venerdì, 29 febbraio 2008
...LA VENDETTA
Dopo de-mita-ciriaco“De Mita, l’ascesa al potere”, il primo film dedicato alla leggenda demitiana, che ha ricostruito la vita del protagonista dalla nascita in quel di Nusco, un paesino arroccato sui monti irpini, fino all’eroica scalata al vertice del potere politico, quando nelle sue mani si concentrarono la segreteria nazionale della Democrazia Cristiana e la guida dell’esecutivo; dopo “De Mita 2, la caduta”, che ha descritto la fase discendente della parabola demitiana, attraverso le vicende di Tangentopoli che hanno scatenato quella sconvolgente bufera giudiziaria che determinò la fine della Prima Repubblica, decretando in modo particolare la caduta ingloriosa del craxismo e del regime incentrato sull’asse denominato C.A.F (Craxi-Andreotti-Forlani);berlusconi-craxi-de-mita dopo “De Mita 3, la ripresa”, che ha narrato la fase successiva della carriera politica di Super-Ciriaco, sopravvissuto eroicamente alla tempesta di Mani Pulite, e la sua netta ripresa dopo l’avvento della Seconda Repubblica e la “discesa in campo” del cosiddetto “nuovo che avanza”, alias “Unto del Signore”, “Cavaliere Nero” o come dir si voglia; uscirà prossimamente in tutte le sale cinematografiche l’ultimo film della epica saga dedicata all’imperatore di Nusco.
Il titolo è “De Mita 4, la vendetta”, scritto, diretto e interpretato dal mitico Ciriaco in persona. Un film da non perdere assolutamente! Il film racconta come, dopo l’amara esclusione dalle liste elettorali del PD ad opera del finto “buono”, il cinico veltroni2Veltronix, il nostro eroe, a 80 anni suonati, decide di abbandonare il partito per aderire alla formazione politico-elettorale della Rosa Bianca. Da quel momento, nel suo animo coverà un solo sentimento e mediterà un solo scopo: vendicare il torto subito dal suo perfido nemico. Il quale, con la scusa dell’età, lo ha malamente estromesso dalle candidature costringendolo ad uscire dal partito stesso, dopo che lo stesso Ciriaco De MitaCiriaco, con la sua influenza, aveva contribuito alla creazione del PD e al trionfo di Veltronix alle elezioni primarie del Partito Demo(n)cratico. In realtà l’età non c’entra nulla, visto che un altro celebre personaggio, sicuramente più anziano del nostro eroe, è stato convinto da veltroni3Veltronix a candidarsi nelle liste del PD. Il vero motivo dell’epurazione di De Mita è il suo accento dialettale, che tradisce la sua provenienza meridionale, dunque è la sua origine campana, precisamente irpina. Pertanto, Veltronix si è dimostrato solo un razzista anti-meridionale. Ma appare evidente che Veltronix ignora chi si è messo contro. Il nostro eroe avrà d’ora in poi una ragione in più di vita, potrà coltivare la più nobile ed eroica tra le passioni: la vendetta!
Questa sete di rivincita lo indurrà ad impegnarsi con tutte le sue forze per restituire lo smacco ricevuto dal suo acerrimo nemico, contribuendo magari ad un’atroce sconfitta alle prossime elezioni parlamentari.
Infatti, la competizione elettorale ingaggiata in Campania, in modo particolare la partita che si disputerà nel piccolo collegio irpino, potrebbe rivelarsi determinante addirittura per l’esito finale delle prossime elezioni politiche nazionali, soprattutto per quanto riguarda i seggi assegnati al Senato attraverso il premio di maggioranza previsto dall’attuale legge elettorale.
La campagna elettorale, appena intrapresa, sta per concedere i primi, eclatanti colpi di scena. Ma siamo soltanto agli inizi, il bello dovrà ancora venire… Non intendo anticipare le sensazionali sorprese riservate dal film, per cui vi consiglio di non perderlo.
(To be continued)
giovedì, 28 febbraio 2008

GLI STATI FANTOCCIO DELL’AFFARISMO CRIMINALE

La notizia secondo cui fidelFidel Castro sarebbe uscito definitivamente di scena per motivi di salute, ha determinato la prevedibile ondata di commenti, in cui si è distinta la stampa ufficiale europea e americana, tesa a dipingere il leader cubano come un tiranno ormai fuori dal mondo, aggrappato sino alla fine alla sua ideologia. Questa rappresentazione propagandistica aggira però la questione essenziale, e cioè che la popolarità di Castro in America Latina, in particolare tra le nuove generazioni, è iniziata dopo la fine del socialismo reale e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e molto dopo il definitivo tramonto del modello di socialismo cubano, quando i limiti umani e politici dello stesso Castro erano ormai evidenti.

 Gli anni ’90, e non gli anni ’60, sono stati il periodo in cui il prestigio personale di Castro ha cominciato a costituire un elemento di inciampo per la politica latino-americana; tanto che il papa Karol Woytila nel 1998 fu costretto ad organizzarsi una visita a Cuba per rifarsi una verginità di fronte all’opinione pubblica latino-americana, essendosi troppo esposto a favore del colonialismo statunitense con le sue prese di posizione contro Ortega in Nicaragua e a favore di Augusto-PinochetPinochet in Cile, mollando inoltre Noriega nel 1990 a Panama quando questi, per sfuggire ai soldati statunitensi, aveva chiesto asilo nella Nunziatura Apostolica, cosa che gli sarebbe stata dovuta, secondo il Diritto internazionale. Contrariamente a quanto si vuol far credere all’opinione pubblica europea, la popolarità di Castro in America Latina non è dovuta ad un’attrazione ideologica del castrismo, anzi di castrismo non si parla nemmeno più. Le giovani generazioni latino-americane che vedono in Castro un punto di riferimento, non sanno nulla dello ”Hombre Nuevo” e di tutte le altre palle al piede di carattere ideologico che si produssero a Cuba quaranta anni fa.

Negli anni ’60  e ’70 era dato per scontato che chi si opponeva all’aggressione colonialistica, avesse come minimo il dovere di creare il paradiso in terra, cosa che ha determinato da parte del regime cubano una serie di stupidaggini ed efferatezze che avrebbe potuto tranquillamente risparmiarsi. Quel che rimane oggi di cubaCuba è solo l’immagine di un Paese che ha dimostrato di poter reggere per mezzo secolo all’aggressione militare, economica e terroristica da parte di una superpotenza coloniale, perciò Cuba, per il resto dell’America Latina, non costituisce un modello, bensì l’esempio della possibilità di resistenza allo strapotere del colonialismo degli USA e delle multinazionali. Questa concretezza dei Latino Americani è ciò che oggi manca ai commentatori “occidentali”, i quali vorrebbero farci credere che il ritiro di Castro dalla scena politica ponga le condizioni per libere elezioni a Cuba e quindi per un superamento del contrasto con gli USA.

In realtà, qualunque regime vi fosse a Cuba, rimarrebbe quanto già scritto da Thomas Jefferson più di due secoli fa, e cioè che Cuba costituisce geopoliticamente una tappa essenziale della espansione coloniale degli Stati Uniti verso americalatinal’America Latina. Sino alla rivoluzione del 1959, Cuba aveva svolto, a causa della sua posizione a ridosso della penisola della Florida, il ruolo di ponte dell’economia illegale statunitense. Le multinazionali sono organizzate su un livello legale ed un altro illegale, ed è l’intreccio tra questi due livelli a creare il maggior numero di occasioni affaristiche. Ad esempio, il petrolio petrolioiracheno, acquistato sul mercato illegale a meno di venti dollari, può esser rivenduto sul mercato legale al prezzo ufficiale di cento dollari. A sua volta, il livello illegale delle multinazionali è agganciato alle classiche organizzazioni malavitose che svolgono una funzione di manovalanza e di copertura. Il Proibizionismo dell’alcol negli Stati Uniti fu imposto nel 1919 con motivazioni moralistiche da organizzazioni create dal businessman Pierpont Morgan, ritenuto allora l’uomo più ricco del mondo; la maggiore entità del traffico era svolta da un altro businessman di chiara fama, Joseph KennedyJoseph Kennedy - padre del futuro presidente John Kennedy -, anche se alla fine erano personaggi come il gangster Al CaponeAl Capone a risultare evidenti all’opinione pubblica. Allo stesso modo, in Campania è oggi la camorra a risultare in primo piano, anche se questo “sistema” camorristico non è certamente all’altezza degli affari che gli vengono attribuiti, come lo smaltimento dei rifiuti tossici prodotti dalle multinazionali statunitensi, che passano attraverso i porti militari della basi americane. Nel momento in cui tornasse nella sfera d’influenza statunitense, anche Cuba riprenderebbe perciò quel ruolo di Stato fantoccio dell’affarismo criminale che già svolgeva negli anni ’50.alibi_democrazia

Il mito della democrazia americana è servito da sempre a mettere in ombra il vero problema, e cioè che monstrum costituiscano gli Stati Uniti dal punto di vista geopolitico: un Paese che, per posizione geografica, è in grado di minacciare, aggredire e destabilizzare tutto e tutti, pur di realizzare i propri scopi affaristici camuffati di idealismo, senza avere però altrettanto da temere, grazie al suo isolamento continentale.

È l’Europa oggi a trovarsi minacciata e destabilizzata dall’indipendenza del Kosovo, imposta da Clinton ancora prima che da Bush.. È l’Europa inoltre ad essere costretta a dover mantenere un altro staterello fantoccio dell’affarismo criminale, un Paese privo di vera autosufficienza economica, ma che già possiede quasi più banche che abitanti, e che è stato definito giornalisticamente una “Mafialand”, anche se, tecnicamente, è più una “N.AT.O.land”. È infatti la presenza delle truppe NATO a garantire in Kosovo la zona franca per le organizzazioni criminali, e non accorgersene costituisce lo stesso tipo di svista per cui in Campania si nota il potere della camorra e non le  tredici basi americane, come se queste fossero una componente del paesaggio.

Il Kosovo è oggi uno specchio in cui l’Italia può intravedere molti dei suoi stessi lineamenti. L’imprinting dei gruppi dirigenti europei è la loro incapacità di opporsi agli Stati Uniti, perciò essi devono sperare che qualcun altro lo faccia per loro, riservandosi peraltro di condannarlo ufficialmente per tanta arroganza.putin La situazione paradossale è che oggi pare che siano proprio i gruppi dirigenti europei a dolersi maggiormente del fatto che le minacce di intervento militare in Kosovo da parte del presidente russo Putin abbiano uno scopo puramente rituale. È molto difficile infatti che Putin si lasci davvero distrarre dai suoi obiettivi affaristici in un momento in cui i prezzi del suo petrolio e del suo gas sono alle stelle, così in Europa non vi sarà nessuno a contrastare l’ennesima offensiva colonialistica statunitense.

Fonte: www.comidad.org

martedì, 26 febbraio 2008

Le martellate tozziche

Scritto da Maurizio Pallante

Mario Tozzi(co) colpisce ancora. L'entertainer scienziato a 365 gradi (melius abundare), vanto del WWF, spacciatore mediatico dell’inceneritorismo di regime benedetto da Veronesi, forte del suo martelletto magico ha infilato l’ennesima perla all’ormai infinita collana.
È anche grazie al nostro tuttologo che adesso, sulle ali del sacrificio di Sant’Antonio BassolinoAntonio_Bassolino e con l’aiuto di tutta la sua congrega, il gregge bela all’unisono: “Vogliamo tanti inceneritori!”  Per il cancro, ci penserà il Professore… Intanto, quel curioso animale che è il Veltruscono, lo straordinario incrocio tra il bracchetto Veltroni e il bassotto Berlusconi, si frega le mani: comunque vada, c’è una bella montagna di denaro estratto con destrezza dalle tasche degli obbedienti pagatori di tasse e il banchetto sarà assicurato. Insomma, leggetevi questo ennesimo episodio di RAIpina scritto da Maurizio Pallante.

***
Mario Tozzi mi ha invitato a partecipare alla sua trasmissione “Terzo Pianeta” sui rifiuti, andata in onda sabato 16 febbraio.

Lo spezzone in cui sono stato inserito è stato registrato venerdì 15 nella discarica di Serre. Il mio interlocutore è stato Paolo Degli Espinosa, sostenitore dell’inceneritore di Brescia.

Sapevo che non sarei stato trattato alla pari e sospettavo che alcune mie affermazioni potessero essere tagliate, ma pensavo che valesse comunque la pena far sentire una voce fuori dal coro in cui Tozzi canta.

In effetti Degli Espinosa ha avuto molto più spazio, con un’intervista iniziale da solo e poi nel dibattito con me. Ma non è stato un fatto negativo, perché ha potuto dire più cose infondate e facilmente smentibili in poche parole. Ciò che non mi aspettavo è invece la quantità dei tagli che sono stati fatti ai miei interventi. Qualche sforbiciata l’avevo messa in conto, ma non è rimasto quasi niente. Faccio l’elenco delle cose che sono state cassate.


1. L’inceneritore è uno sfacelo economico. Senza Cip 6 non se ne farebbero. Dopo che sono stati tolti ai nuovi inceneritori, la gara per completare quello di Acerra è andata deserta e Prodi li ha reintrodotti con un apposito decreto per i tre nuovi impianti previsti in Campania.

2. L’incenerimento è una scelta alternativa alla raccolta differenziata.

Se le quantità di rifiuti conferiti a un inceneritore diminuissero e il forno non lavorasse a pieno regime il deficit economico crescerebbe.


3. Ogni mezza parola i politici dicono che dobbiamo stare in Europa. Eppure l’incenerimento è l’opposto delle indicazioni europee sul trattamento dei rifiuti, che prevedono, in ordine: la riduzione, la raccolta differenziata e il riciclaggio, il recupero energetico senza combustione (fermentazione anaerobica della frazione organica), il recupero energetico con combustione. Questa sequenza me l’ha fatta ripetere una seconda volta. Per tagliarla meglio?


4. Per la parte indifferenziata residua ho descritto il Trattamento Meccanico-Biologico e i suoi vantaggi rispetto all’incenerimento in termini di costi d’investimento, recupero di materia, guadagno economico, impatto ambientale e sulla salute, smaltimento finale dei minimi residui inerti.

Immagine:MBT sorting.jpg

5. Di fronte alla (pseudo)argomentazione che le emissioni del traffico sono maggiori di quelle degli inceneritori ho messo in evidenza la sua assurdità logica. Non si possono paragonare le mele con i tacchini. Le emissioni degli inceneritori vanno confrontate con quelle di altri sistemi di trattamento dei rifiuti; quelle del nostro patrimonio edilizio con quelle di case costruite meglio; quelle del traffico automobilistico con quelle di altri sistemi di trasporto.


6. È stata cassata la parte in cui dicevo che le nanopolveri possono essere causa di tumori.

7. Quando Tozzi ha sostenuto che l’incenerimento smaltisce i rifiuti gli ho ricordato la legge di Lavoiser.
Anche questa citazione è sparita. Credo che sia utile far conoscere ai lettori di questo blog questi retroscena, che in ultima analisi sono un segno di debolezza culturale e politica. Se si ricorre a questi mezzi per convincere l’opinione pubblica della bontà di una scelta scellerata in termini economici ed ecologici qual è l’incenerimento, vuol dire che, nonostante la forsennata campagna mediatica in corso, non ci sono riusciti. Anzi, da quel poco che vedo, hanno contribuito a far crescere il numero di chi ne ha giustamente paura e li rifiuta.

VIDEO: Youtube
giovedì, 21 febbraio 2008

IL BUSINESS DELLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ABORTO

Il tema dell’aborto arriva in campagna elettorale e già si è allestita la solita rappresentazione di alternative astratte da talk show: “sacralità della vita” da un lato e “libertà di scelta” dall’altro.

In realtà, l’unica alternativa davvero concreta riguarda da una parte l’aborto pubblicamente assistito - che consente anche di prevenire gli aborti e ridurli - e, dall’altra parte, un aborto lasciato in preda all’affarismo privato, il quale ha tutto l’interesse a tenere il numero degli aborti il più alto possibile.

Questo è il motivo per cui anche molte persone sinceramente contrarie all’aborto, difendono l’attuale legge 194, proprio perché temono l’invasione dell’affarismo su questo versante. Il problema è che oggi il business dell’aborto si presenta in termini molto diversi rispetto a quarant’anni fa: non è più un affare di “cucchiai d’oro” cattofascisti, o di cliniche svizzere, o di pionieri “progressisti” del metodo Karman.

Le nuove biotecnologie hanno trasformato gli embrioni e i feti, da scarto biologico che erano una volta, in una materia prima indispensabile per le multinazionali farmaceutiche. Mettere le mani su questa materia prima è da almeno vent’anni per le multinazionali farmaceutiche un imperativo che spiega anche l’ingresso sulla scena dei cosiddetti neoconservatori americani, che sono i pubblicitari del sistema affaristico, incaricati di conferire un alone idealistico anche al più criminale dei business.

In questa campagna propagandistica ovviamente non manca il consueto appello ai facinorosi e sadici, a cui non interessa per niente la salvezza del nascituro, ma solo che la donna che abortisce venga umiliata il più possibile. Ma c’è anche qualcosa di più sottile ed ammiccante e, proprio per questo, l’operazione pubblicitaria è stata affidata al “neocon” Giuliano Ferrara, il quale, con il suo tono un po’ intimidatorio ed un po’ ruffianesco, lascia intendere che il suo obiettivo non sia di abolire la legge 194, ma di fare esclusivamente una battaglia di principio con finalità educative.

Insomma, si cerca di far credere che si tratterebbe di condannare l’aborto come “idea”, ma di tollerarlo come pratica, come in effetti già molti fanno. Qui si annida l’aspetto più subdolo della questione, poiché per eliminare l’assistenza pubblica all’aborto non è affatto necessario abolire la legge 194, ma è sufficiente sabotarla con una serie di circolari applicative, il che è esattamente ciò che Ferrara afferma di voler fare se diventasse ministro della Salute.

Se l’aborto pubblicamente assistito diventasse impraticabile a causa di un iter eccessivamente inquisitorio e umiliante, ecco che si creerebbero le condizioni per far apparire la privatizzazione dell’aborto come una liberazione. Bisognerà quindi fare attenzione al gioco di squadra che stanno mettendo su l’aspirante ministro Giuliano Ferrara e la leader del partitino biotecnologico, Emma Bonino.

La soluzione che si sta prospettando è di dar modo alle donne di abortire anche presso strutture private che abbiano finalità di ricerca scientifica. In questo modo le donne, oltre ad abortire in modo più rapido e sicuro rispetto alla struttura pubblica, potrebbero anche dare il loro contributo al progresso scientifico, alla sconfitta delle malattie genetiche, eccetera, insomma tutta la storiella propagandistica che le multinazionali farmaceutiche ci propinano ogni volta. Occorre ricordarsi che la privatizzazione dell’aborto è un vecchio obiettivo del Partito Radicale, che richiese un referendum in tal senso subito dopo l’approvazione della legge 194, contro la quale aveva votato in Parlamento.

Il referendum abrogativo radicale fu presentato del tutto in parallelo a quello del cosiddetto “Movimento per la Vita”, di ispirazione cattofascista;  del resto, la proibizione dell’aborto e la sua privatizzazione hanno in comune gli stessi sbocchi affaristici. Che si tratti della “Vita”  o del  “Progresso Scientifico”, l’affarismo ha comunque bisogno di un Moloc al quale obbligare a sacrificarsi.

Fonte: www.comidad.org

domenica, 17 febbraio 2008

E' morto Angese, Sergio Angeletti per l'anagrafe. Un grande amico. Un grande artista.

Sergio e’ morto. Stroncato da una malattia che non aveva lasciato speranze. Ma potremmo dire che e’ stato abbattuto mentre caricava a cavallo le trincee fortificate dei demoni.

Sergio e’ stato un grande combattente per la liberta’.  Uno che ha sempre messo la sua dignita’ di fronte alle convenienze. Uno dei piu’ grandi disegnatori italiani, giornalista e vignettista acuto, originale e geniale, al quale questo sistema di merda ha negato la possibilita’ di lavorare. Le grandi testate per le quali disegnava lo hanno via via cacciato perche’ non riusciva proprio ad arruolarsi nel manierismo leccaculo dominante.

Dentro di me io piango il fratello che mi ha lasciato, ma sento che sia giusto innanzi tutto ricordare che era un combattente della liberta’ di pensiero, armato di un pennello sublime. E credo sia giusto dire che molto nella sua malattia ha pesato l'essere cacciato, esiliato, lasciato per anni senza lavoro.

Lui non ha mollato, ha continuato giorno dopo giorno a pubblicare le sue straordinarie storie su www.angese.it. Giorno dopo giorno, nonostante nessuno lo pagasse per farlo. Incredibile costanza. E' andato cosi’ avanti per anni. Tentando continuamente nuove strade, resistendo nel dialogo con un pubblico di amanti della satira che lo avevano scovato nella rete.

Sergio ha collezionato una quantita’ incredibile di porte sbattute in faccia. L'unico lavoro che gli era restato era uno spazio quotidiano sulla Nazione-Resto del Carlino, pagato una cifra vergognosamente bassa. Uno spazio concesso quasi con fastidio, in una situazione nella quale qualunque sua proposta veniva bruciata sul nascere. Sopravviveva in quello spazio perche’ non aveva altro e non voleva smettere di raccontare, comunque, a un grande pubblico.

Un genio al quale e’ stato impedito di lavorare, di produrre le sue infinite idee. Lascia una casa che ha costruita pezzo per pezzo e che e’ un capolavoro di eleganza e fantasia. Lascia una quantita’ enorme di disegni e storie. E molti amici.

Per ultimo ci ha regalato anche l'esperienza di vedere un uomo che affronta la morte con chiara coscienza della sua imminenza, continuando a vivere e amare la vita. Sicuramente vivro’ il tempo che avro’ a disposizione con una determinazione piu’ forte, in futuro. La vita e’ veramente preziosa e bellissima e anche nei frangenti piu’ tragici mantiene una sua poesia e eleganza.

Sergio se ne e’ andato con grande eleganza, magro da far paura, con in testa il basco con la stella rossa, la barba quasi bianca, estremamente bello anche se scheletrico. Elegante come quando cavalcava lo stallone bastardo che aveva comprato a prezzo di carne da macello e trasformato in un magnifico alleato.

Bastava un piccolo segnale delle redini e lo spostamento indietro del corpo e il cavallo iniziava a camminare a marcia indietro e sembrava danzasse. Se penso a Sergio lo vedo cosi’ anche se abbiamo passato molte piu’ ore a disegnare e discutere insieme piuttosto che a cavallo. Mi fermo qua.


Vorrei aggiungere invece una nota. In quest'Italia di merda ci sono cose che funzionano in modo straordinario. In questi 2 mesi e mezzo di agonia abbiamo avuto contatti con diversi ospedali e cliniche, pubbliche e private. E abbiamo trovato isole di efficienza e di malsanita’ a volte divise solo da una porta.

Nell'ultimo mese siamo finalmente approdati a una struttura pubblica assolutamente incredibile in Italia. Si tratta dell'Hospice di Perugia, clinica per le cure palliative, diretta dal professor Manlio Lucentini, con il quale collabora come psicologo il dottor Paolo Pannacci.

Si tratta di un luogo confortevole, colorato, con camere grandi per ogni singolo malato con un letto a disposizione di un parente.prodi-ciclista Sala da pranzo comune con libreria, divani, cucine a disposizione. Infermiere e dottori sono gentilissimi e presenti in modo premuroso e amorevole. E soprattutto queste persone riescono a compiere il miracolo di farti arrivare alla morte senza dolore aiutandoti anche psicologicamente. Il che in Italia e’ moltissimo, visto che siamo agli ultimi posti nella graduatoria mondiale dl consumo degli antidolorifici per i malati terminali. Queste persone hanno accompagnato Sergio, giorno per giorno sostenendolo in ogni modo. E in questo nella disgrazia e’ stato fortunato.

Sergio ha avuto una morte dura, con una lunga estenuante agonia. Ma certamente ha avuto sopra tutto il grande dono della presenza di Ceres, la sua amatissima moglie che si e’ prodigata al di la’ del possibile, standogli vicino giorno e notte in un modo che poche persone riescono a fare.

E credo che questo, insieme all'affetto degli amici che sono venuti a trovarlo da tutta Italia, sia stato per Sergio una giusta consolazione, un riconoscimento di quanto il suo amore, la sua amicizia e il suo lavoro siano stati per noi un regalo importante. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'esistenza dl'Hospice, di uno spazio umano dove Sergio ha potuto concludere con dignita’ la propria vita.


P.S. Il corpo del grande Sergio Angese, verra’ bruciato. Le ceneri saranno sepolte nel territorio libero dell'Universita’ di Alcatraz secondo le sue ultime volonta’. Sulla strada che va alla torre, la’ dove sono le pietre dipinte, seppelliremo l'urna con le sue ceneri sotto una grande pietra sulla quale sara’ dipinto Astarte, il suo cavallo.

Chi passera’ da quelle parti potra’ parlare ad Angese. Lui ha promesso che ascoltera’. Che tu possa cavalcare in eterno nelle praterie del cielo.

Jacopo Fo

Fonte: www.angese.itangese_mastella.gif
L'11 febbraio scorso è morto Angese. E il Corriere, non contento di averlo ignorato per anni, si dimentica persino di parlarne.ricarica

All'età di 55 anni è morto Stefano Angeletti in arte Angese. Romano di nascita e umbro di adozione, aveva iniziato la sua carriera di vignettista satirico su Paese Sera.

Negli anni '80 era passato alle redazioni di Zut e Il Male, il settimanale satirico fondato da Pino Zac e diretto da Vincino a cui collaboravano autori come Scòzzari, Pazienza, Fo e Tamburini. In seguito Angese ha collaborato al diario di Smemoranda e a diversi periodici fra cui Linus, Tango, Cuore, l'Espresso e Satyricon.

venerdì, 15 febbraio 2008

Sebbene con un pò di ritardo, ho deciso di postare sul blog questo pezzo scritto il 27 gennaio scorso in occasione del Giorno della Memoria, un intervento già pubblicato su vari siti web e su alcune testate cartacee. Visto l'argomento dell'articolo, ho ritenuto opportuno proporlo all'attenzione dei lettori del blog.

INDIANI D’AMERICA E BRIGANTI MERIDIONALI

Premessa

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni e delle valutazioni storiche, a maggior ragione nell’ambito dell’insegnamentoclasse_insegnanti della storia, sarebbe opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, enfatici e dogmatici, per adottare un approccio possibilmente critico e problematico verso le questioni, i personaggi e i processi storici sottoposti allo studio e all’attenzione degli alunni. Faccio tale puntualizzazione per far comprendere chiaramente il mio punto di vista rispetto alla materia. In classe non bisogna mai cercare di plagiare o manipolare le fragili menti (sempre aperte e ricettive) dei ragazzi, ma occorre assumere una posizione il più possibile lucida, serena e distaccata, per abituare le nuove generazioni ad esercitare l’arte benefica del dubbio e della critica. Una dote che in genere manca alle menti già formate, quindi chiuse e poco ricettive, degli adulti. logo_educazioneQuesto è il compito precipuo delle istituzioni educative che concorrono alla formazione del libero cittadino, per mettere l’individuo in condizione di esprimere autonomamente i propri giudizi e compiere le proprie scelte. La scuola assume un ruolo che è ancora centrale e privilegiato in questa opera educativa, malgrado le enormi pressioni e la spietata concorrenza esercitata dai mezzi di comunicazione di massa, a cominciare dalla televisione e da Internet. Le cui potenzialità espressive, comunicative ed informative devono essere abilmente e sapientemente sfruttate dagli insegnanti.

Il Giorno della Memoria

Il Giorno della MemoriaGiornata_memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che in tal modo ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come data per la commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e dell'Olocausto. La scelta del giorno intende rievocare il 27 gennaio 1945 quando le truppe dell'Armata Rossa giunsero ad Auschwitz, scoprendo il famigerato campo di concentramento, rivelando al mondo intero l'orrore del genocidio nazista. Il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo Ebreo, è celebrato il 27 gennaio anche da altre nazioni, tra cui la Germania e la Gran Bretagna, così come dall'ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1° novembre 2005. Il termine olocausto (dal greco holos "completo" e kaustos "rogo" come nelle offerte sacrificali) venne introdotto alla fine del XX secolo per indicare il tentativo compiuto dalla Germania nazista di sterminare tutti quei gruppi di persone ritenuti "indesiderabili": Ebreiebrei_deportati ed altre etnie come Rom e Sinti (i cosiddetti zingari), comunisti, omosessuali, disabili e malati di mente, Testimoni di Geova, russi, polacchi ed altre popolazioni slave. Il termine Shoah, che in lingua ebraica significa "distruzione" (o "desolazione", o "calamità", con il senso di una sciagura improvvisa e inaspettata), è un altro vocabolo usato per definire l'Olocausto. Molti Rom adoperano la parola Porajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio») per designare lo sterminio nazista. Aggiungendo agli Ebrei questi gruppi di persone il numero di vittime causate dal regime nazistahitler è stimabile tra i dieci e i quattordici milioni di civili, e fino a quattro milioni di prigionieri di guerra. Oggi il termine “olocausto” viene impiegato anche per indicare altri casi di genocidio, avvenuti prima e dopo la seconda guerra mondiale, o più in generale, per designare qualsiasi strage volontaria e pianificata di vite umane, come quella che potrebbe risultare da un conflitto atomico, da cui deriva l'espressione "olocausto nucleare". Il termine olocausto viene talvolta adoperato per descrivere altri esempi di genocidio, specialmente quello armeno e quello ellenico che portò all'uccisione di 2,5 milioni di cristiani da parte del governo nazionalista ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923.

Pellerossa e Meridionali

Con questo articolo vorrei rievocare la memoria di altre terribili esperienze storiche in cui sono stati consumati veri e propri eccidi di massa, troppo spesso dimenticati o ignorati dalla storiografia e dai mass-media ufficiali. Mi riferisco allo sterminio degli Indiani d’Americaindiani_d_america e ai massacri perpetrati a danno dei “Pellerossa” del Sud Italia, vale a dire i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo ad opera di Cristoforo Colombo nel 1492, quando giunsero i primi coloni europei, il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù e in circa 300 famiglie linguistiche. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, praticarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente e drasticamente rischiando l’estinzione totale. I cacciatori bianchi contribuirono così allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali, da cui ricavavano cibo, pellicce ed altro ancora. Ma la strage degli indianiIndiani fu operata soprattutto dall’esercito statunitense che pur di espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre attuando veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa vennero letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio. Oggi i Pellerossa non formano più una nazione, sono stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti una parte di essi si è integrata completamente nella civiltà bianca, mentre un'altra parte vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.cartinariserve

Un destino simile, anche se in momenti e con dinamiche diverse, accomuna i Pellerossa d'America e i Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati briganti_meridionali“Briganti”, vennero trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. Uomini, donne, bambini e anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato molto ricco. Il Piemonte dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo della monarchia sabauda, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour,Cavour progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più civile e pacifico d'Europa. Nessuno venne in nostro soccorso. Soltanto alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere fino all'ultimo sugli spalti di Gaeta, sino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse altissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che invece era già facoltativo nel Regno delle regno2sicilieDue Sicilie); si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, che insorsero. Ebbe così inizio la rivolta dei Briganti Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate a scapito dei Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e di ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse popolari e contadine, deluse e tradite dalle false e ingannevoli promesse concesse dal pirata massone e mercenario giuseppe-garibaldiGiuseppe Garibaldi. Contrariamente ad altre interpretazioni storico-meridionaliste, non intendo equiparare il fenomeno del Brigantaggio meridionale alla Resistenza partigiana del 1943-45. Per vari motivi, anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una guerra di conquista violenta e sanguinosa (come è stata del resto anche la guerra tra fascisti e antifascisti), ma che ha avuto una durata molto più lunga (un intero decennio) dal 1860 al 1870. Una guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi, massacri di massa in cui sono stati trucidati centinaia di migliaia di contadini e ALCUNI_BRIGANTI_UCCISIbriganti meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero e proprio genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra che si è conclusa tragicamente dando inizio al fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali. Un esodo di proporzioni bibliche, paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi e presenti nel mondo ad ogni latitudine, in ogni angolo del pianeta, hanno messo radici ovunque, facendo la fortuna di numerose nazioni: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Australia, eccetera. Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del brigantaggioBrigantaggio e della brutale repressione subita dal popolo meridionale, con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto da suggerire sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute proprio nello stesso periodo storico, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre feroci e sanguinose che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi nordamericani. Un genocidio troppo spesso ignorato e dimenticato, come quello a danno delle popolazioni dell’Italia meridionale. Nel contempo condivido in parte il giudizio (forse troppo perentorio) rispetto al carattere anacronistico, retrivo e antiprogressista, delle ragioni politiche, storiche, sociali, che stanno alla base della strenua lotta combattuta dai briganti meridionali.Briganti_presso_un_abbeveratoio In politica ciò che è vecchio è (quasi) sempre reazionario. Tuttavia, inviterei ad approfondire meglio le motivazioni e le spinte ideali che hanno animato la resistenza e la lotta di numerosi briganti contro i Piemontesi invasori. Non voglio annoiare i lettori con le cifre relative ai numerosi primati detenuti dalla monarchia borbonica e dal Regno delle Due SicilieSudItaly in vasti ambiti dell’economia, della sanità, dell’istruzione eccetera, né intendo in tal modo esternare sciocchi sentimenti di inutile nostalgia rispetto ad una società arcaica, di stampo aristocratico-feudale, ossia ad un passato che fu prevalentemente di oppressione, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali del nostro Meridione. Ma un dato è certo e inoppugnabile: la monarchia sabauda era molto più retriva, molto più rozza, ignorante e dispotica, meno illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era indubbiamente molto più ricco, avanzato e sviluppato del Regno dei Savoia, tant’è vero che esso rappresentava un boccone assai invitante ed appetibile per tutte le maggiori potenze europee, Inghilterra e Francia in testa. Tuttavia, questo è un argomento vasto e complesso che richiederebbe un approfondimento adeguato.

Borboni_napoli

Infine, concludo con una breve chiosa a proposito della tesi circa le presunte spinte progressiste incarnate dai processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi abbiano garantito un reale, autentico progresso sociale, morale e civile, ma hanno favorito e generato quasi esclusivamente uno sviluppo prettamente economico. Voglio dire che l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o addirittura globale, non coincide affatto con l’unificazione e con l’integrazione dei popoli e delle culture, siano esse locali, regionali o nazionali. Ovviamente, le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoludevono puntare a raggiungere il secondo traguardo.

giovedì, 14 febbraio 2008

IL COLLABORAZIONISMO È LA CHIAVE DEL COLONIALISMO

È significativo che sia la Slovenia a presiedere l’Unione Europea nel periodo in cui occorrerà discutere dell’indipendenza del Kosovo, poiché risulta del tutto logico e coerente che sia la presidenza di uno Stato-fantoccio ad occuparsi della nascita di un altro Stato-fantoccio.

Per la precisione, la Slovenia possiede almeno una sua base etnica e linguistica per fare da pezza d’appoggio alla sua cosiddetta indipendenza, mentre il Kosovo nasce in tutto e per tutto come una creatura  artificiale della NATO.

Il Kosovo è infatti un territorio tradizionale della Serbia che nel 1999 è stato strappato dalla NATO ai suoi originari abitanti in nome di una minoranza di immigrati che peraltro non è mai stata interpellata in quanto tale, ma solo tramite una rappresentanza composta da criminali comuni, a sua volta organizzata dalla stessa NATO.

Dal punto di vista etnico, l’attuale Kosovo si configura dunque come un inutile doppione dell’Albania,cartina_albania cosa che ridicolizza le posizioni di coloro che quindici anni fa parlarono di “risveglio etnico” a proposito della destabilizzazione della Jugoslavia; una destabilizzazione operata in realtà dal colonialismo della Germania  e poi, soprattutto, degli Stati Uniti. Il nuovo Kosovo sarà inoltre uno Stato a maggioranza islamica, il che non preoccupa affatto la NATO, ciò ad ulteriore dimostrazione della inconsistenza e pretestuosità della propaganda sullo “scontro di civiltà” e sul “pericolo islamico”. La pletora di staterelli-fantoccio nati dalla ex Jugoslavia - Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Macedonia, ora il Kosovo - non ha altra risorsa economica che fare da base d’appoggio per le operazioni illegali delle multinazionali, di cui la NATO non è solo il braccio armato, ma anche una attiva e diretta centrale affaristica.

Del Kosovo si tende oggi a parlare il meno possibile, poiché la sua stessa esistenza pone ormai domande e dubbi imbarazzanti che si preferisce rimuovere. Il problema è che quella che Hitler_BushBush chiamava con disprezzo la “vecchia Europa”, oggi deve confrontarsi con Stati nuovi membri  dell’Unione Europea che non sono dei semplici subordinati degli Stati Uniti- come del resto è anche la “vecchia Europa” - ma delle finzioni giuridiche che coprono veri e propri territori d’oltremare degli USA, come Portorico. Non si tratta solo dei Paesi della ex Jugoslavia, ma anche di Stati una volta satelliti della Russia, come l’Ucraina, la Polonia, l’Ungheria, ecc. È inevitabile che una tale situazione di accerchiamento da parte degli Stati Uniti abbia anche riflessi interni per Paesi come la Francia, la Germania o l’Italia, particolarmente per questi ultimi due, che sono quelli che al loro interno hanno più basi NATO.

L’unico Paese che non ha basi americane  sul suo territorio ed anche una sufficiente potenza militare per opporsi, la Francia, ha espresso come leadership il personaggio di Nicolas SarkozySarkozy, che sembra uscito da una farsa di Georges Feydeau. Mentre negli  Stati Uniti si svolgono le cosiddette elezioni primarie, in Europa molti commentatori sembrano in attesa di un successore di Bush che possa mettere da parte gli aspetti più aggressivi ed “unilaterali” della politica di quest’ultimo. In realtà proprio la vicenda della Jugoslavia dimostra che l’attuale politica di Bush non è altro che la continuazione di quella di Clinton, che è stato colui che ha avviato una vera e propria espugnazione militare  del territorio europeo. C’è un’oggettiva continuità fra Clinton e Bush, che tutte le polemiche sul presunto “unilateralismo” di pabushoBush non riescono a smentire. Quella dell’unilateralismo è stata infatti un’apparenza che è rimasta circoscritta alla questione dell’aggressione all’Iraq, in cui gli USA hanno sì agito da soli, ma solo dopo che la Francia e la Germania avevano convinto Saddam Hussein a disarmare con la promessa di una revoca delle sanzioni economiche. A quel punto Francia e Germania non avevano altra scelta che dichiararsi ufficialmente in dissenso nei confronti di Bush, per non dichiarare sfacciatamente di avergli spianato la strada per l’occupazione dell’Iraq. Quindi il colonialismo usa_storiastatunitense si è sempre avvalso, e continua ad avvalersi, della attiva collaborazione dei suoi colonizzati, in particolare di quelli europei.  

COMMENTI FLASH

PETROLIO
Il gigante petrolifero cinese PetroChina è stato quotato in borsa con una piccola parte del suo capitale (2,5%). Le azioni sono state vendute in pochi minuti e PetroChina si è affermata come la prima azienda a livello mondiale. La capitalizzazione è ormai il doppio della ExxonMobil e lascia indietro di molto General Eletric e Microsoft. L’azienda petrolifera è presente ovunque ci sia petrolio da acquistare, da Teheran all’Alberta.

I commentatori occidentali sono molto preoccupati: pare che PetroChina sia interessata solo ai barili di greggio, da pagare magari con armi o con dollari ( La Cina possiede la più importante riserva di dollari fuori dagli USA con 1400 miliardi); non è affatto interessata alla difesa dei diritti umani né alle campagne contro la fame né alle sanzioni contro i dittatori.

Il successo di PetroChina sarebbe dovuto dunque a cinismo e a mancanza di scrupoli. Questa ricorrente accusa di slealtà nei confronti della concorrenza cinese è commovente. A sollevarci da questa commozione, contribuisce la notizia che a preparare il successo borsistico dei cinesi e il conseguente finanziamento dei massacri in Sudan e altrove sia stata l’UBS di Zurigo, un istituto di credito senz’altro disinteressato.

ESORCISMI
Il ritorno del fervore religioso,HitleRatzinger dopo qualche decennio di incertezza, è ormai consolidato. E siccome questo fervore  - o intrattenimento religioso - riguarda anche, se non soprattutto, il cosiddetto “Occidente”, diventa sempre più imbarazzante parlare di fanatismo religioso dei non-occidentali senza svelare secondi fini.
Se nel 1966 il Time lanciava in copertina l’inquietante domanda: “Dio è morto?”, l’Economist, nel suo numero del millennio faceva un bel necrologio all’Onnipotente.

Ma i tempi sono cambiati e l’Economist ci informa che il movimento religioso pentecostale è quello con il più alto tasso di crescita: i fedeli sono oggi quasi 400 milioni e i risultati si vedono.

L’autorevole Economist ci informa in dettaglio della percentuale di fedeli pentecostali testimoni di: guarigioni divine, rivelazioni divine, esorcismi. Ecco le cifre: Stati Uniti 62 gd, 54 rd, 34 es, - Brasile 77 gd, 64 rd, 80 es, - Kenya 87 gd, 57 rd, 86 es, - Sudafrica 73 gd, 64 rd, 60 es. Come si vede da queste cifre, è proprio il tasso di esorcismi in USA a non essere competitivo con gli altri paesi.

DISOBBE-DIVO
Non c’è solo la musa dei No-global, Naomi Klein, che nella trasmissione del chierico Fabio Fazio ci spiega pacatamente come convincere i capitalisti a “non esagerare”.

Non c’è solo Roberto SavianoSaviano, che per pubblicare un libro contro la camorra ha scelto la Mondadori, il cui padrone, Silvio Berlusconi, è uno che al malaffare non glielo manda a dire. Ecco il ruvido e intransigente leader dei  Disobbedienti, Luca Casarini, che pubblicherà un romanzo “noir” proprio con la Mondadori, casa editrice del “nemico di classe”. Se va avanti così, la Mondadori finirà per soppiantare l’editoria alternativa, a sostenere tutte le parti in commedia.

mercoledì, 13 febbraio 2008
A PROPOSITO DI "NUOVA EMIGRAZIONE"

Non c'è dubbio che l'emigrazione intellettuale rappresenta la più grave perdita di ricchezze, la sciagura peggiore che possa capitare ad una irpiniacomunità, poiché questa è costretta a rinunciare alle sue personalità migliori, alle intelligenze più pronte  e vivaci, a privarsi dei suoi figli più capaci e brillanti, quindi delle risorse più preziose. Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti che prima erano assolutamente inediti e sconosciuti, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia di un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, quasi un esodo massiccio con elevate percentuali e livelli di scolarità. Infatti, i giovani più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere e piegarsi al ricatto clientelare imposto dai notabili de-mita-ciriacopolitici locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che invece è un sacrosanto diritto che spetta ad ogni cittadino. Ma si sa che da noi la "cittadinanza" rappresenta un lusso riservato a pochi eletti e privilegiati, ai "figli di papà". Invece, i "figli del popolo", della povera gente, sono condannati ad elemosinare continuamente favori, elargiti attraverso un metodo arcaico che è probabilmente un antico retaggio del feudalesimo. Una prassi comune applicata sia per ricevere un misero lavoro (oltretutto a tempo determinato, mal pagato, senza diritti e tutele), sia per ottenere qualsiasi altra cosa, anche la più banale richiesta di un certificato, scambiando e svendendo i diritti come volgari concessioni in cambio del voto a vita.

Questo è purtroppo un (mal)costume insito nella “normalità” della vita quotidiana, una situazione quasi “naturale ed ineluttabile”, un elemento immodificabile insito in un’ipotetica e immaginaria legge di natura, che in realtà non esiste. Infatti, la legge naturale non è applicabile alla dialettica storica, che invece è caratterizzata e determinata da tendenze e controtendenze, sempre mutevoli, in stretto rapporto di interazione e reciproca influenza, per cui nulla è davvero eterno ed immutabile nella realtà storico-sociale, come è confermato, ad esempio, dalle rivoluzione_franceserivoluzioni epocali che in passato hanno abolito i privilegi aristocratico-feudali, lo sfruttamento della servitù della gleba e della schiavitù. Fenomeni che per secoli, se non millenni, gli uomini hanno accettato quali condizioni assolutamente “giuste”, in quanto definite come “naturali e inevitabili”. Inoltre, mi permetto di fornire una serie (davvero inquietante) di cifre statistiche relative alla realtà delle nostre zone. Trattasi di dati riferiti dall'Istat, che dunque non possono essere tacciati di "faziosità". In Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta ben oltre il 20 per cento. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 51 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino (più di) un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento.

Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa. Aggiungo che l'Irpinia, e l'Alta Irpinia in modo specifico, detiene un angosciante primato: quello del più alto numero di suicidesuicidi (oltre 40 casi sono stati registrati solo nel 2006, e il 2007 non sembra aver invertito questa lugubre tendenza) per quanto riguarda l'intero Meridione. Un primato tristemente condiviso con la provincia di Potenza. All'origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico. Inoltre, i tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio "triangolo della morte", così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l'uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione.

I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come AndrettaAndretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l'eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell'area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

Tali dati, pur nella loro gelida ed agghiacciante "asetticità", ci consegnano un quadro davvero allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani migliori, più capaci e brillanti, a "fuggire" dalla terra in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi ed emanciparsi altrove, per fare fortuna in altri posti, per realizzarsi ed avere successo non solo in ambito lavorativo e professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece verrebbe frustrato e mortificato se restassero qui da noi, in terra irpina.

sabato, 09 febbraio 2008

40 anni fa il Sessantotto: celebrazione o censura?

Fu in un'università degli Stati Uniti, a Berkeley in California, che ebbe inizio la contestazione giovanile, una sorta di virus destinato presto a diffondersi in tutto il mondo. La protesta investì i valori di una società individualista e conformista, negando la presunta neutralità della scienza e delle istituzioni sociali; si rifiutò la repressione e l'autoritarismo delle vecchie generazioni in nome di un mondo più libero. In diversi fenomeni si manifestò la dimensione più politica della rivolta: nell'impegno contro la guerra e l'imperialismo americano nel Vietnam_napalm_19721Vietnam e nel formarsi di un movimento pacifista internazionale; nel sorgere del movimento femminista che mise in discussione valori millenari; nella contestazione al totalitarismo sovietico con l'esperienza della primavera di Praga di Alexander Dubcek e la definizione di un "socialismo dal volto umano", appoggiato ed esaltato per altro anche dai comunisti italiani che solidarizzarono con la ribellione del popolo cecoslovacco soffocata dai carri armati inviati da Mosca; infine, nel Maggio francese e nel sogno di un'unione ideale con il movimento operaio di quel mezzo milione di studenti che sfilarono per le strade di Parigi.

Gli studenti non si scagliavano solo contro l'industria del sapere, la loro era una contestazione globale che mise insieme classi, ceti, investì la morale e i rapporti umani, sovvertì un modello culturale, sconvolse un costume, rifiutando in toto uno stile di vita; nella loro lotta i giovani arrivano subito a comprendere il nesso tra l'alienazione della propria condizione e un assetto di potere che sempre più restringeva lo spazio di realizzazione dell'uomo.

Questo bisogno di cambiamento, che investì sia l'immagine che la sostanza, prenderà piede in tutti i paesi industrializzati dell'Occidente; i giovani e le loro avanguardie (cioè gli studenti), figli di una società che stentava a mutare, pecorellarinnegavano le stesse cose, il loro era un "No" senza compromessi ad una vita vista come ingessata e bigotta, ad un futuro disegnato su valori ben lontani dall'appagare le aspirazioni di un ventenne, un mondo, insomma, nel quale non si riconoscevano affatto. L'Italia viveva in una democrazia che aveva messo forti radici nella coscienza popolare, il paese però non riusciva, nei suoi ambiti più conservatori, a capire la complessità della società in cui viveva, le pulsioni che essa creava, il nuovo che stava avanzando, e sperimenterà sulla propria pelle un lungo decennio di violenze, drammatico risultato - appunto - dello scontro frontale di due mondi troppo diversi tra di loro. In molti cercando di trovare un'origine, magari imprecisata e lontana, alla violenza che caratterizzerà gli anni '70, guarderanno a quel grande magma che fu il 1968. A far esplodere quel magma, tra le altre cose, contribuì un libro, L'Uomo ha una dimensione scritto da Herbert Marcuse, al tempo professore di filosofia all'Università di San Diego (California), un insieme di pensieri, bisogni, rivalse già latenti nei giovani di quegli anni.

Herbert Marcuse (1898 - 1979)

In un'intervista televisiva Marcuse, divenuto ideologo del primo Sessantotto (di quello cioè non ancora egemonizzato dall'ideologia) affermava tra le altre cose: Tempi moderni«...esistono in questa società molte cose che io non vorrei respingere del tutto [...] quello che però rifiuto nel modo più completo è il modo in cui questa società è organizzata, il modo in cui essa sperperaBambino africano ed abusa delle proprie risorse, il modo in cui accresce la ricchezza di una parte della popolazione e allo stesso tempo non si preoccupa di fare praticamente niente contro la cruda povertà esistente in vaste aree del pianeta...». In breve nacque il ma-ma-maismo, un'ideologia composita derivata dalla triade Marx-Mao-Marcuse ed eletta dai sessantottini a nuovo vangelo, anche se in realtà - ma il discorso ci porterebbe assai lontano - il pensiero del professore di origine tedesca ben poco aveva a che spartire con i profeti del Comunismo; rimane comunque il fatto che, inconsapevoli di questo pasticcio, i giovani accettarono il tutto senza approfondire troppo. Anche il Libretto Rosso di Mao-Tze-Tung del 1964 ebbe grande successo: diffuso in milioni di copie il testo di Mao fece il giro delle università occidentali; il Maoismo è per molti una provocazione radicale, il leader della Grande Marcia invitava infatti a far fuoco sul quartier generale, cioè sul potere, ribadendo un concetto di fondo: ribellarsi è giusto. È facile comprendere come in quel terreno fecondo del bisogno di menare le mani e su quel istintivo rifiuto di una società fondata principalmente sul denaro, i giovani del '68 furono fortemente attratti dalla prospettiva della lotta di classe. quarto statoPer abbattere il vecchio mondo e costruire un futuro migliore, specialmente in Italia, si fece ricorso ad uno strumento ottocentesco - che secondo la logica imperante era quantomeno arcaico - come il Marxismo-Leninismo, seppure in versione aggiornata, corretta e aggiustata.

Martin Luther King

A livello internazionale in questo periodo è un susseguirsi di notizie clamorose: vennero assassinati Bob Kennedy e Martin Luther King, proseguiva la rivoluzione culturale in Cina, la guerriglia in America Latina, poi c'era quella guerra nel Vietnam che a molti appariva smaccatamente imperialistica.

Nacquero dunque nuovi miti: quello della resistenza vietnamita, del popolo palestinese e del suo leader Arafat e soprattutto della figura di Ernesto "Che" Guevara, che prima di morire lanciò lo slogan "Crea 2, 3, 1000 Vietnam". Il grido risuonerà a lungo nelle piazze di tutto l'Occidente, e specialmente in Europa, avamposto ideologico della protesta. Gli studenti della Sorbona di Parigi innescarono una rivolta che coinvolse le grandi fabbriche della Renault e della Citroen, nacquero slogan che segneranno un'epoca: «Non è che l'inizio, la lotta continua», «Siate ragionevoli, chiedete l'impossibile», tutti volevano la fantasia al potere. Per capire fino in fondo quale e quanto fosse il coinvolgimento dei giovani del '68 nelle loro lotte, riporto una frase estrapolata da un intervento tenuto in una delle mille assemblee alla "Statale" di Milano, è un intervento di un ragazzo qualunque, uno dei tanti che si alternavano al microfono: «...stiamo combinando qualcosa di grosso [...] le nostre lotte sono il segmento di un risveglio che è mondiale, che unisce noi alla Francia, alla Germania, al Giappone, all'Indocina, all'America Latina [...] forse qui comincia la svolta di un'epoca...».

Nel nostro paese la protesta studentesca trovò terreno fertile in un reale disagio, le università non erano attrezzate per far fronte alle nuove necessità: in primo luogo c'era un fortissimo aumento delle iscrizioni, per giunta non erano cambiati gli indirizzi di studio, i metodi di insegnamento, le normative che regolano la partecipazione degli studenti alla vita universitaria.

I disordini non scoppiarono all'improvviso, cominciarono già nel 1963, quando quasi tutte le facoltà di architettura vennero occupate dagli studenti ed ebbero poi un primo seguito nel '66 a Trento. Quella dell'ateneo trentino è una storia del tutto particolare, vuoi perché era stato fondato nel '62 per volontà esplicita della Democrazia Cristiana con il fine di creare una fucina di quadri dirigenziali sul modello USA, vuoi perché da lì emergeranno figure importanti come Renato Curcio, Margherita Cagol, Mauro Rostagno, Marco Boato.

I motivi delle occupazioni di università ed istituti durante il '67 ed il '68 erano sempre di natura interna all'università stessa: la delusione per il disegno di legge n° 2314, che prevedeva una riforma del sistema universitario assai blanda ed opinabile, un aumento delle tasse all'Università cattolica di Milano e a quella di Scienze sociali a Trento.

Dello stesso tipo erano le rivendicazioni fatte più in generale dagli studenti: riforma della didattica, riduzione del numero degli esami, più discussione e dialogo al posto di un mero indottrinamento, ecc.

Sempre a Trento all'inizio dell'anno accademico '67-'68 l'università venne trasformata dagli studenti in "Università Negativa", dove in un clima di incredibile entusiasmo gli studenti, in piena autogestione, stabilirono nuovi metodi di studio e contenuti.don-milani «...l'Università trasmette soltanto quella particolare ideologia della classe dominante, formando ingegneri sociali privi di capacità critica e passivi a qualsiasi lotta per la radicale trasformazione dell'attuale struttura sociale [...] dopo la ricostruzione del dopoguerra ed il boom economico, che non ha fatto altro che arricchire i gruppi capitalistici italiani, si sta aprendo un'altra fase di capitalismo bieco e reazionario ove il potere industriale tende ad estendere il proprio controllo rigido ed autoritario dalla fabbrica a tutti i meccanismi di sviluppo e sugli strati sociali subalterni e sfruttati [...] formuliamo come ipotesi generale che vi sia la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema attraverso nuove forme di lotta di classe [...] questo è un movimento pre-rivoluzionario».

Ciò è quanto si legge in un documento dei giovani studenti trentini, gruppo che per i suoi aspetti più radicali ed anticipatori rimane esemplare per tutto il movimento studentesco italiano. In pochi mesi la contestazione uscì dalle aule universitarie e dilagò; nelle fabbriche crebbe la voglia di contestare una crescita che aveva si trasformato il paese migliorandone sensibilmente le generali condizioni di vita ma che non era riuscita a coinvolgere tutta la società della quale aveva semmai contribuito ad emarginare gli strati più deboli. Il 1° Marzo 1968 a Roma nei giardini di Valle Giulia accadde poi qualcosa di inaspettato e durissimo: studenti e forze dell'ordine dettero vita ad uno scontro senza precedenti; per la prima volta, in quel periodo costellato di occupazioni e sgomberi, i primi risposero facendo uso di violenza organizzata. Per molti era la dimostrazione delle reali possibilità rivoluzionarie del movimento.

Da quel momento i moti di piazza non furono più gli stessi, l'atteggiamento di chi andava in corteo cambiò, cambiarono i cori, gli striscioni, fecero la loro apparizione i servizi d'ordine armati e ben addestrati.

Da allora la violenza divenne una compagna di viaggio sempre più fedele della protesta; «Il sistema non si cambia, si abbatte!!», «Fascisti e Borghesi, ancora pochi mesi» questi alcuni dei nuovi motivi cantati dai cortei, scritti sui muri delle città, e di pari passo aumentò la gravità degli scontri di piazza, scontri che giunsero al culmine qualche anno dopo, «...quel 12 Marzo del '77, quando a Roma dalle 18 alle 22 si sparò, come nel Far West».

Non può sfuggire ad un osservatore attento quella che è stata la particolarità del '68 nel nostro paese. In Italia, al contrario di tutti gli altri paesi dove si sviluppò, questo periodo di fervore rivoluzionario non durò 1 o 2 anni ma almeno 10; molti sono infatti gli autori che lo fanno terminare nel 1978, e più precisamente con il ritrovamento del cadavere dell'On. aldo moroAldo Moro, assassinato dalle Brigate_RosseBrigate Rosse. Ad incoraggiare il prolungamento di questa stagione di rivolte provvidero anche il Governo e la polizia italiana, la cui reazione fu di gran lunga meno dura di quanto fecero i parigrado in tutti gli altri paesi del mondo occidentale. Ad esempio in Francia, durante il "mitico Maggio" gli studenti occuparono strade e piazze, innalzarono barricate, incendiarono macchine, negli scontri vi furono 123 feriti tra i poliziotti e 1500 tra i civili.

Ma quando De Gaulle decise che era venuto il momento di ripristinare l'ordine («La carnevalata è finita», disse) a Parigi arrivarono i carri armati, il Parlamento venne sciolto ed indette nuove elezioni, 11 organizzazioni politiche vennero poste fuori legge, il tutto senza che i partiti di sinistra reagissero in modo significativo. Per i Francesi il '68 durò in pratica poco più di 30 giorni.

Non durò molto di più in Germania o in Spagna, dove venne dichiarato lo stato di emergenza, o in Messico, dove la polizia aprì il fuoco con le mitragliatrici su 10.000 studenti che manifestavano, o ancora in Giappone, dove la polizia fece 700 arresti solo sgomberando l'università di Tokyo occupata. In Italia invece la protesta durò più di 10 anni. Quello che intendo dire, all'interno di un quadro assai più ampio che non mancherò di sviluppare, è che non mi risulta difficile ipotizzare che la scelta di far lasciar fare il Movimento più di quanto fosse lecito aspettarsi (vedi l'esempio degli altri paesi), sia da inserirsi - magari solo marginalmente - all'interno della c.d. Strategia della tensione, sebbene condivida anche le tesi sostenute da Tony Negritonynegri quando afferma che, a differenza di altri stati, nel nostro paese la spinta alla ribellione nacque in una società che era in condizioni oggettivamente più arretrate, e per questa ragione essa ebbe una vita assai più duratura. Sta di fatto che una volta incanalata sui binari del Marxismo-Leninismo o del Maoismo, la protesta non poteva che diventare aggressiva e violenta, ed è verso quei lidi che la nave del '68 fu spinta. Riferimento è da farsi obbligatoriamente anche a due avvenimenti cruciali di quel periodo: la strage di piazza_fontanaPiazza Fontana e la strana morte dell'anarchico Pinelli. Al fine di far "quadrare il cerchio", sono poi di fondamentale importanza alcune nozioni chiave: la prima riguarda il fatto che, come affermato dal generale Niccolò Bozzo (già stretto collaboratore del generale Dalla Chiesa) «Ufficiali e sottufficiali dei carabinieri si erano iscritti in tutte le università considerate a rischio: a Roma, Torino, Milano, Padova, Trento, Pisa, Genova [...] i carabinieri si comportavano come normali studenti [...] alcuni di loro sono arrivati perfino a laurearsi [...] un lavoro di infiltrazione più congeniale ai servizi segreti, ma che Dalla Chiesa conduceva anche in proprio».

Seconda questione da considerare è che già nell'estate 1967 la CIA aveva promosso la "Operazione Chaos" per contrastare il movimento non violento e pacifista americano che si batteva per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam.

Quindi aveva deciso di estenderla su scala internazionale, in particolare in Europa, per contrastare anche il movimento studentesco-giovanile del vecchio continente, inquinandone gli assunti antiautoritari e non violenti.

L'operazione consisteva anche nell'infiltrazione, a scopo di provocazione, nei gruppi di estrema sinistra extraparlamentare (anarchici, trotzkisti, marxisti-leninisti, operaisti, maoisti, castristi) in Italia, Francia, Germania Occidentale con l'obiettivo di accrescerne la pericolosità inducendo ad esasperare le tensioni politico-sociali con azioni aggressive, così da determinare un rifiuto dell'ideologia comunista e favorire spostamenti "a destra" (secondo la logica di "destabilizzare per stabilizzare" ).

In tale direzione - dunque una conferma di quanto detto - va anche un rapporto dedicato alla contestazione studentesca datato Febbraio 1971 e redatto in forma riservata proprio nell'ambito della "Operazione Chaos" dall'Ufficio Affari riservati del Viminale: «almeno all'origine si deve rilevare la spinta di qualche servizio segreto americano [alludendo alla CIA] che ha finanziato elementi estremisti in campo studentesco».

A questo punto ci domandiamo se il ’68 è un qualcosa da celebrare o da censurare. Stando all’attuale visione politica italiana, dovrebbe essere uno scheletro nell’armadio della cosiddetta cosa_rossasinistra che, tranne rare eccezioni, farebbe volentieri a meno di avere una così pesante eredità (ma anche Cuba lo è!). Però, c’è una base di compagni coerenti che, proprio grazie all’effervescenza di quel periodo, prese coscienza di cosa significasse lottare e ribellarsi con la consapevolezza di instradare i singoli sforzi in un movimento comune fatto di alleanze pur nella diversità di idee. peppino impastatoNon pensiamo che ci si debba vergognare di esserci ad un certo punto svegliati dal torpore borghese e, anche se non sempre in modo idoneo, si è lottato per un ideale di giustizia sociale e solidale che ha intessuto, con il trascorrere del tempo, nuovi criteri di lotta politica. Se un bel giorno abbiamo visto la luce e se ancora coltiviamo speranze per una esistenza migliore, lo dobbiamo a quelle centinaia di migliaia di giovani che hanno dismesso i panni dei bamboccioni per vestire quelli della lotta popolare scendendo nelle piazze ed urlandolo forte.

CE N'EST QU'UN DÉBUT, CONTINUON LE COMBAT!

Fonte: www.siporcuba.it

***

UNA BREVE POSTILLA

Con questo articolo, tratto dal sito web SiporCuba, vorrei avviare una serie di post dedicati alla memoria e (soprattutto) alla riflessione sul Sessantotto in Italia e nel mondo.

Intendo proporre vari interventi (anche d'autore) per approfondire e sviscerare in maniera appropriata l'argomento, che è assai vasto e complesso, per cui merita un'adeguata opera di indagine e di ricostruzione storica.

Personalmente non condivido in pieno il contenuto dell'articolo appena postato, così come potrà accadere in seguito nel caso di altri pezzi che proporrò nei prossimi mesi dell'anno in corso, un anno di carattere "celebrativo", a dimostrazione della non-faziosità e della buona fede delle mie intenzioni e delle mie posizioni.

L'approccio sarà dunque di tipo storico-analitico, senza limitarmi a commemorare o rievocare superficialmente gli eventi e i protagonisti,don milani per poi mitizzarli o esaltarli acriticamente, bensì cercando di scandagliare, investigare e (ri)scoprire la verità storica. Epurandola dalle incrostazioni e dalle mistificazioni strumentali che si sono sedimentate nel tempo, in quanto frutto di ripetuti inganni e menzogne di origine ideologico-borghese. Provando a riesumare la verità dei fatti, sepolta sotto  cumuli di falsità ed imposture, per rinnovare le speranze e le attese di riscatto e di cambiamento sociale per l'avvenire delle giovani generazioni.  

sabato, 02 febbraio 2008

Sulla questione della visita all’Università La Sapienza di Roma, HitleRatzingerRatzinger ha giocato astutamente ad atteggiarsi a vittima, ma è anche vero che i docenti che si opponevano alla sua visita hanno giocato a loro volta su una identificazione con Galileo che non aveva alcun fondamento storico. Nel processo di Galileo la questione dell’eliocentrismo e del geocentrismo fu marginale, poiché è ormai dimostrato che anche la teoria eliocentrica era ritenuta accettabile nell’ambito delle gerarchie ecclesiastiche, ed era stata persino utilizzata per risolvere alcuni problemi tecnici nella riforma del calendario operata dal papa Gregorio XIII nel 1582 (è lo stesso calendario che vige ancora adesso).

Lo scontro con Galileo fu determinato dal fatto che questi reclamava la sua autonomia come scienziato, cioè non accettava più una subordinazione gerarchica in cui ogni ricerca doveva essere condizionata dalla paternalistica accondiscendenza delle autorità ecclesiastiche. D’altra parte questa autonomia reclamata da Galileo si basava su un tipo di ricerca scientifica che poteva esercitarsi con risorse estremamente limitate.

Negli ultimi anni di vita, Galileo poté attuare importantissime ricerche di fisica con pochissimi soldi, cosa inconcepibile attualmente, dato che la ricerca dipende dai fondi che le vengono concessi e non certo dai permessi ecclesiastici.

Oggi la ricerca è finanziata da denaro pubblico, ma risponde  ad interessi privati. Questo intreccio tra denaro pubblico ed affarismo privato costituisce attualmente la vera forca caudina dello scienziato, perciò far finta di vivere ancora nel XVII secolo è un modo per non vedere ciò che accade oggi, ed anche per chiudere gli occhi di fronte al vero ruolo di un Ratzinger.

Quando a Stalin obiettarono che una sua decisione sarebbe dispiaciuta al papa, egli rispose con una domanda sarcastica : Mistici armati“Quante divisioni ha il papa?” La frase di stalinStalin era concreta, ma incompleta, in quanto avrebbe dovuto anche chiedere: “Quante banche ha il papa?” Ai tempi di Stalin la Chiesa Romana era ancora una potenza finanziaria in proprio, come lo era stata da sempre. Ancora prima che la Chiesa Cattolica diventasse  la religione di Stato dell’Impero Romano, questa identificazione tra Chiesa e Banca era essenziale, organica. Callisto I - da cui hanno preso il nome le famose catacombe e che fu papa dal 217 al 222 - era lo schiavo di un potente liberto imperiale, Carpoforo, anch’egli cristiano.

Sebbene  fosse giuridicamente uno schiavo, Callisto era a capo di una banca e fu protagonista di uno scandalo finanziario, per il quale venne anche arrestato, ma poi liberato proprio su pressione dei suoi creditori che speravano di riavere i loro soldi.

Papa Callisto I, banchiere e bancarottiere dei tempi eroici e pionieristici del cattolicesimo, oggi si rivolterebbe nella tomba se potesse vedere la sua creatura ridotta a potenza finanziaria subordinata, ad appendice e colonia della finanza tedesca.santi subito

Fatti fuori Sindona, papa Luciani e Calvi, la “finanza cattolica” non esiste praticamente più, ed il segno di questo tramonto è appunto la scomparsa dei papi italiani. papa-ratziRatzinger recita ad uso dei media la parte dell’intellettuale e del teologo, ma i suoi scritti sono dei collage di citazioni, tenute insieme da luoghi comuni e frasi fatte. Ratzinger non è lì in quanto “tradizionalista”, ma in quanto rappresentante dei poteri finanziari che oggi controllano la Chiesa Cattolica. Per un ricorso storico, la Germania espresse già agli inizi del XVI secolo una grave sfida finanziaria nei confronti del potere papale, quando Lutero, per conto dei Principi tedeschi, guidò la rivolta contro i tributi da versare a Roma sotto forma di indulgenze.

Grazie a quei soldi sottratti al papa, i Principi tedeschi lanciarono una terribile offensiva di classe contro le loro popolazioni contadine, stroncandone ogni tentativo di resistenza, fatto che lo stesso Lutero si incaricò di santificare, scrivendo che massacrare i contadini corrispondeva alla volontà divina.

Anche la storia della Riforma Protestante, è storia di denaro più che di idee religiose.

Fonte: www.comidad.org