venerdì, 31 agosto 2007

GUERRA CIVILE, RISORSA DEL COLONIALISMO COMMERCIALE

In Turchia Abdullah Gull’elezione di un Presidente della Repubblica che proviene dal partito islamico, ha determinato in questi giorni vari atteggiamenti insofferenti e minacciosi da parte delle alte gerarchie militari. Gli alti ufficiali turchi, sin dai tempi di Ataturk, sono di osservanza il compasso e la squadra massonicimassonica. Quando l’impero turco venne distrutto con la prima guerra mondiale, fu la Gran Bretagna ad impadronirsi delle sue aree più ricche di materie prime, come la Mesopotamia e la Penisola Arabica. Anzi, il partecipare alla spartizione dell’impero ottomano è probabilmente stato il vero movente di quella grande guerra, e il governo italiano aveva già cominciato nel 1911, quando dichiarò guerra alla Turchia per annettersi quei territori imperialismonord-africani a cui avrebbe poi dato il nome di Libia (una reminiscenza dell’Impero Romano). In quel periodo i militari turchi furono presi da una psicosi collettiva di autorazzismo, di odio verso le proprie radici culturali, che ritenevano la causa principale della loro umiliante sconfitta. Era ciò che la propaganda britannica gli aveva inculcato, e, come spesso capita, gli sconfitti furono presi dalla smania di imitare i vincitori e di identificarsi con loro. Tutto questo fu la causa del successo di adesioni alle logge massoniche, di matrice inglese, dove gli ufficiali turchi poterono abbandonare il retrivo Islam per tuffarsi in farneticazioni esoteriche ancora più assurde, ma che avevano il vantaggio di appartenere al vincitore. La massoneria in quanto tale non è mai stata un soggetto politico, ma semplicemente uno strumento di pozzo-petroliopenetrazione del colonialismo, un’arma per annientare culturalmente e politicamente le classi dirigenti dei Paesi colonizzati. Per i militari turchi oggi è quindi un momento di comprensibile nervosismo, poiché vedono in pericolo la loro tutela secolare sulla società turca. Oltretutto da un anno la pubblicistica dei “Neocons”  statunitensi spinge per la soluzione di un colpo di Stato che salvi la Turchia dal pericolo islamico. Come al solito i “Neocons” hanno giustificato questa loro negazione delle procedure democratiche con l’argomento che giustifica tutto, quello che è stato scherzosamente battezzato “ad Hitlerum”: anche hitlerbushHitler era andato al potere con elezioni democratiche, ma ciò non toglie che andasse fermato con qualsiasi mezzo, ecc., ecc. Il fatto che gli islamici al governo in Turchia abbiano la patente di laico-moderati, eccita ancora di più i “Neocons”, che additano in questa mitezza un’astuta finzione: anche Hitler a volte si dava le arie da moderato, ecc. In realtà tutti i governanti aggressivi assomigliano ad Hitler, il quale prese poteri assoluti dopo l’attentato incendiario che distrusse il palazzo del Parlamento, il Reichstag; la stessa cosa che ha fatto Bush con gli attentati dell’11 settembre. Hitler e Benito MussoliniMussolini poi inventarono insieme la dottrina secondo cui il pericolo comunista gli avrebbe dato il diritto di intervenire preventivamente in qualsiasi Paese, dottrina con cui giustificarono la loro aggressione alla Spagna repubblicana. Anche qui gli usa_storiaideologi di Bush non hanno fatto altro che sostituire il comunismo col terrorismo, ma la dottrina è la stessa. I “Neocons” sanno benissimo che un colpo di Stato in Turchia determinerebbe una guerra civile che farebbe sembrare un’inezia quella che si svolge in Algeria, dove anche lì un governo islamico regolarmente eletto è stato abbattuto dai militari in nome dell’ anti-hitlerismo preventivo. Inoltre ci sono milioni di Turchi che vivono in Germania, perciò la guerra civile rischierebbe di essere esportata nel centro dell’Europa. È proprio questa prospettiva che fa gola agli ambienti vicini a Bush: una guerra civile diffusa, che potrebbe essere continuamente attizzata grazie alla confezione di statua della morteattentati di falsa matrice islamica. Una tale guerra civile giustificherebbe l’installazione di nuove basi americane, la sospensione di qualsiasi procedura legale, la possibilità per il governo statunitense di scavalcare del tutto i governi nazionali e di prendere accordi di volta in volta con i poteri che contano. Insomma, un trionfo del colonialismo commerciale statunitense. Dopo la guerra civile, la Jugoslavia è diventata una pletora di Stati fantoccio, che non sono altro che basi per i Globo-colonizzazionetraffici illegali degli Stati Uniti. Persino il Montenegro ha reclamato l’indipendenza dalla Serbia, pur non disponendo di risorse per vivere in proprio, se non quella di diventare un porto di transito per merci illegali. Una banalità che ha imperversato nei dibattiti interni alla sinistra durante la guerra civile jugoslava, è stata quella secondo cui non si potrebbe attribuire la guerra civile stessa solo alle ingerenze esterne, poiché sussistevano in Jugoslavia autentiche tensioni etniche e nazionali. Questo pseudo-argomento si fonda su una concezione idealizzata dell’umanità, che si sorprende ogni volta quando una società dimostra di covare una faida razziale interna. In realtà ogni società ha un potenziale latente di faziosità e di violenza. Un Luca di MontezemoloMontezemolo è diventato il beniamino di gran parte dell’opinione pubblica vomitando in continuazione frasi di odio razziale e di odio di classe, frasi che vengono apprezzate anche da chi non avrebbe alcun interesse a recepirle. Tutte le società attuali sono gerarchiche, e la gerarchia si estrinseca in un’ansia di sopraffazione che può diventare fine a se stessa. Ma questo potenziale di odio può rimanere latente in eterno e non esplodere mai, a meno che non arrivino gli inneschi giusti, quegli inneschi che il colonialismo ha l’interesse a fornire. Quando nel 1776 gli Stati Uniti si costituirono in nazione indipendente, adottarono una bandiera che era la copia di quella della Compagnia delle Indie; una bandiera che era composta dalle stesse usa_mortestrisce rosse orizzontali, solo con l’Union Jack al posto delle tredici stelle. Per non fare confusioni, la Compagnia delle Indie fu costretta a cambiare la sua bandiera nel 1801. L’oligarchia statunitense denotava così sin dall’inizio di vedere nel colonialismo commerciale e nei metodi della Compagnia delle Indie la sua vera vocazione. L’approccio della Compagnia delle Indie ai Paesi che andava a depredare era appunto quello di fomentare, e armare, le guerre etniche; quindi gli Stati Uniti non hanno inventato nulla, hanno solo ampliato il loro raggio d’azione sino a comprendervi persino l’Europa.

Fonte: www.comidad.org

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"Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla provvidenza ad appestare l'America intera di miseria in nome della libertà." (Simon Bolivar)

giovedì, 30 agosto 2007

AUSPICI... un po' copiati di Doriana Goracci

http://reset.netsons.org/modules/news/article.php?storyid=642
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Sono due lavavetristorie vere quelle che riporto dalla cronaca. Nel primo caso la notizia è autentica e vero è anche il cittadino romeno. quimbyNel secondo caso la notizia è vera, mentre il cittadino romeno è falso. Gli ordini degli addendi non cambiano la volgare facilità di questi ultimi giorni di ferie per chi ci sta, a parlare di chi ha lo sceriffo migliore al suo paese: quello che ce l'ha più duro per intenderci. Oh come anch'io auspico... Auspico un xenofobiaatteggiamento sereno, non pregiudiziale, non ideologico. Penso sia necessario che ci sia un approccio senza pregiudizi, senza ideologie e senza interessi di parte, espliciti o nascosti. Penso e spero che le notizie , quelle vere, siano riconosciute con stima, con fiducia e anche con gratitudine. Auspico anche, che una rondine non faccia primavera... Oggi 30 agosto 2007, è stata una giornata densa di auspici, un po'copiati.
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30/08/2007 - 10.13.00 - ARGENTARIO
Un romeno di 37 anni, si e' gettato nelle acque dell'Argentario nel vano tentativo di salvare un bagnante colto da malore. 'Spero che questa vicenda contribuisca a dare un'immagine migliore del nostro popolo', ha detto Mariuss Merla, aiuto cuoco di un ristorante di Porto Santo Stefano, che lunedi' sera si e' tuffato appena ha sentito le grida di soccorso della moglie della vittima stroncata da un infarto. 'Non siamo tutti uguali', ha osservato.bossi-finisenzaconfini___________________________________________________________
CRONACA
"Io, per un giorno lavavetri al semaforo fra gli insulti" Borghezio clandestino
calderoli-immigrati-5-anni-_01vauro_calderoli
Cronista di Repubblica si finge romeno: minacce e quattro euro di mancia. La rabbia degli automobilisti: arrestatelo. Le intimidazioni degli altri disperati.
giovedì, 30 agosto 2007
Scienze (in)naturali
Alcune caratteristiche evolutive sono state innescate da esigenze di sopravvivenza
Ecco alcuni esempi di evoluzione (in)naturaleMoratti3

brunovespaPorci senza ali

bertinottimontescemoloprodiFantozzi_libidoRonald Reaganpapà_bushHitler_Bush

FedeChe cervellone!

L'evoluzione congiunta di predatori e prede

Lo studio dei crinoidi fossili conferma la teoria secondo cui l'evoluzione delle prede può essere innescata dallo sviluppo dei corrispondenti predatori

Nuovi andreottifossili hanno fornito ai paleontologi indicazioni su un'antica homo economicus"corsa agli armamenti" fra predatori e prede. Da tempo i biologi avevano ipotizzato che, nella lotta fra i predatori e le prede, il miglioramento di una delle parti (per esempio, lo sviluppo di dentinosferazzi più affilati) stimoli una risposta evolutiva nell'altra (per esempio, una pelle più robusta). Studiando crinoidi fossili, un gruppo di animali marini imparentati con le stelle marine e i vale2ricci di mare, Tomasz Baumiller dell'Università del Michigan e Forest Gahn del National Museum of Natural History dello Smithsonian Institution hanno contato il numero di arti masticati e hanno scoperto che gli attacchi subiti dagli animali erano peggiori nel periodo in cui i pesci e altri grandi predatori si stavano diversificando. Nel periodo noto come Rivoluzione Marina del Medio Paleozoico (circa 380 milioni di anni fa), gli squali e altri pesci si stavano fortemente diversificando. E anche gli sgarbi e rifiuti televisiviinvertebrati nelle acque poco profonde, come i crinoidi (noti anche come gigli di mare), stavano sviluppando spine e armature più spesse. Fra gli altri trucchi donati dall'evoluzione ai crinoidi, c'è stata la capacità di rigenerare le parti del corpo andate perdute. Così, quando un pesce ingoiava qualcuna delle loro Vignetta di Vauro sullo spauracchio di Berlusconiappendici simili a tentacoli, i crinoidi ne facevano crescere di nuove. In un articolo pubblicato sul numero del 3 settembre della rivista "Science", i ricercatori scrivono che per quasi 100 milioni di anni prima della Rivoluzione Marina del Medio Paleozoico, meno del 5 per cento dei crinoidi esibisce braccia rigenerate. Quando invece la rivoluzione dei predatori era in pieno svolgimento, più del 10 per cento dei crinoidi si faceva crescere arti sostitutivi.

ANIMALI, PREDE E PREDATORI

libidoPredatori e prede sono stati letteralmente plasmati dalla selezione naturale, la quale ha fornito agli uni armi di attacco temibilissime, agli altri strumenti di difesa molto efficienti. Da sempre i grandi predatori ci spaventano soprattutto per le terribili santanche_ditoarmi di cui sono dotati: artigli e zanne. I coccodrilli ad esempio sono in grado chiudere le mascelle generando una pressione a migliaia di chili: abbastanza per stritolare qualsiasi preda…. ma prima bisogna prenderla! Per raggiungere lo scopo questi rettili giocano moltissimo sul fattore sorpresa: si avvicinano non visti alla vittima e solo all’ultimo momento la attaccano con incredibile velocità. La influenza%20aviariavelocità è da sempre anche il miglior mezzo di fuga.struzzo Meglio ancora se si riesce a disorientare l’inseguitore cambiando spesso direzione, o compiendo grandi balzi. Nella guerra tra predatori e prede però è importante tenere a mente un fatto: anche il migliore dei cacciatori può fallire un agguato, e non è una tragedia perché il pranzo viene solo rimandato. Per una preda invece, non esistono seconde possibilità: ogni errore è un errore fatale.

I DINOSAURI: PREDATORI E PREDE

I dinosauri Letiziacarnivori avevano a che fare con prede Russo_Jervolinomolto pericolose: alcune avevano dimensioni enormi e avrebbero potuto schiacciarli sotto il proprio peso, altre erano dotate di Berlusconi fa le cornacorna, corazze ed aculei con cui difendersi. Per questo motivo probabilmente i predatori non combattevano con le proprie prede ma le assalivano all'improvviso infliggendo un profondo morso e poi aspettavano che la preda morisse prima di divorarla. I predatori milanopiù piccoli, invece, probabilmente cacciavano in brutti-sporchi-e-cattivibranco. Tra questi agili predatori, i dromeosauri erano dotati di un micidiale artiglio a forma di falce sulle zampe posteriori; da questi dinosauri si pensa abbiano avuto origine gli uccelli. I dinosauri erbivori avevano sviluppato varie strategie di difesa dai predatori: alcuni erano dotati di corna, altri avevano il corpo corazzato e coperto di pericolosi aculei, oppure erano dotati di code corazzate che usano come mazze. Gli erbivori di dimensioni maggiori, difficili da predare a causa dell'enorme mole, avevano anche code lunghe e sottili che usavano come fruste. E' probabile che per difendersi meglio, gli erbivori si spostassero in branchi.

mercoledì, 29 agosto 2007

Il paradosso mercantilista: lo Stato finanzia Wall Street

Negli Stati Uniti, dall’inizio dell’anno il settore finanziario ha licenziato 88.000 funzionari ed impiegati, mentre nel 2006 persero il lavoro 50.237 persone. I licenziamenti dall’inizio di agosto sfiorano i 21.000 (1). C’è stata una forte impennata nell’esecuzione dei pignoramenti ed espropriazioni di appartamenti ed edifici: 179.600 nel solo mese di luglio. Il senatore C. Dodd retiene che “da uno a tre milioni di persone potrebbero perdere la loro casa”. Queste poche cifre indicano con chiarezza la gravità della Il_peso_dei_debiticrisi del settore inmobiliario degli Stati Uniti, che covava sotto la cenere mediatica da molto tempo, ma veniva sistematicamente ignorata o minimizzata. Ora che l’esplosione è avvenuta, emergono le caratteristiche distruttrici di un collasso che sta facendo tremare il cosiddetto sistema finanziario internazionale. I “furbetti della bolla immobiliaria”, vale a dire gli usurai globali che avevano gonfiato all’infinito il valore dei titoli dell’industria del mattone, oggi alzano bandiera bianca. La “bolla” gli è scoppiata in faccia perché non c’è più una relazione credibile tra il valore di un edificio reale e quello dei “titoli” che li rappresentano. Una cosa è un edificio, altro sono i titoli immobiliari o gli hedge funds che li “assicurano”; una cosa è l’economia reale altro è l’economia cartacea del capitalismo globalista. Tra le due c’è un abisso, su cui regna sovranamente la dollariplutocrazia finanziaria. A differenza delle favole, però, i mega-speculatori vengono premiati. In loro soccorso arriva a sirene spiegate la crocerossa delle banche centrali che usano con gran disinvoltura i denari dell’erario pubblico. “Immissione di liquidità nel mercato” viene definito il salvataggio dei pirati nel gergo dei bassifondi bancari: grazie finanziamento pubblico! “E’ il male minore” si affrettano a dire senza pudore. La Banca Centrale Europea (BCE) finora ha sganciato 120 miliardi di dollari per soccorrere i truffatori d’oltreoceano e i loro compari speculatori delle banche europee. Si premiano gli infami, li si incoraggia a perseverare. E’ una autentica istigazione a colletti-bianchidelinquere. Siamo al teatro dell’assurdo o al funerale del buon senso: i negatori radicali di ogni intervento pubblico nell’economia sono provvidenzialmente salvati con quantità industriali di denaro pubblico. I becchini dello Stato succhiano avidi le sue mammelle. Si tratta dello stesso denaro che - in nome della “autonomia” delle banche centrali - sarebbe irresponsabile destinare alle pensioni, al sistema sanitario o educativo. Le classi dirigenti della politica sono ridotte ad eseguire le deliberazioni prese in occulta sede dal potere reale del mondo: sono semplici notai o scrivani delle periferie imperiali. Il dogma neoliberista proibisce di salvare l’Alitalia o le industrie nazionali, ma è molto zelante e servile con gli simpsonsburnsspeculatori, si chiamino Parmalat o Borsa. Il libero mercato è un modello teorico che sopravvive solo nelle facoltà di economia o nelle redazioni. Non è un caso che Rupert Murdoch, il satrapo della comunicazione planetaria, abbia appena comprato il Wall Street Journal. L’interventismo statale, che si manifesta con le odierne alluvionali “immissioni di liquidità”, ci dice che il libero mercato non esiste. Non è un mercato, tantomeno è libero. E’ solo una ideologia millenarista delle élites, riemergente in ogni finale di secolo. Il malconcio sistema finanziario internazionale e la credibilità del dollaro - ormai seriamente compromessa anche a livello di immagine - sono momentaneamente puntellati dalle riserve monetarie delle Banche centrali del G7. Impazzano i poeti della “volatilità”, e c’è una proliferazione di eufemismi e metafore scadenti per occultare questa realtà, o per minimizzarne le conseguenze. I più arditi, come al solito post festum, segnalano le carenze di strumenti giuridici per poter controllare i corsari delle Borse, ed invocano la necesità di “domare le finanze che mischiano temerarietà ed avidità” (2). I più coraggiosi puntano il dito contro il monopolio delle tre agenzie qualificatrici di rischio, ma dimenticano che Standard & Poors, Moodys e Fitch agiscono con molta solerzia quando si tratta di dare le pagelle ai Paesi indebitati del mondo non industrializzato, non altrettanto con i consorzi privati multinazionali. E tacciono sul fatto che hanno infiltrato le presidenze delle “autonome” banche centrali. I tre “qualificatori” non sono arbitri, tantomeno imparziali, ma azionisti e biscazzieri dei casinò in cui smerciano le loro fiches corporative. Tutti i quimbypolitici di Washington, da Obama alla coppia Clinton, esigono all’unisono che la Cina proceda ipso facto alla rivalutazione della sua moneta, unico modo - a loro dire - per bloccare la “sleale concorrenza”, frenare le esportazioni cinesi e favorire quelle statunitensi. Ignorano che negli ultimi due anni il renmimbi si è rivalutato del 10% sul dollaro, ma questo non è servito a nulla, e il bilancio favorevole alla Cina continua a sfiorare i 27 miliardi. Ancora una volta: che fine ha fatto il libero mercato? Dalle cronache minimaliste di questa afosa fine estate, si apprende che la Cina avrebbe in mano il pallino. Con 1,3 bilioni di dollarsdollari stivati nelle sue riserve monetarie - di cui 900 miliardi in un mix di buoni della tesoreria e titoli - stringe in una morsa ferrea i testicoli della Riserva Federale. Come si muove, strilla. Bloccano gli “infetti” giocattoli Mattel? Rispondono mettendo al bando derivati agricoli arricchiti con troppo alluminio. Gli afoni vati della “volatilità” si affannano a spiegare che non c’è problema, che la Cina non può liberarsi a cuor leggero del cartaceo-USA senza deprezzare il suo malloppo, cioè senza danneggiare le sue esportazioni e riserve monetarie. In sostanza: chi ci smenerebbe di più? D’acchitto, però, balza alla vista che la salute degli god bless americaStati Uniti sta nelle mani dei barbari d’Oriente, e questo non è proprio un bel vedere! La sostanza sarebbe questa: i cinesi ci smenano di più accettando l’imposizione di rivalutare il renmimbi o liberandosi gradualmente dei titoli e della valuta degli Stati Uniti? Questa è la questione. Da una parte c’è la possibilità di scegliere tra rivalutazione della propria moneta o svalutazione di quella del debitore, ma dall’altra c’è solo la prospettiva della recessione e dell’eclisse definitivo del no_dollaridollaro. Comunque vadano le cose, da un lato si profila un perdente sicuro, dall’altro c’è un giocatore con varie giocate a disposizione, e che potrebbe limitare i propri danni. Fino a quando potranno contare sulle trasfusioni ematiche delle “autonome” Banche centrali del Giappone e dell’ Europa? La fiction globalista, dopo i fasti delle scorribande filibustiere che sbancavano le economie latino-americane e dei piccoli e grandi dragoni, ebbra di “effetti tequila e vodka”, oggi non può più occultare l’ingovernabilità di un caos che ha varcato persino il perimetro del santuario di Wall Street.wall street La plutocrazia finanziaria riparata sotto l’ombrello del G7, ha fatto del dogma neoliberista il suo grido di guerra, ma i dogmi vanno bene per le religioni, non per la politica economica, nè per armonizzare il mondo e rendere più vivibile l’esistenza del pianeta e degli umani. Giocano con la logica del “tutto o niente”, e brandiscono la mannaia apocalittica del “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Ormai, però, non sono più gli unici giocatori globali, né i più importanti: l’unilateralismo è fallito nella geopolitica, nella guerra e nell’economia. Attorno al tavolo ci sono almeno altri 4 giocatori globali. Gli Stati Uniti devono mettere ordine nei propri conti, abbandonare un sistema di vita sogno-americanodepredatore, e rassegnarsi che non si può vivere eternamente al di sopra dei propri mezzi. Sono passati 60 anni da quando producevano il 60% delle mercanzie circolanti nel globo; oggi sono il Paese più inebitato del mondo. Sarà sempre più difficile nel futuro sopravivere accumulando irresponsabilmente debiti. Non basta più un’economia cha ha come caposaldo la produzione di killer-colamanufatti bellici sofisticati, i loisirs di Hollywood, e la produzione incontrollata di cartamoneta e titoli. Né una geopolitica ispirata al vandalismo inconcludente e velleitario, che sistematicamente si sopravvaluta, ma è incapace di affermarsi persino su piccole nazioni rovinate da due guerre perdute, com’è quella iraqena. L’esportazione del suo sistema produttivo ha generato gran dipendenza e una innegabile vulnerabilità alle mosse di Pechino. E’ un segreto pubblico che è arrivato a conoscenza della plebe globale. E’ il caso di dire che “grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

Tito Pulsinelli

(1) Studio di Challenger, Gray and Christmas
(2) Bernard Connolly, da
The Daily Telegraph (20/8/07)

Fonte: Carmillaonline

mercoledì, 29 agosto 2007
Tratto dai Quaderni Internazionalisti 
Numero 102, 8 dicembre 2006
 
"LA COMMEDIA DEL POTERE"
 
Nel suo ultimo film, Claude Chabrol descrive una delle Woodcocktante vicende di ordinaria amministrazione capitalistica. Un pubblico ministero donna dai saldi principi morali dedica la propria vita a combattere crimini politico-finanziari, a scapito del suo stesso equilibrio psichico e dei rapporti famigliari. Il potere che esercita sulla vita degli coronaimputati la fa sentire un paladino della società civile, ma pian piano comprenderà di non essere altro che una pedina sovra-determinata da un potere indipendente dalla sua volontà ed abbandonerà ogni velleità di "giustizia". PadroniPadriniIl film vuole infatti mostrare come vi sia una logica sistemica che accomuna la sete di denaro dei pescecani della finanza a quella "giustizialista" di chi ne combatte le illegalità. Un intreccio di interessi conflittuali ma complementari, all'insegna dell’ipocrisia che anima la decrepita società borghese. Insomma, la commedia del potere…
mercoledì, 29 agosto 2007

Leggete da quale pulpito proviene l'ennesima predica! La vera casta dominante è da sempre quella dei Anche i ricchi e i potenti soffronopadroni e dei signori dell'economia, di cui l'Evita Rampante è il presidente, e tra i quali figura anche un losco figuro, un tal "cavaliere nero" supermillantatore (si vanta infatti di "essersi fatto da solo": sì, ma di coca!) che ostenta false virtù imprenditoriali e di "statista". Ebbene, la casta dei padroni dominanti non è certo migliore della casta dei loro servi politici, anzi! Di fronte a cotanto sfacciata arroganza, sorgono inevitabili e spontanei diversi interrogativi. Chi esibisce la demagogia più populista e (s)fascista? Chi cavalca il cavallo (impazzito) dell'antipolitica? Chi sono i veri "predatori"? Chi preda chi?... Consegno all'attento (e)lettore la (non) ardua sentenza.Nuovi populismi

MONTEZEMOLO: LA VERA EMERGENZA NAZIONALE E' IL FISCO

"Demagogico spacciare riduzione tasse alle imprese come regalo"

Associated Press Italia
Roma, 29 ago. (Apcom) - La vera emergenza nazionale è il fisco. La tregua annunciata dal ministro dell'Economia Tommaso padoa_schiappaPadoa-Schioppa nella prossima Finanziaria è il minimo in un contesto in cui si cresce meno della media europea. Bisogna dunque dire basta allo Stato predatore anche perché ridurre le tasse alle imprese non è un regalo ai ricchi. E' piuttosto una necessità per rimettere in moto il motore dell'economia. E' questo il pensiero del leader di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che in un articolo pubblicato dal 'Corriere della Sera' parla di tasse, Pil, ma anche di politica, Partito democratico e riforme. "Parlare di emergenza fiscale non è fuori luogo - scrive Montezemolo - perché non possiamo stare fermi mentre gli altri paesi europei tagliano le tasse sulle imprese e le rendono più competitive". Secondo il leader degli industriali "non c'è nulla di più demagogico e falso che spacciare la riduzione delle tasse sulle imprese come un regalo ai zio-paperonericchi, così come non è stata una concessione il taglio del cuneo fiscale". Ma Montezemolo punta anche nuovamente il dito contro le inefficienze della burocrazia e i costi della politica. E sottolinea che "17.500 consiglieri di amministrazione di società pubbliche, 180 mila eletti che vivono di politica, sprechi e risorse sottratte a scuole, ricerca e sicurezza" consolidano "l'immagine di uno Stato predatore. Quando richiamo i costi della politica - dice - non penso solo ai privilegi, ma alla scarsa capacità di decidere per il bene collettivo". Inoltre, sempre in tema fiscale, Montezemolo rilancia l'idea di un patto affinché "ogni euro recuperato all'evasione sia destinato a una equivalente riduzione delle tasse su imprese e cittadini". E insiste alche sul concetto della meritocrazia.montescemolo "Vogliamo che ovunque siano premiati i migliori - scrive - quelli che si impegnano. Per questo abbiamo insistito per un maggiore salario legato ai risultati". Inoltre, le riforme. "Bisogna superare una situazione dove i voti, anche quando le maggioranze sono nette, non bastano per cambiamenti sostanziali. Serve una riforma della macchina dello Stato - conclude Montezemolo - che permetta a chi vince le elezioni di governare davvero".
Fonte: Apcom
mercoledì, 29 agosto 2007
IL CROLLO della borsa di wall street
 
IL Bubbone a stelle e strisce
Allora facciamo un pò di conti: la Banca Centrale Europea ha sganciato più di banconoteeurocento miliardi di euro per sostenere le banche europee che hanno speculato sulla bolla edilizia e dei facili prestiti americani. La Federal Reserve ha tirato fuori meno d'un decimo per sostenere i truffatori d'oltre Oceano, cioè 12 miliardi di dollari. Le Borse europee hanno perduto fino ad ora circa 160 miliardi di euro in valore delle azioni. E non è finita quì. Cosa significa tutto questo? Che noi europei, intendo dire noi cittadini tutti d'Europa, abbiamo dato una mano - e che mano! - per consentire agli americani di indebitarsi ancora di più. Cioè abbiamo pagato di tasca nostra una truffa colossale che il sistema bancario-finanziario americano e mondiale ha permesso di realizzare, a vantaggio dei super ricchi americani cui pabushoGeorge Bush ha regalato miliardi di dollari di tasse non pagate. Risulta che, subito dopo l'11 settembre 2001, la Banca Centrale Europea sborsò, allo stesso nobile scopo, "soltanto" 70 miliardi di euro. Stiglitz ha scritto su Repubblica che Alan Greenspan non poteva non sapere che stava truffando gli investitori di tutto il mondo. Lui, insieme a George Bush. Ma tutti insieme, con la complicità della finanza europea, sono andati avanti fino al usa_mortedisastro. Disastro che si ripercuoterà su di noi, ma non su di loro. Anche perchè all'indebitamento americano non c'è una cura. E loro troveranno il modo di distrarci facendo un'altra bella guerra umanitaria e per i diritti umani. Tutto ciò conferma che gli Stati Uniti d'America sono diventati il bubbone infetto che sta trascinando il mondo intero in un disastro immane. Quanto tempo occorrerà perchè le classi dirigenti europee smettano di imitare gli speculatori americani e cerchino di salvare il salvabile prendendo le distanze dal casinò impazzito che domina Wall Street?
mercoledì, 29 agosto 2007

SULLA “RIVA” DEL CAPITALISMO BUONO di G.P.

 

Secondo il giornalista dell’Espresso Massimo Riva c’è qualcosa che non va nel nostro capitalismocapitalismo. La colpa sarebbe di alcuni esponenti illustri, tanto politici che dell’alta finanza, i quali si comporterebbero, diciamo così, in maniera poco ortodossa. Naturalmente, il giornalista fa appello alla sana economia di mercato, alla libera mano smithiana che dovrebbe ricondurre ogni cosa al suo “naturale” equilibrio, a quella “panacea” (la solita ideologia “mercatistica” che copre la reale natura del conflitto tra dominanti) che crea i giusti anticorpi contro i giochi sporchi e le collusioni finanziario-politiche che danneggiano il paese. Riva parte dagli scandali più evidenti degli ultimi tempi per la sua invettiva e tira fuori il crack Parmalat nonché, en passant l’affaire Antonveneta-BPI e poi quello Unipol-BNL. Riva si chiede come mai in Italia ci siano tante mele marce e, soprattutto, perchè, nonostante la magistratura rivolga spesso le sue “premure” contro le alte sfere del potere, quando le magagne riguardano i “monarchi” dell’economia o della politica tutto finisce sotto la sabbia. E già, vallo a chiedere a Prodi e FassinoProdi o a D’Alema o a Fassino. Come mai… Ma con chi ce l’ha davvero Riva? A cosa è dovuta questa requisitoria contro una parte del capitalismo italiano, quello più truffaldino che non rispetterebbe le regole del gioco? Il giornalista la prende alla lontana, ma l’oggetto della sua indignazione non è puramente sistemico quanto piuttosto riconducibile a certi uomini in carne ed ossa,  a quelle personificazioni incastonate nei ruoli e nelle funzioni che il sistema costantemente riproduce. Forse antonio_fazioFazio? Il giornalista lo chiama in causa perché era il deus ex machina delle scalate ordite dai furbetti del quartierino, ma in qualche modo costui ha già pagato le sue nefandezze con la discesa dalle scale di Palazzo Koch. Ovvio che il problema non è affatto l’ex governatore di Bankitalia,  né i vari Fiorani, Luciano_ConsorteConsorte e compagni di merende vari. Tutti i protagonisti di quella sfortunata stagione ribattezzata dei “furbetti del quartierino” secondo le parole di uno dei suoi protagonisti, hanno più o meno pagato il loro scotto con l’allontanamento dalle cariche prestigiose prima ricoperte (proprio tutti non direi, visto che i politici sfiorati da questi fattacci sono ben saldi al loro posto). Riva tira in ballo tutti questi personaggi solo perché gli serve una pietra di paragone per parlare di un altro pezzo da novanta, quello che al contrario dei Fazio o dei Consorte è ancora in voga. Chi? Geronzi, naturalmente. A Riva pare non andare a genio il fatto che uno degli accusati per il Crack Parmalatcrak Parmalat sia arrivato nel posto più alto di Piazzetta Cuccia. E sì, perché alla testa di Mediobanca è arrivato uno che più che un banchiere bisognerebbe definire un “bancarottiere”. Difatti, oltre a quel prestito da 50 milioni a Callisto Tanzi, in momento in cui l’impresa parmense era ai suoi ultimi rantoli, c’è questo “scaldaletto” della Italcase, per il quale il padrone di Capitalia ha ricevuto due interdizioni temporanee dalle attività da parte della magistratura. Certo Riva ha ragione a scandalizzarsi, ma che ci vuoi fare non tutti sono uguali nelle avversità, ubi major minor cessat, direbbero i latini. Ma le catilinarie proferite da Riva, con tanta fatua apprensione per le sorti del nostro capitalismo, le ho già sentite da qualche altra parte e con le stesse motivazioni. Ciò che più preoccupa il giornalista dell’Espresso è: “che l'uomo seduto al vertice dell'istituto di Piazzetta simpsonsburnsCuccia ha ricevuto tanto importante investitura da una compagine di azionisti nella quale figura una parte sostanziosa del gotha finanziario nazionale: gruppi quali Pirelli, Pesenti, Ligresti, Mediolanum oltre che, naturalmente, Unicredit e Capitalia. Né meno rilevante è l'elenco pur sommario delle società partecipate da Mediobanca sulle quali dalla sua poltrona GeronziCesare Geronzi è in grado di esercitare un'ampia gamma di condizionamenti. Innanzi tutto, il gigante assicurativo-bancario delle Generali, ma poi anche l'impresa editrice del 'Corriere della Sera' e la Telecom, nonché le aziende di alcuni suoi azionisti, quali l'Italmobiliare di Pesenti, la Fondiaria di Ligresti e ancora Pirelli. Una formidabile rete di potere economico che, con la recentissima alleanza con i Benetton, ha allargato la sua influenza anche alle infrastrutture autostradali e di nuovo a Telecom. È normale e ben fatto che questo imponente spezzone del capitalismo nazionale si faccia rappresentare e insieme cogestire da chi ha in sospeso sgradevoli conti con la giustizia”. Ecco, verissimo ma questi timori sulla “geronzocrazia” dopo la fusione Unicredit-Capitalia  li aveva già espressi Giovanni Bazoli, il quale aveva fatto capire che temeva per una eccessiva concentrazione di potere tra il più grande gruppo bancario e la più grande Ladri, ladroni e banchieribanca d'affari italiana che a sua volta è decisiva negli assetti di Generali (touchè!). “È da sempre pacificamente riconosciuto che il problema di Mediobanca consiste nell'esistenza di un conflitto di interessi con le banche azioniste. A me pare che il problema si aggravi passando da due banche a una sola, anche se con una partecipazione dimezzata […] o la nuova banca riduce in modo significativo la propria partecipazione in piazzetta Cuccia  oppure — non sembri paradossale quello che affermo — è meglio che Mediobanca diventi, a tutti gli effetti, la merchant bank del gruppo UniCredit. Ma, in questo caso, dovrà evidentemente essere risolto il problema della partecipazione in Generali”. Parola di Bazoli. Come Riva può ben vedere ha già trovato chi potrà appoggiare la sua battaglia per un capitalismo più sano...capitalismo

Fonte: www.ripensaremarx.splinder.com

martedì, 28 agosto 2007

Dopo la Sacra Corona Unita, per la serie "non facciamoci mancare nulla", è stato costituito il

Fabrizio Corona Fan Club

corona

Segue il video relativo all'ormai "storica"

intervista

rilasciata da Fabrizio Corona alle Iene.corona-thumb

E' proprio vero: Corona non perdona. Altro che mafia, camorra, 'ndrangheta o Sacra Corona Unita!Corona_non_perdona

Il dilemma che ossessiona le menti più depravate è: Fabrizio Corona è o non è un giornalista? Non so se sia o meno iscritto all'albo professionale, ma di certo conosciamo tanti presunti e sedicenti "giornalisti" che non sono affatto migliori di Corona.vauro - fede sul satellitebrunovespafeltri-caricaturachiariello-fede-la-marcamonk3 Che la smettano, dunque, di fare i moralisti. In fondo, sono colleghi

Ma almeno una cosa b(u)ona (stimate voi), quest'uomo ce l'ha... o ce l'aveva?nina moric

Nina_Moric

 

 
martedì, 28 agosto 2007

"Adoro i partiti politici: sono gli unici luoghi rimasti dove la gente non parla di politica." (Oscar Wilde)

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Un pò in ritardo rispetto alla sua pubblicazione temporale, ho scoperto questa lunga intervista rilasciata all'organo ufficiale (e folcloristico) del PRC, dal "parolaio magico", il Caricatura di BertinottiPresidente della Camera Fausto Bertinotti (che non è mai stato un vero comunista, neanche per finta!). A volte alcuni testi - come questa intervista - bisognerebbe leggerli a distanza di tempo, per rendersi conto delle baggianate e delle corbellerie che vi sono contenute, soprattutto se si valutano alla luce di importanti avvenimenti politici come quelli che si sono succeduti dallo scorso febbraio ad oggi. E' evidente a tutti che in politica si giudicano e contano i fatti, non le parole, è innegabile che la politica si fa con i fatti e non con le chiacchiere. Certo, un abile mistificatore e un esperto ciarlatano come bertinotti-vauro(l'in)Faust sa farsi beffe del(l'ele)lettore comune, specialmente se questo è facilmente suggestionabile dal fascino sprigionato da frasi ad effetto e parole seducenti quali "case matte", "massa critica", "un altro mondo possibile", "utopia concreta", "fuoriuscita dal capitalismo" ed altre simili castronerie. Personalmente, io credo più nella fuoriuscita del PRC dal governo in carica. D'altronde, solo un impostore e un ciarlatano come lui si azzarderebbe a conciliare e far convivere simili concetti teorici, senza dubbio ammalianti ed estetizzanti, con la politica brutalmente antioperaia ed anticomunista, militarista ed affarista, messa in pratica dall'attuale governo di centro-"sinistro". Un esecutivo che gode dell'appoggio determinante della cosiddetta "sinistra radicale", una Gruppo_fokloristico_Bert_Giord__Riz_Dil"sinistra" ipocrita e millantatrice che nei fatti si è rivelata complice e subalterna rispetto ai diktat imposti dai gruppi di potere dominanti in Italia. Inoltre, il "dottor" Faust non spiega affatto cosa intende in termini concreti con l'espressione "fuoriuscita dal capitalismo". Dubito seriamente che il "grande ciarlatano", l'indiscusso leader del "folclore pseudo-comunista",  voglia nemmeno lontanamente riferirsi ad un'ipotetica società comunista, dato che egli  non è mai stato un autentico comunista, ma soltanto un borghese radical chic, molto chic e poco radical... Ora facciamo silenzio, parla il "parolaio magico".

Bertinotti: ‘Contro l’antipolitica ricostruire una cultura politica di sinistra’

bertinotti2_198_158.jpgIntervista al Presidente della Camera: «Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare»
«La sinistra radicale deve saper risolvere il problema dell’efficacia, quindi dell’unità. Solo così potrà confrontarsi con l’ala riformista»

di Piero Sansonetti

Bertinotti, cosa sta succedendo nella politica italiana? Che giudizio dai sulla battaglia che ha squassato il paese in questi giorni? Come ti sembra la soluzione trovata alla crisi? Cosa pensi dell’atteggiamento… Il FaustBertinotti non mi fa finire la domanda, mi interrompe e mi spiega che è molto contento di fare una intervista con “Liberazione”, e che gli va di parlare di politica, e del futuro della sinistra, e dei movimenti, e delle idee che servono per combattere le grandi battaglie di questi anni; però non ha intenzione di entrare nel merito delle discussioni sugli equilibri parlamentari e sulle scelte istituzionali e di governo. Non sarebbe corretto se il Presidente della Camera, in un momento politico così delicato, entrasse nella battaglia parlamentare con un’intervista al giornale del suo partito. D’accordo. Non provo nemmeno tanto ad insistere. Cambio domanda.

Bertinotti, la sinistra radicale in questa fase è costretta a passare dall’utopia alla realpolitik. Non rischia in qualche modo di cambiare natura, di cambiare pelle?

«L’utopia, nella nostra storia, noi l’abbiamo sempre affrontata criticamente. Né rifiutata né esaltata. L’utopia è una categoria che in alcune fasi della storia del movimento quarto statooperaio è stata decisiva. E’ molto forte nella fase primordiale, poi in qualche modo viene messa in discussione dal socialismo scientifico, da Marx. E addirittura è spazzata via nel periodo successivo, quando prevale una idea “deterministica”, e si pensa che il passaggio dal capitalismo al socialismo sia quasi un automatismo, un fatto storico inevitabile e naturale, come era stato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Si sostiene che lo sbocco socialista è inscritto nel naturale sviluppo delle forze produttive. Quando è che avviene la riscoperta dell’Utopia? Tutte le volte che ci si rende conto della “dura replica della storia”. Soprattutto alla fine del secolo appena concluso, quando la storia replica alle illusioni del ’900, agli sbagli concreti, agli orrori concreti, e allora l’Utopia diventa una occasione, una chance per ricostruire, per non chiudere il discorso, per tenere aperta una prospettiva…»

Cesare Luporini nell’89 parlava di socialismo come orizzonte da tenere fermo…

«Esatto, in quella fase l’utopia ha un ruolo molto importante. Però io penso che il movimento operaio abbia sempre avuto questo rapporto con utopial’Utopia: l’ha concepita come una possibilità per scrutare l’orizzonte, come uno strumento di politica e di ricerca, ma mai come scopo, come contenuto esclusivo della politica. Poi arriva la globalizzazione e la critica della globalizzazione e l’Utopia, credo io, cambia ancora natura, si rigenera, diventa concreta».

In che modo diventa concreta?

«Si trasforma nella critica del capitalismo. Qual è lo slogan più famoso del movimento altermondialista»?

Un_altro_mondo_è_possibileUn altro mondo è possibile…

«Appunto. Esamina le tre parole. La prima (“un altro”) rappresenta il cambiamento, l’alter-nativa, il rovesciamento di alcuni punti fermi della società: con il nostro vecchio linguaggio potremmo dire la “fuoriuscita dal capitalismo”. La seconda parola (“mondo”) afferma il carattere globale, mondiale della politica. E la terza parola è la definizione della concretezza: “possibile”. Siamo nel reale, nel realistico, siamo fuori dal sogno».

Non c’è un contrasto, difficile da comporre, tra questa linea utopica-concreta della sinistra e le esperienze di governo, cioè la realpolitik?

Bertinotti ci pensa un po’. Raccoglie i pensieri e cerca le parole giuste.bertinotti

«Vedi - mi dice - io non sottovaluto affatto l’esperienza di governo. Quella che è in corso in Italia e in altri paesi occidentali. Però credo che non possiamo “appendere” la politica a questo. Cioè appendere l’“utopia concreta”, della quale stavamo parlando, alla conquista del governo. La partecipazione al governo è una esperienza molto importante per la sinistra: ma se diventa la bussola, se diventa l’essenziale, se diventa il prisma di rifrazione attraverso il quale si guarda la realtà, la si definisce e si fissano le proprie analisi, allora non si capisce più niente, si perde l’orientamento».

Ti faccio un’obiezione. La grande opinione pubblica, mi sembra, è uscita dal novecento con due convinzioni, forti e in contrasto tra loro. La prima è che i governi facciano schifo. La seconda è che l’unica cosa che conta, in politica, è il governo, e che la politica si conclude nella gara per chi lo conquista. Non è così? E se è così non è sbagliato sottovalutare il valore dell’essere al governo?

«Penso che sia vero quello che dici, ma è solo la constatazione dello stato delle cose. Poi bisogna capire perché questo avviene. L’enorme importanza che assumono i governi rispetto all’opinione pubblica è data dalla debolezza della politica. L’Europa vive oggi una crisi della politica. E dentro questa crisi c’è una crisi della politica della sinistra. E questa crisi della sinistra è parte di una crisi più grande ancora che è la crisi della democrazia. L’indebolimento dei montescemolograndi soggetti della politica di massa - i partiti, i sindacati, cioè le grandi coalizioni sociali, politiche, di idee, di comunità - ha lasciato sulla scena pubblica, quasi desertificata, due soli protagonisti: l’opinione pubblica e il governo. Soli, l’una di fronte all’altro. Senza mediazioni, senza cerniere, senza organismi collettivi in grado di produrre politica e di trasformare in politica le domande e i conflitti. Il governo a questo punto non assume più la sua importanza in quanto “produttore di opere” - e non si giudica più per le opere che compie - ma ingigantisce la propria immagine e il proprio peso per deficit degli altri soggetti della politica. Li surroga, perché è rimasto solo di fronte al popolo. Se noi accettiamo questo stato di cose accettiamo la vittoria dell’antipolitica».

Perché centralità dei governi vuol dire antipolitica?

«Perché l’antipolitica - in assenza della politica - Lavoratori, tiédiventa il meccanismo di relazione tra opinione pubblica e governo. Sostituisce l’esplicazione del conflitto. Ne vuoi la riprova quasi aritmetica? In Europa, in tutte le competizioni elettorali degli ultimi anni, i governi in carica hanno perso (c’è la sola eccezione di Blair, che comunque ha ricevuto un notevole ridimensionamento elettorale). Ti ricordi Aznar prima delle elezioni? Sembrava imbattibile, un semidio, era diventato il simbolo del governante moderno e vincente. E’ andato alle elezioni e ha perso. Ti ricordi Schroeder? Era una potenza assoluta, governava con poteri enormi, quando ebbe l’impressione che Oskar La Fontaine potesse disturbare la sua azione, cacciò La Fontaine dal governo. Poi è andato al voto e ha perso. E così Jospin, e così Berlusconi e così tutti gli altri. Perché? In assenza di organismi politici cresce la delega e l’antipolitica. Sono due facce di uno stesso equilibrio precario. Fatto di tre passaggi già prefissati: delega, rassegnazione e poi stroncatura. E’ un equilibrio molto rischioso, perché risucchia la democrazia, la mette in mora. E l’antipolitica ormai inizia a filtrare nella politica, a permearla, a conquistarla».

Un pro-gramma-to-re di altissimo profilo pubblicoPer esempio nel berlusconismo.

«Certo, è un esempio evidente. Ma io vedo l’antipolitica farsi largo anche nel centrosinistra. Per essere diplomatici non parliamo dell’Italia. Guardiamo alla Francia: nella campagna elettorale di Ségolène Royal c’è molta antipolitica, c’è un populismo dolce. Ségolène Royal ha preso le domande dell’antipolitica, le critiche dell’antipolitica e le ha fatte sue. Capisci? L’antipolitica avanza, anche perché contiene alcuni elementi di critica alla politica che sono assolutamente fondati, moderni, e sono in ragione della crisi della politica. Questa condizione genera crisi progressiva della democrazia».

Qual è il motivo di questo dilagare dell’antipolitica?

«Io credo che questa società, che è una società ingiusta, generi conflitto. Questo mi sembra un fatto assodato, innegabile. Più esattamente, genera conflitti (al plurale). Conflitti di lavoro, comunitari, di genere, professionali, corporativi, identitarii… Questi conflitti non producono vittorie o sconfitte a secondo di chi governa. C’è una autonomia tra conflitti e governi. Manifestazione di VicenzaUn movimento vince o perde non in virtù delle condizioni di governo nelle quali agisce. Quello che non accade è che questi movimenti possano sedimentare delle conquiste. Il problema, cioè, è che questi movimenti, quando vincono, non “conquistano” ma semplicemente “impediscono”. E quindi non riescono, attraverso le loro vittorie, a costruire democrazia. Agiscono dentro la crisi della democrazia, suppliscono alla crisi della democrazia attraverso le loro lotte, ma non producono gli anticorpi alla crisi della democrazia. Cioè non riescono ad avere i risultati politici del ciclo precedente. I movimenti del secolo scorso conquistavano “casematte” e producevano spostamenti stabili dell’opinione pubblica. Questi movimenti che abbiamo oggi in campo talvolta sono anche molto forti, sconfiggono nemici potentissimi, ma non costruiscono senso comune e consenso di massa. Ora capisci che qui conta il vuoto della politica, l’assenza di soggetti in grado di essere collettori di queste domande e di queste spinte, e anche di queste conquiste “ad impedire”».

L’assenza, direi, non è assoluta: c’è la sinistra radicale, c’è Rifondazione…

«Svolgono un ruolo importantissimo. Ottengono anche molti successi. Qui però dobbiamo parlare della MassaCritica“massa critica” cioè della possibilità di creare tendenza. Non esiste ancora, nella sinistra radicale, un soggetto in grado di misurarsi su questa dimensione, di raggiungere la massa critica. Questo provoca un altro tipo di conseguenze che provo a spiegare: succede che in Europa i conflitti tradizionali si scindano, si dividono in due e cambino natura. Noi oggi assistiamo a due gruppi di conflitti. Un gruppo che riguarda le differenze tra destra e sinistra, e che è molto visibile, molto acceso quando le sinistre sono all’opposizione. E l’altro gruppo che riguarda il contrasto tra “alto” e “basso” della società, cioè tra ceto dirigente e base, e questo secondo tipo di conflitto è assai più forte quando la sinistra è al governo. Questi due conflitti si incrociano. La contesa tra alto e basso diventa il veicolo dell’antipolitica».

Perché con la sinistra al governo prevale il conflitto alto-bassoIl camerata Fausto Bertinotti

«Perché i governi di sinistra spesso non riescono a giovarsi della forza e della spinta dei movimenti. Questo attenua il conflitto destra-sinistra, lo esclude dal palazzo, e dunque lascia spazio all’altro tipo di conflitto».

Quale è la strada per uscire da questo vuoto?

«Non c’è nessun’altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati. Ma perché questo avvenga occorre ricostruire una cultura politica e una cultura politica di sinistra».

Scusa, ma non vedo la possibilità di ricostruire soggetti politici e cultura di sinistra se non avviene che pezzi diversi, e uomini diversi, e settori diversi della politica di sinistra ricomincino a pensare, a parlarsi tra loro e a confrontarsi e a produrre pensiero comune… Non credo che esista una singola forza della sinistra in grado di risolvere il problema che poni tu.

«Penso così anch’io. Io credo che ci sia una via d’uscita a questa crisi solo se si uniscono forze e si mette al primo punto il problema della cultura politica e del che fare. Bisogna sganciarsi da quello che è stato fatto prevalentemente sin qui. Cioè Partito democraticol’ingegneria organizzativa dei partiti, che viene dopo l’ingegneria istituzionale eccetera. E’ stato sempre così in questi anni. La politica che riesce solo a pensare a come disegnare e assestare se stessa: quale legge elettorale, quale geografia dei partiti, quali meccanismi di divisione del potere… Resta fuori il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società. Mi piacerebbe se i vari pezzi della sinistra riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di partiti…»

Se capisco, tu dici: chiudiamo il tormentone sulle nuove aggregazioni o disgregazione dei partiti, e concentriamoci sui rapporti tra politica e società. Cioè, invece di costruire partiti nuovi costruiamo politica nuova…

«Si, proprio così. Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare. E proviamo a ragionare sul tema della Faust 22giu2006cultura politica e della crisi del rapporto tra politica e società, anche attraversando i partiti tradizionali, senza porci il problema di come li attraversiamo, ma di cosa riusciamo a unire e quali idee e soluzioni possiamo produrre».

Dentro questo ragionamento c’è una nuova unità della sinistra?

«Si, penso di sì. Per affrontare la crisi della politica bisogna affrontare la questione di come raggiungere la “massa critica”. Se non lo affronti, questo tema, se lo rinvii a chissà quando, potrai seminare in eterno e benissimo, ma non riuscirai mai a raccogliere. Questa massa critica deve essere trasversale. Deve costringerci a fare politica attraverso».

Scusa, ma non capisco benissimo. Mi fai un esempio?

«Prendiamo la Vignetta di Vauro su Bertinotti paracadutistapolitica estera italiana. E’ stata realizzata dal governo e prima ancora nella stesura del programma. E’ una politica estera che ha un senso e che dà un contributo all’Europa. Benissimo. Ma io mi chiedo: perché le sinistre possono solo concorrere alla politica estera del governo, e non hanno loro - loro in quanto sinistre - una idea comune di politica estera, di relazioni internazionali, di pace? E quindi una Cultura politica, una idea del mondo, e poi una idea dell’Europa, eccetera eccetera. Questo stesso ragionamento vale anche sul conflitto sociale, o sull’ambiente, o sul conflitto di genere, o sui diritti del lavoro…»

In questo quadro come si affronta il rapporto tra la sinistra radicale e quella riformista. Sono categorie ancora valide?

«Sul piano degli schieramenti politici sono categorie ancora reali. Se le manteniamo queste due definizioni, allora, in termini tradizionali, si dovrebbe dire: si devono incontrare queste due sinistre e devono confrontarsi. Se però ci misuriamo sul piano delle culture politiche, e non degli mussischieramenti, le cose diventano un po’ diverse. Vediamo. Le sinistre radicali, su questo piano, hanno diversi profili. Io credo che ormai tenda ad essere prevalente il profilo di quella sinistra radicale che si è rifondata in rapporto ai movimenti di questo secolo. Le culture ortodosse della sinistra, che si configurano ancora in contrapposizione alla socialdemocrazia, sono meno significative. La sinistra radicale vincente è quella che incontra il femminismo, l’ecologismo eccetera. Nell’altro campo cosa succede: i riformisti hanno una grande forza quantitativa, che però è segnata da uno smarrimento della cultura politica. I partiti socialisti europei fanno riferimento, in buona parte, a quella cultura che Riccardo Bellofiore chiama il liberal-sociale. Che vuol dire? Che pensano che i correttivi per ridurre il disagio sociale e aumentare i diritti devono avvenire senza mettere in discussione il paradigma della competitività. Anche se - vedi Francia, vedi Fabiusfabius - resta vivo un pezzo di socialdemocrazia fortemente di sinistra. La tendenza però è quella liberal-sociale. Per potere fare fecondamente un laboratorio politico delle sinistre, questa tendenza liberal-sociale andrebbe in qualche modo ridimensionata. Non per una ragione ideologica ma perché la profondità della crisi sociale - ma anche della crisi politica - dice che tu oggi devi indicare una idea di modello - sociale,economico, democratico - è di questo che ha bisogno l’Europa. Non un aggiustamento: una costruzione. Però io non penso a una discussione con steccati ideologici preventivi. Le discriminanti non vengono dalle “identità” dei partecipanti alla discussione, ma dai temi della discussione. Se si stabilisce che si affrontano i temi della politica - del modello, del progetto di società - e non della amministrazione, si esclude chi concepisce la politica come un semplice atto amministrativo, che è la chiave del liberal-sociale. Oggi la sinistra è fotografabile in questo modo: le sinistre riformiste prevalgono sul piano delle organizzazioni, le culture radicali prevalgono sul piano delle culture politiche».

Perché la sinistra radicale ha questa forza e questa debolezza?

«Perché non è in grado di avanzare una proposta che tocchi il problema della massa critica. Per questo l’elettore, spesso, dice: “hai ragione tu ma scelgo lui”. Si presenta il problema dell’efficacia della politica. chiunquevincaE’ un problema capitale per il movimento e per chi ha dei bisogni. Io sono costretto a dire che tu sei bravo ma non riesci a risolvere il mio problema, anche se hai delle ottime idee per risolverlo. E allora scelgo quell’altro che magari risponde malissimo al mio bisogno, ma io penso sempre che però se volesse rispondere bene, potrebbe… Se la sinistra radicale non è in grado di risolvere il problema dell’efficacia, e quindi il problema dell’unità, allora le forze riformiste avranno sempre un vantaggio, perché partono con un vantaggio di consensi e quindi hanno dalla loro, come apparentemente già risolto, il problema dell’unità».

Bertinotti, nella battaglia politica di questa fase è chiaro che c’è un problema: l’intervento massiccio e potente dei poteri forti, che alterano i rapporti di forza nello scontro politico. Cosa bisogna fare?

«Bisogna analizzare i Poteri fortipoteri forti. Analizzarli scientificamente nella loro forza. Evitare di pensare che quei poteri siano “complotti”. Siano congiure da sventare. Non è così: sono forze. Che contano sulla cultura. Io non lo vedo il rappresentante del potere forte che alza il telefono e ordina. No, ha arato il terreno della politica e a un certo punto raccoglie i frutti, gli effetti. Bisogna allora capire dove sta la loro forza. Non è solo che hanno il potere. Hanno il potere e tendono a costruire processi egemonici. Sono costruttori di opinione pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è quello di individuare il loro punto di forza e contrapporsi in campo aperto. Mi vien da dire: “rispettosamente”. bertinotti_dopoprimarieNel senso che riconosco il fondamento della loro posizione, e io penso di sconfiggerli perché so proporre un punto di vista più alto, più forte e più capace di aggregare consenso: un punto di vista tendenzialmente capace di proporsi come universale. Vinco solo su quel terreno lì. Solo se supero. Non se piango, protesto, invoco strane regole. A volte mi sembra che noi facciamo come faceva l’eroico Tecoppa: pretendeva che gli avversari spadaccini restassero immobili in attesa che lui li infilzasse…»

(Liberazione - 26 febbraio 2007)