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, che costringe migliaia di donne a sottoporsi a cure invasive e scelte forzate sui propri corpi è certo legge di inaudita violenza fisica sulle donne promulgata dal centro destra, ma la paladina della legge 194 Livia Turco ha forse fatto qualcosa per cambiarla?

No e anzi oggi, alla vigilia di nuove elezioni politiche dopo la caduta del suo Governo, si affretta a genuflettersi alla Chiesa (come tutti del resto…) promettendo misure volte a limitare l’uso della pillola Ru486, nonché il ricorso all’aborto terapeutico.

Accanto alla voce di queste donne, le uniche che alla fine si sentono davvero, si alzano poi tante altre voci di uomini, politici, giornalisti, uomini da salotto e “filosofi” che fanno a gara per giudicare, decidere, legiferare sul corpo delle donne, sulla loro vita e sulla loro libertà di autodeterminazione.

L’inguardabile Giuliano Ferrara lancia la campagna per la moratoria dell’aborto, equiparando le donne che decidono di abortire, già definite dalla HitleRatzingerChiesa “terroriste dal volto umano”, ad esecutrici della pena capitale. Il tema della maternità diviene ancora una volta oggetto di strumentalizzazione politica, merce da utilizzare in campagna elettorale, per svelare le contraddizioni insite in coalizioni politiche eterogenee, per mettere a nudo i pesanti conflitti interni, come quelli del Partito Democratico. E allora veltroni2Veltroni è costretto ad esibirsi in “schizofreniche” dichiarazioni che vanno dalla difesa formale della legge 194 alla dichiarata volontà di aggiornare quella legge sul diritto di aborto, definito “dramma da contrastare” (in termini simili, tipo “tragedia dell’umanità”, si espresse tra l’altro qualche anno fa riferendosi al comunismo…) Oltre a ciò, la “crociata” di Ferrara ha avuto altri pesanti effetti, come la garanzia dell’approvazione da parte della regione Lombardia di linee guida in materia di aborti.

Si tratta dell’estensione a tutti gli ospedali della regione di codici di autoregolamentazione che stabiliscono il limite di 21 0 22 settimane per praticare l’aborto terapeutico, dal momento che la 194 non ne stabilisce.

 

Si prevede anche la sostituzione della figura di un solo ginecologo ad opera di un’equipe di medici, tra cui anche uno psichiatra, che potrà così “scrutare” le menti delle donne che compiono una scelta spesso molto drammatica.

Da ricordare che la regione Lombardia già si distingueva per l’adozione della normativa volta ad autorizzare la sepoltura dei feti. In questo clima oscurantista si collocano, da un lato il raid della polizia nel reparto di ostetricia al Policlinico di Napoli contro una donna che aveva appena fatto ricorso all’aborto terapeutico e, dall’altro, un documento redatto da alcuni ginecologi romani per i quali il feto abortito va mantenuto in vita, anche contro la volontà della donna.

Il terreno culturale che la Chiesa e lo stato borghese vogliono e stanno preparando da tempo, è questo. Uno Stato che non riconosce il diritto di disporre della propria fallujamorte, con il divieto legale dell’eutanasia, ma che si arroga la pretesa di disporre del corpo e della vita delle donne è uno stato che non riconosce i diritti minimi, e che uomini e donne devono combattere con ogni mezzo necessario. Ma l’ipocrisia più grande che la società capitalista esprime sta proprio nell’invocare il diritto alla vita di un feto e contemporaneamente scatenare guerre imperialiste, guerre di potere e di profitto, che provocano ogni giorno stragi di bambini nati in paesi sfortunati, vittime di un sistema che li condanna alla morte fin dalla nascita.

Le politiche reazionarie e antipopolari portate avanti dai vari governi, sudditi di un sempre maggior interventismo del Vaticano, si concretizzano da anni in un attacco contro le masse popolari, e contro le donne in particolare.

Del resto oggi l’ostacolo maggiore alla maternità e all’incremento delle nascite non è certo la legge 194 che, pur riconoscendo un diritto minimo come quello di garantire la scelta e la libertà di donne e uomini di decidere di sé, delle proprie vite e di quelle che verranno, è legge nata limitata e condizionata.

Basti pensare all’obiezione di coscienza, che nei fatti ha da sempre ostacolato l’esercizio di un diritto pur riconosciuto legalmente. Il vero nemico di maternità e fertilità è molto spesso rappresentato dall’incertezza legata alla precarizzazione del lavoro.

La condizione di precarietà che costringe le nuove generazioni ad una insicurezza di lavoro e di vita, va infatti oltre la dimensione normativo/contrattuale per divenire dimensione “esistenziale”, come in altre occasioni abbiamo ribadito. Il nodo centrale è che tale condizione, sia per la retribuzione che per l’incertezza sulla stabilità del cipputiposto di lavoro, incide sulla scelta di avere un figlio. Spesso una donna rinuncia alla maternità nel lavoro precario, e un’eventuale maternità diventa fatale, semplicemente impedendo il rinnovo del contratto di lavoro… I dati statistici ci dicono che in Italia una donna su dieci lascia il lavoro al primo figlio, sia per licenziamento che per “dimissioni volontarie”, che spesso coincidono con dimissioni coatte fatte firmare in bianco dal padrone al momento dell’assunzione. Dagli anni novanta ad oggi, attraverso una politica concertativa portata avanti da governi di destra e di sinistra che ha prodotto, tra le tante cose, l’abolizione della scala mobile con i vergognosi accordi del ’92-‘93, il Pacchetto Treu, la legge TreGiorniBiagi, lo scippo del altan_tfrTFR…, siamo giunti ad un ulteriore tappa nel più generale percorso di arretramento di diritti e conquiste sociali. Nel luglio dello scorso anno, e come abbiamo ampiamente illustrato nel n. 10 di Primomaggio, il governo “amico” Prodi e MontezemoloProdi (… “amico sì ma dei padroni …” ) ha siglato un Protocolloprodi-epifani dai contenuti infami, e che rappresenta un ulteriore tassello nel processo di smantellamento della previdenza pubblica e della precarizzazione del lavoro. I contenuti degli accordi del luglio 2007, siglati ancora una volta alla vigilia della chiusura delle fabbriche, contengono una varietà di provvedimenti volti a colpire le scippoTFRpensioni, a rendere ancora più precario il lavoro (il riferimento è alla normativa relativa ai contratti a termine, tamponata solo in parte dalla finanziaria 2008), a “regalare” ai padroni, attraverso la detassazione dei premi aziendali e degli straordinari. Altro che lotta alla disoccupazione e incentivazione del lavoro giovanile! Le parole d’ordine di quel Protocollo sono: formazione continua (ossia perdita di tempo, energia, e soldi continua, che la facciano i padroni un po’ di formazione continua!); diminuzione del costo del lavoro (ossia sgravi alle imprese); aumento degli ammortizzatori sociali come l’indennità di disoccupazione (tanto per calmierare una situazione sempre più esplosiva); agevolazioni al credito per i precari (si aumenta la precarietà, ma viene concesso di “inchiodarsi” in misura agevolata…basta ricorrere a procacciatori se ti va bene, a usurai se ti va male…).

E poi il capitolo dedicato alle donne. La logica è ancora quella di agevolare i lavori lavoratore flessibileflessibili per conciliare meglio casa, attività di cura e lavoro, secondo una logica cara a destra e sinistra, e che vuole il ritorno a casa delle donne, una casa patriarcale ritagliata sugli interessi del capitale e dunque del profitto. Il ruolo dei sindacaticomitati_d_affari rispetto ai Protocolli di luglio si è reso ancora più evidente con il referendum-farsa dell’ottobre 2007, dove sono stati chiamati a votare i pensionati non coinvolti negli accordi ed esclusi i precari, pesantemente investiti dalle misure in essi contenuti. La “stabilizzazione” del lavoro precario e flessibile, che genera profitto e contemporaneamente alimenta la dimensione individuale a discapito di una eventuale conflittualità collettiva, ha pesanti ripercussioni in tema di salute e sicurezza del lavoro. Innanzitutto il ricatto della infortuni_lavoroprecarietà frena la pretesa dei lavoratori al rispetto di normative di sicurezza che restano eluse, assicurando agli imprenditori il risparmio sui costi ad esse legati. In secondo luogo i precari hanno in genere occupazioni più rischiose, peggiori condizioni di lavoro e ricevono scarsa informazione in materia di sicurezza. “Il malessere degli atipiciatipici” è alimentato dalla sequenza dei contratti, dall’incertezza del rinnovo, dal cambiamento di lavoro, che provocano una sensazione di marginalità, di stress e di vulnerabilità, che spesso si traducono in una maggior incidenza degli infortuni sul lavoro. Insomma, un mondo di “insicurezza” sul luogo di lavoro, e di rischi per la salute fisica e psichica di migliaia di lavoratori su cui i riflettori della televisione non sono puntati. E le vittime più numerose di questo “sepolcro imbiancato” che sono le normative sulla precarietà del lavoro? Le donne.

Ancor più degli uomini le donne sono flessibili, co.co.co., co.co.pro, rispondono a chiamata e sono intermittenti, “scadono”… Le loro vite sono a tempo, i loro progetti in bilico, in un impossibile equilibrio tra vita lavorativa, privata e familiare.

Ma questa non è vita, questa è la vita che vuole la società capitalista, in cui il profitto delle imprese diviene “valore” prioritario rispetto alla vita di lavoratori e lavoratrici, di uomini e donne, che continueranno a morire di lavoro, di guerre, di inquinamento, di mali sociali. Non ci stiamo. “Noi da una parte, i padroni dall’altra. O con noi o contro di noi”…

I compagni e le compagne del Laboratorio Marxista

laboratoriomarxista@virgilio.it